Partire con il piede giusto

Abbiamo studiato l’escursione nei dettagli, caricato bene lo zaino e programmato tutto. Siamo dunque all’attacco del sentiero in una splendida giornata di sole, belli carichi e col morale alle stelle. Ma... sappiamo veramente partire col piede giusto? Sappiamo dare un ritmo alla camminata per non stancarci troppo e “stare nei tempi”?
Infatti, è fondamentale non commettere questo tipo di errori.

1) Mantenere un’andatura troppo elevata: molti escursionisti partono letteralmente “in quarta”, vuoi per arrivare prima a destinazione, per l’ansia di non riuscire a raggiungere la meta oppure per fare bella figura con i compagni. Partire troppo forte, stancandosi subito, non ha alcun senso quando avremo a disposizione l’intera giornata per compiere ciò che ci siamo prefissati. Il metodo migliore per capire se stiamo procedendo troppo in fretta è quello di provare a conversare con gli altri; se parliamo con affanno significa che andiamo troppo veloci e dobbiamo rallentare.

2) Mantenere un’andatura troppo lenta: al contrario, partire troppo lentamente ci costringerà a prolungare o ad accorciare la nostra gita, e magari dedicare meno tempo (se non rinunciare) all’eventuale parte tecnica che incontreremo più avanti. Forse non siamo bene allenati, oppure, come si dice, “oggi non è giornata”. Limitiamo la gita, dosiamo le forze e magari prepariamoci meglio per la prossima volta.

Mantenere un’andatura regolare e costante, è il metodo migliore per camminare in montagna. Il consiglio è quello di partire piano all’inizio, per poi aumentare progressivamente l’andatura ma senza correre. Prima di iniziare a sudare, fermiamoci e togliamo qualche strato. Riprendiamo la camminata alla suddetta andatura, non facendo caso a qualche piccolo dolore muscolare. È normale che le articolazioni “entrino in temperatura”, così come è logico che anche il battito cardiaco acceleri. Lentamente, la stanchezza e i piccoli dolori iniziali spariranno.
Logicamente è impensabile mantenere la medesima andatura in ogni tratto del sentiero: camminare in piano o in salita tra roccette è ben diverso! Adeguiamo quindi il passo a seconda del tipo di terreno; rallentiamo un po’ in salita per poi aumentare di nuovo quando la traccia diventa di nuovo pianeggiante.
Teniamo anche a mente che la nostra andatura dipende anche da altri fattori quali il peso dello zaino e le condizioni atmosferiche. In ogni caso, cerchiamo comunque di procedere regolarmente, respirando bene.

L’andatura di riposo in salita

Lungo pendii con pendenza elevata, oppure sul ghiacciaio o sulla neve, quando lo sforzo è maggiore, è meglio adottare un’andatura di riposo piuttosto che fermarsi frequentemente e poi ripartire (con tutti i dolori del caso nel farlo). In cosa consiste questa tecnica? In pratica, di terminare ogni passo con una pausa, così da permettere un riposo frequente e costante. Ecco come funziona.

1) Con la gamba destra tesa e quella sinistra piegata in avanti, scarichiamo il peso del corpo sulla prima, rilassando la seconda. Espiriamo bene.

2) Inspiriamo e facciamo un passo normale, portando la gamba destra davanti alla sinistra. Spostiamo il peso sulla gamba sinistra e ripetiamo la procedura di prima.

Con questo metodo riusciamo a mantenere un passo regolare e a non stancarci troppo. Di contro, la procedura è lenta e monotona e richiede che anche l’eventuale compagno di cordata proceda in tal senso.

Le soste

Sostare ogni tanto è molto utile per recuperare le energie dopo sforzi intensi e prolungati; tuttavia, occorre fermarsi solo se necessario, evitando soste frequenti e inutili che allungherebbero la giornata (o la accorcerebbero) andando ad influire sul morale dei compagni. In tal caso, meglio rallentare un pochino l’andatura per recuperare che  fermarsi ogni volta.
Per la prima parte della giornata, quando siamo ancora freschi, programmiamo delle brevi pause per bere o ingerire uno snack veloce ogni ora e mezza o due ore. Successivamente, a metà giornata, programmiamo una sosta più lunga in cui mangiare e usufruire della toilette. Nella seconda parte della giornata, possiamo effettuare soste un pochino più lunghe rispetto al mattino (data la stanchezza che aumenta) per bere e consumare frutta secca o cioccolato.
Ogni volta che siamo fermi, distendiamo i muscoli, respiriamo bene ed eventualmente togliamo o mettiamo strati addosso a seconda delle necessità; evitiamo di sudare inutilmente o di patire del freddo!

