Tralasciando la descrizione di tutte le tecniche di pronto soccorso da metter in atto in caso di ferite o incidenti, che si apprendono frequentando corsi specifici, trattiamo in questa sezione i sintomi, le patologie e i malesseri che un’escursione in montagna potrebbe presentare.
Ovviamente tutto quanto si dirà potrà essere evitato con un’adeguata preparazione e l’utilizzo di abbigliamento e attrezzatura adatti ad un’uscita di questo tipo.
La montagna non va mai sottovalutata. Dobbiamo sempre ricordare che noi, essere molto fragili, siamo ospiti in un ambiente difficile (se non ostile), che prevede la presenza di numerosi pericoli.
Possiamo distinguere tre grandi branche di cause di malesseri e disturbi alla nostra persona: gli aspetti legati all’ambiente, i disturbi e gli inconvenienti fisici e gli infortuni veri e propri (la cui cura, come detto, è riservata al personale medico).
Aspetti legati all’ambiente circostante
Rientra in questa categoria tutto ciò che l’ambiente può metterci contro e che dobbiamo prevedere.
1) Il caldo: quando il nostro corpo accumula più calore di quanto riesca a rilasciarne nell’ambiente si possono presentare disturbi di diversa gravità.
- Crampi muscolari: si manifestano in seguito a disidratazione (perdita di sali minerali) tramite sudorazione, in seguito a sforzi eccessivi. Il rimedio consiste nel reintegrare l’acqua perduta, nel riposo e nel massaggio lento, in grado di ripristinare il muscolo.
- Esaurimento da calore: si manifesta in seguito a sudorazione elevata, quando l’afflusso di sangue al cervello si abbassa molto fino alla soglia della perdita dei sensi. Debolezza, nausea e battito cardiaco accelerato sono i sintomi più comuni. Il rimedio consiste nel riposarsi all’ombra e bere molto per reintegrare i sali perduti.
- Colpo di calore: è il disturbo più pericoloso e si manifesta con un aumento repentino della temperatura corporea in seguito al grande caldo. I sintomi sono battito cardiaco accelerato, cefalea, stanchezza, pelle calda e arrossata, vertigini e disorientamento. In molti casi si deve intervenire tempestivamente in quanto la persona colpita non potrà aiutare nelle operazioni di cura. Occorre quindi trasportare il paziente all’ombra, rinfrescandogli la testa e la pelle del corpo con un panno d’acqua e ventilandolo: l’obiettivo è abbassare la temperatura corporea. Se la persona colpita riprende conoscenza e parla, è opportuno che beva dell’acqua; successivamente è bene riportarla a valle per farla visitare da personale medico prima di intraprendere altre attività.
- Colpo di sole: disturbo simile al precedente ma si verifica quando i raggi solari influiscono direttamente sul fisico di una persona, anche se la temperatura ambientale non risulta particolarmente elevata.
- Collasso: assieme al colpo di calore è il disturbo più pericoloso. Può causare disorientamento e perdita di coscienza.
- Disidratazione: è il classico disturbo provocato dal caldo in seguito alla mancanza di un’adeguata idratazione. La persona perde più liquidi di quanto riesca ad assumerne e questo avviene con la sudorazione, la respirazione e i bisogni fisiologici. Il rimedio consiste nel bere acqua regolarmente e non solo quando sopraggiunge la sete.
2) Il freddo: anche quando il nostro corpo perde più calore di quanto sia in grado di ripristinarlo si possono manifestare disturbi di diversa entità. Temperature rigide, pioggia, vento, neve, indumenti bagnati, ecc. contribuiscono attivamente; il corpo entra in quella fase in cui cerca di mantenere la temperatura interna a livelli accettabili, magari “sacrificando” le estremità degli arti (dita delle mani e dei piedi).
