LAGHI DI FÒSES, RIFUGIO BIELLA-SEEKOFELHÜTTE

Mirabile escursione ultrapanoramica sull’Altopiano di Sennes, nel cuore del Parco naturale Fanes-Sennes-Braies e al confine con il Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. Il percorso qui proposto, di media lunghezza, non pone alcuna difficoltà e avviene sempre percorrendo sentieri escursionistici ben segnati e agevoli; qualche asperità in più la si incontra nel tratto che precede l’arrivo al Rifugio Biella-Seekofelhütte in quanto si cammina su affioramenti rocciosi dovuti al carsismo, senza tuttavia avere problemi di sorta.. La discesa dal Rifugio Biella-Seekofelhütte a Malga Ra Stua avviene percorrendo una vecchia carrareccia militare e pertanto è affrontabile comodamente anche in bicicletta. L’incredibile varietà di ambienti attraversati e panorami d’alta quota di prim’ordine rendono unica questa esperienza, consigliatissima anche ai più piccoli.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Parcheggio di Malga Ra Stua, Cortina d’Ampezzo, Belluno (1690 mt.)

Località e quota di arrivo: Laghi di Fòses (2149 mt.), Rifugio Biella-Seekofelhütte (2327 mt.)

Punto più elevato: Rifugio Biella-Seekofelhütte (2327 mt.)

Dislivello positivo: 673 mt.

Lunghezza del percorso: 15,2 km

Coordinate punto di partenza: 46°37’31”N 12°05’56”E

Posizione: i Laghi di Fòses (o Fosses) comprendono il Lago de Remeda Rosses, il Lago Pizo e il Lago Gran de Fòses e si trovano incastonati in un vasto alpeggio affiancato da alcune delle torbiere più importanti delle Alpi Orientali, tra la Remeda Rossa-Rote Wand e il Monte de Fòses. Il Rifugio Biella-Seekofelhütte è ubicato alla base della Croda del Becco-Seekofel (lato sud-est), all’Alpe de Fòses.

Difficoltà: E (Scala delle difficoltà)

Presenza di tratti esposti: no.

Tempo di percorrenza totale: 5h 35’ (Tempi di percorrenza)

Tipo di escursione: anello.

Tipo di terreno incontrato: sterrato-terra-pietrisco-erba-radici-ghiaietto-roccette-rocce carsiche. (La camminata e il sentiero)

Possibilità di ristoro: a Malga Ra Stua e al Rifugio Biella-Seekofelhütte quando aperti (verificare).

Segnavia: bianco-rosso. (La segnaletica italiana)

N° del sentiero: 6, 26, 23, AV1

Acqua lungo il percorso: a Malga Ra Stua e al Rifugio Biella-Seekofelhütte nei periodi di apertura (verificare).

Stato del percorso: sentieri in ottime condizioni e ben segnalati.

Periodo: da giugno a fine ottobre.

Panorama: a 360°, non appena si inizia a salire verso la prima forcella senza nome e il Crosc del Grisc. Le Crepe de Socroda anticipano, verso est, tutta la catena  di cime che va dalla Croda Rossa d’Ampezzo-Hohe Gaisl alla Croda del Becco-Seekofel e che comprendono la Piccola Croda Rossa-Kleine Gaisl, la Remeda Rossa-Rote Wand, il Roter Turm e la Croda de Fòses. Dai pressi del Rifugio Biella-Seekofelhütte si avrà poi una magnifica vista sulla Punta Quaira di Sennes-Senneser Karspitze, la Cima de Riciogogn, la Muntejela de Sennes e le vette più distanti del Fanes (Sasso delle Nove, Sasso delle Dieci, Piz de Sant Antone). Infine, verso sud, dal Rifugio Biella-Seekofelhütte è possibile ammirare il Lavinores-Sas dla Para, il Ciamin, la Croda d’Antruiles, la Croda de r’Ancona, il Col Becchei, le Tofane e le Conturines.

Attrezzatura particolare richiesta: nessuna.

Discesa: per la mulattiera militare che attraversa la Val Salata.

Tappe del percorso: Parcheggio Malga Ra Stua - Malga Ra Stua - Bivio per Forcella de Lerosa - Ciampo de Croš  - Aghes de Cianpo de Croš - Lago de Fòses - Rifugio Biella-Seekofelhütte - Cianpo Ros de Sote - Òta del Barancio - Bivio per Rifugio Sennes-Senneshütte - Aghes de Cianpo de Croš - Ciampo de Croš - Malga Ra Stua - Parcheggio Malga Ra Stua

