Cenni sulla tipologia di nodi

Premettendo che questo argomento strettamente alpinistico viene trattato in specifici manuali e, ancor meglio, durante la frequentazione di corsi specifici, in questa sede diamo solamente alcuni cenni dei vari tipi di nodi esistenti, utilizzati in alta montagna.

Cos’è un nodo?

La domanda sembra banale ma, a pensarci bene non lo è. Un nodo, infatti, ha molteplici funzioni.

  • Permette di legarsi alla corda.
  • Permette di ancorarsi alla roccia o al ghiaccio.
  • Consente di unire tra loro due corde (ad esempio, per una discesa in corda doppia).
  • Consente di creare anelli per il prusiking, una tecnica alpinistica di soccorso per risalire una corda fissa impiegando due anelli di cordino collegati, appunto, con il nodo Prusik, autobloccante.

Tipi di nodi usati nell'alpinismo

Esistono un’infinità di nodi ma quelli più utilizzati dagli alpinisti sono circa una decina. Di seguito viene indicata una panoramica generale dei principali.

  • Nodo semplice: viene impiegato per assicurare le estremità della corda in seguito alla realizzazione di un altro nodo.
  • Nodo delle guide semplice: viene utilizzato per formare un’asola in corda doppia o in una fettuccia.
  • Nodo bulino: viene impiegato per creare un’asola fissa all’estremità della corda, la quale può così essere fissata in uno specifico punto di ancoraggio.
  • Nodo bulino ripassato: viene utilizzato dal secondo di cordata per legare la corda all’imbrago.
  • Nodo del pescatore: viene impiegato per unire tra loro due corde.
  • Nodo a otto (o nodo delle guide con frizione): viene utilizzato per unire la corda all’imbrago.
  • Nodo barcaiolo: viene impiegato per bloccare la corda ad un moschettone e autoassicurarsi alla parete.
  • Nodo mezzo barcaiolo: viene impiegato per assicurare in maniera reciproca i membri di una cordata.
  • Nodo per fettuccia: viene utilizzato per legare un pezzo di fettuccia, in maniera da creare un anello.
  • Nodo piano: viene impiegato per la discesa in corda doppia.
  • Nodo inglese doppio: viene impiegato per unire i capi di due corde per le discese in corda doppia.
  • Nodo Prusik: è un nodo autobloccante e serve per inserire un anello di corda attorno ad una fune (per manovre di autosoccorso, ecc.).
  • Nodo Bachmann: ha la stessa funzione del nodo Prusik ma viene effettuato intorno ad un moschettone.
  • Nodo a bocca di lupo: viene utilizzato per fissare un anello di corda a un anello. È il classico nodo per legare le longe col dissipatore all’imbrago, per percorrere vie ferrate.
  • Nodo a bocca di lupo migliorata: rappresenta una variante più sicura della tecnica precedente.

Cenni sulla progressione su neve e ghiaccio

Inserisco qui alcuni cenni circa la progressione su ghiaccio che interessa alcuni articoli inseriti nel sito. Si ricorda che, non essendo io guida alpina, declino ogni responsabilità riguardo qualsiasi uscita effettuata in qualsiasi tipo di percorso e ambiente. In particolar modo, quando si parla di progressione su ghiaccio è necessario affidarsi alla competenza di persone esperte e qualificate, così come occorrono conoscenze circa il corretto utilizzo dell’attrezzatura, le tecniche di autoassicurazione e progressione, gli elementi di una cordata (nodi, distanze, persone, ecc.), la camminata su pendii ripidi (in salita e in discesa), ecc.
Inoltre esistono moltissimi manuali tecnici riguardo l’argomento, cui raccomando di affidarsi.

La cordata

Per legare gli elementi di un gruppo in cordata serve, ovviamente, una corda, ossia lo strumento fondamentale impiegato per assicurare le persone in caso di cadute in crepaccio, lungo le creste, ecc. La corda mantiene uniti gli elementi della cordata ma non sempre unire i membri della stessa è la cosa migliore da fare: di volta in volta va valutata la specifica situazione in cui ci si trova.
In genere le guide alpine formano cordate di 3 o 5 persone al massimo. Più è alto il numero dei membri di una cordata e minore è la possibilità di essere trascinati durante l’eventuale caduta in un crepaccio.

