Il tragitto dell'escursioneSCHEDA TECNICA
Località e quota di partenza: Area picnic Via Cadore (Zoppè di Cadore, Belluno, 1529 mt.)
Località e quota di arrivo: Rifugio Giampietro Talamini (1582 mt.), Rifugio “Alba Maria De Luca” Venezia (1947 mt.)
Punto più elevato: Rifugio “Alba Maria De Luca” Venezia (1947 mt.)
Dislivello positivo: 600 mt.
Lunghezza del percorso: 17,8 km
Coordinate punto di partenza: 46°23’10”N 12°10’50”E
Posizione: il Rifugio Giampietro Talamini si trovà in Loc. Col Botei, presso Forcella Ciandolada, nel territorio comunale di Vodo di Cadore, tra il Cadore e la Val di Zoldo. Il Rifugio “Alba Maria De Luca” Venezia è ubicato sulle pendici sudorientali del Monte Pelmo, in Loc. Campi di Rutorto, nel comune di Vodo di Cadore.
Difficoltà: E (Scala delle difficoltà)
Presenza di tratti esposti: no.
Tempo di percorrenza totale: 6h 05’ (Tempi di percorrenza)
Tipo di escursione: anello.
Tipo di terreno incontrato: asfalto-sterrato-pietrisco-roccette (anche bagnate)-erba (anche alta)-legno-acqua-fango. (La camminata e il sentiero)
Possibilità di ristoro: ai rifugi Talamini e Venezia quando aperti (verificare).
Segnavia: bianco-rosso. (La segnaletica italiana)
N° del sentiero: 456, 456-AV3, AV3, 493-AV3, 475-AV3, 471, 493
Acqua lungo il percorso: nella parte iniziale dell’itinerario una fontanella si trova presso l’area picnic al punto di partenza, una seconda poco più sopra, all’incrocio con via Lizon. Infine, al Rifugio Talamini, quando aperto (verificare). Nessuna possibilità di rifornimento da Fiès a Najarón e da qui al Passo di Rutorto. Al Rifugio Venezia nei periodi di apertura estiva.
Stato del percorso: da Zoppè di Cadore al Rifugio Talamini si percorre una comoda strada in gran parte asfaltata. Dalla Loc. Fiès a Najarón i sentieri sono indicati bene ma in alcuni punti la traccia è labile. Sentieri larghi, ottimamente segnalati e mantenuti da Njarón al Rifugio Venezia e da questo fino a Zoppè di Cadore, passando a sud del Monte Penna.
Periodo: da giugno a fine ottobre.
Panorama: già molto suggestivo da Zoppè di Cadore verso il Civetta e il gruppo del Pramper. Poi, lo scenario si amplia comprendendo l’Antelao, il Monte Rite e il Monte Pelmo . Assente o limitato nella parte boschiva da Fiès a Najarón. Infine, incredibile ancora verso le sopracitate montagne e poi il Tamer, il Sorapiss, la Croda Marcora, il Cristallo, il Pomagagnon, la Croda Rossa d’Ampezzo, gli Sfornioi e i Monfalconi.
Attrezzatura particolare richiesta: nessuna.
Discesa: ad anello, scendendo dal Passo di Rutorto lungo il versante sud del Monte Penna.
Tappe del percorso: Area picnic Via Cadore (Zoppè di Cadore) - Agriturismo Malga Livan - Le Fraine - Fiès - Forcella Ciandolada - Rifugio Giampietro Talamini - Forcella Ciandolada - Fiès - Lago di Serla - Casón de Serla - Forcella Cianpestrin - Najarón - Passo di Rutorto - Rifugio “Alba Maria De Luca” Venezia - Passo di Rutorto - Tornichè - Le Fraine - Agriturismo Malga Livan - Area picnic Via Cadore (Zoppè di Cadore)
L'ITINERARIO IN BREVE
Lasciata l’auto presso l’area picnic ubicata in Via Cadore (1529 mt.), poco sopra le case di Zoppè di Cadore, si segue la strada n° 456 verso est la quale, oltrepassata una piazzola di atterraggio per elicotteri, sale in Via La Vara fino l’incrocio con Via Lizon (altri posti auto disponibili) e dove è anche l’Agriturismo Malga Livan sulla destra (1558 mt., 10’). Continuando a seguire l’asfalto che passa alle spalle della struttura, si giungerà in Loc. Le Fraine (1584 mt., 25’), punto panoramico dove sono presenti un crocifisso e una scultura in pietra. A Le Fraine si ignora la pista sulla sinistra dalla quale poi si scenderà per continuare sempre lungo la via principale (direzione est-nord-est, Sentiero n° 456). Poco più avanti, dopo una serie di curve, si passa accanto ad alcune bellissime baite in pietra e legno, i Tabià de Fiès, dove peraltro è magnifica la vista sull’Antelao. La strada procede sempre verso est e raggiunge la Loc. Fiès (1584 mt., 50’) dove, in direzione nord, si stacca la pista per il Rifugio Venezia che si andrà a percorrere tra poco. Per il momento occorre procedere dritto (n° 456-AV3); al termine di ulteriori tratti rettilinei alternati a curve e tornanti, si giungerà presso Forcella Ciandolada, posta tra il Col Botei e il Rifugio Giampietro Talamini, che si raggiunge risalendo ancora per cinque metri (1582 mt., 1h 25’). Dal rifugio bisogna tornare sui propri passi, ritoccando Forcella Ciandolada fino a raggiungere nuovamente Fiès (2h). Da qui, come accennato prima, si insiste verso nord imboccando il Sentiero dell’Alta Via n. 3 che si inoltra nei boschi in direzione del Rifugio Venezia, ancora molto lontano. Al termine di un primo tratto tutt’altro che faticoso nel bosco, ecco che appare, sulla destra, il Lago di Serla (1657 mt., 2h 15’). Una breve deviazione nella torbiera qui presente consente di toccare con mano l’ambiente che fa di questa un luogo protetto (attenzione al fango e all’erba alta). Dal Lago di Serla il sentiero (sempre dell’AV3) si rituffa nel bosco insistendo ancora verso nord, fino a toccare un ampio spazio aperto in cui è presente una baita, il Casón de Serla (1721 mt., 2h 35’). In questo luogo le indicazioni presenti non sopperiscono del tutto alla traccia labile sul terreno che, in un primo momento, non risulta di immediata individuazione. Per orientarsi occorre proprio passare accanto all’edificio e puntare verso ovest. Il sentiero è ora il n° 493-AV3 e a questo punto prende a salire con decisione, rimontando quota e richiedendo più sforzo e attenzione. Presso una selletta ubicata a ovest delle Crépe de Serla bisogna svoltare a sinistra (indicazioni per il Rifugio Venezia affisse su un tronco) e non procedere innanzi. Dopo un altro tratto selvaggio nel quale si attraversano magnifici prati in fiore si raggiunge anche Forcella Cianpestrin (1856 mt., 3h), punto dal quale si torna a virare verso nord, infilando un tratto nel bosco (AV3) se possibile ancora più selvaggio e nel quale alcuni tronchi caduti sono stati tagliati per permettere il transito. Verso la fine di questa parte, quasi in vista del prossimo bivio, lungo un verde pendio in discesa, si aprono magnifici panorami verso il Pelmo e i monti che circondano Cortina d’Ampezzo. Al termine di un po’ di su e giù e dopo un paio di guadi elementari si è al crocevia in Loc. Najarón (1787 mt., 3h 25’). Ignorando la traccia sulla destra che si abbassa verso Malga Ciauta, si gira a sinistra lungo la via di salita principale (n° 475-AV3) che da Borca di Cadore sale al Rifugio Venezia e di cui ora si percorre la parte terminale. Il sentiero qui è unico, ottimamente segnato ma lungo e nuovamente in salita. Rimontando un bel po’ di dislivello, si arriva ai piedi del Pelmo, al Passo di Rutorto (1931 mt., 4h 20’) e da qui, sulla destra, dopo ancora qualche metro sul Sentiero n° 471, al Rifugio “Alba Maria De Luca” Venezia (1947 mt., 4h 25’). Dopo una sosta panoramica e rigenerativa, si ritorna al Passo di Rutorto (4h 30’) per proseguire dritto e in direzione sud, andando a chiudere l’anello a Zoppè di Cadore. Questa parte, tutta in discesa, facile e su strade sterrate larghe, è davvero piacevole, non faticosa e molto panoramica. Dal Passo di Rutorto, seguendo dunque il Sentiero n° 471, senza mai deviare, ci si abbassa fino a incrociare, sulla destra, la pista che scende ulteriormente verso Casera di Rutorto. Ignorata tale deviazione si continua innanzi ritornando a mettere piede sul Sentiero n° 493. Giunti anche in Loc. Tornichè (1693 mt., 5h 30’), presso un tornante, si svolta verso destra, ignorando dunque la prosecuzione del n° 493. La via qui non ha numerazione ma non la si può perdere. Seguendo la strada, si ritornerà verso valle: intersecata la Strada del Formai, insistendo dritto, si arriverà nuovamente in Loc. Le Fraine (5h 50’). Da qui, non resta che tornare indietro per la comoda strada asfaltata fino a recuperare l’auto lasciata all’area picnic in Via Cadore (6h 05’).
