Il tragitto dell'escursioneSCHEDA TECNICA
Località e quota di partenza: Parcheggio Loc. Pontesei, Val di Zoldo, Belluno (825 mt.)
Località e quota di arrivo: Rifugio Casera Bosconero (1457 mt.)
Punto più elevato: Rifugio Casera Bosconero (1457 mt.)
Dislivello positivo: 660 mt.
Lunghezza del percorso: 6,6 km
Coordinate punto di partenza: 46°20’22”N 12°13’28”E
Posizione: il Rifugio Casera Bosconero è adagiato in una verde radura ai piedi della Rocchetta Alta, del Sasso di Bosconero e circondato dalle vette degli Sfornioi.
Difficoltà: E (Scala delle difficoltà)
Presenza di tratti esposti: sì, in un brevissimo tratto nel bosco lungo il Sentiero n° 490 posto subito dopo aver attraversato un ponticello di legno e un guado (poco prima di giungere al pulpito in Loc. Pausa di Leo) e nei primi metri iniziali del Sentiero n° 485 che parte dal bivio in Loc. Casera di Bosconero.
Tempo di percorrenza totale: 3h 55’ (Tempi di percorrenza)
Tipo di escursione: anello.
Tipo di terreno incontrato: sterrato-asfalto-terra-radici-erba-fogliame-legno-acqua-rocce-roccette-pietraie. (La camminata e il sentiero)
Possibilità di ristoro: al Rifugio Casera Bosconero quando aperto (verificare).
Segnavia: bianco-rosso. (La segnaletica italiana)
N° del sentiero: 490, 485. Senza numerazione dalla Casera dei Zot ad Aiva del Roka.
Acqua lungo il percorso: fontanella (Fontana della Giovinezza) lungo la via di ritorno; al Rifugio Casera Bosconero nei periodi di apertura (verificare).
Stato del percorso: tutti i sentieri, compresi quelli nella parte senza numerazione, sono in perfette condizioni e ben segnalati.
Periodo: tutto l’anno, in assenza di neve.
Panorama: molto limitato durante la percorrenza del bosco. Una prima visuale verso la Rocchetta Alta si apre a circa metà salita. Poi, molto bello verso le guglie rocciose del gruppo del Pramper (Spiz Belvedere, Spiz Mary, Spiz di Mezzodì Nord, Spiz di Mezzo, Spiz di Mezzodì Sud), Civetta, Moiazza, Sfornioi, Spiz de San Piero, Cime De La Pala Anziana, Castelin e Castelaz.
Attrezzatura particolare richiesta: nessuna.
Discesa: ad anello lungo il Sentiero n° 485 fino a Casera dei Zot; poi, verso il Laghetto delle Streghe, lungo la parte senza numerazione.
Tappe del percorso: Parcheggio Loc. Pontesei - Fos del Mugòn - Pian del Mugòn - Piain d’Angà - La Kalada - Aial di Vise - Pausa di Leo - Casera di Bosconero - Rifugio Casera Bosconero - Casera di Bosconero - Casera dei Zot - Ru de Bosc Negre - Fos de Bosc Négre - Laghetto delle Streghe - Fontana Dell’eterna Giovinezza - Aiva del Roka - Pian del Mugòn - Parcheggio Loc. Pontesei
L'ITINERARIO IN BREVE
Dal Parcheggio in Loc. Pontesei (825 mt.) in Val di Zoldo, si attraversa la SP251 per imboccare il sentiero posto sul lato opposto (indicazioni), che sale in direzione del Rifugio Bosconero e Casera del Mugòn. Il sentiero inizia subito a impennarsi e, tra piccole roccette e radici, prende subito un po’ di quota. Ad un primo bivio ci si tiene sulla sinistra (Sentiero n° 490) e si rimonta ulteriore dislivello prima lungo un tratto più “pulito” e poi di nuovo tra massi e radici. Un breve tratto in piano ricoperto da fogliame anticipa l’arrivo in Loc. Fos del Mugòn e, pochi metri dopo, a Pian del Mugòn (1024 mt., 45’) dove si insiste sempre dritto, ignorando la deviazione sulla sinistra per Casera del Mugòn. Arrivati ad incrociare una poderale, la si attraversa per proseguire sul lato opposto la salita (indicazioni Rif. C.ra di Bosconero accanto ad un ometto di pietra). La salita, ora più morbida, anticipa l’attraversamento di un suggestivo tratto di bosco in piano e sempre ricoperto da foglie secche nel quale si tira un po’ il fiato. Giunti anche a Piain d’Angà, sempre senza sforzo, si prosegue fino a superare un piccolo ponticello di legno su di un piccolo torrente asciutto, seguito da un facile guado di un rigagnolo; poi, al di là di questo, la salita riprende dura nel bosco. Si supera un grosso masso al centro del sentiero e si svolta a destra, percorrendo un tratto a mezza costa dove la traccia si restringe e l’esposizione si acuisce un po’. Al termine di questo tratto si è in Loc. La Kalada, dove la via spiana e il bosco si dirada. Infatti, bisogna ora attraversare un grande canalone detritico e franato ma stabile. Senza sforzi particolari e con un primo scorcio panoramico verso la Rocchetta Alta, le cime del Pramper, la Moiazza e il Civetta sulla destra, giunti di nuovo ai margini del bosco in Loc. Aial de Vise, si ricomincia a salire con decisione tra le radici delle conifere, fino a toccare un pulpito (poco) panoramico in Loc. Pausa di Leo (1h 45’) dove, come dice anche la scritta riportata sul cartello qui presente, si può un’altra volta tirare in fiato prima dell’ultima parte, altrettanto ripida e faticosa. Da questo punto ci si abbassa in vista dell’attraversamento di un’ulteriore parte franata nella quale però la vegetazione ha ricoperto ghiaia e rocce. Si riprende quindi a salire verso destra con un altro magnifico panorama verso i monti sopra menzionati. Scavalcate qualche roccette e oltrepassato un piccolo ponte di legno, sempre su sentiero un po’ scabroso e bagnato, verso il quale occorre prestare un po’ di attenzione a non inciampare nelle numerose radici delle piante presenti, inizia l’ultima parte nel bosco, ripida e che termina in Loc. Casera di Bosconero (1455 mt., 2h 10’), dove è anche il bivio col Sentiero n° 485 che si stacca sulla destra. Proseguendo dapprima a sinistra, la selva gradatamente lascia il posto a un’ampia radura; fronteggiando il magnifico panorama sugli Sfornioi, dopo un breve saliscendi, ecco il Rifugio Casera Bosconero (1457 mt. 2h 15’), ubicato in posizione tranquilla e panoramica al centro della suddetta radura. Per il ritorno, tornati al bivio di Casera di Bosconero accennato