  • Cordata a 2: in una cordata a 2, riservata ad alpinisti molto esperti essendo i rischi maggiori, occorre mantenere una distanza maggiore (almeno 15-18 mt.) e realizzare almeno 3-4 nodi frenanti nel terzo centrale della corda
  • Cordata a 3: in una cordata a 3, generalmente la più frequente, si mantiene di solito una distanza di 10-15 mt. e si realizzano anche qui, nel terzo mediano, alcuni nodi frenanti in grado di arrestare la caduta. Dal centro della corda si crea un nodo di giunzione, mentre la corda in eccesso viene legata a tracolla intorno al corpo (progressione in conserva corta) o riposta piegata nello zaino. Per calcolare esattamente le distanze si impiega il metodo della V rovesciata.
  • Cordata a 4 o 5: nelle cordate a 4 o a 5 i membri sono distanziati di 8-12 mt. e i nodi frenanti non sono strettamente necessari, in quanto il numero dei componenti presenti è sufficiente ad arrestare la caduta.

Formata la cordata, la guida o il membro più esperto deve scegliere il metodo di protezione più idoneo, ossia se lasciare che ogni singolo componente sia in grado di arrestare la propria caduta (progressione in cordata senza protezioni), oppure usare delle protezioni temporanee (assicurazione provvisoria) che prevedono l’uso di chiodi, viti da ghiaccio, ecc.
La materia, molto complessa, esula però dallo scopo del sito e viene lasciata alla frequentazione di corsi con guide esperte.

La progressione su ghiacciaio e l’impugnatura della piccozza

Camminare su ghiaccio è differente dal farlo su terreno normale e comporta la coordinazione di gambe e braccia, nonché il corretto uso di piccozza e ramponi.

1) Impugnatura della piccozza: durante la progressione classica o le traversate la mano che tiene la piccozza è sempre quella a monte e la stessa viene impugnata come un bastone, con la becca rivolta all’indietro (impugnatura di autoarresto). Questo sia in salita che in discesa. In questo modo portando alla mano libera il manico della piccozza, la becca si trova rivolta verso il pendio pronta a frenare un’eventuale caduta; inoltre, non si corre il rischio di ferirsi.

  • Pendii con pendenza moderata (fino a 35°): i ramponi vengono usati con le punte a piatto, ossia le stesse vengono fatte penetrare nel ghiaccio in maniera uniforme, appoggiando tutto il peso del corpo. Le gambe sono leggermente divaricate (per non ferirsi coi ramponi) e, camminando, non si incrociano mai. Anche le ginocchia e le caviglie vengono piegate a seconda dell’inclinazione del versante. La piccozza viene impugnata sulla testa con la becca che può essere rivolta a monte per una presa immediata (impugnatura di autoassicurazione), infilando il puntale nel pendio. Quando si utilizza un’impugnatura di autoassicurazione, occorre essere in grado di passare repentinamente ad un’impugnatura di autoarresto per frenare in caso di caduta.
  • Pendii con forte pendenza (superiore a 35°): i ramponi vengono utilizzati con le punte in avanti, unitamente alla piccozza che appoggia la becca sul pendio. I piedi figurano al livello delle anche e, nella progressione, si sale a piccoli passi. Il corpo è in posizione eretta, mentre le ginocchia leggermente piegate.

2) La discesa con i ramponi: la discesa corretta di un pendio dipende dalla pendenza di questo.

