La piccozza

Cos’è una piccozza? È uno strumento impiegato nell’alpinismo per la progressione e l’assicurazione in ambienti innevati o ghiacciati. È costituita da un manico, un’impugnatura e una testa a T munita da un lato dalla lama e, dall’altra, da un martello o da una paletta.
Le sue origini risalgono agli inizi del ‘900 del secolo scorso, quando gli alpinisti usavano nei loro spostamenti in montagna un bastone di legno ferrato, l’alpenstock, che presentava un puntale all’estremità inferiore e un’ascia in quella anteriore, decisamente comoda per ricavare delle tacche nel ghiaccio sui quali appoggiarvi sopra i piedi.
Col passare del tempo l’alpenstock si evolve e in punta compare la becca, la quale si inizia a piantare nel ghiaccio per agevolare la progressione; inoltre, compare anche la paletta, fondamentale per ricavare gradini nel ghiaccio. Il manico, inizialmente in legno, passa dal metallo fino alle attuali leghe più leggere.
Assieme ai ramponi la piccozza rappresenta una parte fondamentale dell’attrezzatura per chiunque svolga attività invernali in montagna. Sì, ma data la presenza sul mercato di numerosi modelli, quale scegliere?
Per rispondere a questa domanda andiamo ad analizzare i 4 modelli di piccozza che corrispondono poi alle suddette attività.

1) Modelli classici da alpinismo: sono indicati per la progressione lungo pendii di media difficoltà su terreno innevato o ghiacciato. Il manico è dritto. La pendenza, in ogni caso, non deve mai superare i 60°-70°; non si usano, insomma, su pareti verticali. La piccozza, in questo caso, viene anche impiegata come punto di sosta o di ancoraggio.

2) Modelli da arrampicata su ghiaccio e misto: sono adatti all’arrampicata su ghiaccio e al cascatismo. Hanno il manico leggermente incurvato e sono adatti ad essere piantati nel ghiaccio. Presentano anche un supporto per la mano.

3) Modelli per dry-tooling: il dry-tooling è la tecnica di progressione che deriva dall’arrampicata su ghiaccio e da quella su misto e consiste nello scalare una parete di roccia utilizzando però l’attrezzatura da ghiaccio (piccozza e ramponi). Le piccozze che rientrano in questa categoria sono dunque modelli specifici, leggerissime e fortemente incurvate.

4) Modelli per scialpinismo: appartengono a questa categoria le piccozze ultraleggere e compatte. Il manico è leggermente curvo o dritto.

Caratteristiche della piccozza

1) Lunghezza: sul mercato esistono piccozze di diverse lunghezze, a seconda dell’attività praticata. In pratica, possiamo dire che più il pendio diviene ripido e più la piccozza si deve accorciare.

  • Piccozza corta: è la più tecnica e compatta sul mercato, ideale per alpinismo e scialpinismo, con un minimo ingombro nel trasporto. Spesso presenta la forma incurvata per discipline come l’arrampicata su ghiaccio, più tecnica. In genere è di 45 cm.
  • Piccozza media: indicata per escursioni medio-impegnative su neve e ghiaccio o per avvicinarsi allo scialpinismo dove serve un punto di appoggio. Può essere usata anche su cascate di ghiaccio non propriamente verticali in piolet traction. La lunghezza è di circa 55-65 cm.
  • Piccozza lunga: indicata per escursioni su neve e ghiaccio non troppo ripide o per attraversamenti di ghiacciai come punto di appoggio o come mezzo di arresto in caso di caduta. La lunghezza è di 70-75 cm.

2) Incurvatura del manico: anche questo parametro dipende dall’attività svolta in montagna.