in precedenza, si proseguirà dritto (Sentiero n° 485). Dopo un lungo traverso a mezzacosta che alterna tratti boschivi ad altri più aperti (e un po’ esposti), si cambia decisamente marcia dopo una secca curva destrorsa; qui, il sentiero prende a scendere quasi in picchiata per il bosco, percorrendo la dorsale che verso nord-ovest si abbassa dalla Rocchetta Bassa. Si procede in questo modo fino a giungere al bivio antistante Casera dei Zot (1137 mt., 3h), dove si tralascia il proseguimento del Sentiero n° 485 che scende fino al parcheggio di Pontesei per prendere la deviazione sulla destra (indicazioni per Laghetto delle Streghe). Una volta passati a fianco Casera dei Zot, tra un nutrito gruppo di felci, la traccia si restringe e si abbassa fino al semplice guado sul Ru de Bosc Negre, che avviene appoggiando i piedi su comode pietre. Sulla destra, non è difficile portarsi dapprima alla base di una grande cascata formata dal torrente stesso. Una volta sull’altra sponda si prosegue seguendo sempre l’esile traccia che dalla Casera di Zot non ha più numerazione e che ora si fa largo tra pietre, grossi massi e una lussureggiante vegetazione. Quasi senza più perdere quota, ci si trova più avanti in Loc. Fos de Bosc Négre; da qui, una deviazione di qualche passo sulla destra porta lungo le rive dello stranissimo e incantevole Laghetto delle Streghe (1085 mt., 3h 10’). Dal lago, tornati sul sentiero, si procede ancora verso ovest serpeggiando per boschi e valloni franosi, tra erba, pietraie e altri tratti a mezzacosta, fino a giungere a un secco tornante sulla sinistra dove si trova anche la Fontana Dell’eterna Giovinezza (3h 20’) la cui targa, infissa su un grosso masso, è posta poco sopra al rigagnolo d’acqua qui presente e che si guada semplicemente passandoci in mezzo. Avanti ancora qualche metro si arriva in una specie di radura in Loc. Aiva del Roka e da qui, avanti ancora qualche metro, ci si ricollega con la via di salita principale percorsa all’andata (3h 25’, Sentiero n° 490) da cui facilmente si ritorna verso Pontesei (3h 55’).
UN’AVVENTURA SELVAGGIA NEL BOSCONERO DOVE LA NATURA REGNA ANCORA SOVRANA - (DEL 22/06/2026)
Il Lago di Pontesei - Nella stupenda Val di Zoldo, fuori dalle rotte più battute
Questa volta la discesa da Borca di Cadore per la Valle del Boite e la traversata fino alla Val di Zoldo per il Passo Cibiana non ha visto intoppi vari e nemmeno l’incontro a bordo strada con bizzarri personaggi, come invece nella giornata in cui mi sono spinto ai Rifugi Talamini e Venezia da Zoppè di Cadore.
Pur essendo ampiamente antropizzata e attraversata dalla SP251, la Val di Zoldo non si presenta certo turistica quanto altre che le stanno poco distanti in linea d’aria e che, d’estate come d’inverno, vedono ormai un assalto turistico che in alcune zone inizia a destare serie preoccupazioni. Da Fornesighe al parcheggio posto poco sopra al bacino artificiale di Pontesei non incontro una sola macchina. Oibò!
Anche questo enorme spiazzo, accanto al quale vi è una specie di grande deposito di legname, è deserto. Sapevo che la Val di Zoldo fosse un po’ fuori rotta rispetto alle più famose cime dolomitiche; sapevo fosse più selvaggia e selettiva, con gruppi montuosi dai versanti più impervi e ostici; sapevo, pertanto, che per questo tale valle è in genere snobbata dalle classiche famiglie in pantofole che dopo massimo cinque minuti devono essere arrivate a destinazione per i loro selfie e spuntini in quota. Però, sinceramente, all’inizio dell’estate e in una stupenda giornata di sole, non mi sarei certo aspettato di non trovare anima viva.
Infilato lo zaino sulle spalle, cerco da questo posto di intravedere il sottostante lago che purtroppo appare solo per mezza punta, circondato com’è da una giungla almeno con gli occhi impenetrabile. Gli alberi e la vegetazione d’alto fusto lungo le sue rive mi fanno cenno di no col ditino. Per cercare un po’ di conforto rivolgo il mio sguardo al tavolino da picnic accanto alla mia auto il quale, con un’alzata di spalle, sembra dirmi “Non guardare me, io non c’entro niente!”.
Il Lago di Pontesei è un bacino artificiale ubicato all’inizio della Val di Zoldo, lungo il corso del Torrente Maè, nato dallo sbarramento dello stesso mediante una diga realizzata tra il 1955 e il 1957. La diga ad arco, alta ben 90 metri e costruita in calcestruzzo, venne progettata dall’ingegnere Carlo Semenza (assieme a Egidio Indri e Uberto Capra) e poi eretta dalla S.A.D.E. (Società Adriatica di Elettricità) negli anni sopraccitati.
Il dramma della non distante diga del Vajont è noto a tutti. Meno, quello che si è verificato in questa solamente pochi anni prima e strettamente collegato col Vajont.
Il 22 marzo 1959, durante le prove d’invaso antecedenti il collaudo, col livello del bacino tenuto 13 metri sotto la portata massima, i tecnici della S.A.D.E. iniziarono a notare stranissime chiazze d’acqua giallastra nel lago, cui seguirono cupi brontolii provenienti dal sottosuolo, all’interno delle montagne soprastanti.
Lentamente gli operai iniziarono l’operazione inversa ma, durante i lavori di svuotamento, in meno di un minuto, una massa di terra, fango e roccia di circa 3 milioni di metri cubi si staccò dai pendii circostanti, precipitando nel lago. Lo spostamento di materiale generò un’onda d’acqua alta circa 20 metri che ovviamente andò a travolgere e spazzare la vecchia strada che correva a ovest dell’invaso, causando la morte dell’operaio Arcangelo Tiziani, in quel momento di guardia nei pressi della diga. Solo per puro caso in quegli attimi su quella sponda non vi era nessun altro. I paesi a monte (Zoldo Alto, Forno di Zoldo e Zoppè di Cadore), logicamente, restarono isolati per molto tempo, mentre il corpo di Arcangelo Tiziani non venne mai più ritrovato.