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dal Parcheggio di Malga Ra Stua (1690 mt.) si prosegue in direzione nord-ovest lungo la bella mulattiera militare che, superata Malga Ra Stua (1695 mt., 2’), si inoltra nel Valon Scuro con pendenza davvero modesta (Sentiero n° 6). Giunti al crocevia di Ciampo de Croš (1756 mt., 30’), si tralascia la deviazione sulla sinistra che sale al Rifugio Fodara Vedla per continuare innanzi ancora per qualche metro, fino a toccare un altro crocevia in Loc. Aghes de Cianpo de Croš (1758 mt., 35’). In questo punto si abbandona la via principale che prosegue dritta per la Val Salata (la si percorrerà al ritorno) per svoltare a destra lungo la traccia n° 26 (indicazioni per il Rifugio Biella-Seekofelhütte e il Lago di Fòses). Il sentiero prende a salire con decisione facendosi largo tra abeti, larici e pini mughi; i punti di maggior pendenza sono stati gradinati impiegando traversine e piccoli tronchi di legno. Nell’ultima parte della salita, che avviene su sassi e pietrisco non scivolosi, il panorama si apre verso le Tofane, il Col Rosà e il Lavinores-Sas dla Para. Gli ultimi metri che precedono l’arrivo su di una forcella senza nome sono i più panoramici di questa prima parte del percorso e il sentiero, lambendo ampi tratti a mugo, dopo aver svalicato, scende leggermente in una profonda infossatura dove, sulla destra, appare il Lago de Remeda Rosses. Qui, è anche la Loc. Crósc del Grisc (2h). Si continua a camminare attraversando prati, pietraie e mughi in un lento e piacevole su e giù. Dopo aver tagliato ampie porzioni di prati a pascolo, la via scende in un’altra grande depressione fino a costeggiare il piccolo Lago Pizo, una torbiera e un ambiente incontaminato ai piedi del Monte di Fòses. Qualche metro più in là, una passerella di legno consente di attraversare questi acquitrini e di proseguire ancora innanzi fino a raggiungere il Cason de Fòses (2149 mt., 2h 15’) dove sono poste altre indicazioni per il Rifugio Biella-Seekofelhütte e la Croda del Becco-Seekofel. Sulla destra è ben visibile il più grande dei Laghi di Fòses (Lago Gran de Fòses). Perso ancora qualche metro di dislivello, si costeggia tale specchio d’acqua lungo la sua sponda ovest e, dopo aver attraversato altri bellissimi prati in fiore, si rimonta un tratto in cui occorre attraversare parecchie lastre di rocce calcaree crepacciate e con profondi solchi, che tuttavia non pongono alcuna difficoltà nella progressione (basta fare attenzione a non incastrare i piedi nei buchi, seguire gli ometti di pietra e i bolli di vernice). Il sentiero riprende più tranquillo un poco più in alto, quando ricomincia il suo saliscendi per prati. Senza mai deviare, continuando a seguire il Sentiero n° 26, si giungerà ai piedi della Croda del Becco-Seekofel, dove è anche il Rifugio Biella-Seekofelhütte (2327 mt., 3h 10’), subito dopo aver attraversato un’altra zona di rocce affioranti in cui riporre la consueta attenzione; quest’ultima parte, pur priva di qualsiasi difficoltà, è la parte più accidentata dell’intero itinerario. Dal rifugio si inizia la discesa verso il punto di partenza prendendo la bella e larga mulattiera militare che si stacca in direzione ovest (Sentiero n° 6, 23, AV1); si transita a fianco dell’edificio del Centro Studi Montani, locale invernale del Biella, e, insistendo dritto, si giunge al crocevia in Loc. Cianpo Ros de Sote (2259 mt., 3h 25’) dove, sulla destra (ovest), si staccano le tracce che proseguono per il Fanes e che sono da ignorare. Stando sempre lungo la carrareccia principale, al termine di un lungo tratto pianeggiante o lievemente in discesa, ecco anche il bivio in Loc. Òta del Barancio (2190 mt., 3h 55’) nel quale si trascura la pista sulla sinistra che torna ai Laghi di Fòses. Un’ampia curva sulla destra di questa ex militare è il preludio a un ulteriore tratto in discesa rettilineo, fino a incrociare più in basso la deviazione sulla destra e in salita (n° 6a, 4h 20’) per il Rifugio Sennes-Senneshütte che oggi si tralascia. Con una curva secca verso sinistra, seguendo sempre il Sentiero n° 6, si va ora a percorrere la lunga Val Salata che corre al centro di un’infinita distesa di mughi. Più in basso, volendo, una deviazione consente di tagliare un paio di curve di questa strada ma la sostanza non cambia poi molto (la scorciatoia è più breve ma maggiormente disagevole rispetto alla via primaria). Persi molti metri di quota, si arriva alla bella radura di Ciampo de Croš (5h 15’) e da qui al parcheggio di Malga Ra Stua (5h 35’).

 

UNA RILASSANTE PASSEGGIATA IN QUOTA PER SOGNARE E VOLARE CON LO SPIRITO  - (DEL 25/06/2026)

Quando la meta è relativa

Cosa c’è di meglio per ricaricarsi che intraprendere un suggestivo viaggio in quota tra le montagne più belle del mondo e in ambienti ancora incontaminati?
Ogni volta che osservo i monti del Fanes-Sennes-Braies è un tuffo al cuore e rivedo ancora un giovane ragazzo in cammino sui sentieri per i rifugi Biella-Seekofelhütte, Sennes, Munt de Sennes e Fodara Vedla. Quanto tempo è passato?
Eppure questi ambienti sono ancora qui, pronti ad accogliermi e condurmi nel loro mondo, facendomi sognare ancora una volta. Almeno finché le forze me lo consentiranno.
Anche oggi in cielo non vi sono nuvole, fa abbastanza caldo e di gente in giro alle 8:15 del mattino non se ne vede. Sono tornato a Malga Ra Stua per andare a scoprire un’altra porzione di questo magnifico Altopiano, sempre a passo lento. L’obiettivo è quello di percorrere sentieri un po’ alternativi, almeno in parte fuori dalle rotte principali e relativamente tranquilli.
Conosco già la meta finale; che ci arrivi o no non è importante. Come si dice sempre, la parte da leone la fa il viaggio, l’esperienza che in essa si accumula, le sensazioni che si provano unite al benessere che prova il fisico e l’anima durante la piacevolissima pratica del camminare in questi spazi.
Come accennavo, sulla soglia della malga sono praticamente da solo. La massa, forse, arriverà più tardi, presumibilmente per stendersi al sole o farsi una bella mangiata. In pochi si sparpaglieranno sui vari percorsi che da qui partono e ancora meno, oggi che vi sono mezzi elettrici vari, lo faranno con le proprie gambe.
Arrivare a vedere questi monti stavolta non è stato facile. Cortina ormai è una metropoli e pare che, dopo le olimpiadi, la cittadina debba essere assolutamente ricostruita visto l’elevatissimo numero di cantieri aperti che hanno modificato il traffico. Per non parlare di pullman, autobus, camion, ruspe, betoniere e chi più ne ha più ne metta che fino all’ultimo metro mi hanno tenuto avviluppato in questa rete infernale.
L’essere qui, dunque, è per me una liberazione. Ora posso farmi cullare dai miei monti preferiti e da questa natura fortunatamente ancora viva e intonsa.
Come scrivevo raccontando la salita al Lavinores-Sas dla Para, la zona di Malga Ra Stua ha rappresentato un nodo strategico per l’Impero austroungarico e, se volete saperne di più, vi rimando ai cenni storici relativi.
Ora che le Dolomiti non sono più sotto il fuoco incrociato, vi descriverò l’attuale viaggio onirico e poetico da me intrapreso, fatto di meraviglie naturali, colori unici e pulpiti strategici in cui far volare la mente e gli occhi.
E allora, partiamo nel fantastico mondo dell’Altopiano di Sennes!