AI PIEDI DEL PELMO E INTORNO AL MONTE PENNA, TRA MAESTOSI PANORAMI, BOSCHI E PRATI IN FIORE- (DEL 14/06/2026)
Dal Passo Cibiana al più piccolo e alto borgo del Cadore - Un impiccio tira l’altro
Alla fine, sto facendo tardi. Lavori in corso vari e un po’ di fila lungo la sempre trafficatissima SS51 della Valle del Boite mi dicono che arriverò a destinazione più o meno a metà mattinata. Mannaggia!
Già, da Villanova, località presso Borca di Cadore dove sono alloggiato, mi tocca scendere qualche chilometro verso Pieve di Cadore per andare a imboccare il Passo Cibiana e quindi sbucare in Val di Zoldo. Anni fa ho percorso questo valico con la mia fida city-bike (altro che aiuto elettrico) e ricordo la faticaccia. Una strada lunga, piena di curve e tornanti ma con numerosi strappi e dossi improvvisi la cui pendenza ho trovato anche superiore rispetto ad altri Passi dolomitici.
Impegnato nella guida, tra curve e controcurve, mi rivedo in quella (comica) salita, miracolosamente portata a termine senza rimetterci la milza. Me lo ricordavo proprio così: a sbalzi e tosto, tanto che qua e là salgo in seconda. L’asfalto sembra non finire mai. Quando arriverò a camminare quest’oggi?
Oh, ecco. Finalmente Passo Cibiana. Ora devo solo scendere “brevemente” fino a Fornesighe e da qui riprendere a salire verso Zoppè di Cadore, dove ho fissato il mio start. “Brevemente” un corno, direi. Anche la discesa non finisce più e la strada, che ci mette del suo, si restringe pure.
Finalmente a Fornesighe, dopo altri cantieri e trattori in manovra intenti a trasportare di tutto e di più, eccomi ancora a scendere per la Val di Zoldo. Perché proprio il collegamento tra il suddetto borgo e la via che sale a Zoppè non c’è (in mezzo scorre il Torrente Ru Torto, in una forra piuttosto profonda).
Superato l’abitato, all’imbocco di Via Verdi sulla destra, scorgo sul ciglio destro della carreggiata uno strano individuo con una barba lunghissima tendente al giallastro, occhiali scuri e un qualcosa in mano che a me pare assomigliare a una bandierina. Forse è intento a dirigere il traffico ma, non avendo alcuna pettorina o divisa, non essendo al centro della strada e non agitando il curioso affare, lo vedo farsi i fatti suoi, nonostante io abbia rallentato: non mi preoccupo e tiro dritto. Davvero curioso personaggio!
Mi abbasso fino a Dozza e qui svolto bruscamente a destra, dopo aver imboccato la rampa sbagliata all’incrocio tra Via Verdi e Via Vittorio Veneto dove la strada, inspiegabilmente si divide in due corsie preferenziali. Perdo altri minuti ma pazienza, la giornata è davvero bella e non manca molto all’arrivo.
“Ma chi mette rampe preferenziali separate da cordoli di cemento in centro a queste suggestive borgate di montagna di pochi abitanti?”
Oltrepassato anche il borgo di Bragarezza penso sia quasi finita. Ancora pochi chilometri e finalmente inizierò a camminare. Prendo quindi a rimontare un’altra bella serie di tornanti prima di entrare a Zoppè di Cadore, diretto alle ultime case poste sopra al paese. La giornata è incominciata da un pezzo e il sole scalda già per bene.
Tra Via Villa e Via Bortolot il mio morale scende per un momento sottoterra. Una bella transenna preclude ogni possibilità di proseguire. Col motore acceso, fermo di fronte alla stessa, mi chiedo oggi cos’abbia fatto di male e perché proprio non possa andare a curiosare ai piedi del Monte Pelmo.
La mia mente prende a girare vorticosamente alla ricerca di alternative nei paraggi, quando un gruppo di anziani lì appostato mi viene incontro col sorriso. Abbasso il finestrino.
“Buongiorno” mi dicono “dove deve andare?”
“In Via Cadore, qua sopra” rispondo “volevo solo fare un’escursione. Non si può proseguire?”
“Ma...” proseguono “non l’hanno fermata più a valle? Non c’era nessuno?”
“Guardate, io ho incontrato solo uno strano personaggio dall’aspetto un po’ bizzarro che a bordo strada si guardava intorno lisciandosi la barba” aggiungo.
Queste persone, educatissime, gentili e sempre sorridenti, si guardano l’un l’altro scoppiando ancora di più a ridere.
“Nemmeno più fermare le auto sanno fare quelli... ma non le hanno detto che è in corso una gara podistica?”
“No” ribatto “non essendo stato fermato da nessuno e non trovando la strada chiusa io sono passato. Non sapevo della gara. Ma, dunque, non è proprio possibile procedere ancora un pochino? Mi mancano solo un paio di chilometri!”
“Ma sì, sì” risponde uno “se deve andare solo in Via Cadore può passare, la gara tocca altre vie. Le sposto un pochino la transenna”
Arrivo a lasciare l’auto presso l’area picnic di Via Cadore verso le 10:15, non proprio prestissimo per iniziare un’escursione un po’ lunga sui monti ma nemmeno un dramma, dai.