Questo incidente precorse di qualche anno la ben più immane tragedia occorsa alla diga del Vajont il 9 ottobre 1963 la quale, coincidenza, fu realizzata dalla setta società (S.A.D.E.) e dallo stesso progettista di quella di Pontesei. La dinamica del fenomeno fu la stessa (un grande smottamento dal Monte Toc durante la fase di riempimento): eppure, gli addetti ai lavori, memori di quanto avvenuto a Pontesei, avrebbero ben dovuto conoscere i pericoli di quest’operazione che interessava terreni e versanti geologicamente instabili. Ignorando la cosa, quattro anni dopo la catastrofe venne servita...
La diga, tutt’oggi, è ancora là in basso, così come questo bacino che magari un’altra volta, da qualche altra migliore posizione potrò intravedere meglio (solo la morfologia del territorio è cambiata con la SP251 che ora passa sul fianco est del lago).
Per il momento è meglio se mi concentri sul viaggio che sto per intraprendere che si preannuncia ancora una volta bello carico di emozioni positive!
Bellissimi tageti giallo-arancio (Tagetes L., 1753)Accolto da tageti, messo in guardia dalle galline e imbonito da una faccia sorridente ammicchevole
Non essendo molta la distanza che mi separa dal Rifugio Bosconero che mi piacerebbe visitare, provo ad alzare lo sguardo per tentare di scorgerlo; oltretutto, la quota piuttosto bassa a cui si trova, non dovrebbe porre problemi nella sua individuazione.
Quando alzo gli occhi al di sopra del sentiero che parte sul lato opposto della strada e di questo parcheggio mi trovo alquanto spiazzato. Un’immensa boscaglia si dirama in ogni direzione, a perdita d’occhio: molto più in alto, svettano contro un cielo carichissimo di azzurro solo la punta del Sasso di Bosconero e della Rocchetta Alta, torrione roccioso che gli sta accanto. Anche intuire solo vagamente la direzione in cui andrò a muovermi è un’impresa. La mia cartina è più chiara al riguardo ma un conto è vedere una linea su di un pezzo di carta, un’altra toccare con mano la realtà.
All’inizio del sentiero e ai piedi di un fittissimo bosco prevalentemente di conifere vi sono alcune indicazioni ma è chiaro che la pista che da qui si stacca dall’asfalto è unica.
Appeso a un altro pannello più grande riportante le sagome dei monti sopra menzionati unitamente al nome del rifugio, un’insegna più piccola e ciondolante indica la struttura essere aperta. Lo spettacolo più bello lo trovo però ai piedi di questi cartelli, dove una bella aiuola fiorita con molti tageti gialli e arancioni (Tagetes L., 1753) mi mette subito di buon umore (anche se lo sono sempre!) che si manifesta con un grande sorriso e un’inspirazione profonda: i profumi della montagna sono già tutti sotto le mie narici.
La traccia parte adagio con una tranquilla rampa che si alza un pochino in direzione sud-est. Tra le ombre filtrano ancora i caldi raggi del sole che donano un tocco di fascino e anche di mistero a questi selvaggi versanti del Bosconero (che ho sempre saputo essere impervi e disabitati).
Dopo qualche metro, sobbalzo nel vedere infisso su di un tronco un curioso cartello. Beh, è vero che questa volta non mi erano più capitati incontri bizzarri lungo la Val di Zoldo ma ora credo proprio che rimediamo!
Tale piccolo manifesto, mai visto in 30 anni di peregrinazioni sui monti, riporta di fare attenzione nei pressi del rifugio. Io penso subito a qualche ostacolo sul terreno o a qualche passaggio un po’ ostico; oppure, ancora, a qualche lavoro di taglio alberi in questo periodo. Per ultimo mi sovviene di pensare a lupi e orsi che spero invece lontani da qui...
No! L’attenzione da riporre è nei confronti delle galline che attorno alla struttura girano libere! L’avviso è più rivolto ai proprietari di cani che, come indicato, vanno tenuti al guinzaglio. Però, avviso curioso davvero!
Sovrappensiero, con la mente che si immagina subito di giungere presso un ricovero dove i pennuti svolazzano da tutte le parti, non mi accorgo del sentiero il quale, dopo una curva sulla sinistra, si fa scabrosissimo e accidentato e, non contento, inizia a tirare peggio che una bestia. Un passo dopo l’altro, molto lentamente, procedo, ma è chiaro che, pur non volendo, dopo pochi metri sia già bello zuppo!
A un bivio posto poco più in alto, tocca prendere una decisione. Andare a destra o sinistra? I sentieri che portano alla meta sono infatti due e uno vale l’altro. Io decido di tirare dritto lungo il n° 490, pista che, come indicato, volendo porta anche a una certa Casera del Mugòn.
Un breve tratto di fine pietrisco sgombro da radici e piccoli ostacoli, sempre in decisa salita, è solo la calma prima di una (piccola per fortuna) bufera.
Una curiosa faccia sorridente disegnata su di un tronco marcio ammicca alla direzione corretta da imboccare sulla sinistra, ignorando la traccia per capre che a destra si va poi a raccordare con l’altro tracciato di salita (n° 485).
“Fidati, tranquillo, vai su per di qua, ascolta me”, sembra sussurrarmi questo curioso volto, “sarà una tranquilla passeggiata”.
Io, che di strani personaggi disegnati col pennarello su tronchi d’albero ho imparato a diffidare, questa volta voglio provare a dargli fiducia (anche perché non vi sono altre strade!). Quasi subito, però, capisco il raggiro. Il sentiero continua a non sentirci e a menare per bene, dicendomi di non dare ascolto al primo spirito di guardia al bosco disegnato su un albero.
Al termine di un altro tratto scabroso, qualche metro in piano su di un letto di foglie secche mi fanno tirare il fiato (e strizzare la maglietta). Ma che meraviglia!
Isolato in mezzo al bosco, chissà in quale posizione particolare, ascolto la natura, la vivo e la faccio entrare nei miei polmoni. Nessun segno di civiltà, nessun essere umano. Se non sapessi di trovarmi sulle Dolomiti potrei tranquillamente pensare di essere nel bel mezzo di una giungla talmente è tanta la varietà di flora che incontro, dove conifere si mischiano ora a latifoglie e con le felci a marcare ai lati della via il mio cammino.