- Ipotermia: si manifesta quando la temperatura corporea scende al di sotto dei 35 °C e in genere è dovuta a una lunga esposizione al freddo, senza che la temperatura esterna sia necessariamente rigida. L’ipotermia può essere:
a) Lieve: quando la temperatura corporea scende a 35 °C si hanno brividi, rossore della pelle, battito cardiaco accelerato. Anche il fatto di inciampare frequentemente e dimenticare alcune cose è un sintomo di ipotermia lieve. Il rimedio consiste nel fare stare al caldo la persona colpita (coprire la testa e il collo) e stimolare la sua circolazione con movimenti brevi ma frequenti.
b) Media e grave: quando la temperatura corporea scende al di sotto dei 32 °C, i brividi scompaiono ma il sistema muscolare è in affanno. La persona può non essere in grado di camminare, oppure compie solo piccoli passi; i suoi muscoli rispondono poco in quanto sono rigidi, insorgono aritmie cardiache e uno stato confusionale. Se l’ipotermia avanza ancora si dilatano le pupille e il battito si affievolisce, fino a scomparire. Il rimedio consiste nel curare il paziente il prima possibile in quanto l’ipotermia è un sintomo grave da non sottovalutare. In attesa dei soccorsi e di una visita del personale medico occorre spostare la persona colpita in un punto riparato, togliergli i vestiti bagnati, asciugare il corpo e riscaldarlo il più possibile, anche abbracciandolo fisicamente. Appena il soggetto riprende a parlare è importante che ingerisca liquidi, non necessariamente caldi.
- Congelamento: si manifesta quando i vasi sanguigni e i tessuti di alcune parti del corpo si raffreddano repentinamente e gelano. Vi sono vari tipi di congelamento che vanno trattati tutti a livello medico.
a) Congelamento di 1° grado: in questa fase si ha un formicolio nelle estremità degli arti, seguito da rossore cutaneo e un po’ di dolore. Il corpo cerca di mantenere il calore nelle parti vitali, togliendolo da quelle più esterne e sacrificabili.
b) Congelamento di 2° grado: in questo stadio, mentre il dolore svanisce, si formano delle bolle sulla pelle, la quale diventa smunta e insensibile.
c) Congelamento di 3° grado: una lunga permanenza al gelo è la causa di una cute bluastra, della comparsa di vesciche e della necrosi dei tessuti.
d) Congelamento di 4° grado: in questa fase le zone colpite da congelamento vanno in cancrena e vari batteri portano i tessuti in putrefazione. L’arto deve essere amputato per evitare il rischio di setticemia.
- Geloni: è un disturbo localizzato nei piedi e si verifica quando questi rimangono per troppo tempo esposti al freddo o sono bagnati, ma senza tuttavia congelarsi. I geloni si palesano con formicolii, prurito e pallore ma senza percepire dolore. Il rimedio è riporre subito i piedi nell’acqua ad una temperatura di poco superiore a quella del corpo (36,5 °C - 37,5 °C) per evitare che vadano in cancrena; in questa fase le zone colpite si arrossano e si gonfiano, causando dolore. Il fenomeno va comunque trattato a livello medico in quanto spesso tende a ripresentarsi a distanza di giorni.
3) Sintomi da alta quota: si manifestano quando si sale di altitudine e l’aria diventa più rarefatta, rallentando le funzioni corporee. Il corpo è in costante ricerca di ossigeno, il respiro si fa accelerato e le necessità fisiologiche aumentano. Inoltre, pernottando a quote elevate, prendere sonno risulta più difficile. L’acclimatamento avviene ma non di colpo e i tempi variano da soggetto a soggetto. Sono tre le patologie che rientrano in questa categoria.
- Mal di montagna: è dovuto alla mancanza di ossigeno (ipossia) e avviene generalmente salendo di colpo dalla pianura a quote comprese tra i 2500-4000 mt. I sintomi possono risultare più o meno intensi e comprendono perdita di concentrazione e coordinazione dei movimenti, cefalea, nausea, vomito, stanchezza, respiro difficoltoso, tosse, riduzione delle funzioni urinarie, gonfiore agli occhi, inappetenza, ecc. Il mal di montagna non si manifesta subito ma in genere a distanza di 24 ore dall’ascesa. I rimedi consistono nell’abbassarsi subito di quota o nell’assunzione di farmaci prescritti dal medico.