La partenza da Malga Ra Stua. In lontananza, già visibili, le Crepe de Socroda

Nel fiabesco Valon Scuro, tra poesia, sogno e pensieri in ricordo dei caduti

Respiro profondamente; del profumo di questi prati non ne ho mai abbastanza. Che verde e che incanto già su questi alpeggi. Il Valon Scuro si perde più avanti nei boschi davanti a me, mentre sulla destra, illuminate dai primi raggi solari si innalzano le severe pareti delle Crepe de Socroda che io dovrei tra un po’ aggirare sulla destra.
Malga Ra Stua pare stia ancora dormendo e nei paraggi non si vede nessuno. Lo “start” anche questa volta è dato dalla stanga per tenere il bestiame nei pascoli e impedire che uno stormo di mucche si precipiti a chiedere da bere ai tavoli di suddetta malga.
Con passo felpato e con profondo rispetto oltrepasso il varco pedonale (qui, sorgeva l’ex cimitero austroungarico). Faccio sempre così ogni volta che transito in luoghi di guerra, come per non far notare la mia presenza. Perché anch’io credo che gli spiriti di tanti ragazzi sacrificati invano siano ancora su queste montagne.
La carrareccia militare di un bel bianco brillante mi invita a seguirla in direzione nord ovest, attraverso vastissimi prati e pascoli in fiore dove qualche bel quadrupede è già intento nello sfalcio. Oltretutto, la via fino alla grande radura di Ciampo de Croš è quasi in piano. A parte una coppia che intravedo un po’ più in là, dopo pochi metri sono ancora solo. La cosa mi stupisce alquanto, vista la notorietà di questi luoghi. Chissà se sarà per l’ora o perché oggi nessuno ha voglia di mettersi in moto?
Quando raggiungo la targa fissata sulla roccia alla mia sinistra relativa ai caduti della Grande Guerra, mi soffermo ancora qualche minuto per un pensiero verso di loro.

“Heldengedenken
für die am 13.12.1916 durch
eine Lawine verunglückten:
Obtl.i.d.R. Viktor Tisnovsky
1 Zugsführer, 3 Korporäle,
4 Gefreite und 42 Infanteristen
der
Baukompagnien 10u. 11b. h. 4”
Schützenkompanie “Sizar Anpezo Hayden”
A.D. 2007

“Commemorazione degli eroi
per i caduti che il 13 dicembre 1916
persero la vita a causa di una valanga:
Tenente in congedo Viktor Tisnovsky
1 Capoplotone, 3 Caporali,
4 Caporali semplici e 42 fanti
delle
Compagnie di Genieri 10 e 11b. h. 4”
Compagnia di Standschützen “Sizar Anpezo Hayden”
A.D. 2007

Intorno a questo macigno regna la pace. Mucche al pascolo sulla riva del piccolo torrente che taglia in due il Valon Scuro, l’Aga de Ciampo de Croš si godono tutta la magia (e l’erba) del luogo, un tempo invaso da salmerie, baracche, mezzi e truppe.
Intanto, mi superano a passo spedito due giovani fanciulle che portano sulle spalle tutt’altro che zaini da montagna. Dalla fretta pare abbiano perso qualche coincidenza.
“Chissà dove dovranno andare con questo passo!” penso.
Poi, solo qualche metro più avanti, al bivio in Loc. Ciampo de Croš, le vedo stravaccate su di un masso lungo il rio a prendere il sole e a bere. Mah!
In questo vasto pianoro è anche la deviazione per il Rifugio Fodara Vedla e il già citato Lavinores che però oggi ignoro. Il mio cammino mi porta altrove e la barra del timone si mantiene ben dritta.
In lontananza, sul pendio al limitare della Val Salata, solo qualche mucca. Sulla strada, ancora il deserto. Molto meglio così, oggi questi luoghi me li godo proprio e con loro tutto il silenzio del mondo!
Cinque minuti dopo un’altra deviazione mi avvisa che la pacchia è finita e che ora devo iniziare a faticare un pochino. Ad Aghes de Cianpo de Croš, proprio ai piedi di queste Crepe de Socroda che io mi metto a studiare e rimirare per alcuni minuti, parte sulla destra un sentierino davvero piccino che mi invita a seguirlo fin lungo le sponde di ben tre laghi, incastonati in una grande infossatura compresa tra il Monte de Fòses e la dorsale di cime che dalla Piccola Croda Rossa-Kleine Gaisl si distende verso nord-ovest. Tre laghi molto poco frequentati e posti ai margini delle rotte più battute.
Che dite, un invito così si può rifiutare?