  • Dritta: indicata per l’attraversamento di ghiacciai, l’alpinismo classico e in generale per uscite non eccessivamente impegnative. Il manico dritto in questo caso fornisce un appoggio più sicuro e un migliore bilanciamento durante la salita.
  • Leggermente incurvata: indicata per lo scialpinismo, l’alpinismo tecnico e le salite su misto. In questo caso le sue funzioni sono quelle di appoggio, arresto e trazionamento sul ghiaccio. In molti modelli è possibile spostare il punto dell’impugnatura del manico a seconda se stiamo camminando o arrampicando su ghiaccio.
  • Molto incurvata: sono le piccozze più tecniche, indicate per il cascatismo o il dry-tooling. La loro forma particolare le rendono eccezionali per trazionare sul ghiaccio. Le teste sono modulabili e integrabili con pesi per una maggiore spinta in parete.

3) Incurvatura della becca: vale anche qui lo stesso discorso fatto in precedenza. Come per il manico una curvatura della becca più pronunciata è sinonimo di più tecnicità. Proprio per questo si riescono ad estrarre più facilmente dal ghiaccio, mentre i modelli più dritti oppongono più resistenza. Una curvatura media e dentellata è comunque indicata anche per l’alpinismo classico.

4) Materiali: sono tre i materiali principali di cui sono fatte le piccozze.

  • Acciaio: è il materiale che garantisce una maggiore longevità, di contro è anche quello più pesante anche se questa caratteristica torna a vantaggio quando si deve conficcare la piccozza nel ghiaccio duro.
  • Alluminio: materiale molto leggero, ideale per traversate. Sconsigliato in attività che richiedono frequentemente di piantare la piccozza nel ghiaccio.
  • Carbonio: materiale eccellente, resistente e che offre una grandissima longevità al prodotto. Molto caro, una piccozza di questo tipo viene usata dagli specialisti del dry-tooling.

5) Parti di una piccozza e accessori: le piccozze sono corredate da alcuni accessori. Una piccozza si compone di varie parti.

  • Punta: rappresenta la parte finale del manico e facilita la penetrazione nella neve, garantendo una progressione sicura e un’assicurazione alle cordate impegnate nell’alpinismo classico. La punta è fondamentale nell’escursionismo e nelle traversate su ghiaccio ma non lo è nell’arrampicata, tanto da venire sovente esclusa. Questo consente di risparmiare peso e di avere in mano un attrezzo più maneggevole e sicuro in base all’attività che stiamo svolgendo.
  • Testa: è composta da una lama, chiamata becca, e di una paletta (o, in alternativa, un martello). La testa può essere un monoblocco fissato al manico oppure staccabile. È presente un foro di aggancio per la dragonne. Utilissima per il trekking su neve e alpinismo invernale, la paletta consente di intagliare gradini nel ghiaccio o scavare punti di sosta nella neve; il martello viene impiegato per piantare chiodi.
  • Manico: può essere dritto, leggermente incurvato o fortemente curvo, a seconda della disciplina. L’impugnatura, di solito in gomma, può essere modulare o intercambiabile. Ulteriori accessori consentono di migliorarne le prestazioni (ad esempio, il grip). La sua lunghezza va da 45 cm a 1 mt.
  • Solo lama: usate nel dry-tooling e nell’arrampicata su ghiaccio, sono presenti nei modelli più tecnici e la loro funzione è quella di inserirsi più agevolmente nel ghiaccio duro. La dentatura nella parte superiore della becca ne facilita la progressione.
  • Dragonne: è fornita in quasi tutti i tipi di piccozza e permette di non perdere l’attrezzo mentre lo stiamo usando. È una fettuccia, infatti, che possiamo utilizzare per legare la piccozza al polso o all’imbrago.

Manutenzione della piccozza

Per una migliore longevità, quando non viene usata la piccozza deve essere riposta in un luogo asciutto con becca e puntale protetti, per preservare il filo ed evitare danni alle altre attrezzature. Dopo ogni utilizzo occorre asciugarla bene per impedire la formazione di ruggine. Controllare ogni tanto la viteria (che deve essere sempre ben stretta) e che la lama sia ben affilata senza rotture di sorta.