- Edema polmonare: consiste nell’accumulo di liquidi nei polmoni che inibisce il respiro. Questo è un sintomo mortale e la vita del soggetto dipende dalla rapidità con cui si interviene. Ad ogni minuto che passa la situazione peggiora; le unghie e le labbra diventano bluastre, sopraggiunge febbre. In ogni caso occorre perdere quota il prima possibile; successivamente può essere somministrato ossigeno al soggetto da personale qualificato.
- Edema cerebrale: consiste nell’accumulo di liquidi nel cervello in seguito a traumi, ictus, tumori o infezioni. Si verifica di solito dopo 2-3 giorni di permanenza in quota e in seguito ad un acclimatamento deficitario e frettoloso. Anche questo è un sintomo mortale che si palesa con nausea, vomito, disturbi visivi, cefalee intense, debolezza, perdita di coordinazione, stupore, blocco dei movimenti, coma. Un intervento tempestivo è la soluzione, la quale prevede per prima cosa la perdita di quota e la somministrazione di medicinali.
4) Sintomi da raggi ultravioletti: i raggi ultravioletti causano di norma dei danni a pelle e occhi (carcinomi, tumori, eritemi, cataratte, ecc.) e risultano più intensi se vengono riflessi dalla neve o dal ghiaccio a quote elevate. Questo provoca vere e proprie ustioni. Il rimedio consiste nel prevenire il fenomeno, coprendo la pelle con l’abbigliamento adeguato e con le creme solari. Anche gli occhi necessitano di protezione, in quanto la cecità da neve è un fenomeno molto diffuso e pericoloso: occorre impedire che la cornea dell’occhio si lesioni, portando poi a incidere sul deterioramento del cristallino. Il sintomo si manifesta inizialmente con una secchezza agli occhi che poi diventano sensibili e arrossati, iniziando a lacrimare e causando dolore. In questi casi bisogna evitare di strofinare la parte lesa e procedere a proteggerla. Il rimedio consiste sempre nella prevenzione, ossia nell’uso di opportuni dispositivi di protezione (occhiali e maschere da sole, colliri, lenti con strati polarizzanti, ecc.).
5) Fulmini: il fenomeno dei fulmini è parecchio diffuso in montagna, più che in altre zone. Si manifestano più frequentemente tra il pomeriggio e la sera e possono colpire a distanze anche notevoli; una persona può essere centrata da un fulmine proveniente da una vallata adiacente, anche se esattamente al di sopra della sua testa il cielo è ancora sereno. A seconda del modo in cui un soggetto viene colpito, la conseguenza risulterà più o meno grave.
- Scarica diretta: se il soggetto è colpito direttamente, la corrente attraverserà il suo corpo provocando danni molto seri (arresto cardiaco, danni cerebrali, ecc.), se non la morte immediata.
- Scarica indiretta: se la corrente colpisce per prima cosa un oggetto (un albero, un edificio, ecc.) e in seguito il soggetto, lo stesso può riportare comunque un arresto cardiaco (nei casi più gravi), delle lesioni interne (perdita della vista o dell’udito) o esterne (ustioni).
- Per contatto: se il soggetto sta toccando un oggetto colpito da un fulmine. Le conseguenze sono simili alle precedenti.
- Corrente di terra: se il fulmine si propaga nel suolo e si diffonde colpendo anche chi si trova nei pressi.
- Spostamento: se il soggetto viene spostato dall’onda d’urto causata da una scarica nelle vicinanze.
6) Punture di insetti: la gravità della situazione varia da persona a persona, in base ad eventuali reazioni allergiche causate da diverse specie. La prevenzione in questi casi è alla base di tutto e consiste nel vestirsi in modo adeguato (pantaloni lunghi, calze fino al ginocchio, scarpe chiuse), usando repellenti e controllando il proprio corpo a fine giornata.