Un fiore, una poesia e tutto il romanticismo di queste montagne - Un’atmosfera onirica

Difficile però muoversi da questa radura così attraente, con questa vista sulle rocce bianchissime del Lavinores-Sas dla Para. Ai suoi piedi tutta la dorsale rocciosa ricoperta in gran parte dal Bosco de Rudo e attraversata da un’altra carrareccia militare che, con rampe e tornanti opportunamente disegnati, si inerpica sull’Altopiano del Fanes per poi scendere a San Vigilio di Marebbe.
Qualche mucca osserva curiosa il mio atteggiamento equivoco, di quello che vuole proseguire ma anche restare. Tra loro, è in corso un giro di scommesse circa quello che andrò a fare.
Fatto il pieno di questi raggi solari che mi svegliano dolcemente dalla frescura mattutina, mi volto per vedere il sentiero lasciare questi verdi pascoli e inoltrarsi tra mughi, pini cembri e abeti vari. La salita entra nel vivo ma, almeno per ora, mantiene sempre una pendenza costante così che, salendo adagio, non sono costretto a strizzare maglietta e pantaloni. E come correre, del resto, data questa rigogliosa natura di montagna che mi inebria a ogni passo con questi intensi aromi del bosco?
Anche i prati vogliono fare la loro parte e splendide fioriture si aprono come a voler salutare il mio passaggio. Tra le numerosissime specie floreali selvatiche, vengo colpito da una pianta in particolare, l’Ormino dei Pirenei (o Ormino montano, Horminum pyrenaicum L., 1753), il quale presenta fiori di un colore violetto-blu o porpora scuro campanulati che sono una meraviglia.
Un altro aspetto strano di questa prima parte del percorso lo incontro solo qualche passo più avanti; il viottolo sul quale sto camminando, nei punti più ripidi, è sostenuto sia da traversine di legno che fungono da piccoli terrazzini di ghiaia, sia da curiosissime scalinate in ceppi di legno che mi rimandano ai giardini Zen giapponesi, dove, appunto, si trovano queste scale a passo con gradini sfalsati. Davvero originale e, soprattutto, a impatto zero!
Sorpreso da questi ambienti, lentamente e senza accorgermene, prendo quota, un po’ all’ombra e un po’ al sole. Il sentiero, dopo avermi condotto dapprima verso nord e fin proprio sotto le Crepe de Socroda, cambia direzione e procede a zig-zag verso est, dove il pendio rimane piacevole da salire e mai faticoso.
Nel frattempo il panorama alle mie spalle sta mutando aspetto e al Lavinores già citato, che da questa posizione più in quota è assolutamente incredibile, si affianca il suo amico del cuore, il Ciamin, che sbuca più a destra. Più defilato ancora, ecco anche il Sasso delle Nove (o Piza dales Nü), inconfondibile con la sua punta che pare voler raggiungere il cielo. A nord, invece, si spalanca tutta la boscosa Val Salata che sale sull’Altopiano di Sennes e, in lontananza, la cima bianchissima della Muntejela de Senes. 
Accidenti che vista! E sono appena partito, si può dire!
Un passo dopo l’altro continuo a salire, respirando profondamente e riempiendo fin che posso cuore, anima e polmoni di questa bellezza che mi circonda. Mi trovo in mezzo ai mughi, circondato dai fiori e con panorami già notevoli tutto intorno, per giunta accolto da un bel sole luminoso che si staglia nell’azzurro del cielo. Beh, se non è il Paradiso, allora dove mi trovo?
Ancora, a sud, le Tofane di Dentro e di Mezzo sono i giganteschi guardiani di questi ambienti. Addirittura, si riesce a intravedere anche la lontana Croda da Lago e il Becco di Mezzodì con il Pelmo che le affianca sulla sinistra!
Ho proprio fatto bene ad accettare l’invito di questo bel sentiero; con i suoi ritmi, curva dopo curva e senza mai strafare, mi sta facendo meravigliare in ogni istante.
Al termine di un paio di zig-zag un po’ più decisi, il declivio smorza di nuovo i toni e riprende a salire per prati e radi mughetti ancora verso nord: sono quasi in vista di una specie di forcella che sulle carte non viene indicata come tale ma che nella realtà rappresenta di certo un valico oltre il quale si spalanca un mondo ancora diverso.
Raggiungo questa “porta” dopo essermi ancora intrattenuto per un po’ lungo le ultime rampe piuttosto rocciose di questa salita e che in un bel tratto bordeggiano una fila di mughi impressionante, tra piante, macigni e bellissimi fiori. Più precisamente, ora non riesco a staccarmi da una composizione particolare in cui, in posa, sono l’Achillea di Clavena (Achillea clavennae L., 1753), i cui fiori riuniti in capolini bianchi con il centro paglierino-giallo chiaro sono puro incanto e la Vulneraria alpestre (Anthyllis vulneraria L. subsp. alpestris (Kit. ex Schult.) Asch. & Graebn)), con i suoi fiori giallissimi e tubolosi. Due specie che, guarda caso, crescono sempre insieme in ambienti rocciosi e calcarei.