In un luogo un po’ ombroso, capisco anche che questo tipo di escursione potrebbe non essere per tutti, specialmente per chi soffre l’isolamento e l’allontanamento eccessivo dalla propria zona di comfort.
In mezzo a questa specie di piana, un cartello mi indica di trovarmi a Fos del Mugòn e un altro, nei pressi, a Pian del Mugòn dove sulla sinistra si stacca la deviazione verso la Casera del Mugòn, che ora ignoro. Seguendo il respiro del bosco e avviluppato dalle piante, procedo innanzi, accorgendomi solo ora che, con tutta questa foresta, pensare di trovare qualche scorcio di panorama è pura utopia.
La partenza da Pontesei
Lungo la ripida e contorta parte iniziale del bosco
Il bivio coi sentieri 490 (sx) e 485 (dx)
Meglio non fidarsi di chi sorride furbescamente in questo modo...
Nel cuore della selva, ancora nelle fasi iniziali di questo itinerarioPer boschi assai ombrosi, tra piccole frane, su e giù dal pendio - “Ades tiran al fià”
Fortunatamente, per i prossimi metri non dovrò più sudare le classiche sette camicie. In compenso la traccia, la vedo, si addentra maggiormente nelle profondità del bosco per il quale, ora mi sovviene, mai nome è più azzeccato: Bosconero. Il sole sparisce di colpo e il tutto vira verso l’attraente e allo stesso tempo spettrale. In questo tratto c’è di tutto: pini silvestri (Pinus sylvestris L., 1753), abeti rossi (Picea abies (L.) H.Karst., 1881), faggi (Fagus L., 1753), noccioli (Corylus avellana L., 1753), mirtilli neri (Vaccinium myrtillus L., 1753) e chi più ne ha più ne metta. Sembra che tutti si siano dati appuntamento qui!
Un poco più in alto, subitaneamente, spariscono tutti così da ritrovarmi su di una strada forestale che, stando alla mia cartina, a sinistra torna in modo più dolce a Pontesei mentre a destra... finisce nel nulla un po’ più avanti!
La cosa buffa è che rimango davvero attonito quando, fermo per un istante sul ciglio di questa intento a guardarmi attorno, mi sfila sotto il naso un auto dei carabinieri proveniente proprio da destra!
Al che, dopo i saluti, estraggo nuovamente la cartina. Niente da fare, la strada finisce e nel mezzo non vi è proprio nulla! Non una baita, un casolare o altro. No, nemmeno una gallina...
Che abbia visto un miraggio? Ma qui, sulle Dolomiti? E siamo a tre, penso, in quanto a stranezze!
La via prosegue dall’altra parte: la vedo, indicata da un ometto di pietra e il classico cartello di legno che sembra sostenere, almeno moralmente, il soprastante ometto, abbandonati al loro destino nel bel mezzo del nulla.
Quando li sento conversare, in questa posizione sperduta, mi sembrano come Buzzie e Flaps, gli avvoltoi del Libro della Giungla.
Ometto di pietra: “Ehi, cartello, cosa facciamo?”
Cartello: “Non lo so. Tu cosa vuoi fare?”
Ometto di pietra: “Trovato! Facciamo una camminata sulla zona centrale del Bosconero, c’è sempre un po’ di vita, un po’ di movimento!”
Cartello: “Ah, piantala, c’è un mortorio dappertutto!”
Ometto di pietra: “Già, perché non ti piacerebbe il mortorio, eh?”
Cartello: “Eh, va là... allora, cosa facciamo?”
Ometto di pietra: “Non lo so. Tu cosa vuoi fare?”
Cartello: “Senti io dico”: “Cosa facciamo?” tu dici: “Tu cosa vuoi fare?”. Allora io dico: “Cosa facciamo?”. Tu dici : “Tu cosa vuoi fare?”. Io dico: “Cosa facciamo?”. “Cosa facciamo, cosa vuoi fare, facciamo qualcosa!”
Ometto di pietra: “Ok. Tu cosa vuoi fare?”
Cartello: “Per la miseria ci risiamo, sempre la stessa musica”
Ometto di pietra: “Ho trovato, questa volta ho avuto un colpo di genio”
Cartello: “Colpo di genio... Allora cosa facciamo?”
Salutata la strampalata coppia e lasciatala ai loro importanti discorsi mi rituffo ben presto nel bosco che però non è più lo stesso. Ora, stranamente in piano, mi ritrovo ad attraversare un’enorme faggeta.
“Ma dove sono andate le conifere?”
Sul terreno il tipico cric-croc del fogliame mi accompagna aggiungendosi ai rumori sussurrati del bosco e al cinguettio di qualche uccello. Questo tratto insolito si prolunga per un po’, così che non mi sembra vero di mollare per un istante le sembianze da mulo.
Piàin d’Angà, reca un’insegna affissa all’ennesimo tronco.
“Sì, ma dov’è Piàin d’Angà?”
Sulla cartina queste località non sono presenti, tuttavia la traccia è unica e, senza più deviazioni, prima o poi (anzi, mi sa molto poi) dovrei raggiungere il Rifugio Bosconero, da qualche parte lassù (o a destra, a sinistra... boh!).
Le cose belle, si sa, non durano a lungo. Così, anche questo bel pianoro ha termine e il piccolissimo ponte che oltrepassa più avanti un torrente ora in secca, così come il successivo facile guado di un minuto rigagnolo, anticipano un altro tratto che si preannuncia alquanto pendente.
Così è, infatti, e il terreno riprende a incattivirsi un po’ ponendo davanti a ogni passo gli ostacoli più disparati si possano incontrare in ambienti di questo tipo: radici, sassi, pietroni, macigni più grandi, rami intraversati e le immancabili e scivolose foglie secche.
A dispetto di ciò trovo che il tutto sia estremamente affascinante e incantevole. È proprio come dovrebbe essere una salita in montagna non addomesticata e tirata a lucido. Alla fin della fiera, non vi sono mai difficoltà e il tutto si mantiene ampiamente entro livelli escursionistici. L’unica cosa è che, trovandosi appunto distanti dalla zona di comfort ed essendo l’ambiente così selvaggio, bisogna porre la giusta attenzione (come sempre del resto) a ciò che si fa e a dove si mettono i piedi. Tutto normale, dai!
Queste cose, unitamente allo sforzo nel salire, rende questi luoghi selettivi e molto meno frequentati di altri. È la loro bellezza e spero rimangano per sempre così!