La discesa

“Finalmente la fatica è finita, ora è solo discesa! In poco tempo saremo al punto di partenza”. Chi non ha mai sentito pronunciare una frase del genere da un compagno o da estranei prima di affrontare il rientro a valle? E qui, casca l’asino...
La discesa è solo apparentemente e mentalmente più rilassante della salita. In pratica, se la fatica non aumenta, sono altri fattori a fare la loro comparsa: dolori muscolari, male alle ginocchia, vesciche, mal di schiena, ecc.
Quando camminiamo in discesa, tutto il peso del nostro corpo, zaino compreso, viene scaricato sulle gambe, sulle ginocchia e sui piedi, le cui dita, per giunta, sfregano contro la punta dello scarpone. Tutto il nostro corpo viene scosso e sollecitato.
Possiamo evitare questi inconvenienti (o, quantomeno, ridurli) adottando una serie di misure preventive.

1) Utilizziamo dei comuni bastoncini da trekking che aiutano a scaricare il peso e a distribuirlo meglio.

2) Manteniamo sempre un passo regolare e non acceleriamo in base alla forza di gravità.

3) Teniamo le unghie dei piedi in ordine e tagliamole prima di partire.

4) Prima di affrontare una discesa, stringiamo bene i lacci degli scarponi, portando il tallone in aderenza. In questo modo lo spostamento del piede sarà ridotto.

5) Pieghiamo le ginocchia, cerchiamo di ammortizzare urti e scossoni.

6) Se abbiamo una piccozza, usiamola come appoggio e per frenare. La stessa, non serve solo sul ghiaccio ma risulta utile anche lungo un pendio erboso.

7) Guardiamo bene dove e come appoggiamo il piede, cercando sempre il punto migliore.

Non sottovalutiamo mai la discesa e non consideriamola come “la parte facile del percorso”. Ricordiamo che la maggior parte degli incidenti in montagna si verificano in discesa, non in salita. 

La traversata

La cosa peggiore da affrontare in montagna per un escursionista o un alpinista è sicuramente la traversata, considerata al pari di un massacro per il corpo. Spostarsi lateralmente lungo un pendio non è facile e comporta la possibilità di perdere l’equilibrio così come di procurarsi qualche distorsione alle caviglie.
Se siamo costretti a superare tratti del genere, cerchiamo sempre la via migliore e più comoda, a seconda del tipo di terreno incontrato. Ricordiamoci che gli animali la sanno lunga in fatto a percorsi; spostiamoci, se presenti, lungo quelle tracce “per capre”. Sarà sicuramente più agevole che districarsi tra grossi massi in forte pendenza!

L’importanza del sentiero

In caso ci trovassimo in zone non attraversate da sentieri (o, peggio, ci fossimo persi), non perdiamo la calma. Un buon escursionista (o alpinista) deve imparare a “leggere” la montagna e a districarsi sempre, trovando la via naturale più comoda. Cerchiamo dei punti di riferimento che, in genere, sono ovunque. Magari non ci sarà un sentiero ma un segno sbiadito su un tronco o su un vecchio muretto sì, o ancora un paletto di legno solitario che magari spunta dalla neve, un nastro su di un ramo, un ometto di pietra, ecc. Insomma, magari non ci troviamo su di una pista battuta ma lungo una vecchia via ormai dismessa, la quale però si ricollega da qualche parte.
Teniamo però a mente che talvolta queste indicazioni possono essere fuorvianti e non portare da nessuna parte. “Leggiamo” sempre la montagna, osserviamone la conformazione naturale e il terreno. Magari il sentiero è a pochi passi da noi e basta poco per raggiungerlo. Scegliamo la via più semplice, dove il versante offre meno ostacoli e resistenza.