Il Col Rosà è davvero minuscolo in confronto alle Tofane di Dentro e di Mezzo

Sul magnifico Altopiano di Sennes - Il viaggio sensoriale continua

Un tappeto di prati, bassi mughi e altri bellissimi fiori mi accoglie lungo i primi metri di questo Altopiano che da qui in poi inizia a farsi più roccioso e severo. Sopra di me, alla mia destra, svetta la Piccola Croda Rossa-Kleine Gaisl, dalla quale si sviluppa in direzione nord-ovest una lunga dorsale di cime che digradano poi sulla Forcella Sora Forno-Ofenscharte, nei pressi della quale è ubicato il Rifugio Biella-Seekofelhütte; una sequenza di rocce e panettoni di pietra (Remeda Rossa-Rote Wand, Roter Turm e Croda de Fòses) che mi accompagneranno da qui in poi nel mio peregrinare.
Intanto, da ciò che riesco a intuire, da qui in avanti sarà tutto un su e giù per dossi e piccole collinette di erba e sassi. In lieve discesa procedo rituffandomi nei mughi e tenendo sulla sinistra una magnifica vista sul Sasso delle Nove, sul Sasso delle Dieci (o Piza dales Diesc) e sul Piz de Sant Antone.
La mia “calata” prosegue verso una profonda infossatura del terreno, una buca enorme e ricoperta di fine erbetta; la attraverso proseguendo poi in leggera salita, per andare quasi a sbattere contro pareti verticali che scendono da una più bassa dorsale ai piedi della Remeda Rossa-Rote Wand. Il sentiero aggira questo ostacolo con una rampa di pietrisco in direzione sud-est per poi, dopo una svolta verso sinistra, giungere a Crósc del Grisc, un punto panoramico sul quale io mi sento davvero minuscolo e insignificante di fronte alla Piccola Croda Rossa-Kleine Gaisl, dalla quale scendono ghiaioni paurosi sui quali proprio non vorrei mai trovarmi!
Il tutto è però impressionante; c’è una linea netta di demarcazione tra le ghiaie e i mughi, come se qualcuno, con un righello, avesse disegnato questi versanti.
Di fronte a me, in una conca più in basso e un po’ scostata sulla destra, appare una specie di “puccia” verdastra e striminzita, che di certo ha visto momenti migliori: è il piccolo Laghetto de Remeda Rosses, dalla forma allungata che pare proprio il simbolo dell’infinito.
Il pendio di erba e sassi che invece digrada verso tale specchio d’acqua è tutto una fioritura di rododendri ferruginei (Rhododendron ferrugineum L., 1753), pianta chiamata anche Rosa delle Alpi per il suo colore rosa-rosso tipico delle rose (in tedesco è chiamata non a caso Alpenrose).
Ricapitolando, circondato da una meraviglia più stupefacente dell’altra, non so più dove puntare il mio sguardo. Sono, in pratica, preso tra due fuochi. Da un lato, i fiori, il lago e le imponenti pareti verticali della Piccola Croda Rossa-Kleine Gaisl; dall’altra parte, tutto l’immenso panorama che ora abbraccia tutto il Fanes con le cime sopra citate, oltre a quelle che cingono Cortina d’Ampezzo. Penso proprio che dal Paradiso abbia proseguito un bel po’ più in là!

Questo vasto Altopiano di alta montagna attorniato da imponenti pareti di roccia di calcare e dolomia (sulle quali si notano bene i vari strati sedimentari), privo di alberi di alto fusto in cui le praterie alpine regnano incontrastate, è davvero il regno delle fioriture delle quali ne ho indicate solo alcune, quelle che più mi hanno colpito.
Il paesaggio alterna dossi erbosi e avvallamenti modellati dall’azione dei ghiacciai durante l’ultima grande glaciazione (terminata con gli eventi catastrofici dello Younger Dryas), nonché dall’erosione dell’acqua che lentamente ha scavato (e scava tutt’ora) questo terreno incuneandosi tra le rocce, spaccandole, frastagliandole e levigandole in vari modi. Ecco dunque che il fenomeno del carsismo inizia a essere evidente e la presenza di questi affioramenti rocciosi calcarei di colore bianco-grigio lo dimostrano bene. Tra questi calcari, un soffice ed esteso manto vegetale alquanto sottile e composto prevalentemente da graminacee alpine e fiori.
Terreni di questo tipo sono soggetti a una forte erosione e la vegetazione cespugliosa o strisciante al suolo svolge un compito fondamentale nel trattenere il sottile strato di terra fertile contro il dilavamento delle piogge e lo scioglimento delle nevi. Naturale, dunque, che questi fragili ecosistemi vengano protetti, comprendendoli, come in questo caso, nel Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies.
Non ultimo, l’assenza di boschi regala un panorama unico in ogni direzione che, di volta in volta, assume sfumature di colore sempre nuove e con contrasti cromatici straordinari.

Transitando un poco più in alto rispetto al verde simbolo di infinito che è il Lago de Remeda Rosses, mi rendo conto di essere osservato da qualcuno con una smorfia sorridente. Uhmmm, da questa prospettiva però... ma è lo stesso lago a ridere! Orbene, avete mai visto laghi che ridono? Ora io posso dire di sì!
Salendo e scendendo da questa specie di variante di montagne russe, decisamente più morbide e confortevoli, seguito la mia camminata in “Modalità Moviola”. Nel vero senso della parola, voglio più volte soffermarmi su quanto mi circonda e studiarne i più piccoli particolari: questo è il perdersi consapevolmente in libertà!
Oltre una curva e a metà di una specie di panettone d’erba, entro nella visuale della Croda del Becco-Sas dla Porta-Seekofel che biancheggia all’orizzonte, nemmeno poi troppo distante. È come al solito accompagnata, alla sua destra, dalla Piccola Croda del Becco-Kleiner Seekofel e credo che chi non ha mai visto questi monti di certo possa rimanere davvero a bocca aperta nell’osservare questa particolarissima e stranissima formazione rocciosa che sembra proprio un pezzo di un immenso puzzle di colore e dimensione diversi, incastrato in questo posto chissà quanto tempo fa. Ogni volta che osservo questo quadro mi paralizzo e, oggi come quando ero più piccolo, è la stessa cosa.
Una leggerissima salita per morbidissimi tappeti erbosi mi porta sempre più vicino, finché, raggiunta la sommità di un ennesimo montucolo, posso osservare la scena successiva dove l’anima prende veramente il volo.
Una grande e lunga conca a pascolo si stende ai miei piedi; su di essa, due bellissimi laghetti sono posti ai lati del sentiero che vi transita nel mezzo: il Lago Pizo e il Lago Gran de Fòses. 