Conclusioni

Una piccozza da escursionismo su terreno innevato o d’inverno è necessaria sia come punto di appoggio su eventuali traversi, sia come sicurezza in caso di caduta. Nel primo caso si tiene la piccozza con la mano a monte e la becca in direzione posteriore col puntale che viene conficcato nel terreno per offrire un terzo punto di appoggio oltre ai due piedi. Nel secondo caso la punta viene conficcata nel terreno per arrestare la caduta. In ambito escursionistico la piccozza è di tipo classico con becca (dentellata), paletta e puntale dritto per una lunghezza totale di 50-60 cm. Non possiede inoltre la dragonne, un laccio speciale di sicurezza da attaccare in genere all’imbrago, ma una fettuccia con un laccio da polso che consente di passare l’attrezzo da una mano all’altra.
Una piccozza da alpinismo invernale possiede un manico leggermente ricurvo con una dentellatura della becca piuttosto pronunciata (la dragonne) e in genere viene usata su pendenze che non superano i 45°. Oltre, vengono impiegate due piccozze, una per mano. In questo caso l’ideale sarebbe utile avere una piccozza con la paletta (per ripulire una zona dalla neve) e una col martello (per piantare chiodi). Le piccozze moderne puntano tutto sulla leggerezza ma a volte, dovendo conficcarle nel ghiaccio in parete, questo potrebbe rappresentare un problema in quanto per piantare l’attrezzo servirebbero più colpi rispetto ad un modello più pesante.
Una piccozza da cascata di ghiaccio è indicata per scalate di alta difficoltà o competizioni particolari dove è presente ghiaccio verticale o sezioni strapiombanti. Ha una forma più ricurva ed è dotata di dragonne.

La corda

Attività come l’alpinismo, l’arrampicata, la speleologia e il torrentismo non possono svolgersi senza l’utilizzo di una o più corde per la sicurezza. Con queste ci si lega in cordata su ghiacciaio, si salgono o scendono pareti rocciose e ci si assicura. Dalle primissime corde di pelo di cammello si è poi passati a quelle di canapa (più resistenti ma pesanti col difetto di impregnarsi d’acqua), di seta e di lino (poco resistenti agli strappi). Con queste prime corde, essendo statiche, legate a spalla o in vita, anche in caso di caduta le conseguenze erano abbastanza drammatiche. Oggi tutto è cambiato nell’uso dei materiali. La corda ha un’anima interna costituita da un intreccio di filamenti di nylon che formano i trefoli e che garantisce l’assorbimento dell’energia di caduta e per la maggior parte la resistenza alla rottura. Questi trefoli sono intrecciati ed uniti alla parte esterna della corda chiamata “calza” o “guaina” che funge da protezione oltre a contribuire in parte alla resistenza alla rottura. Tutte le corde prima di essere messe in commercio vengono testate e sottoposti a rigidi test di rottura.
Le corde possono essere di due categorie: semi-statiche o dinamiche. 

1) Corde semi-statiche: sono le corde che presentano un basso coefficiente di allungamento. Sono per lo più impiegate nelle spedizioni in alta quota dove si rende necessario posizionare delle corde fisse alle quale ancorarsi.