Oltre il rivolo d’acqua la pista si restringe e va a mezzacosta in un bel bosco di latifoglie e un poco in esposizione. L’esile filo di terra è sostenuto da traversine di trattenuta in legno ma la camminata si mantiene sempre agevole, a parte qualche pietra o radice da scavalcare qua e là.
In Loc. La Kalada, più avanti, ricompare il sole e la vegetazione molla un po’ la presa; allo stesso tempo, di nuovo in piano, lo sforzo si azzera. Quello che mi trovo di fronte è una bella colata di detriti da attraversare, venuta giù dalla montagna chissà quanti anni fa dato che ormai arbusti vari si sono intrufolati un po’ dappertutto.
Fortunatamente, procedendo su e giù, non scivolo; il ghiaietto tiene e alla mia destra non precipita nessun burrone vertiginoso. In men che non si dica sono dall’altra parte dove finalmente posso sostare un attimo per ammirare un primo panorama verso est, con il Sasso di Bosconero e la Rocchetta Alta che si stagliano contro il sole, verso sud-ovest, con i torrioni rocciosi del gruppo del Pramper (Spiz Belvedere, Spiz Mary, Spiz di Mezzodì Nord, Spiz di Mezzo, Spiz di Mezzodì Sud) e, infine, in direzione nord-ovest dove si apre una splendida visuale verso le ultime propaggini del Tamer (San Sebastiano Nord), la Moiazza (Sas del Duran, Cresta delle Masenade, Cima di Nali, Cima delle Sasse e Cima della Moiazzetta) e il Civetta. Ero sicuro che prima o poi, pur in questa giungla, avessi visto qualcosa! In basso scorre tutta la Val di Zoldo lungo la quale, dalla mia posizione, scorgo solo le piccole frazioni di Pralogno e Colcerver.
Dopo vari minuti di sosta, riprendo la marcia; passando accanto a bellissimi rododendri ferruginosi (Rhododendron ferrugineum L., 1753), la cui parte posteriore delle foglie è di colore lievemente rosso-ruggine, arrivo a mettere piede ad Aial di Vise, un piccolo spiazzo quasi rotondo che rappresenta un’altra piccola quiete prima dell’uragano.
La via, infatti, si incattivisce subito salendo di brutto tra sassi, piccole pietre e soprattutto radici. La maglietta, già tutt’altro che asciutta, torna a colare. Ma va benissimo così, mi cambierò al rifugio.
L’ennesima scollinata mi conduce in un punto ombroso alquanto strano nel quale, su di un tronco, è affisso un curiosissimo cartello indicante la... Pausa di Leo. Che strana località!
Al di sotto, un’altra scritta, molto più chiara, indica che forse quasi tutti gli sforzi stanno per giungere al termine; o forse, che di punti ripidi non ne rimangono poi molti. Il tutto è riassunto da una frase eloquente: “ades tiran al fià”, che non ha bisogno di traduzioni...
Ebbene, come non ascoltare questo prezioso consiglio?
Le cime del gruppo del Pramper
Un breve tratto in falsopiano a Piain d'Angà
Un bel ponticello
Il tratto a mezzacosta leggermente in esposizione
L'attraversamento di una vecchia frana
Un primo magnifico panorama verso il Civetta (dx) e la Moiazza (sx)La “Sorgente Pietrificante” - “Attenzione alle galline!”
Non appena mi affaccio a una curva sulla sinistra e vedo la pista rituffarsi in basso che nemmeno sulle montagne russe, capisco che al rifugio (qualcosa me lo dice) forse manca ancora un pochino.
Un altro bel vallone franato, piuttosto roccioso, non mi dà alcun grattacapo e, anzi, è l’occasione per sostare nuovamente al centro delle stesso e spingere l’occhio ancora all’orizzonte, verso quella meraviglia di monti che ora posso scorgere maggiormente e con meno ostacoli a frapporsi.
Sì, il Civetta e il Tamer, nonché tutta la Val di Zoldo, sono un vero capolavoro: zone da vivere, frequentare e in cui perdersi per far viaggiare i sensi e l’anima, fuori dal caos delle città o di altre zone superaffollate in alta stagione. Ai miei piedi, incredibilmente, si estende una boscaglia enorme, un’accozzaglia di specie vegetali dalle forme e dai colori più disparati che hanno col tempo colonizzato anche le rocce e gli anfratti più angusti.
Attraversata la vecchia frana, sento un lieve tac-tac-tac alle mie spalle. Mi volto per vedere un bel rivolo d’acqua sorgivo scorrere sulle rocce, tra erba, arbusti e i primi pini mughi (Pinus mugo Turra, 1764). Un metro dopo sono su di un altro bel ponticello di legno, cinque tronchi legati insieme e un piccolo parapetto sui cui pali alle estremità sono state scolpite due piccole sculture di legno.
Il ponte supera uno dei tanti rigagnoli senza nome che scendono dalle rocce del Bosconero il quale non lo noterei nemmeno se non fosse per una grande cascata verde di cui è composto.
“Prego? Una cascata verde?”
Questa è la classica “sorgente pietrificante”, uno spettacolo unico della natura dove l’acqua, scorrendo su zoccoli calcarei, forma quei fenomeni di travertinizzazione, ossia di formazione di travertini (o tufi calcarei), una roccia porosa che si genera dalla precipitazione del calcare.
I muschi soffici che avvolgono completamente le rocce nel letto del torrente formano cuscinetti che rallentano lo scorrere dell’acqua, trattenendola e creando il microclima ideale per la precipitazione dei sali minerali. Questo tipo di habitat si sviluppa esclusivamente in presenza di acque fredde, ben ossigenate e incontaminate, ambiente che non a caso si trova lontano dalle attività umane e all’interno del Bosconero, zona molto selvaggia e intatta.
L’aspetto finale che assume un torrente di questo genere è, appunto, quello di una cascata verde.
Lasciando un po’ a malincuore questo luogo incantato, rifletto sul fatto che simili habitat, importantissimi per il pianeta e per la biodiversità, guarda caso sempre a causa nostra, stiano lentamente sparendo.
Il sentiero torna bello in piedi e mi costringe quasi a scalare qualche radice troppo cresciuta che forma grandi gradoni sul terreno. Non appena alzo gli occhi, ecco che un altro bel cartello giallo indicante di porre la massima attenzione alle galline in libertà mi mette ancora di più di buon umore, oltre che un bel sorriso dipinto di stupore e curiosità nel vedere queste galline, che qui devono essere patrimonio della valle e animali sacri!