Risollevato il morale, mi infilo velocemente gli scarponi e lo zaino, pronto per una nuova avventura in luoghi mai visti (al Rifugio Venezia ero stato anni fa ma salendo diretto da Borca di Cadore); sperando solo che i sentieri non siano chiusi per una migrazione di massa di lumache!
Zoppè di Cadore è il comune più piccolo e alto della Provincia di Belluno. È situato a 1426 mt. di altitudine, alle pendici del Monte Pelmo e in una posizione molto panoramica, presso il Col Duro che divide anche l’abitato dalla Forcella di Cibiana.
Il borgo, oltre alla chiesa intitolata a Sant’Anna e al Museo Etnografico “Al Poiat” dedicato all’attività dei carbonai è anche famoso per la storia che lo lega ai gelatieri zoldani. Questi, appreso il mestiere presso altre attività simili nel cadorino, furono chiamati a Vienna e un po’ in varie parti d’Europa per svolgere tale professione. Successivamente, si misero in proprio e qualcuno tornò nel luogo d’origine.
All'arrivo a Zoppè vengo accolto da questo bel gruppo di cavalli con un puledrino sonnacchiosoIn modalità relax verso il Rifugio Talamini - I Tabià de Fies
È tardi ma non tardissimo dai, e io, che mai corro, non lo farò di certo ora. Con passo molto calmo (anche perché in salita) proseguo a piedi per Via Cadore, fino a raggiungere, pochi metri più avanti, un tornante a fianco al quale è stata installata una piattaforma di atterraggio per elicotteri e dove Via Cadore si cambia d’abito e diventa Via La Vara. Qualche altro passo e sono anche all’incrocio con Via Lizon, strada a fondo chiuso sulla sinistra ma dove è possibile lasciare l’auto in caso qualche posto fosse ancora libero. In questo incrocio è posta anche una piccola croce e, nel terreno retrostante pascolano bellissimi cavalli, anch’essi in modalità relax. Un puledro, immagine tenerissima, sta bellamente dormendo sdraiato per terra, sotto la vigile guardia dei genitori. Alla mia destra, invece, l’Agriturismo Malga Livan circondato da altri pascoli. Qui, alle spalle di tale struttura, inizia il cammino vero e proprio verso il Rifugio Talamini, lungo una strada super panoramica praticamente pianeggiante e asfaltata. Fin da subito, il colpo d’occhio è davvero notevole in direzione del Pramper, degli Sfornioi e del Bosconero; anche il Civetta vuole timidamente dire la sua così da palesare le sue propaggini sommitali.
Sotto un bel sole ampiamente sopportabile (d’altronde sono a quasi 1600 mt. di quota) metto un piede davanti all’altro su questo “lungomonte” pittoresco. La lievissima salita iniziale è impercettibile. Oltrepassata una curva, giusto il tempo di scrollarmi di fronte qualche abete troppo cresciuto, mi saluta anche l’Antelao, una volta tanto sgombro da nubi e le cui rocce staccano prepotentemente dall’azzurro del cielo. Che capolavori della natura!
Il massiccio compare solo per la metà superiore in quanto la sua base è coperta dal fittissimo bosco del Col de Bagn e di quello delle Acque Nere. Un tappeto verde dai colori lucenti che, ad essere giusto un pelo più grandicelli, verrebbe voglia di tuffarvisi sopra.
Qualche metro ancora innanzi ed ecco che questa passeggiata davvero pittoresca, comodissima e suggestiva apre le porte anche al Monte Rite, collocato verso sud-est e un pochino sulla destra; posizione strategica durante la Grande Guerra e facente parte dello sbarramento del Cadore, tanto che sulla vetta venne costruito un forte militare blindato con cupole in ghisa per pezzi d’artiglieria, caserme e polveriere (oggi Messner Mountain Museum).
In uno slargo alla mia destra, più avanti, noto qualcuno in una posizione strana. Per un istante penso a qualcuno che, per l’ennesimo selfie, abbia assunto una posa alquanto strampalata; poi, avvicinatomi, scopro essere solo... un gigante (o un troll) intento a spingere un masso enorme! È una scultura, ovviamente, ma fatta davvero così bene da dare l’impressione che qualcuno stia davvero lavorando.
Senza nemmeno accorgermene sono già arrivato in Loc. Le Fraine, pulpito panoramico d’eccezione su questa porzione cadorina e dal quale ammiro tutto quanto descritto poco fa. Un gruppo di persone sta facendo la stessa cosa. Meno male che qui non corrono tutti e almeno, per ora, non guardano il telefono!
Con molta difficoltà mi stacco dall’Antelao e, con nonchalance, provo a distrarmi aiutando il gigante col suo macigno: così, giusto per stare ancora un po’ qui con questa vista. Niente da fare, ha quasi finito e non ha bisogno del mio aiuto, dice.
A Le Fraine si stacca sulla sinistra una pista che risale i pendii sud del Monte Penna e che io ignoro. Proseguo dunque dritto, meravigliandomi come continui a camminare in leggero falsopiano senza sforzi. Che non sia in montagna? No, le Dolomiti che mi circondano non mentono!
Ora un pochino più all’interno del bosco di Vare de Pecol mi affianco ad una simpatica struttura nelle cui vicinanze è stato allestito una specie di castello colorato su di un mezzo tronco d’albero. Un bel modo per far divertire i più piccoli, carino!
Le sorprese, però, sono solo all’inizio e, come d’incanto (uhm... ma non era un film? Allora che quello oltrepassato sia il castello di Andalasia?), raggiungo uno dei posti più bucolici e pittoreschi delle Dolomiti nel quale, sparse lungo i prati circostanti e incastonate qua e là tra gli alberi, si trovano i Tabià de Fies, stupende baite in legno e pietra che paiono uscite da non so quale tela.
I Tabià de Fies (o Taulà de Fiés) sono antiche baite e fienili in legno e pietra. Nel dialetto cadorino e zoldano, col termine Tabià si indica la struttura rurale impiegata un tempo per ricoverare il bestiame e il fieno. Gli animali stavano al piano terra, in una piccola stalla in muratura; il fieno, così come l’uva, le mele, i formaggi, gli insaccati o altro, venivano depositati ai piani superiori, in legno.
I Tabià rivestivano un ruolo di grande importanza per gli abitanti del luogo ed erano generalmente posizionati accanto all’abitazione del proprietario, talvolta comunicanti. In alcuni di essi, il piano terra era usato come abitazione.
La loro costruzione avveniva con lo sforzo congiunto di tutta la comunità, in un tempo in cui fortunatamente la cooperazione prevaleva sulla competizione, al contrario dei tempi moderni. La tecnica di costruzione impiegata era quella tedesca del Blockbau, incastrando tra loro grandi tavolati di legno.
Oggi queste baite rappresentano uno degli aspetti più caratteristici delle Dolomiti (e non solo) e sono presenti anche in altre zone (Falcade, Canale d’Agordo, Valle del Biois, ecc.). Miracolosamente giunti ai giorni nostri, dopo aver resistito a tutti i progetti di ampliamenti invasivi o abbattimenti degli anni passati e alla cementificazione selvaggia e indiscriminata, i Tabià sono oggi una delle maggiori attrattive turistiche e culturali. Opportunamente ristrutturati mantenendo la forma originale, al loro interno, scomparse le attività di un tempo, trovano posto confortevoli abitazioni private.