  • Pendii con pendenza moderata (fino a 35°): la discesa viene effettuata faccia a valle, col corpo leggermente piegato in avanti. I piedi sono sempre larghi e la piccozza viene puntata in avanti. Tutte le punte dei ramponi devono affondare nel ghiaccio.
  • Pendii con forte pendenza (superiore a 35°): la discesa viene effettuata faccia a monte. La piccozza, impugnata sopra la testa, viene conficcata nel ghiaccio il più in basso possibile.
  • Pendii con pendenza estrema: la discesa viene effettuata voltandosi di lato e procedendo in diagonale. La piccozza viene piantata nel ghiaccio all’altezza delle spalle; una mano rimane sulla testa e l’altra in fondo al manico, nella posizione di autoarresto (vedi sotto).

3) L’uso della corda: in una cordata, durante la progressione su ghiacciaio, la corda non deve mai essere molle e allentata ma sempre piuttosto tesa, dritta. In questo modo, se un compagno dovesse accidentalmente cadere in un crepaccio, l’altezza di caduta (il volo) sarà minore; così facendo sarà molto probabile che questi non vada a sbattere i piedi o il corpo contro superfici dure all’interno del crepaccio. Il vantaggio di tenere la corda tesa riguarda anche chi dovrà frenare la caduta, nel senso che non verrà anch’esso trascinato verso il vuoto.
La tensione della corda implica che tutti procedano in sintonia, mantenendo un passo regolare. La corda, per forza di cose, si allenterà un po’ durante una curva compiuta dal capocordata. In questo caso, è il secondo che deve adeguare il passo in modo che la stessa non si allenti.

Muoversi in una zona crepacciata

Nel limite del possibile, i crepacci vanno  individuati per tempo, in modo da aggirarli. La montagna bisogna saperla leggere e solo l’esperienza e una buona preparazione possono portare a tutto questo. Non sempre i crepacci risultano visibili. Alcuni si nascondono sotto la coltre di neve; per questo essa va sempre sondata con la piccozza.
Se proprio l’aggiramento di una zona crepacciata non è possibile, non resta che attraversarla, con molta cautela e alcuni accorgimenti.

  • Un’alternativa all’aggiramento consiste nel passare sopra un ponte di neve, purché questo sia formato da neve dura e tenga il peso delle persone. Anche in questo caso, fondamentale risulta sondare con la piccozza lo strato nevoso. Ricordiamoci che un ponte di neve potrebbe risultare sicuro nelle prime ore del mattino, quando ancora la temperatura è bassa, e pericoloso al pomeriggio, quando la neve sotto il calore del sole si lascia andare.
  • In caso non vi siano ponti di neve e il crepaccio da superare sia piccolo, è possibile ricorrere a un breve salto. Se lo stesso prevede rincorse troppo lunghe può essere davvero rischioso procedere in tal senso (o comportare ferite e abrasioni nel compiere la manovra).
  • Se il crepaccio fosse poco profondo e non vi fossero alternative, l’unica scelta potrebbe essere quella di calarsi all’interno, camminare sul fondo e arrampicare lungo la parete opposta. Questo meccanismo va usato con molta parsimonia ed è indicato solo per alpinisti molto esperti e robusti fisicamente. È inoltre da tenere conto che anche il fondo del crepaccio potrebbe risultare instabile e rivelarsi solo l’ennesimo ponte di neve.

(Il soccorso in crepaccio è materia alpinistica che esula dallo scopo dal sito. Questa tecnica, come altre, possono essere imparate frequentando corsi appositi).

L’autoassicurazione

La tecnica di procedere in autoassicurazione impedisce che uno scivolone causato magari da un piede appoggiato malamente si trasformi in una caduta rovinosa. Impugniamo la piccozza con la mano a monte (l’impugnatura può essere anche quella di autoarresto) e conficchiamo il puntale in profondità nel ghiaccio, verticalmente. Facciamo uno o due passi, estraiamo la piccozza e ripiantiamola.
In caso di caduta, teniamo una mano sulla testa della piccozza e afferriamo con l’altra mano il manico nella parte bassa, vicino alla neve. Il manico, se ben piantato in profondità, sosterrà il nostro peso e non uscirà. Se vediamo che l’autoassicurazione non funziona e iniziamo a scivolare, passiamo alla tecnica di autoarresto nel più breve tempo possibile.