La Piccola Croda Rossa-Kleine Gaisl

Nel mezzo della torbiera, in ambienti incontaminati - Tra il tedesco e il dialetto veneto

Emozionatissimo e col cuore palpitante, mi avvio al loro cospetto, scendendo da questa collinetta che il sentiero di finissimo pietrisco accarezza, serpeggiando dolce verso il basso. Quando raggiungo il fondo di questa infossatura realizzo di essere nel bel mezzo di una torbiera e in un ambiente ultra delicato. Il Lago Pizo lo osservo da qualche metro di distanza; impossibile avvicinarsi dato l’acquitrino qui presente. 
Beh, a dire il vero è chiamato lago ma la parte affiorante è ridotta più a pozzanghera, anche se stavolta le sue acque sono limpide; vista da qui, pare proprio la vasca circolare di una fontana posta in uno qualsiasi dei giardini botanici sparsi per il mondo.
Questa torbiera si diparte un po’ in ogni direzione, tanto che un ponticello di legno la deve scavalcare qualche metro più avanti. Un escursionista solitario (il primo della giornata a parte le ragazzine incrociate a valle) mi incrocia e, tanto per cambiare, sembra avere una fretta enorme. 
“Che ci sia in giro una partita di yogurt in via di scadenza?”
Io lascio campo e poi, senza alcuna fretta, cerco di studiare meglio questo ambiente così unico, prima di riprendere a camminare verso la prossima meta che, decido ora, potrebbe essere quella baita isolata lì in fondo poco distante dal più grande dei laghi. Sì, quello sarà anche un bel posto in cui ingoiare un paio di brioches con la marmellata!
La baita è chiusa e come sperduta nel deserto verde. “Cason de Fòses” recita la targhetta di legno appesa sopra la porta d’ingresso “Proprietà Regole d’Ampezzo”.
Il cancelletto, aperto, mi permette di appoggiare il mio zaino sul tavolino attaccato alla struttura, recintata e circondata da un bel giardinetto verde; la tipica baita di montagna in pietra e legno!
Mentre prendo un po’ di sole e sono intento a scrutare il lago un po’ più in basso, sul sentiero a pochi metri da me vedo incrociarsi due coppie di escursionisti che non potrebbero essere più diversi tra loro. Le persone si salutano e si fermano a chiacchierare. Non so come ma in qualche modo riescono a intendersi, nonostante una coppia si stia esprimendo in dialetto veneto e l’altra in un bel tedesco di cui capisco solo poche parole!
Ne viene fuori un bel siparietto e, da ciò che vedo, o il dialetto veneto ha preso dal tedesco o è valido il contrario! I quattro, aiutati anche da stranissimi movimenti con le braccia che fendono l’aria in ogni direzione, si capiscono a meraviglia e, dopo svariati minuti, si salutano allegramente. Questa è bella!
Finita la sosta riprendo il mio cammino col sentiero che, dopo avermi aspettato, mi invita nuovamente sopra la sua schiena per condurmi questa volta lungo la sponda occidentale di questo grande specchio d’acqua, un’altra immensa torbiera in cui in questo momento mancano solo i classici piumini al vento rappresentati dagli onnipresenti eriofori. Peccato!
Questo specchio d’acqua, il Lago Gran de Fòses, è davvero grande e per larga parte (a chiazze) ricoperto di erba. Da qualsiasi angolatura lo osservi non posso che rimanerne affascinato e catturato all’istante. Il paesaggio che si dipana tutto intorno, poi, è qualcosa di indescrivibile e, unito alla pace e al silenzio di questo luogo, trasforma questo momento in un’esperienza quasi sospesa nel tempo, regalando una sensazione di profonda armonia con la natura.
Questa piana ha un sapore e un’atmosfera unica, quasi primordiale e che travalica il romantico. Lo terrò a mente per una delle prossime vite; chissà che magari al 25° o 27° tentativo io non sia più da solo...
Oltrepassato il Lago Gran de Fòses è come se il paesaggio abbia imparato i più reconditi segreti del trasformismo che nemmeno Arturo Brachetti! Cambio di abito, cambio di aspetto... e la magia è servita!

Panorami maestosi, marmotte e super atleti in cerca di un podio - Tre nomi per un rifugio