- Punture da tafani: i tafani colpiscono in giornate calde, afose e umide e causano dolore e in alcuni casi infezioni che vanno curate in sede medica.
- Punture da api, vespe e calabroni: il loro pungiglione può causare gonfiore locale o shock anafilattico in soggetti allergici. Il pungiglione, se presente, va rimosso con delle pinzette per poi applicare del ghiaccio sulla parte gonfia.
- Punture da trombicula (o acaro dei boschi): le punture di questi minuti acari provocano la comparsa di tanti puntini rossi sulla pelle che causano fastidio e prurito su tutto il corpo. Il consiglio è quello di evitare di sdraiarsi o sedersi nella vegetazione. Il rimedio consiste nell’uso di creme cortisoniche e antistaminici, previa una visita dal medico.
- Punture da zecche: le zecche sono artropodi compresi nella classe degli aracnidi. Le dimensioni di questi parassiti variano da qualche millimetro a 1 cm (a seconda della specie) e si attaccano alla pelle per compiere il loro ciclo vitale. Tuttavia, sono in grado di trasmettere all’uomo diverse patologie, di cui la più famosa è la febbre di Lyme. In caso di morso occorre rimuovere l’aracnide con delle pinzette apposite, ruotando e tirando leggermente, per evitare che il rostro rimanga conficcato nella pelle (dopo una settimana uscirà comunque da solo). Infine, serve disinfettare la parte lesa con disinfettante non colorato. È però importante monitorare la pelle per verificare l’insorgere di rossori o eritemi che, se si palesano, possono portare a mal di testa, febbre, dolori articolari, ecc. e quindi costringere a rivolgersi ad un medico.
7) Morsi da serpenti: possono essere di due tipi.
- Morsi di serpenti non velenosi: il dolore è causato dalle punte dei denti che si conficcano nella carne. Non vi sono altre conseguenze, se non il panico causato dal timore di essere stati morsi da una specie velenosa: in questo caso possono subentrare ansia, battito accelerato, nausea, ecc.
- Morsi di serpenti velenosi: è il caso più pericoloso. Oltre al dolore per la puntura, viene iniettato veleno che, in base alla quantità, può produrre conseguenze più o meno gravi. La cosa migliore da fare in caso si venga morsi da un serpente è quello di recarsi (o farsi trasportare) in ospedale entro 1-2 ore. Nel mentre, occorre non perdere la calma, non agitarsi, tenere l’arto interessato al di sotto del cuore, liberare la zona della morsicatura da indumenti o gioielli che possono stringere; se possibile, scattare una foto del serpente da portare poi con sé. Si deve invece evitare di tagliare la pelle o succhiare il veleno (la pratica non porta a risultati), usare del ghiaccio, del laccio emostatico o un panno stretto intorno all’arto. I sintomi gravi insorgono entro poche ore, con un limite fino a 72 ore. In Italia i morsi avvengono per lo più da vipere e sono raramente mortali.
Indisposizioni fisiche
1) Disturbi intestinali: le cause possono essere diverse, dal cibo ingerito alla scarsa igiene in situazioni particolari (non sempre, ad esempio, si riesce a lavarsi bene le mani) ma non solo. Anche le superfici con cui si entra in contatto possono essere causa di infezioni.
- È fondamentale riuscire a lavarsi bene le mani prima di toccare del cibo e dei contenitori con bevande.
- Non è buona cosa porgere con la propria mano il cibo ad un’altra persona: meglio che questa lo prenda da sola o quantomeno che gli venga rovesciato sulla sua mano.
- Occorre evitare di fermarsi a pranzare in prossimità di animali o pascoli.
- Bisogna altresì evitare di consumare cibi crudi, bere l’acqua dal rubinetto o dalla fontana se non si ha la certezza che sia potabile e mangiare neve o ghiaccio.
- Far bollire l’acqua e consumare solo cibi cotti.
Insomma, bisogna evitare tutte quelle situazioni di rischio che possono portare a tutta una serie di conseguenze spiacevoli tra cui, la più comune, è la diarrea.