L'autoarresto

L’autoarresto è la manovra che si compie per fermarsi in una posizione stabile in caso di caduta e scivolamento su neve o ghiaccio. Rappresenta l’unica soluzione in caso si proceda slegati ma serve anche per frenare la caduta in un crepaccio di un compagno di cordata.

  • Impugnatura della piccozza: la stessa va impugnata con una mano sopra la testa e l’altra sopra il puntale.
  • La becca: portando la piccozza davanti al petto e in posizione obliqua, esercitiamo una pressione contro la spalla della mano che impugna la testa. Il manico è davanti al nostro petto, in diagonale, appunto.
  • Il nostro corpo: il petto e le spalle spingono la piccozza verso il basso, nella neve. La nostra testa è anch’essa rivolta verso la neve, con il casco e il nostro naso a contatto con la superficie. Le ginocchia si devono piegare contro la superficie, per rallentare il più possibile la caduta. Le gambe sono aperte ma, con i ramponi ai piedi, teniamo questi sollevati per evitare che le punte si conficchino nella neve.

Le quattro posizioni di caduta

Mentre scivoliamo lungo il pendio (si spera mai) possiamo trovarci in 4 posizioni diverse: con la testa a valle o a monte e con il viso a contatto con la neve o meno. In ogni caso occorre portarsi nella posizione di autoarresto, come detto l’unica in grado di salvarci. Questa risulta con la testa a monte, i piedi a valle e la faccia che fa pressione contro la superficie. Per arrivare a questo risultato, impugniamo la piccozza con entrambe le mani, una sulla testa e l’altra sul fondo del manico.

  • Scivolata a pancia in giù con la testa a monte: la caduta non è drammatica in quanto ci troviamo già nella posizione ideale di autoarresto. Infiliamo la becca nella neve e facciamo pressione per fermarci.
  • Scivolata a pancia in su con la testa a monte: siamo quasi nella posizione di autoarresto ma dobbiamo voltarci verso la testa della piccozza e piantare la becca nella neve al nostro fianco, girandoci quindi a pancia in giù.
  • Scivolata a pancia in giù con la testa a valle: una caduta a testa in giù è molto pericolosa. Da questa scomoda posizione, dobbiamo assolutamente spostare i piedi verso valle. Portiamo la piccozza di fianco e davanti a noi e conficchiamo la becca nella neve. Facciamo un perno per riuscire a voltarci. Spostiamo quindi le gambe a valle.
  • Scivolata a pancia in su con la testa a valle: è la caduta più pericolosa. In questi casi stringiamo i gomiti velocemente e portiamo le ginocchia al petto. In questo modo riusciremo a variare la posizione portando la testa a monte. Ora bisogna mettere la piccozza all’incirca all’altezza della spalla con la becca rivolta verso l’esterno e il manico in diagonale sopra il busto. Cerchiamo quindi di metterci supini e schiacciare con il peso del corpo la becca nel ghiaccio. Divarichiamo quindi le gambe e alziamo i piedi, in modo che i ramponi non tocchino il ghiaccio.

Queste manovre vanno provate e riprovate, fino ad essere automatiche. Tuttavia, lungo pendii molto ripidi o interamente ghiacciati, arrestare una caduta è davvero difficile. Non dobbiamo tuttavia desistere ma continuare a provare le manovre di autoarresto. Inoltre, anche in presenza di neve molle la becca della piccozza non tiene; per frenare, usiamo tutto quanto possiamo, mani, gambe, piedi, ginocchia.