2) Le corde dinamiche (o elastiche): sono pensate per attutire e frenare le cadute e quindi vengono utilizzate nell’alpinismo e nell’arrampicata. Si differenziano principalmente per diametro, lunghezza, numero di cadute massimo e forza d’arresto. Soprattutto questi due ultimi valori sono da valutare bene prima dell’acquisto di una corda. Una forza di arresto inferiore garantisce una caduta più morbida mentre una superiore permette un maggior numero di cadute essendo la corda più resistente. E’ stato calcolato in 15g (15 volte l’accelerazione della gravità terrestre) il valore massimo di accelerazione o decelerazione che il corpo umano può sopportare e da questo valore si è ricavato quello massimo che la corda deve garantire nella frenata, 12 kN (Newton). Le corde dinamiche in commercio hanno in genere valori di forza d’arresto tra 5 kN e 10 kN. Questo tipo di corde viene sottoposto a trattamenti particolari nel processo di produzione. Sono corde che devono resistere a tutti i tipi di urti, sfregamenti, tagli e a tutti gli agenti atmosferici. 
Le corde dinamiche sono le più moderne; si distinguono poi al loro interno per tipologia (corda intera, mezza corda o corda gemella), diametro, lunghezza e per i vari trattamenti con cui sono prodotte. Andremo a scegliere la corda migliore per noi in base all’attività svolta.
Le corde dinamiche possono essere di tre tipi, a seconda della disciplina.

  • Corda singola (o intera): indicata con simbolo 1: progettata per essere usata da sola (tutti i componenti di una cordata si legano ad un’unica corda), ha un diametro compreso tra gli 8,7 e gli 11 mm. È in grado di arrestare un corpo di 80 kg limitando la forza di arresto a 12 kN; deve inoltre resistere, senza rompersi, ad almeno 5 cadute. E’ la più usata in arrampicata e in quelle situazioni dove non è prevista la discesa in corda doppia.
  • Mezza corda (o corda doppia): indicata con simbolo 1/2: pensata per essere utilizzata assieme ad un’altra mezza corda, ha un diametro compreso tra i 7,9 e i 9 mm. Deve essere in grado di arrestare la caduta di un corpo di 55 kg limitando la forza di arresto a 8 kN; deve inoltre resistere, senza rompersi, ad almeno 5 cadute. Viene usata per l’alpinismo classico e la progressione su ghiacciaio.
  • Corda gemella: indicata con simbolo ∞: pensata per essere utilizzata assieme ad un’altra corda gemella, ha un diametro compreso tra i 7 e gli 8 mm. Viene provata con un corpo di 80 kg e la forza di arresto non deve andare oltre i 12 kN; le corde devono resistere, senza rompersi, ad almeno 12 cadute. Viene usata per le vie di arrampicata classica.

Trattamenti delle corde

Più una corda è bagnata e più risulta rigida, venendo meno alla sua funzione. Inoltre, anche fare nodi o svolgerli lungo la stessa sarà alquanto difficoltoso. Per questo le corde migliori in commercio sono quelle trattate.
Le corde dinamiche si distinguono anche in base alla presenza o meno di trattamenti.

1) Corde senza trattamento: sono quelle che costano meno e sono comunque indicate per l’arrampicata e l’alpinismo a livello base.

2) Corde con trattamento DRY: cioè solo sulla calza sono valide per l’arrampicata e l’alpinismo più avanzato. Questo trattamento rende la corda impermeabile; l’acqua penetra solo per il 5%.

3) Corde con trattamento FULL DRY: il trattamento viene eseguito sia nella calza che nell’anima, il che consente all’acqua di penetrare solo per il 2%. Rappresentano il tipo migliore per l’arrampicata e l’alpinismo estremo, o comunque dove il contatto con una superficie ghiacciata è inevitabile.

 

Manutenzione della corda

Terminato l’uso, la corda va ripulita dallo sporco e riposta nella sua sacca, avvolta a matassa e in un ambiente fresco e pulito. Si deve evitare di lasciare la corda nel bagagliaio della propria auto in quanto “posto più comodo”, in quanto le temperature d’estate salgono parecchio e rovinerebbero la stessa.
Ogni tanto è bene procedere ad un lavaggio (con detersivi neutri o detergenti naturali); sebbene sia consigliabile il lavaggio a mano in acqua fredda, è tuttavia possibile inserirla anche in lavatrice, a 30° C con il programma tessuti delicati. Va evitato invece l’uso della centrifuga e quello dell’asciugatrice (per questo aspetto, meglio stenderla all’ombra a temperatura ambiente).
Quanto dura una corda? Ogni quanto la dobbiamo cambiare? Ecco uno schema indicativo.