Al termine di un ultimo strappo, questa volta per davvero, giungo finalmente ad un bivio sommitale in Loc. Casera di Bosconero. Le fatiche forse sono finite e il rifugio non deve essere distante. In compenso, per ora, di galline nemmeno l’ombra.
Lasciandomi sulla destra la via di rientro (se fattibile), procedo a sinistra e, dopo ancora qualche metro di lieve su e giù, eccomi al margine di un’ampia radura incantata, al centro della quale sorgono una piccola baita del rifugio e lo stesso Rifugio Bosconero. Nello spiazzo antistante, vari tavolini con ombrelloni sono dislocati praticamente lungo un balcone naturale panoramico che lascia senza fiato.
Insomma, pare che la reticenza del luogo a mostrare a pizzichi e bocconi il panorama lungo il sentiero qui sia sparita di colpo e lo scenario che si apre di fronte a me ha dell’incredibile. Ho già accennato ai principali massicci montuosi in direzione ovest-nord-ovest. Da qui, però, ciò che era precluso dal basso si rivela come per magia. Questa conca naturale è in realtà cinta da muraglioni rocciosi che spiovono sul rifugio e che, da nord a sud, proteggono e nascondono questo angolo di paradiso: Castelàz, Castelin, I Uselòin, Col dei Lares, Spiz de San Pietro e Cime De La Pala Anziana solo per citare i primi che mi fronteggiano e che fungono da antipasto.
Poi, più in direzione nord-est, inizia il bello. E allora a farla da padrone sono vere e proprie torri verticali, massicci di roccia imponenti che oscurano il sole, gli Sfornioi. Questi si dividono in Sfornioi Nord, Sfornioi di Mezzo e Sfornioi Sud.
Alla mia destra la Forcella del Matt (che, come quelle qui vicino, da salire costituiscono una bella roulette russa) separa questi ultimi da altre cime quali il Sasso di Bosconero, il Sasso di Toanella, la Rocchetta Alta a cui si accodano verso sud elevazioni minori ma non meno belle come la Cima di Busa, la Cima Alta de la Nisa, la Cima del Vant de la Serra, la Cima de la Serra e il Col Colon.
Signore e signori et voilà, il ricco piatto composto dal gruppo Sfornioi-Bosconero è servito!
Sorvolando sulla bellezza del Rifugio Casera Bosconero e dell’ospitalità-cordialità che ho ricevuto nel gustarmi una buonissima fetta di torta (una volta tanto ho lasciato nello zaino la merendina marmellatosa), la vera attrazione di questa radura sono... indovinate un po?
Esatto, proprio loro, le galline che nel frattempo sono comparse e, come immaginato, girano un po’ in lungo e in largo, prediligendo luoghi appartati quali gli spazi sotto i tavoli e in particolare fra le gambe degli escursionisti intenti a divorare il loro pranzetto panoramico.
Sorvolo anche sul fatto che la cosa sia bellissima e alquanto originale (non preoccupatevi, non verranno a mangiare con voi ai tavoli); in questo luogo nascosto, appartato e panoramico si respira davvero quello spirito genuino della montagna e quella libertà che solo a valle è puramente illusoria.
Il Rifugio Casera Bosconero non è sempre stato una struttura adibita all’accoglienza dei viandanti. Il nome casera, infatti, richiama la sua vera natura, ossia un ricovero per il bestiame che serviva anche alla lavorazione del latte e alla preparazione del formaggio.
Col progressivo abbandono dei pascoli, fenomeno purtroppo in pieno sviluppo anche oggi, la struttura nel 1963 del secolo scorso, grazie all’intervento del CAI di Venezia e alla Fondazione Berti, venne riadattata dapprima al ricovero di escursionisti e alpinisti impegnati in difficili ascensioni lungo le vette sopra descritte o in più tranquille escursioni.
Successivamente, quando l’edificio passò alla Sezione Val Zoldana del CAI (a cavallo tra il 1982 e il 1985), venne ampliato e ristrutturato, migliorando un po’ il comfort al suo interno con l’installazione di posti letto e un servizio di ristorazione.
Oggi il Rifugio Casera Bosconero è anche un importante punto d’appoggio lungo la famosa Alta Via n. 3 delle Dolomiti e lungo il percorso dell’Anello Zoldano.
I rifornimenti non avvengono come altrove per mezzo di elicotteri, mulattiere o teleferiche, ma esclusivamente a piedi (!).
Dal 2006 la struttura ospita anche progetti di ricerca dell’Università di Padova, coadiuvati Sezione Val Zoldana del CAI, volti alla produzione ecosostenibile di bioenergia tramite fitodepurazione e digestione anaerobica.
La Val di Zoldo con la Moiazza (sx) e il Civetta (dx)
Alla Pausa di Leo, "ades tiran al fià"
La parte di sentiero poco sotto al Rifugio Casera Bosconero
Il ponte sul torrente muschiato
Il torrente muschiato (Sorgente Pietrificante)
Una piccola dépendance accanto al rifugio“Che faccio Ruoppolo? Scendo in picchiata?” - “Ma che picchiata Pirovano! Che, sei picchiato in testa?”
Come avrete di certo intuito questo è un rifugio nel vero senso della parola e che svolge effettivamente la funzione per cui questa tipologia di ricoveri è nata: offrire riparo e un po’ di accoglienza ai viandanti impegnati in ascensioni, traversate o colti dal maltempo; senza troppo fronzoli.
Qui si respira l’aria della montagna di un tempo, quella che è dentro in me fin da bambino e che ancora oggi porto nel cuore e ricerco sempre: il luogo tipico, isolato, immerso nella natura e lontano da tutte le diavolerie tecnologiche inutili con cui l’uomo, circondandosi e rendendosi da esse schiavo, sta andando verso l’oblio. Altro che rifugi pseudo-piramidali a 5 stelle con wi-fi, piscine panoramiche girevoli, poltrone riscaldate e raggiungibili con vari mezzi elettrici, esoscheletri compresi! Alla Casera Bosconero devono essere le gambe ad andare!.
Ecco perché da questa terrazza panoramica, più che altrove, non vorrei mai andare via... Anzi, desidererei venirci ad abitare! Qui mi sento a casa.
Mamma mia, di colpo sono tornato bambino, quando tra gli anni ‘80 e fino agli inizi del 2000 la montagna era esattamente così. Si camminava adagio, ci si rigenerava a contatto con la natura e, dopo un po’ di fatiche, si trovava un ricovero basilare e talvolta spartano in cui veniva offerto un po’ di riposo e qualche piatto caldo. E, soprattutto, ci si parlava!