I vari tipi di terreno

Nei vari articoli del sito, una voce della scheda tecnica si riferisce al tipo di terreno incontrato. Questo indica, letteralmente, il tipo di suolo sul quale appoggiamo il piede. Tralasciando le superfici più elementari (asfalto, erba, acciottolato, ecc.), concentriamoci su quelle più toste con le quali, inevitabilmente, prima o poi avremo a che fare.

1) Pietraie, rocce e ghiaioni: si trovano a quote elevate e, talvolta, offrono una via di salita “comoda” ad una cima o una forcella. Tuttavia, le rocce possono risultare instabili, sfasciumate e scivolose. In ogni caso è meglio starne alla larga in caso fossero bagnate. Nel muoverci su questo tipo di terreno, cerchiamo sempre il percorso migliore e meno faticoso. 

  • In salita: se davanti a noi abbiamo un compagno, se possibile spostiamoci dalla sua traiettoria di caduta, oppure stiamo pronti a gridare “sasso” a chi ci segue in caso di caduta di materiale. La risalita di un ghiaione è lenta e faticosa, oltre che “scivolosa”. Dobbiamo prestare la massima attenzione. In presenza di rocce vere e proprie, aiutiamoci con le mani; bastoncini e piccozza non ci serviranno.
  • In discesa: cerchiamo di muoverci velocemente e con passi corti. Stabiliamo preventivamente dove appoggiare il piede, pronto a spostarlo repentinamente se quel sasso si dovesse muovere. Utilizziamo bastoncini o piccozza per una migliore stabilità.

2) Vegetazione alta, boscaglia, mughi: attraversare questo tipo di ambienti (in gergo si dice “fare delle ravanate”) non è mai una bella cosa. A volte, però, ne siamo costretti, ad esempio in presenza di alberi caduti lungo il sentiero o nell’attraversare una zona in cui quest’ultimo risulti poco segnato, ecc. Muoversi a braccia, spostando rami, foglie e arbusti, è un vero incubo. Tra le altre cose, una vegetazione (o un’erba troppo alta) impedisce la vista di eventuali pericoli come buche, grosse pietre, burroni, tratti scivolosi, ecc. Nel caso ci trovassimo ad affrontare questi tratti, prepariamoci a subire qualche graffio o escoriazione. Bastoncini e piccozza possono aiutarci a tenere i rami distanti ma non sempre possono essere utili, risultando d’intralcio in caso dovessimo inginocchiarci (o, peggio, strisciare) per superare tronchi e rami caduti.
Nei limiti del possibile, tratti del genere andrebbero evitati, tenendo a mente quanto segue.

  • Potendo scegliere, è meglio camminare lungo creste o roccette piuttosto che nel fondovalle e in riva a un torrente, dove la vegetazione è fitta. Insomma, se la direzione da prendere è quella, meglio stare in alto che in basso (meteo permettendo).
  • Se costretti a procedere lungo un torrente, scegliamo bene quale sponda offre un percorso più agevole tra la vegetazione.
  • Se il torrente è appena pronunciato o l’acqua piuttosto bassa, camminiamoci dentro. Se l’alveo è asciutto, meglio ancora!
  • Se siamo in prossimità di pareti rocciose verticali, camminiamo alla loro base. Sarà più facile districarsi tra i rami e, magari, trovare la classica pista per capre.
  • Cerchiamo all’interno della fitta vegetazione eventuali piste per animali. La via, sarà sicuramente più agevole.
  • Cerchiamo i punti in cui la vegetazione è più rada, in presenza di grossi alberi. I rami fitti e le fronde degli stessi impediscono lo sviluppo di erba o arbusti al suolo.
  • Rimaniamo sul sentiero tracciato fin dove possibile, anche se questo comporta un allungamento del percorso di qualche chilometro. Faremo comunque prima che attraversare un tratto più breve nella vegetazione alta.
  • In presenza di neve, evitiamo le vie percorse dalle valanghe e camminiamo dove la stessa ricopre anche gli arbusti. Ci passeremo tranquillamente sopra.

3) Torrenti e ruscelli: se la via prosegue lungo la sponda opposta di un corso d’acqua, c’è poco da fare. Se il torrente è in secca tanto meglio. Se non lo è, toccherà guadare. Il guado è facile se siamo in presenza di un ponte o di una passerella di legno; risulta complicato se la portata d’acqua dovesse essere già importante e non ci fosse nulla, o quasi, che permetta un sicuro attraversamento.
Tenendo sempre a mente che la suddetta portata d’acqua di un torrente è maggiore di pomeriggio, in che punto attraversare, quindi?