  • Utilizzo intenso: 1 anno
  • Utilizzo settimanale: 2 anni
  • Utilizzo stagionale settimanale: 5 anni
  • Utilizzo sporadico: 10 anni

Chiaramente se la corda ha subito una forte caduta o abrasioni generali alla parte esterna va immediatamente sostituita.

L'imbrago

L’imbrago è, assieme a corda, longe e moschettoni, lo strumento fondamentale per la sicurezza di chi pratica attività quali alpinismo, torrentismo, speleologia. Sostanzialmente consiste in una cintura di stoffa realizzata con materiali oggi altamente evoluti che fascia il fianco e le cosce di una persona (nel caso di imbraghi completi, adatti a lavori particolari e ai bambini, anche le spalle) sostenendola quando rimane appesa. Nell’arrampicata e nell’alpinismo l’imbrago non solo sostiene la persona in caso di caduta ma consente di svolgere funzioni particolari come discese con la corda, soste, riposi o traversate. 
Vediamo le parti che compongono un imbrago.

1) Cintura: rappresenta la parte più alta che cinge la vita, svolgendo anche la funzione di porta-materiali. È possibile regolarla tramite un sistema che può essere a fibbia singola o doppia.

2) Fibbia di regolazione della cintura: può essere singola o doppia e permette di regolare la cintura.

3) Passanti elastici.

4) Punti di legatura: sono costituiti da due asole che si collegano all’anello di assicurazione e nelle quali viene fatta passare la corda.

5) Anello di assicurazione: rappresenta l’anello di giunzione tra la cintura e i cosciali ed è l’elemento più importante di un imbrago.

6) Fettuccia di cosciale.

7) Fibbie per la regolazione dei cosciali: presente nei modelli di imbrago regolabili.

8) Porta-materiali: il loro numero varia da 2 a 8. Sono asole alle quali vengono agganciati moschettoni, friends, ecc.

9) Fibbia posteriore per corda di sollevamento.

10) Elastici di cosciali.

L’imbrago maggiormente usato oggi in alpinismo e su vie ferrate è quello basso nel quale si trova la cintura collegata ai due cosciali con diverse modalità di regolazione. L’imbrago infatti deve essere comodo, leggero, assicurare un’elevata libertà di movimento ed avere sufficienti “maniglie” per poter agganciare diversi materiali (moschettoni, rinvii, fettucce ecc.).
Ovviamente in commercio si trovano diversi modelli di imbraghi, disponibili in diverse taglie e caratterizzati dalla presenza di una o più fibbie di regolazione (che fanno salire il costo), sia per la cintura che per i cosciali. La parte principale è sicuramente costituita dall’anello di servizio (o di assicurazione), al quale si collegano longe, moschettoni e corda.

Scelta dell’imbrago

Mai come in questo caso la scelta di questo strumento di assicurazione va ponderata in base al tipo di attività (arrampicata, vie ferrate, alpinismo ecc.). A seconda di questa infatti si sceglieranno imbraghi con cinture, in vita e sui cosciali, più alte o più basse, oppure imbraghi con ponti più robusti in caso di numerose scalate. La possibilità di avere numerosi maniglioni porta materiali è altrettanto importante se si pratica arrampicata, mentre diventa più trascurabile per le sole vie ferrate. La regolazione dei cosciali diventa anch’essa importante nel caso si usi l’imbrago anche nella stagione fredda, quindi indossando pantaloni più spessi e pesanti. Mettiamoci tutto il tempo necessario nella scelta, proviamo e riproviamo ad indossare l’imbrago. Acquistarne uno veramente buono fa la differenza tra la vita e la morte. Ricordiamoci inoltre che in caso di utilizzo frequente ogni due o tre anni andrebbe cambiato.