Praticamente nessuno correva sui monti alla ricerca della prestazione o del record, nessuno sentiva il bisogno di farsi vedere pubblicamente in rete dopo aver compiuto la propria impresa personale, nessuno teneva gli occhi appiccicati a uno schermo, nessuno sfrecciava con questo o quel mezzo elettrico o a motore per i sentieri. Per non parlare di impianti vari sorti in ogni dove e che hanno deturpato ambienti unici all’insegna del profitto.
Prima di avviarmi verso valle accenno proprio a questo a un paio di coppie nel frattempo sopraggiunte che da qui (beate loro) riescono a condividere anche momenti romantici (ma quel cellulare sul tavolo proprio non lo posso vedere...).
Fortunatamente le mie amiche pennute sono ben ancorate alla vera realtà e, indisturbate, pensano ai fatti loro, senza il bisogno di tuffarsi in finti mondi virtuali. Alla sera, mi viene detto al rifugio, vengono radunate in una specie di pollaio, non si sa mai...
Salutata tutta la corona rocciosa circostante, i proprietari di questo rifugio e in generale questo angolo di paradiso non ancora intaccato dalle mani distruttrici umane, mi avvio nuovamente verso il bivio poco distante dal rifugio e per il quale sono passato prima. In Loc. Casera di Bosconero tiro dritto imboccando il Sentiero n° 485 che al principio taglia a mezzacosta il versante nord della Rocchetta Bassa, da qualche parte sopra la mia testa e sulla sinistra.
La traccia, solo per qualche metro leggermente esposta, si rituffa ben presto in un’abetaia che non tarda a lasciare il posto a una sterminata e ombrosissima faggeta. A questo punto, con solo qualche macchia di luce a penetrare questa fittissima giungla, il sentiero, non più cullato dal tepore del nostro astro luminoso, pensa bene di entrare in “modalità rabbia” e di colpo prende a scendere come se lui avesse una fretta bestiale di uscire da questo luogo un po’ lugubre (ma invero stupendo).
La simpatica battuta del film I Pompieri 2 di cui il titoletto mi sovviene alla mente mentre sto proprio per accingermi a calarmi lungo il più impervio dei versanti boscosi montani. Da solo, ripensando al film, mi metto a ridere come non mai.
Quella che ho di fronte, dunque, non è una semplice discesa ma un vero e proprio slalom speciale tra i faggi con una pendenza che nemmeno i più esperti camosci si sognerebbero di affrontare. Prima di avanzare mi soffermo più volte per intuire i passaggi meno faticosi e per cercare di scorgere verso il basso la fine di questa serpentina.
L’avventura sarà di certo assicurata ma al contempo avrei dovuto assicurare anche le mie povere ginocchia che, al vedere la scena, pensano bene di rivolgersi al mio cuore tentando di convincerlo che, tutto sommato, un po’ di vertigini si possono anche sopportare nel provare il parapendio!
La pista spaccagambe si allarga o si restringe a seconda che attraversi zone ombrose o a cielo aperto. Lungo queste ultime, meno verticali e più panoramiche, le ossa respirano un po’, prima di tornare a scricchiolare in un nuovo tratto pendente.
La varietà di ambienti, in ogni caso, è garantita e, a ogni passo, i mutevoli scenari non possono che impressionare positivamente.
Nel frattempo sento provenire dal basso qualche leggero mugugno; è una coppia impegnata a risalire questo versante e diretta al rifugio che probabilmente lo raggiungerà solo dopo aver cambiato i polmoni a metà strada. Di certo questo versante è molto più ripido di quello percorso da me stamani; inoltre, molto raramente vi sono spianate per tirare il fiato come il buon Leo insegna.
Più a valle la traccia si allarga e, sempre al riparo da sguardi indiscreti, in mezzo a un’enorme faggeta, mi conduce ancora un po’ in discesa fino a un grosso tronco che ha più cartelli di quelli posti a Times Square. In particolare, uno di questi mi colpisce: “Laghetto delle Streghe”.
Confrontato subito il luogo con la mia mappa, decido di abbandonare il buon tracciato n° 485 per prendere una specie di traccia per capre sulla destra che si rivelerà una scelta quanto mai azzeccata. Una manciata di metri più avanti, ecco anche la Casera dei Zot, una vecchia baita in legno e pietra ora chiusa che i rifugisti mi avevano indicato per compiere un rientro alternativo.
La vista pazzesca che si gode dalla radura in cui si trova il Rifugio Casera Bosconero
Lo Spiz de San Piero (sx) e le Cime De La Pala Anziana (dx), viste dal rifugio
I primi metri del Sentiero n° 485, poco oltre il rifugio
La pendenza nella faggeta si accentua parecchio
Panorama sulla Val di Zoldo col Castelaz (dx) e la più lontana Moiazza
La Casera dei ZotLaghi verdi, trote, streghe, fontane ringiovanenti, spiagge e pallide radure - Il Paese delle Meraviglie?
Beh, leggendo il titoletto di certo salta fuori un bel minestrone stravagante! Ma procediamo con la discesa sempre ordinatamente...
Perennemente in mezzo a un nulla così affascinante, su di una specie di collinetta assolata e circondato d una miriade di felci, butto l’occhio sull’altro lato del versante dove una bella rampa mi conduce verso il basso e quella valletta franata attraversata all’andata più in alto.
Sulla riva del Ru de Bosc Negre resto stupefatto da questo alveo modellano da smottamenti vari e da questo torrente, qui un po’ più largo ma agevolmente guadabile il quale, qualche metro alla mia destra forma una bellissima cascata che non tardo a raggiungere, zompettando di masso in masso da fare invidia alle rane.
In questa ennesima conca naturale e celata al mondo, seduto su un bel masso ai piedi del salto d’acqua, mi godo il pieno sole, il fresco di questi spruzzi e riempio i polmoni di aria buona. In giro non vedo più nessuno; in totale, finora, ho incontrato ben 6 persone (e tali rimarranno).
Quando mi alzo per ripartire, cerco la prosecuzione del sentiero lungo l’altra sponda del rio senza trovarla. Di fronte a me, solo un’altra giungla estremamente fitta che anche un indios della foresta amazzonica avrebbe timore a entrarvi.
Tornato al guado iniziale, dopo aver aguzzato un po’ la vista e aver individuato le sette piccole differenze tra questa e l’altra riva, alfine trovo la mia traccia che non tira dritto per dritto come supponevo ma piega verso nord-ovest, costeggiando per qualche metro l’alveo.