La magnifica vista sull'Antelao dal sentiero che porta al Rifugio Talamini
Il Gruppo del Pramper con lo Spitz di Mezzo (sx) e la Cima Pramper (dx). All'estremità dx della foto, il Castello di Moschesin
Da sx a dx, il Sasso di Bosconero, la Rocchetta Alta e gli Sfornioi
Un gigante impegnato a spingere il suo masso... meglio non disturbarlo!
Uno dei tanti Tabià de Fiès
Tabià de RocoAl Rifugio Talamini, con vista sul “Caregòn del Padreterno”
Una coppia un più in là con gli anni rispetto a me, mi incrocia ammirando queste baite che sembrano appena state tirate a lucido e dipinte. Impossibile non rimanerne impressionati!
Sulla facciata principale ognuno reca il suo nome, scritto su di una bella targhetta di legno. Davvero tipico, roba da fantascienza per la deprimente realtà cittadina.
Superato anche quest’angolo di Paradiso, giungo in Loc. Fiès dove, alla mia sinistra, parte il sentiero che si spinge verso la base del Monte Pelmo, ai piedi del quale è ubicato il Rifugio Venezia e che poi, al ritorno, vorrei provare a raggiungere. Per il momento non mi preoccupo e tiro dritto: continuando in falsopiano, anzi, ora pure in discesa, percorro un bel po’ di strada circondato da abeti magnifici, praticamente senza quasi incontrare nessuno.
Tratto tratto, un’altra straducola sterrata si stacca alla mia sinistra... ma verso dove?
Lo scopro dopo qualche istante, quando noto un pannello sbiaditissimo appeso ad un abete riportante la linea difensiva “Becco di Cuzze”. Trattasi, dunque, di un percorso risalente al primo conflitto mondiale e che sicuramente porta alla visita di qualche forte o spezzone di linea difensiva del Cadore. Purtroppo, come in molte zone si verifica, la strada è inagibile e un cartello nelle vicinanze lo ricorda allo sprovveduto escursionista appassionato di storia. Il motivo? Ci sono al suolo ancora i tronchi della tempesta Vaia dell’autunno 2018! Ora, ditemi se sia possibile una cosa del genere... Meglio non commentare.
Al termine di un più ripido tratto discendente e oltrepassato un tornante, eccomi a toccare Forcella Ciandolada, tra il Col Botei e il Rifugio Talamini. Quì, alla mia sinistra sale la larga strada asfaltata-cementata che giunge da Vodo di Cadore per percorrere la quale, dalla suddetta frazione, tocca digerire circa 750 mt. di dislivello impiegando quasi tre ore di cammino.
Io, che proprio in quella direzione non sono diretto, mi godo la magnifica vista dal prato antistante il Rifugio Talamini, stranamente chiuso, e dove è anche la piazzola di atterraggio per gli elicotteri.
Il Rifugio Giampietro Talamini sorge in una splendida radura a 1582 mt. di quota, ai piedi del Col Botei e accanto alla Forcella Ciandolada, punto di incrocio con la strada che sale da Vodo di Cadore.
Incastonato tra alcune delle più belle vette dolomitiche tra cui il Pelmo, l’Antelao e il Civetta, la struttura porta il nome di una storica figura di spicco del Cadore.
La zona è stata interessata dalle vicende belliche del primo conflitto mondiale; a poca distanza dal rifugio si possono visitare, agibilità dei sentieri permettendo, postazioni e camminamenti italiani, inseriti nella linea difensiva che correva tra il Cadore e la Val di Zoldo. La struttura più importante è sicuramente il forte di Monte Rite (ora trasformato in museo da Messner, a poca distanza in linea d’aria ma raggiungibile in circa 2h 30’ di cammino dal Rifugio Talamini).
Il Rifugio Talamini è stato ricavato da un vecchio ricovero per cacciatori risalente al 1947. Col tempo, importanti ampliamenti e ristrutturazioni lo hanno trasformato in rifugio e oggi è un importante punto tappa per chi percorre l’Alta Via n. 3 delle Dolomiti, nonché l’Anello Zoldano.
Arrivare fin qui d’inverno, significa intraprendere una tranquilla ciaspolata o camminata panoramica sulla neve.
Al panorama, in effetti, non pensavo più, da quando il bosco aveva precluso ogni visuale, nei pressi dei Tabià de Fiès. Invece, quando alzo gli occhi verso nord-ovest, a momenti mi prende un colpo dalla vicinissima mole del Pelmo che sembra incombere e minacciare questo luogo.
Sono proprio ai piedi (o quasi) dell’enorme catino glaciale incastonato tra pareti verticali e che per questo gli vale il soprannome di “Caregòn del Padreterno” (il “Trono del Padreterno”).
Alle sue pendici, il bosco si aggrappa come può alla rocciosa Pala Sud. Il tutto, forma una cartolina magnifica piena di colori in ogni dove che spaziano dal verde al grigio e dal rosso-arancio all’azzurro e fino al bianco di qualche sottile nuvoletta.
Dopo una bella sosta all’ombra di qualche pianta ad ammirare un simile capolavoro, mi rimetto in marcia imboccando la stessa strada appena percorsa fino al bivio di Fiès. E qui, si inizia a ballare!
Il Rifugio Giampietro Talamini
Il Monte Pelmo, col suo “Caregòn”, visto dal Rifugio TalaminiDi fiori, fiorellini e profumi del bosco - Impantanato nel mezzo di un acquitrino
In questo crocevia, un paio di persone stanno contemplando i cartelli qui presenti, indicanti un bel po’ di località; Malga Ciauta, Rifugio Venezia, Borca di Cadore, Sèrla, Najarón, La Forzela (Cuze). Dopo una breve consultazione e aver adocchiato il lungo spaghetto di terra che parte a fianco la palina segnaletica, li vedo infilare la via di ritorno verso le Fraine e amen. Forse che quel bosco sinistro lì davanti li abbia spaventati? Che questo viottolo che c’è e non c’è non abbia ispirato molta fiducia?
Beh, a dire il vero, la prima impressione non è molto incoraggiante, nemmeno per me che sono pure da solo. Tuttavia, il bosco rigoglioso e possente che intravedo costituito da abeti enormi, scatena in me una voglia di wild incredibile e la possibilità di staccare da questa zona di comfort; il percorso segnato che ho sotto il naso sulla mia mappa poi, mi dà fiducia e mi spinge, senza esitare, a proseguire il viaggio. Brusca svolta verso nord, quindi, e avanti tutta, alla scoperta di luoghi davvero insoliti!
L’esile sentierino, come detto, è più una linea tratteggiata che continua ma, almeno per ora, la via è sempre chiara e certamente qui non mi perderò. Ovviamente nessuno mi segue: escursionisti, bikers e turisti se ne stanno sul comodo sentiero percorso prima, facendo solo la spola da Zoppè di Cadore al Rifugio Talamini. Eppure, senza togliere nulla al precedente tratto, ultra panoramico e sicuramente meritevole, anche questa parte, totalmente differente, si preannuncia carica di energie positive ed emozioni a non finire, con un pizzico di vera avventura che non guasta mai.