Muoversi sulla neve e sul ghiaccio

Muoversi senza rischi nella neve è alla base di tutto. Un buon escursionista deve essere in grado di capire quando il manto nevoso è instabile e, pertanto, rinunciare alla gita (o, quantomeno, optare per un percorso diverso e più sicuro). Il tempo, l’esperienza e la frequentazioni di corsi con guide esperte forniscono tutte queste capacità.
Teniamo però sempre a mente che il rischio zero non esiste, soprattutto quando il meteo è incerto e variabile. Il manto nevoso muta in continuazione e noi dobbiamo essere in grado di valutare i potenziali pericoli.
Accenniamo ai comportamenti da tenere sulla neve in caso di caduta (normale e in valanga). Le modalità di utilizzo dell’attrezzatura di ricerca (ARTVA, pala e sonda) e le tecniche di primo soccorso vanno imparate seguendo corsi specifici.

1) Prima di affrontare un’uscita, informiamoci bene sul rischio valanghe, consultiamo i valori delle tabelle e osserviamo noi stessi la consistenza della neve. Optiamo sempre per percorsi sicuri.

2) Indossiamo sempre tutta l’attrezzatura e l’abbigliamento tecnico necessario.

3) Applichiamo ciò che abbiamo imparato circa le tecniche di progressione, sia in salita che in discesa. Alleniamoci fino ad assimilare alla perfezione le manovre di autoassicurazione e autoarresto.

4) In caso di malaugurata caduta gridiamo “Volo!”. In questo modo i compagni di cordata si prepareranno a frenare la nostra scivolata.

5) Gridiamo “Arresto!” se vediamo un compagno di cordata che inizia a scivolare: questo darà modo a tutti gli altri di prepararsi nella manovra in tal senso. Se vediamo un alpinista slegato che procede slegato e inizia a scivolare, gridiamo comunque “Arresto!”: questo gli farà ricordare la manovra che dovrà eseguire.

6) Non mettiamoci a sistemare la nostra attrezzatura in punti delicati. O, se proprio dobbiamo farlo, assicuriamoci prima alla parete (ghiacciata o rocciosa).

7) Se sappiamo di dover per forza attraversare un tratto pericoloso esposto alle valanghe dotiamoci di ARTVA, pala e sonda.

8) Nello sfortunatissimo caso in cui fossimo travolti da una valanga, non perdiamo la calma. In queste fasi ogni briciolo di energia è preziosa; dobbiamo a tutti i costi lottare per sopravvivere.

  • Mettiamoci subito a gridare: in questo modo attireremo l’attenzione dei compagni o di chi transita nelle vicinanze.
  • Liberiamoci da tutta l’attrezzatura ormai inservibile, come sci o bastoncini. Teniamo lo zaino in quanto, quale oggetto di grandi dimensioni, galleggerà di più e verrà probabilmente trasportato verso lo strato superficiale della massa nevosa.
  • Muoviamo in continuazione braccia e gambe, proprio come se stessimo nuotando. Se abbiamo anche un minimo di possibilità, cerchiamo di dirigerci verso la parte esterna della valanga.
  • Se vediamo che la neve ci ricopre la testa, chiudiamo la bocca per evitare il soffocamento.
  • Quando la slavina rallenta un po’, mettiamo gomiti e braccia davanti a noi, in modo da crearci uno spazio d’aria per poter respirare.
  • In caso venissimo sepolti, non agitiamoci e non gridiamo: non servirebbe a niente. Non sprechiamo ossigeno prezioso e aspettiamo le manovre di soccorso che i nostri compagni (o chi transitava vicino noi) dovrebbe aver già messo in moto.
  • Se fossimo noi ad osservare la caduta di un nostro compagno sotto una valanga, dobbiamo sapere cosa fare; dobbiamo essere perfettamente addestrati a tutte le manovre di soccorso, nonché a saper usare l’attrezzatura di ricerca in valanga.
  • L’ARTVA va fissato intorno al collo e stretto al petto con le apposite cinghie. Durante la nostra gita l’apparecchio deve essere acceso in modalità di trasmissione. Durante una ricerca, sganciamo lo strumento e poniamolo in modalità di ricezione in modo da individuare il segnale di trasmissione proveniente dall’apparecchio della vittima. Prima di iniziare un’escursione, occorre verificare che tutti gli apparecchi ricevano e trasmettano correttamente.

Tutte le immagini hanno scopo puramente indicativo.