La sensazione che provo una volta traversato è spiazzante. Circondato come sono da ogni possibile vegetale, mi sembra di essere in un mondo alternativo dove spiaggia, bosco, pianura e alta montagna si fondono in un bel guazzabuglio. Cammino, infatti, su fine pietrisco alternato da sabbia che sembra un’area giochi o benessere dove le varie specie di giovani piante possono crescere forti e robuste. Tipo un’area bimbi ma vegetale, in pratica!
Vi sono piccolissimi larici (Larix Mill., 1754), pini silvestri, abeti rossi, salici montani (Salix caprea L., 1753), brughi (Calluna vulgaris (L.) Hull, 1808) e varie graminacee. Accidenti che posto!
Qualche passo più avanti, sempre in questa specie di pianura-radura, un cartello mi avvisa di essere giunto in Loc. Fos de Bosc Négre e di andare a curiosare a destra per scoprire un luogo se possibile ancora più recondito. All’interno di un piccolo cerchio naturale mi trovo di fronte il laghetto alpino più strano e assurdo che abbia mai visto, dal colore verde intenso, quasi fosforescente!
“Che qualcuno l’abbia colorato o, peggio, vi abbia scaricato dentro qualcosa di nocivo?”
Per fortuna no, la purezza di questo luogo è unica e il colore delle acque assolutamente naturale.
Il Laghetto delle Streghe, piccolo bacino naturale incastonato nel massiccio del Bosconero, è alimentato da sorgenti sotterranee e risorgive, assolutamente gelide nonostante la bassa quota e in continuo ricambio; proprio per questo e per il fatto che le acque sono quasi sempre assolutamente immote, la vegetazione sommersa (rami, tronchi, piccole piantine) riescono a mantenersi e conservarsi così bene.
La colorazione verde smeraldo delle sue acque che gli fa assumere un aspetto magico è dovuta a una varia combinazione di fattori naturali e fisici. Innanzitutto l’acqua, talmente limpida, consente ai raggi solari di penetrarla in profondità e di raggiungere il fitto tappeto di muschi idrofili adagiati sul fondale così come le microalghe che rivestono pietre e tronchi un po’ dappertutto, donandogli vita propria e questa strana colorazione.
Al Laghetto delle Streghe è legata una leggenda della Val di Zoldo in cui si racconta che le acque color smeraldo e i loro riflessi irreali fossero il luogo di ritrovo o il bagno serale delle streghe della montagna (o anguane, spiriti acquatici della natura alpina), richiamate dalla natura nascosta e quasi incantata di questo angolo di bosco.
Non contento, scosto qualche ramo e guado un piccolo immissario (trasparente ma non verde!) per portarmi sulla spiaggia che vedo dalla parte opposta del lago, quantomeno per capire anche la forma di questo bizzarro specchio d’acqua. Come sospettavo, questa non rispetta i soliti canoni dei più tipici laghi alpini ma osserva leggi proprie. Infatti, se potessi sorvolare questa radura, probabilmente scorgerei una specie di mezzaluna allungata, senza contare la parte sommersa nel bosco che dalla mia posizione non è individuabile.
“Nemmeno una foresta di mangrovie!”
La meraviglia però non finisce qua, in quanto il lago è pieno di pesci, e anche belli grossi! Probabilmente sono trote da quello che riesco a scorgere.
Tutto questo incanto mi tiene a bocca aperta per non so quanto tempo e, quando mi avvio di nuovo lungo il sentiero, sono ancora incredulo. La speranza è che questi ambienti rimangano tali e che chi, come me, transiterà di qui non lascerà tracce del proprio passaggio.
Un ultimo sguardo anche alle vette del Bosconero, l’ultimo panorama di cui godrò oggi, e sono di nuovo nel fitto del bosco; stando alla mia fida cartina presto mi ricongiungerò col percorso fatto all’andata, sempre che la traccia non svanisca nel nulla (ma non credo).
Dopo un altro pò di lieve saliscendi giungo anche a un altro guado dove, altra bizzarria odierna, vi trovo infissa su un masso la targhetta riportante la Fontana Dell’eterna Giovinezza, con un tubo sottostante conficcato nel suolo e diretto forse verso valle o la soprastante Casera del Mugòn.
Un’altra volta incredulo, fisso prima il torrente e poi la targhetta, indeciso se assaggiare quest’acqua oppure no (in montagna occorre stare attenti a dove si attinge). Alla fine opto per una soluzione di mezzo e ne bevo giusto mezzo sorso e, anche se a me pare più un rivolo normale, chissà...
In realtà questo nome venne attribuito dal rocciatore Valentino Angelini, fratello di Giovanni Angelini, figura di spicco dell’alpinismo e dello studio scientifico ed etnografico delle Dolomiti Zoldane e Zoldo Alto. I due fratelli erano particolarmente legati a questo luogo, così che scherzosamente Valentino battezzò questo rio in modo originale.
Ovviamente col tempo si è diffusa tra gli escursionisti l’usanza di passare da questo posto per assaggiare il classico sorso d’acqua (appunto...) prima di affrontare i ripidi versanti del Bosconero, augurandosi che le sue proprietà minerali diano forza, energia e... giovinezza!
Aiva del Roka è l’ultima località da me toccata, uno spiazzo nel bosco alquanto selvaggio come tutto il resto del percorso. Dopodiché, pochi metri di salita mi portano di nuovo a mettere piede sul sentiero percorso all’andata, più o meno all’altezza di Pian del Mugòn da dove lentamente continuo ad abbassarmi fino a giungere al punto di partenza, al termine di una giornata avventurosa come non mai, avvolta dal fascino delle Dolomiti più incontaminate e ricca di meraviglie e aspetti stravaganti. Decisamente un punto di partenza per esplorare luoghi simili nelle vicinanze!
La cascata formata dal Ru de Bosc Negre
Il surreale colore dell'acqua del Laghetto delle Streghe
Un ultimo saluto al Sasso di Bosconero e agli Sfornioi
Il collegamento col sentiero percorso all'andata
La Fontana Dell'eterna GiovinezzaTesti e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria
La Val di Zoldo col Castelaz (dx), la Moiazza (in lontananza a sx) e il Civetta (a dx, adiacente). Al centro della valle, Forno di Zoldo con le frazioni di Pralongo (sx) e Dont (in fondo al centro)
La regina del Rifugio Casera Bosconero
In mezzo al Ru de Bosc Negre
Il magnifico e mistico Laghetto delle Streghe