La longe

La longe è un dispositivo di protezione individuale che viene impiegato nell’arrampicata, nell’alpinismo, lungo vie ferrate, in speleologia, nelle manovre di autosoccorso, nelle discese in corda doppia, ecc. È formato da uno spezzone di corda dinamica (o statica in speleologia) diviso di solito in diversi rami che viene, da una parte, legato all’imbrago e, dall’altra a due moschettoni. A loro volta i moschettoni possono venire collegati alle piccozze (alpinismo, cascatismo) o ai cavi d’acciaio posti lungo le vie ferrate.

Tipologie di longe

1) Daisy chain: sono costituite da una fettuccia con una serie di anelli cuciti (asole). La sua resistenza è pari a 3-4 kN. Vengono impiegate nell’arrampicata artificiale e collegate all’imbrago con un nodo strozzato, mentre i moschettoni si ancorano alla parete.

2) Multi chain: sono costituite da anelli collegati tra loro per ripartire meglio il carico totale. Vengono impiegate nell’alpinismo.

3) Fettucce da rinvio: sono costituite da anelli in materiale sintetico (nylon o Dyneema) e vengono impiegate per collegare i due moschettoni di un rinvio nell’alpinismo e nell’arrampicata. Collegano la protezione sulla roccia alla corda, riducendo molto gli attriti. Possono essere corte, medie, lunghe, sottili o spesse.

4) Longe per via ferrata: è costituita da due moschettoni con ghiera automatica, un dissipatore e due braccia a Y generalmente in corda dinamica che collegano l’anello di assicurazione dell’imbrago al cavo metallico posto in parete. È un componente fondamentale per impedire la caduta da un percorso di questo tipo. La longe da ferrata è diversa da tutte le altre: importantissima è la presenza del dissipatore di energia, che appunto dissipa l’energia in caso di caduta garantendo alla persona di non subire un colpo troppo forte.

Il casco

Il casco serve a proteggere la testa dell’alpinista non solo dalla caduta di pietre accidentali o altro materiale, ma anche in tutti quei casi sussista un pericolo serio di sbattere il capo contro roccia o ghiaccio, come, ad esempio, durante una caduta. Viene usato nell’arrampicata, lungo le vie ferrate, nell’alpinismo, nel cascatismo, ecc. e rappresenta un sistema di protezione fondamentale.
Il casco, tuttavia, non protegge da qualsiasi urto, sarebbe impensabile. È tuttavia indispensabile che in fase di acquisto scegliamo un casco certificato per quanto riguarda la resistenza agli urti, contrassegnato dal marchio UIAA/CE EN.
Esistono, al giorno d’oggi, tre tipi di caschi.

1) Caschi a calotta rigida: appartengono a questa categoria i caschi realizzati in plastica dura all’esterno con uno strato interno in schiuma. Offrono grande resistenza agli impatti ma risultano piuttosto pesanti e con poca traspirazione. Molto economici e durevoli, generalmente si consigliano per usi saltuari e lungo vie non molto lunghe, dato il peso. Di norma, è il casco migliore per le vie ferrate.

2) Caschi in schiuma: a questo genere appartengono i caschi più leggeri e ariosi, realizzati con uno strato interno in schiuma e uno esterno in policarbonato. Di costo più elevato, offrono meno resistenza agli urti e vanno cambiati dopo piccoli impatti. Contrariamente alla precedente tipologia, essendo da sostituire spesso, si consigliano per usi molto frequenti e vie più lunghe come, ad esempio, per l’arrampicata.

3) Caschi ibridi: a questa categoria appartengono i caschi nei quali convergono gli aspetti positivi sia dei caschi in schiuma che di quelli a calotta rigida. Vengono realizzati in poliestere espanso, sono molto leggeri e resistenti e impiegati ormai in tutte le discipline. 