  • Innanzitutto, prima di un guado è sempre bene slacciare la cintura e la cinghia pettorale dello zaino; se cadiamo in acqua, dobbiamo essere in grado di levarci lo zaino il prima possibile.
  • Scegliamo un punto largo del torrente, anche se i metri da percorrere in acqua saranno maggiori. I restringimenti sono più brevi ma più pericolosi, in quanto la profondità è generalmente maggiore.
  • Se notiamo massi sparsi qua e là lungo il letto del fiume, possiamo utilizzarli per attraversare. Studiamo bene dove metteremo i nostri piedi e quali passi o salti occorrerà fare. È importante prendere pietre o massi asciutti; se bagnati, risulteranno più scivolosi. Passiamo veloci di pietra in pietra, senza sostare troppo in un punto. I bastoncini aiutano in questo caso a mantenere l’equilibrio.
  • Se notiamo la presenza di un tronco d’albero, lo possiamo utilizzare per l’attraversamento, purché stabile e relativamente sicuro. Anche in questo caso i bastoncini aiutano nell’equilibrio. Se il tronco è sottile o scivoloso e non riusciamo a stare in equilibrio possiamo tranquillamente sederci e procedere a balzelli. In caso di perdita dell’equilibrio, cerchiamo di buttarci verso valle, in modo che la corrente non ci trascini poi, schiacciandoci, contro il tronco.
  • Se l’alveo del torrente è ampio e il guado si rende inevitabile, scegliamo bene come farlo. In caso l’acqua sia calma e il fondo quasi sabbioso, possiamo toglierci gli scarponi e arricciare i pantaloni fin sopra il ginocchio. In caso contrario, anche per non subire ferite, meglio tenerli ai piedi; ricordiamoci, in caso la scarpa debba affondare completamente, di riporre le calze e le solette nello zaino per non bagnarle. Giunti dall’altra parte, cerchiamo il più possibile di togliere l’acqua dalle scarpe e magari lasciamole al sole qualche minuto; rimettiamo quindi all’interno le solette e infiliamoci nuovamente le calze asciutte. In caso il torrente sia profondo e la portata d’acqua elevata, valutiamo bene se guadare o meno e pensiamo ai potenziali pericoli. Teniamo a mente che se l’acqua supera la vita, il guado sarà molto pericoloso e perdere l’equilibrio risulterà più facile. Se guadiamo un ruscello ai piedi di un ghiacciaio poniamo la massima attenzione a dove appoggiamo i piedi; l’acqua, sempre fangosa e sporca, impedisce di vedere il fondale e di valutare la profondità.

In caso di caduta, verremo sicuramente trascinati dalla corrente se questa è forte. Assumiamo la posizione sulla schiena tenendo i piedi rivolti verso valle. Qualche ferita sarà da mettere in conto ma non capiterà nulla di grave. In presenza, invece, di potenziali pericoli lungo il percorso, cambiamo posizione e mettiamo la testa a valle; nuotiamo e sfruttiamo ogni appiglio per portarci verso la riva.

4) Neve e ghiaccio: la coltre bianca può essere sia un vantaggio che uno svantaggio. Nel primo caso, alcune cime o luoghi possono essere più facilmente raggiungibili quando la neve ricopre pietraie, ghiaioni, l’alta vegetazione o anche dei corsi d’acqua (ponti di neve). Nel secondo caso va detto che il manto bianco ricopre tutto, quindi anche i sentieri che non sono più visibili. Infatti, quasi sempre i percorsi invernali non ricalcano quelli estivi (anche per evitare di passare ai piedi di pendii di scarico valanghe). In ogni caso camminare sulla neve significa rallentare l’andatura. Se la neve è molle e ci troviamo in un bosco o lungo una pietraia, non sappiamo cosa c’è sotto e quanto il nostro piede possa sprofondare. Aiutiamoci con bastoncini e piccozza per saggiare la consistenza della neve. Valutiamo bene il terreno e cerchiamo di restare il più possibile lungo piste battute. Ricordiamo di calzare i ramponi in presenza di terreno duro e ghiacciato e le ciaspole in presenza di neve molle.

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