Fiondato in un altro mondo ancora, quello che ho davanti mi sembra alquanto surreale. Una linea di demarcazione quasi netta segna la soglia di un terreno che più carsico non potrebbe essere. Una definizione tecnica potrebbe essere quella di “Campo solcato” o Lapiaz;; un’estesa superficie rocciosa calcareo-dolomitica incisa e modellata dall’azione chimica dell’acqua piovana e dallo scioglimento della neve si para sotto i miei piedi col sentiero che, come a farmi un simpatico scherzetto, pare voglia dirmi:
“Dai, adesso ti faccio divertire un po’. Monta su!”.
E, in effetti, saltellare tranquillamente tra una roccia e l’altra stando attendo a non finire incastrato in qualche fessura, non è poi così male! La traccia qui è bollata e indicata da alcuni ometti di pietra. Io, che anche qui voglio vederci più da vicino, riesco a uscire dal tracciato e finire lungo sulla destra per poi, di fronte a coppia intenta nella discesa, dare l’impressione di essere uscito volontariamente dalla traccia per ricercare una posa in cui inquadrare meglio il paesaggio. Ops!
Questo tratto, il più “difficile” di tutta la gita, in realtà non lo si può definire tale.
Tra un lastrone l’altro, nelle strette fessure dove si accumula maggiormente l’umidità e del terriccio, riescono nei modi più strani a crescere ciuffi d’erba e alcune specie pioniere in grado di resistere alle condizioni più estreme. In conclusione, sto attraversando un pavimento di pietra naturale intagliato da fessure carsiche e piuttosto gradinato: uno spettacolo quasi lunare che offre questa porzione del pendio e che farà un po’ da preludio al tipo di scenario che fino al Rifugio Biella-Seekofelhütte dovrò attraversare.
Come restare indifferenti a tali ambienti e a queste sorprese lungo il cammino?
Un panorama mostruoso si stende alle mie spalle, con la conca dei laghi appena lasciata in primo piano rispetto alle Tofane e al Col Becchei che si stagliano sullo sfondo. Che cartolina pittorica d’alta quota!
Facendo finta di nulla, la mia traccia abbandona questi terreni per solcare nuovamente altre zone erbose prima che, al termine di qualche salitella, mi ritrovi ancora immerso in altri scenari carsici alquanto tribolati. Da quest’altro balcone panoramico allora la vista può stringersi anche verso la monumentale Piccola Croda Rossa-Kleine Gaisl e la Remeda Rossa-Rote Wand, un blocco di pietra unico dalla forma di un gigantesco cavallone ingrossato come intento a infrangersi a valle.
In giro compare qualcuno qua e là ma fortunatamente la gran folla è inesistente; a parte il solitario atleta incontrato, conterò si e no 6-8 coppie in totale fino al rifugio cui ormai non manca molto. E infatti, eccolo, con la sua facciata sul rosa andante che si confonde col rosa del versante est della Croda del Becco-Seekofel, altro gigante bianco a guardia di questi posti. 
Il mio cammino procede dunque incastrando i piedi negli spazi rimasti liberi lungo il sentiero e non invasi da queste curiose formazioni rocciose che, di bianco, punteggiano questi prati a macchia di leopardo. Quando mancano una manciata di metri al rifugio, che vedo già super imballato, un’altra atleticissima coppia mi raggiunge e mi supera. Non sia mai che non si tagli per primi il traguardo!
Salutando i due senza ricevere risposta, vengo affiancato da una giovane marmotta (Marmota marmota, Linnaeus, 1758) la quale, avendo visto la scena e sconsolata pure lei, mi si avvicina senza timore come per dirmi: 
“Sono fortunata a essere una marmotta, la prossima volta vieni a far parte anche tu della nostra specie!”
La osservo promettendo solennemente la cosa, dato che tra bipedi nemmeno ci si saluta più, figuriamoci poi fare due passi insieme! È davvero un incanto vederla sbucare da un sasso nel suo ambiente naturale, circondata da margherite e tarassachi. L’ennesima emozione di questa giornata e la visione di una libertà che tra gli umani ormai è solo illusoria.
Quando questa torna alle sue faccende domestiche, senza più dover scostarmi per far passare corridori, mi convinco a proseguire; seguendo i classi bolli bianco-rossi di vernice, di roccetta in roccetta e tra sparuti ciuffi di rododendri, eccomi anche alle porte del Rifugio Biella-Seekofelhütte che è ancora in gran forma, proprio come lo ricordavo. La super folla estiva che vi ruota intorno, invece, proprio non la ricordavo!

Il Rifugio Biella-Seekofel hütte, all’Alpe di Fòses, ai primi del 1900 si trovava in pieno territorio austroungarico. Nel 1905 la Sezione Eger (cittadina boema oggi chiamata Cheb) del Club Alpino Austro-Tedesco acquistò dalla Regola di Lareto una piccola porzione di terra per costruire una struttura d’appoggio per escursionisti e alpinisti.
La sua inaugurazione avvenne nel lontano 1907 e precisamente il 16 luglio; il nome scelto fu Egererhütte (Rifugio Eger). La struttura, realizzata in solida pietra a vista, constava di due piani e poteva ospitare fino a 27 persone. Inizialmente venne  gestita dalla signora Babette Knollseisen di Tires, 
Con gli anni la gestione cambiò e, nel 1913, l’edificio venne ampliato per dare ospitalità a più persone. La cosa durò poco dato che, con lo scoppio delle ostilità, l’Esercito austroungarico se ne appropriò in quanto costituiva un punto strategico e logistico importante in ottica di supporto della prima linea disposta sul vicino Son Pouses. 
Con la resa degli Imperi Centrali il rifugio, così come l’Ampezzano e l’Alto Adige, passò sotto il Demanio Militare italiano. 
Nel 1920 lo prese in gestione la Sezione di Biella del Club Alpino Italiano che subito continuò i lavori di ampliamento, prima di riaprirlo al pubblico con nome di Biella.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la gestione della struttura venne affidata alla Sezione di Treviso del CAI , che ne detiene a tutt’oggi la titolarità.
La cosa curiosa legata a questo rifugio è che, a seconda dell’epoca storica e delle cartine topografiche, la struttura viene identificata come Egererhütte (il nome originario), Rifugio Biella (il nome ufficiale italiano) o Seekofelhütte (il nome tedesco legato alla Croda del Becco, Seekofel appunto).

Una splendida marmotta (Marmota marmota, Linnaeus, 1758) nei pressi del Rifugio Biella-Seekofelhütte

Sulla dolce e tranquilla ex carrareccia militare - Paesaggi da sogno lungo la Val Salata