Molto più avanti, da qualche parte, mi dovrei ricongiungere col sentiero principale e frequentato che da Borca di Cadore raggiunge il Rifugio Venezia, prossimo obiettivo. Il tratto di collegamento sul quale ho appena mosso i primi passi si preannuncia alquanto selvaggio, isolato e tutt’altro che frequentato: qualcosa, nell’aria, me lo dice.
In mezzo al nulla, senza più scorgere alcun panorama e circondato solo da immensi abeti, arbusti troppo cresciuti ed erba che mi arriverà alla vita, seguo questo filo di Arianna di terra, sperando non faccia brutti scherzi. Di difficoltà alpinistiche, chiamiamole così, non se ne parla nemmeno; questa porzione di territorio è tutta dossi, prati, radure e piccoli altipiani morbidi in cui si scende e si sale. Qualche timore che comunque la traccia possa volatilizzarsi ce l’ho... speriamo bene!
A tratti, mi sembra di camminare in mezzo a una giungla. Piante con foglie enormi ai lati della via, che io di solito chiamo “lattugoni”, suscitano in me stupore e meraviglia.
“Che abbia varcato la soglia di un mondo in cui tutto è gigante?”.
In mezzo a queste foglie sotto le quali potrei tranquillamente trovare riparo per la pioggia, spuntano bellissimi fiori gialli, la calta palustre (Caltha palustris L., 1753), pianta tossica assolutamente da non ingerire. Sicuramente devo essere diretto verso qualcosa di umido, torbido e bagnato! Com’è cambiato lo scenario!
Più innanzi il mio “spaghetto” di terra prende a tagliare prati rigogliosi da cui spuntano migliaia di botton d’oro (Trollius europaeus L., 1753) che sembrano incuriositi dal mio passaggio: di certo non vedranno molta gente passare di qui. In questa radura ce ne sono a destra e a manca, tutti cinti da una muraglia di abeti rossi e bianchi che paiono proteggerli, come a nascondere questo luogo da occhi indiscreti. Bellissimo! E che pace, che silenzio!
I profumi del prato si mischiano a quelli del bosco, vorticando nel naso e regalandomi sensazioni uniche.
Un piccolo rigagnolo (uno dei tanti presenti in questa zona) passa tranquillo sotto un ponticello costituito da assicelle di legno alquanto storte: il classico “traballant bridge”, incontrato da me tanti anni fa in Val Monzoni (altra avventura da raccontare!).
Oltrepassato senza inconvenienti questo punto, mi ritrovo nel bel mezzo della Palù de Sèrla (Palude di Serla). Il lago che porta il medesimo nome, lo raggiungo “svoltato l’angolo” e, appena lo vedo, un qualcosa di attraente e ripugnante allo stesso tempo pervade il mio spirito. Il luogo, una palude appunto, è indubbiamente affascinante e strana, ubicata per giunta in mezzo al nulla cosmico. La pozz... ehm, volevo dire, il lago è un piccolo specchio di acqua marrone e giallastra incastonato tra le piante che assolutamente non riescono a specchiarsi all’interno. Insomma, il contrario del classico e limpido laghetto di montagna!
A dirla tutta, non mi stupirei se ad un certo punto l’acqua iniziasse a ribollire in superficie e qualche strega la venisse a prendere per qualche suo intruglio.
Il sentiero transita alla sinistra di questa pozz... uff, laghetto, ma io, spinto sempre dalla curiosità e dalla voglia di imparare qualcosa osservando più da vicino, non contento, mi spingo ancor più nel mezzo della palude, dove il terreno, morbido, un po’ fangoso e decisamente “rimbalzante”, è invaso dall’erba alta. Laggiù, infatti, fuori dal mondo, è stato posizionato un pannello didattico (!) che chiede a gran voce cos’abbia fatto di male per essere stato abbandonato lì, supplicando l’incauto escursionista di passaggio di portarlo con sé verso luoghi più sicuri.
Osservando bene, non tutto è desertico e desolato. Ai suoi piedi, infatti, una distesa infinita di eriofori (Eriophorum L.) tinge questi prati umidi di bianco che pare essere nevicato. Ognuno sventola il proprio piumino al vento, ipnotizzando e incantando allo stesso tempo.
Il biotopo del Serla è un ecosistema naturalistico complesso e costituito da più siti torbosi e palustri che circondano il lago. Queste torbiere d’alta quota, che occupano spazi pianeggianti, umidi e depressi, si sono formati in seguito a qualche accumulo morenico o per qualche frana che si perde nella notte dei tempi.
Gli ambienti che si susseguono, di conseguenza, alternano boschi radi, radure prative, minute sorgenti, piccoli rivoli e pendii umidi. Su di essi si sono sviluppate una varietà enorme di specie vegetali.
Un pannello installato all’inizio del percorso (Fiès) riporta i nomi di moltissime specie vegetali tipiche di queste torbiere che qui sarebbe inutile riportare come mero elenco. Su di un altro, presso la sponda del lago, vi sono scritte tutte le specie animali che popolano questi ambienti, dagli uccelli ai rettili e ancora agli anfibi. Sono una miriade!
L’ultimo quadro, appunto in mezzo a questa palude, descrive in particolare la rana montana (Rana temporaria Linnaeus, 1758) e il tritone (Mesotriton alpestris (Laurenti, 1768), ex Triturus alpestris), anch’essi tipici di questi luoghi.
Camminando lungo una distesa di botton d'oro (Trollius europaeus L., 1753)
Il classico "traballant bridge" nel bosco
Il limpidissimo e incantevole Lago di Serla...
La torbiera-acquitrino di Serla, con l'isolato pannello fotografico nel mezzo implorante aiuto...
Bellissimi eriofori in posa (Eriophorum L.)Nell’occhio di... Casón de Sèrla - La traccia, birichina, entra in sciopero!
Completamente isolato e nel bel mezzo di questo incantevole pantano assolato, mi guardo intorno alla ricerca di qualche mago, gnomo o folletto che mi raggiunga per dirmi il perché mi ficchi sempre in situazioni simili. Nel mentre, scatto qualche bella foto a questi piumini ciondolanti i quali, sentendosi tirati in causa, sembrano mettersi in posa in verticale con atteggiamento da sfilata.
“Era da un’infinità di tempo che un disgraz...ehm, volevamo dire, che un viandante non passava da queste parti” mi dicono con un filo di voce trasportata dal vento, “fai solo attenzione alle sabbie mobili sulla tua sinistra!”.
Al che mi escono dei suoni tipo “Acc, ma che diav...”
Dato l’avvertimento, non mi sembra il caso di spingersi oltre. Giusto per provare, tastando col piede il terreno un metro più avanti, in effetti, lo sento cedere maggiormente rispetto a prima. Ovviamente il paragone con le sabbie mobili è esagerato ma poco ci manca!
Tornato sui miei passi, riecco il mio “spaghetto” di terra preferito. Non mi aspetta e ora inizia pure a farmi i dispetti; adesso, rieccolo che prosegue, in mezzo ad un altra bella zona lattugosa ma anch’essa cosparsa di fiori che spuntano un po’ ovunque, se possibile anche sul tronco degli alberi.