2) Vesciche: sono sacche di liquido che si formano sotto la pelle a causa del continuo sfregamento e della pressione esercitata. Si formano maggiormente sotto i piedi ma anche sulle mani, impugnando l’attrezzatura. Le vesciche, d’acqua o di sangue, sono davvero fastidiose e possono compromettere un’escursione. Si formano, in genere, sul tallone e sotto la punta dei piedi. La prevenzione consiste nel provare sempre gli scarponi da trekking prima di acquistarli, stringerli bene e utilizzare calze idonee. In ogni caso è bene sempre munirsi di cerotti antivescicali. Se la vescica è già formata, bisogna evitare di bucarla per non correre il rischio di infezioni: proteggerla bene con uno strato spesso non causerà dolore e, dopo un po’ di tempo, il liquido verrà riassorbito nel corpo. In caso di rottura, la ferita va lavata e coperta con della garza sterile.
3) Stati di panico e ansia: effettuare escursioni in montagna non vuol dire solo stare bene e recuperare le energie ma anche essere sottoporsi a particolari situazioni che in alcuni casi possono risultare stressanti. Un imprevisto, più o meno serio e di vario tipo, può sempre capitare e, sul momento, può causare panico o ansia. E questo sia che l’episodio capiti a noi o a un compagno. Pertanto, si deve essere in grado di sopportare e gestire questi momenti così particolari, senza lasciarsi andare alla disperazione. Le situazioni che possono causare panico o ansia possono essere diverse e, se non gestite, possono portare a incidenti. Qui di seguito viene riportato solo qualche esempio.
- L’esposizione: la paura al vuoto che caratterizza chi soffre in maniera marcata di vertigini può causare tremore nelle gambe, fino a paralizzare. Il soggetto subisce un’accelerazione del respiro (iperventilazione) e le sue facoltà mentali vengono al momento precluse. La persona non è cioè in grado di valutare la situazione e di ragionare circa le possibili azioni da compiere per togliersi da quella situazione. La stessa cosa avviene durante l’attraversamento di un punto delicato o particolarmente difficile che il soggetto, preso dal panico, non è in grado di gestire.
- Un infortunio o un incidente più serio: anche qui, farsi prendere dal panico e dall’ansia è solo controproducente. Basta sempre mantenere la calma e ragionare per tirarsi fuori da situazioni così spiacevoli.
- La fatica: molti soggetti si bloccano lungo il percorso, incapaci di proseguire, proprio perché si sentono stanchi e credono che l’obiettivo non sia più raggiungibile. Altre volte camminano, ma troppo lentamente, mettendo a rischio l’esperienza di altri componenti. Anche in questo caso occorre ragionare. Magari la meta prefissata è realmente al di sopra delle nostre capacità: in questo caso meglio riposare un attimo, idratarsi bene e poi tornare verso valle. In altri casi la fatica è dovuta alla disidratazione, all’insonnia o a qualche disturbo fisico: capire la causa è fondamentale eventualmente per proseguire.
- Il meteo mutevole: temporali, freddo improvviso, forte vento, neve o nebbia in una giornata che dovrebbe essere splendida possono causare ansia in alcuni soggetti che, di fronte all’evento inaspettato, si fanno prendere dal panico magari mettendosi a correre (aumentando la possibilità di farsi male) o tenendo comportamenti scorretti (per se stessi e per i compagni).
- L’alta quota: la carenza di ossigeno è un altro fattore che può scatenare panico e ansia e portare a vertigini e cefalee. Magari non si è adeguatamente preparati o, semplicemente, una sosta e una buona idratazione possono risolvere il problema.
- La puntura di un insetto o il morso di un serpente: si è visto prima come comportarsi in questi casi ma spesso molti soggetti si fanno prendere dal panico peggiorando la situazione.