Sarebbe inutile soffermarsi troppo sulla maestosità di questo luogo, distante solo pochi passi dalla Forcella Sora Forno-Ofenscharte e dalla quale, in ogni direzione, si ammira un panorama magistrale che parte proprio da questo Altopiano di Sennes e fino ai monti più lontani. Un paesaggio quasi lunare si stende sotto ai miei piedi, un suolo carsico che si sviluppa lungo queste piccole collinette a perdita d’occhio. A nord, sopra la mia testa, vertiginosa, la Croda del Becco-Seekofel continua a osservare frotte di escursionisti passare ai suoi piedi e salire lungo la sua groppa, rocciosa e alquanto aerea.
Al rifugio mi fermo giusto per una bibita e un timbro; il luogo è sovraffollato e i tavoli, dentro e fuori, sono strapieni. Proprio quando sto per andarmene, all’ombra della facciata ovest, osservo con attenzione una coppia di bikers che mi pare di conoscere, almeno virtualmente. Da lì a scambiare due parole è un attimo.
Oggi attrezzati per un lungo giro ad anello, già in sella alle loro biciclette, riconosco e ho il piacere di stringere la mano ad Alejandro e Miriam, del rispettivo canale YouTube e sempre in giro a far conoscere le superbe Dolomiti.
Preso commiato da loro, proseguo il mio giro, imboccando la larga carrareccia militare che passa sotto la Croda del Becco-Seekofel e si dirige verso ovest. Superato anche il piccolo edificio del Centro Studi Montani, struttura utilizzata per attività ambientali, monitoraggio del territorio e corsi di formazione, oggi anche bivacco-locale  invernale del Rifugio Biella-Seekofelhütte, scatto varie fotografie di questi monti che cambiano luce e forma a seconda della prospettiva.  Nell’inquadratura entrano anche gli unici tre abeti rossi (Picea abies (L.) H.Karst., 1881) che si innalzano tra queste pietraie e che probabilmente, molti anni fa, si sono persi durante un’escursione. Attorniati da questi panorami e trovandosi così bene quassù, hanno deciso per la colonizzazione di questo Altopiano. La cosa, a vedere il paesaggio, è davvero buffa; la loro forma a piramide risalta all’ombra e si staglia contro gli assolati monti in lontananza, la piccola Ra Téta e la grandissima Croda Rossa d’Ampezzo-Hohe Gaisl.
La strada che percorro ora è un pochino più trafficata rispetto al sentiero più nascosto sul quale ero fino a poco tempo fa; naturale, essendo un itinerario più facile, per niente accidentato e adatto anche alle bici. Tuttavia mi sorprendo nell’incontrare solo 4 o 5 persone, non di più.
Un po’ più in basso giungo al crocevia in Loc. Cianpo Ros de Sote dove, ancora verso ovest, si staccano due tracce che mi verrebbe voglia di infilare subito per esplorare ancora un po’ di meraviglie quassù ma che, in fin dei conti, non avendo fretta e non volendo strafare, ho tutto il tempo di tralasciare oggi per recuperarle in un secondo momento e con più calma (la prima sale verso la Forcella di Riciogogn e la seconda si abbassa tagliando in direzione del Rifugio Munt de Senes).
In assoluta “Modalità Relax” scendo dolcemente questi declivi, seguendo una carrareccia rossiccio-arancione il cui colore contrasta fortemente con il bianco dei sassi e il verde dell’erba tutt’intorno. Ogni minuto sono fermo, ogni secondo sono con gli occhi puntati su queste montagne che realmente mi fanno sognare. Tutta la catena che parte dalla Croda del Becco-Seekofel e termina alla Muntejela de Senes (Monte Sella di Sennes) è qualcosa che prende il fiato; queste formazioni rocciose così particolari sono solo qui. Punto.
Per lunghi tratti pianeggianti e per altri solo lievemente discendenti raggiungo anche un altro crocevia. Sono in Loc. Òta del Barancio, dove evito di imboccare sulla sinistra la pista che torna ai Laghi di Fòses. Insisto pertanto dritto, tenendo come sfondo di questo teatro coloratissimo il Sasso delle Nove, il Sasso delle Dieci e le Tofane; robetta!
Nel frattempo tutte le rocce affioranti e scanalate stanno perdendo posizioni, a vantaggio degli onnipresenti mughi. Oltre una curva sulla destra, entro decisamente nel loro regno. Tutta questa parte dell’Altopiano di Sennes e, più in là, di quello del Fanes, è ricoperto di queste piante... un oceano vastissimo e ondulato!
Di fronte a me, ecco anche la forma rettangolare del Rifugio Sennes, che oggi eviterò di raggiungere. Al bivio sottostante, infatti, prendo subito a sinistra la prosecuzione di questa ex militare che si tuffa senza troppo pensarci nella Val Salata. La carrareccia affronta adesso in alcuni punti pendenze un po’ maggiori ma nulla di impossibile. Quando anche abeti e larici compaiono ai lati della strada, una scorciatoia si stacca sulla sinistra per farmi risparmiare  (a detta sua) qualche minuto di tempo. Cionondimeno, visto il terreno un po’ troppo accidentato e sassoso, decido che restare sulla via principale non è poi così una cattiva idea; alla fine, in quanto a tempistiche, i due percorsi si equivalgono. Più comodo e lungo il primo, più corto, ripido e scabroso il secondo. In ogni caso, a voi la scelta!
Dopo aver incrociato ancora qualche ciclista, alcuni con la e-bike scarica e costretti a spingere (!), mi avvio, mio malgrado, alla conclusione di questa avventura. 
L’incanto di quella verdissima radura in cui ho deviato stamani è ancora lì e anche le mucche paiono riconoscermi; qualcuna, a scommessa vinta, vedo che va a riscuotere il premio!
Col freno a mano tirato (nooo, non fatemi scendere!) alla fine, volente o nolente, mi ritrovo nell’ormai quasi deserto parcheggio di Malga Ra Stua dove qualcuno, sulla terrazzina di questa, sta ancora consumando qualcosa. Con commozione per quanto provato, sentito e visto, ancora preso dalle emozioni intense, saluto anche per questa volta queste Dolomiti e il Sennes. Ma in fondo sanno che il mio è solo un arrivederci.

Una distesa di mughi ricopre la Val Salata. Sulla sx, le Conturines e, sulla dx, il Sasso delle Nove

Testi e foto di: Daniele Repossi

Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria

L'Achillea di Clavena (Achillea clavennae L., 1753) in compagnia della Vulneraria alpestre (Anthyllis vulneraria L. subsp. alpestris (Kit. ex Schult.) Asch. & Graebn)), dai caratteristici fiori gialli
Magnifica fioritura di rododendri ferruginei (Rhododendron ferrugineum L., 1753) sulla sponda del Lago de Remeda Rosses
L'Ormino dei Pirenei o Ormino montano (Horminum pyrenaicum L., 1753)
Panorama favoloso verso il Regno di Fanes, con le due punte dei Sassi delle Nove (dx) e delle Dieci (sx)