Inizio quindi un bello slalom tra le piante, su e giù per queste collinette verdissime finché, tutto d’un tratto, mi ritrovo di nuovo al centro di una grande radura, questa volta per niente acquitrinosa. Una palina segnaletica solitaria si erge nel mezzo di questo cerchio come un bersaglio e io, per precauzione, mi guardo intorno. Nessuno in vista, la situazione è fin troppo tranquilla.
Il sentiero fa proprio il monello e, decidendo che le gite in montagna così diventano troppo selvagge e azzardate, in questa erba troppo sviluppata, in un momento di mia distrazione, pensa bene di sparire. Raggiunta questa boa in mezzo al verde zompettando a falcate qua e là, mi ci aggrappo per un momento andando a leggere in quale luogo o regno possa mai trovarmi. Casón de Sèrla, dice la scritta. Beh, ne prendo atto. Ma dov’è Casón de Sèrla?
Le indicazioni sottostanti riportano, sia a destra che a sinistra, il Sentiero n° 493, con due differenti mete. La prima pista, scendendo verso il basso, si dirige verso Cuze (Forcella de Cuze sulla mia mappa). La seconda, che dovrei seguire, punta verso Cianpestrin, Najarón e Rutorto. Ma dov’è il sentiero?
Lo cerco nei dintorni del cartello ma vedo ovunque solo erba intonsa e qualche masso solitario che sembra essere messo lì apposta per far inciampare qualunque malcapitato osi calpestare questa radura. Non scorgendo alcuna traccia, preso un po’ dallo sconforto, mi domando dove arrischiarmi di andare, inveendo contro il mio “spaghetto” che proprio in questo momento ha deciso che no, questo tipo di gite sono troppo rischiose per condurre qualcuno.
Così, su due piedi e dopo alcuni minuti, mi torna in mente lo sketch ambientato in montagna di Aldo, Giovanni e Giacomo quando proprio Aldo, non scorgendo l’animale in lontananza indicato da Giovanni, si mette con gli occhi a cavallo del suo dito col quale lo stava indicando per intuire la direzione in cui guardare.
In questo modo, “scalo” la palina segnaletica fino a portare gli occhi all’altezza della punta della freccia del cartello e da lì, strizzando gli occhi, cerco di scorgere l’esatta posizione della mio sentiero, sempre che esista ancora. Alfine, eccolo là! Bellamente fischiettando, innocente come un agnellino, riprende a essere visibile oltre questo Casón de Sèrla, baita al momento chiusa e piazzata in un deserto verde.
Attraversato questo mare erboso che mi arriva al ginocchio e ponendo attenzione a non prendermi una storta su uno dei massi nascosti sottostanti, passo accanto a questo casolare e mi dirigo verso il bosco presente alle sue spalle.
“Malefico sentiero, eccoti qui! Ma dov’eri finito, si può sapere? Chi ti ha insegnato ad abbandonare così questo povero escursionista?”
Al termine di doverose scuse e con la promessa di non separarsi più dai miei piedi, mi convinco a dargli un’altra possibilità. Rieccomi dunque ancora in questa danza da destra a sinistra e viceversa in mezzo ai boschi, circondato da botton d’oro e inebriato da quest’armonia che solo la natura e la montagna sa regalare. Solo che questa volta inizio a prendere quota: mi aspetta, infatti, di guadagnare poco più di 100 mt. di dislivello.
Tra sole e ombra e di fiore in fiore (ma anche di formicaio in formicaio) raggiungo il piccolo pulpito ovest delle Crépe de Sèrla solo all’apparenza panoramico, dove un’esile traccia prosegue dritta ma un cartello di legno appeso a un tronco nei pressi indica chiaramente un deciso cambio di marcia a sinistra per il Rifugio Venezia. Ancora qualche svolta su per il pendio, su di una lingua di terra larga un piede, ed eccomi anche a Forcella Cianpestrin sulla quale l’ennesima segnaletica verticale indica, ai lati, varie direzioni.
All'inseguimento della sottile lingua di terra
Il bivio al centro della radura dove è la baita di Casón de Sèrla (in fondo a sx). Il sentiero è scomparso!
Casón de Sèrla
Sempre dritto per il bosco, ritrovando la pista giusta
La brusca svolta sul piccolo pulpito ovest delle Crépe de SèrlaIn un territorio fuori dal mondo, tra prati in fiore, rigagnoli ed enormi larici - In vista del Pelmo
Ai piedi del Monte Penna, un po’ più a nord-ovest, su questa stranissima forcella in mezzo al bosco che non ne ha proprio l’aspetto, trascuro la via sulla sinistra che scende subito verso Zoppè di Cadore e insisto in direzione opposta per tentare di andare a intercettare la via primaria di collegamento col Rifugio Venezia.
Percorro questa specie di dorsale erbosa-boscosa assolutamente incredulo dalla meraviglia di una flora così variegata in cui convivono un’infinità di piante e specie arboree che non potrebbero essere più diverse tra loro. E di certo un sottobosco costituito da un tappeto di botton d’oro, erba e “lattughini” vari non è facile incontrarlo, se non altro perché, appunto, all’ombra di questi alberi giganteschi i cui rami toccano ampiamente il suolo, non dovrebbe crescere nulla!
Al termine di questa lunga spina sopraelevata, il sentiero, ora mansueto e fedele, mi accompagna verso il basso facendomi provare tutte le più grandi emozioni dell’essere tra i monti, nel tagliare ulteriori prati selvatici, in mezzo a questi lontani parenti delle sequoie ad alto fusto e lasciandomi scorgere un primo panorama verso la conca di Cortina coi monti Faloria e Cristallo davanti a tutti e alle cui spalle, minacciata da nuvoloni grigio-neri, si erge la Croda Rossa d’Ampezzo.
Per questi prati inizio ad assumere la “modalità bimbo” che in fondo non mi ha mai abbandonato, prendendo a sorridere e saltare estasiato da tutto quanto è intorno a me. Peccato non poter condividere sul momento questi scenari con nessuno!
Più in basso supero qua e là qualche piccolo guado; minuscoli rigagnoli nascono e muoiono su questi pendii, proseguendo il loro viaggio verso valle chissà quanti metri sottoterra. Indi, toccato il punto più basso di questo declivio in Val de La Fontaneles (così si chiama questa valletta e mai nome è più azzeccato data la presenza di acqua sorgiva), ricomincio a risalire. Su e giù, dicevo prima; tutta questa tratta selvaggia di collegamento è così.
Tagliando un pendio a mezzacosta, mi rendo conto del caos infernale e della devastazione ancora rimasta al suolo di quella famosa tempesta Vaia di cui prima. Per fortuna qui i giganteschi tronchi sono almeno stati tagliati così da permettere un passaggio; per il resto, è come se la bufera di vento si fosse verificata il giorno prima, con la parte basale dei tronchi ancora attaccata alle radici le quali, divelte e perpendicolari sul terreno, formano ombrelli giganteschi e minacciosi. Decisamente, in termini ambientali, questo è il segmento più desolato e malmesso di tutto l’itinerario; fortunatamente, si passa senza problemi e il pochissimo sforzo è dato unicamente dalla lieve salita.