- Incontro con un orso: un incontro improvviso con questo plantigrado è normale che scateni panico nella maggior parte dei soggetti, soprattutto se l’esemplare è molto vicino. Tuttavia, anche questa situazione è gestibile mettendo in atto qualche accorgimento. Innanzitutto, vediamo come si comporta un orso.
a) L’orso è un animale schivo che teme l’uomo e cerca di starne alla larga.
b) Possiede un udito e un olfatto più sensibile rispetto all’uomo; sarà lui ad accorgersi della nostra presenza e non viceversa.
c) L’orso attacca l’uomo solo se costretto, se si sente minacciato e per proteggere i cuccioli.
d) Un orso che si solleva sulle zampe posteriori, non vuole minacciare ma studiare la situazione.
e) L’orso possiede una vista molto limitata; tuttavia è in grado di correre molto veloce (fino a 50 km/h) e di arrampicarsi sugli alberi.
In caso di avvistamento di un orso, ecco come dobbiamo comportarci e cosa evitare di fare.
- Se c’è una grande distanza tra noi e il plantigrado, non corriamo pericoli, purché non ci avviciniamo nel tentativo di scattare una foto o, peggio, dargli da mangiare.
- Se la distanza è minima dobbiamo mantenere la calma e iniziare a parlare a voce alta o a fare rumore; l’animale si allontanerà da solo. Noi, intanto, restiamo sul sentiero e torniamo da dove siamo venuti.
- Se abbiamo un cane è bene tenerlo al guinzaglio per evitare che vada proprio a disturbare il plantigrado, portandolo al nostro cospetto.
- Se l’orso dovesse alzarsi sulle zampe posteriori non dobbiamo interpretarlo come un attacco; ci sta solo studiando. Senza correre, arretriamo lentamente e allontaniamoci.
- Se l’orso dovesse essere un cucciolo dobbiamo allontanarci subito ma con molta cautela; la madre sarà nei paraggi e non tarderà molto a tornare.
- Se l’orso è a pochi metri da noi intento a mangiare, o siamo vicini alla sua tana, dobbiamo retrocedere lentamente e allontanarci. Non gettiamo alcun tipo di oggetto verso di lui.
- Se l’orso è a poca distanza da noi e manifesta un comportamento aggressivo non vuol dire che ci attaccherà; ci sta solo minacciando e invitando ad andare via.
- Nel raro caso che veniamo attaccati occorre mettere qualcosa davanti a noi, come, per esempio, uno zaino. L’alternativa è sdraiarsi a terra e assumere una posizione fetale, cercando di proteggere la testa; il trucco di fingersi morti, farà capire all’orso che non costituiamo un pericolo.
- Ricordiamoci che in situazioni di emergenza il numero da chiamare è il 112.
Rimedi e accorgimenti da mettere in pratica
Sia che gli incidenti o imprevisti siano dovuti a fattori ambientali o indisposizioni fisiche, bisogna mettere in pratica alcuni accorgimenti per non compromettere ancora di più la situazione. Spesso, la situazione è a portata di mano, basta solo vederla e, come detto, tenere sempre acceso il cervello. Di seguito, qualche consiglio su come agire.
- Fermiamoci: è inutile ostinarsi a proseguire a tutti i costi. Cerchiamo un luogo riparato e all’ombra se fa molto caldo, respiriamo forte e rilassiamoci un momento. Idratiamoci bene e analizziamo la situazione.
- Controlliamo il respiro: inspiriamo con il naso ed espiriamo con la bocca, in modo da contrastare l’iperventilazione.
- Focalizziamoci su cose concrete: tocchiamoci le gambe, i piedi, le rocce e diamo la mano ai nostri compagni di avventura se presenti.
- Parliamo: parliamo sempre, con i compagni o anche da soli se lo siamo. Raccontiamo la nostra paura, condividiamola in modo da rendere partecipi anche gli altri.
- Pensiamo: se la situazione si calma pensiamo alle azioni che possiamo mettere in atto per migliorare la situazione.
- Agiamo: se panico e ansia sono scomparsi, mettiamo in atto ciò a cui abbiamo pensato.
- Torniamo: se il panico o l’ansia non cessano è meglio intraprendere la via del ritorno. Se siamo ancora a quote elevate è necessario abbassarsi immediatamente.