Al termine di questo punto, nuovamente in discesa, supero il rigagnolo più importante della zona, il Ru Assola che molto più in basso, poco sopra Borca di Cadore, forma una bella cascata. Intanto, tra i rami di numerosi larici che qui imperversano, al magnifico colpo d’occhio sulle pareti del Pelmo, non posso che sobbalzare dalla sorpresa. Le rocce grigio-arancio della Spalla est cozzano col verde acceso di questi alberi e il cielo azzurro, in un tripudio di colori che mi fanno spalancare la bocca.
La meta, quindi, non è distante e, sia con gioia ma anche con un po’ di dispiacere, capisco di essere quasi giunto al termine di questo grande traverso aspro e incontaminato.
Allungata di poco la gamba sul torrentello, passo in mezzo ad alcune rocce e quindi nuovamente attraverso immensi prati in fiori, dove al giallo dei botton d’oro in festa si è unito anche quello di qualche tarassaco (Taraxacum officinale (Weber) ex Wiggers, 1780).
Infine, guadagnati gli ultimi metri di quota, mi trovo davanti l’ennesimo palo segnaletico con la possibilità di svolta a destra (verso valle e che escludo) o sinistra (in direzione del Passo di Rutorto, il mio obiettivo). La località in cui mi trovo è segnata come Najarón e la quota 1787 mt.
Su di una piccola dorsale, tra "lattughini" e botton d'oro
Panorama magnifico verso il Cristallo e la Croda Rossa d'Ampezzo
Il tratto più selvaggio con gli alberi divelti dalla tempesta Vaia del 2018
Dopo una lunga parte nel bosco, ecco di nuovo il Pelmo!
Il piccolo guado sul Ru AssolaLa natura del comprensorio Monte Pelmo-Mondeval-Formin - L’ascesa superlativa al Rifugio Venezia, ai piedi dei roccioni del Pelmo
Un pannello qui accanto spiega come un tempo in questo luogo sorgeva una malga, costruita proprio al servizio di questi prati e pascoli sconfinati. Una volta, dunque, tutta quest’area non era poi così selvaggia come appare ora; il bosco, con l’abbandono dell’uomo di questa porzione di territorio, si è ripreso tutto.
Il larice comune (Larix decidua Mill., 1768) e il pino mugo (Pinus mugo Turra, 1764) vanno a nozze in questi spazi aperti caratterizzati da terreni smossi e accidentati. Ad una quota di 1700 mt., il larice, in particolar modo, attecchisce dapprima sui sentieri che un tempo il bestiame utilizzava per spostarsi e laddove il terreno risulta eroso.
Successivamente, si sviluppa un folto sottobosco di specie erbacee e arbustive che sopraggiungono in avanscoperta. Per ultimo, si instaurano anche altre specie di piante più durature nel tempo, come l’abete rosso (Picea abies (L.) H.Karst., 188) e, ancora un po’ più in alto, l’ontano verde (Alnus viridis (Chaix) DC.).
Tutto questo comprensorio fa parte di un Sito di Importanza Comunitaria denominato “Monte Pelmo-Mondeval-Formin”, esteso per 11.065 ettari e appartenente alla Rete Natura 2000 che ha lo scopo di conservare gli habitat naturali e seminaturali, nonché la flora e la fauna selvatiche.
Lungo il sentiero più largo e frequentato che da Borca di Cadore sale al Rifugio Venezia, riprendo a salire. E questa volta sul serio. Stando alla mia cartina, devo colmare gli ultimi 200 mt. di dislivello che mancano a giungere sulla soglia del Rifugio Venezia.
Il luogo, ora, mi è familiare. Come accennato all’inizio, quando ero più piccolo ero già passato di qui, sobbarcandomi quella lunga tirata dal fondovalle con più di 1000 mt. di dislivello.
Poco oltre le indicazioni escursionistiche, a Cianpe de Najarón, transito accanto ai ruderi dell’ex malga sopraccitata della quale sono rimasti in piedi solo alcuni muretti perimetrali, mentre in mezzo all’edificio un enorme larice ha preso possesso della vecchia stalla.
Qualche metro più su il bosco lascia il posto ad un ulteriore, immenso, pascolo. Questa volta, però, mi trovo decisamente più in alto così che posso assistere ad un panorama superlativo che punta al vicino Antelao per spingersi poi più in là verso il gruppo dei Monfalconi, della Cridola e in generale delle Dolomiti friulane. Spettacolo puro!
Rimontando questi prati, noto che lo sforzo si acuisce e la pendenza aumenta. Ma il mio passo è lento, senza affanni e la cosa mi permette di respirare a pieni polmoni quest’aria pura di montagna.
Stranamente non incontro nessuno sul sentiero: molti, sicuramente, partiranno da quote più elevate per giungere al Venezia (come il Passo Staulanza), così da non sobbarcarsi questo dislivello; ancora meno saranno coloro partiti da Zoppè di Cadore, per la mia traccia!
Sul limitare alto di questi pascoli, il bosco molla un po’ la presa così che i mughi entrano prepotentemente in scivolata, accompagnandomi da qui in poi nella mia ascesa. Mi trovo, infatti, lungo le pendici est del morbido Col de Fer (alla mia destra) e nel regno del mugo che, con i suoi rami striscianti e compatti, impedisce l’accesso a qualsiasi altra specie arborea. E dato che la suddetta specie arborea vive fino a 400 anni... beh, un mugo è per sempre!
Al vedere questo scenario, ancora una volta mi paralizzo tanta è la bellezza, col Pelmo che svetta da questi verdi pendii assieme al suo “Caregòn”, con le Cime (o Crode) di Forca Rossa alla sua destra... no ma, non ho più parole. Vado di foto, via!
In mezzo ai miei nuovi amici, i mughetti, serpeggio di qua e di là, fortunatamente non costretto a passarci in mezzo! Il sentiero, nonostante sia un po’ faticoso in questa parte alta, è proprio come lo ricordavo, largo, pulito e senza impicci. Nei dintorni, ancora nessuno. Mah!
Oltre un piccolo dosso, l’ennesimo di una sfilza infinita, di fronte a me, tra mughi, mughetti e ai piedi di ghiaioni scoscesi, ecco la struttura inconfondibile del Rifugio Venezia, distante solo pochi metri... in linea d’aria!
Un altro buon tratto per fortuna magnifico e ultra panoramico mette un altro po’ di fatica in più nelle gambe, ben ripagata dai panorami che in sequenza si stanno rivelando tutto intorno a me, a partire dalla cartolina verso il Sorapiss, il Cristallo e la Croda Rossa d’Ampezzo, sempre minacciata da nuvoloni che tuttavia non le mettono il cappello.
Come si fa a dire che un’esperienza così non prenda l’anima? Panorami mozzafiato, natura selvaggia, aria buona e un bel sole a riscaldare i cuori... Certo, il vento che ha iniziato a spazzare tutto e tutti non era proprio tra gli invitati al banchetto ma tant’è.
L’ultimo tratto semi-boscoso mi porta ai piedi delle rocce maestose del Pelmo che nemmeno ad alzare lo sguardo verso l’alto riesco ad abbracciare tutto. Sono arrivato al Passo di Rutorto e da qui, virando a destra, è una pura formalità raggiungere la soglia del Rifugio “Alba Maria De Luca” Venezia, assediato, ora sì, da un bel po’ di persone (lo dicevo che nessuno macinava dislivello!). Ora, sosta contemplativa sulla terrazza panoramica; vanno in scena le Dolomiti del Cadore!
Il Rifugio “Alba Maria De Luca” Venezia è ubicato su di un piccolo pulpito panoramico in Loc. Campi di Rutorto, sulle pendici sudorientali del Monte Pelmo.
Inaugurato l’11 settembre 1892 dalla Sezione del CAI di Venezia dopo due soli mesi di intensi lavori di costruzione, è uno dei più antichi rifugi delle Dolomiti (solo il non distante Rifugio Nuvolau è ancora più vecchio ma al tempo non era italiano ma bensì appartenente all’Impero austroungarico).
Il suo nome è un omaggio alla città di Venezia, legata da sempre al Cadore.
Al tempo della Seconda Guerra Mondiale l’edificio era utilizzato dai partigiani della zona come prezioso punto di appoggio. Nel settembre del 1944 la struttura fu data alle fiamme durante un rastrellamento tedesco.
Nel secondo dopoguerra la Sezione del CAI di Venezia si adoperò per la sua ricostruzione; ampliato e ristrutturato, venne ufficialmente riaperto il 5 luglio 1954 e, per l’occasione, fu intitolato anche ad Alba Maria De Luca, giovane escursionista improvvisamente scomparsa sulle pendici rocciose della Croda da Lago nel 1947.
La struttura, oggi punto tappa dell’Alta Via n. 1 delle Dolomiti e punto di partenza per l’ascensione al Pelmo lungo la Via normale che attraversa la Cengia di Ball, fa parte del Comune di Vodo di Cadore ed è raggiungibile, come visto, da numerosi sentieri.
Il “Caregòn del Padreterno”. Lungo queste rocce corre la Via normale per la Cengia di Ball
Ciò che rimane dell'ex Malga Najarón,
L'Antelao, dal sentiero verso il Rifugio Venezia
Il Pelmo si eleva alle spalle di un bel bosco di larici e mughi. Alla sua dx, le Cime di Forca Rossa
Ancora il Pelmo, che da qui appare davvero mastodontico
Panoramica sul Cristallo, Croda Rossa d'Ampezzo, Pomagagnon e SorapissLa rilassante discesa a Zoppè di Cadore, col ricordo della Guerra Fredda
Potrei passare ore, giorni, settimane o mesi fermo in questa posizione ad assistere a questo spettacolo sulle Dolomiti cadorine. I colori, le sfumature, le ombre e i riflessi sarebbero diversi in ogni istante. Da questa terrazza il colpo d’occhio spazia dal Sorapiss all’Antelao, poi ancora ai Monfalconi e fino al Pramper, Tamer e Sfornioi. Tra il rifugio e queste vette, un oceano verde di boschi in ogni direzione.
Mi decido a levare l’ancora quando scappano un po’ tutti, alcuni interrompendo il loro pranzetto. Il vento ha iniziato a incalzare forte e non vorrei da qui a poco trovarmi orizzontale con le mani attaccate al palo della bandiera del rifugio, andando quindi a sostituire la stessa!
Tornato sui miei passi e ripassato dal Passo di Rutorto, insisto oltre per tornare ad affacciarmi sulla Val di Zoldo. La strada, ora una bella mulattiera larga e tranquilla, si abbassa dolcemente verso le pendici nordoccidentali del Monte Penna intorno al quale, alla fin della fiera, sto compiendo un anello.
Lungo la discesa mi imbatto in una curiosa targa militare in cemento lasciata dalle truppe degli Alpini durante una manovra o un’esercitazione avvenuta nel 1956. Lo stemma centrale raffigura probabilmente il 7° Reggimento Alpini della Brigata Alpina “Cadore”; si notano bene le due torri ai lati e un abete al centro unito alle prime con due catene; il tutto, racchiuso all’interno di uno scudo sopra il quale un’aquila ad ali spiegate vola sopra il fregio col n° 7.
Una scritta a sinistra riporta il n° 116, ossia la 116ª Compagnia Mortai, storica compagnia di supporto di fuoco appartenente al Battaglione Alpini “Belluno”.
Infatti, durante la Guerra Fredda, la zona del Cadore costituiva terreno di addestramento per questi reparti, impegnati in marce, esercitazioni varie e trasporto materiali, fra cui, appunto, i mortai da 81 mm o 120 mm.
Tirando le somme, non bastavano gli aratri della Prima e della Seconda Guerra Mondiale a intaccare queste montagne; pure la Guerra Fredda ha lasciato i segni che, scommetto, non si limitano certo a un’innocua targa.
La mia “modalità relax” si è di nuovo attivata durante questa discesa, davvero tranquilla e suggestiva. Un ultimo saluto al “Caregòn del Padreterno”, una chicane tra i larici, un bel ponticello sull’ennesimo torrentello senza nome e via, la discesa ai piedi delle Crode de Pena (o Penna) fila liscia come l’olio.
Giunto ad un grande bivio, tralascio sulla destra la strada che si abbassa verso Casera di Rutorto e tiro dritto, fino ad ignorare più avanti, sempre sulla destra, anche il sentiero che scende direttamente a Zoppè di Cadore ma sulla sponda ovest.
Continuo dunque il mio lento e piacevolissimo cammino tenendo come sfondo gli Sfornioi e il Bosconero, luoghi selvaggi e impervi che mi riprometto di andare a visitare.
A Tornichè, località coincidente curiosamente con un bel tornante, il sentiero prosegue dritto tornando ad alzarsi fino a Forcella Cianpestrin, decisamente ora fuori rotta. Seguendo quindi il tracciato verso il basso, con un magnifico tramonto sulla parete sud dell’Antelao che mi fa tremare tutte le corde interne e volare con la fantasia, mi ricongiungo più in basso in Loc. Le Fraine, dove scopro di essere stato preso in giro dal gigante incontrato stamani. Mica aveva finito col suo lavoro! No, eccolo ancora intento a spingere il suo masso! Mah, gente strana questi giganti...
Lasciatolo al suo compito, saluto e mi avvio verso il punto di partenza, oltrepassando di nuovo l’Agriturismo Malga Livan e scoprendo che cavalli e puledri, all’imbrunire, sono già rientrati a casa.
Un altro viaggio è giunto al termine, altri luoghi del cuore sono entrati a far parte di me. Così come i suoni, i colori le energie positive e le vibrazioni che solo le Dolomiti sanno trasmettere, gelosamente da custodire nel cuore.
Il Rifugio "Alba Maria De Luca” Venezia
Superba vista verso i gruppi Pramper-Tamer
La targa militare risalente al periodo della Guerra Fredda
La tranquillissima discesa verso Zoppè di Cadore
Scendendo lungo le pendici sud del Monte PennaTesti e foto di: Daniele Repossi
In compagnia di: Solitaria
La calta palustre (Caltha palustris L., 1753)
Da sx, Il Sasso di Bosconero, la Rocchetta Alta e gli Sfornioi (dx)
L'Antelao con una leggera enrosadira pomeridiana