Come scegliere un casco

Il casco va scelto in base all’attività che praticheremo e alle caratteristiche sopra elencate. Proviamo anche in questo caso il casco, tocchiamolo con le mani e vediamo se si adatta alla forma della nostra testa. Guardiamo, inoltre, la presenza di accessori quali una clip per agganciare la lampada frontale, i laccetti di chiusura (devono essere comodi e non graffiare la pelle sotto il mento), il sistema di regolazione a fibbia o rotella (deve essere semplice), i fori di ventilazione, ecc. In caso di dubbio su quale casco scegliere, optiamo per un ibrido; offre resistenza, poco peso e un buon sistema di ventilazione.

Ramponi e ramponcini

Un po’ di storia

I ramponi sono stati i primi attrezzi, o meglio i primi strumenti artificiali usati per affrontare le difficoltà della camminata in ambiente montano e la loro invenzione risale all’800 del secolo scorso (anche se all’epoca non si chiamavano così), nonostante da secoli, come riportano le varie citazioni di testi antichi, l’uomo si è sempre arrangiato con calzature particolari per muoversi su alcuni tipi di terreno in inverno. 
I primi alpinisti, tornando più ai giorni nostri, non usavano certo i ramponi propriamente detti per salire le vette più impervie o per effettuare le prime spedizioni himalaiane. Impiegavano le scarpe chiodate, inventate ben prima delle due guerre mondiali, che aiutavano nella progressione e nell’ascesa; la loro tecnica di chiodatura era molto raffinata. Questo tipo di calzatura da sola però non bastava e ad affiancarla vi era la tecnica del gradinamento su neve e ghiaccio che le guide effettuavano con un lavoro di sacrificio e dispendio di energie. 
Fu solo Oskar Eckenstein (1859-1921) che iniziò a progettare il primo modello di rampone, esaltandone i benefici che si sarebbero potuti ottenere sul ghiaccio. Con questo progetto Eckenstein si recò dal fabbro di Courmayeur Henry Grivel che, poco convinto, realizzò i ramponi per questo signore inglese. Il successo fu immediato e il 30 giugno 1912 fu organizzata una gara di scalata sulla seraccata del ghiacciaio della Brenva, il “Concours de cramponneurs”. 
La strada dei ramponi era spianata ma Henry, molto disordinato, non aveva potuto brevettare il suo modello in quanto i topi avevano mangiato buona parte dei disegni originali. Prima della Seconda Guerra Mondiale veniva inventata anche la suola in gomma da parte di Vitale Bramani (da cui il nome Vibram) che agevolerà da lì in poi anche la calzata dei ramponi. 
Col passare del tempo si iniziarono così a progettare modelli sempre più evoluti ma molte cose importanti rimanevano ancora da fare. Laurent, ad esempio, primo figlio di Henry pensò di aggiungere due punte frontali per garantire una maggiore presa sui pendii più duri e ripidi. Era il 1929, anno di nascita del rampone a 12 punte. Successivamente Grivel presentò il rampone “superleggero” in acciaio speciale (solo 360 grammi di peso al paio). Dopo la devastante interruzione bellica si realizzarono ramponi regolabili per calzarli su diversi modelli di scarpe, ramponi più rigidi per affrontare pareti anche su ghiaccio duro e altri vari modelli di ramponi con allacci sempre più perfezionati. Fin dagli albori vi sono sempre state posizioni differenti sul loro utilizzo in ambito alpinistico e la scena era divisa tra coloro che ne erano entusiasti e chi si definiva “purista”, soprattutto gli inglesi, che li rifiutarono totalmente. Altri ancora sostenevano che in sé non era un’invenzione malvagia ma sarebbe stato meglio non usarli in quanto sarebbe venuta meno la tecnica di gradinare le montagne facendo così perdere a queste la reputazione. Ben presto però, grazie anche allo sviluppo delle tecniche sopra citate e all’impiego in campo militare, si sarebbe capito che dei ramponi non se ne sarebbe più potuto fare a meno, soprattutto dopo che anche un altro strumento fondamentale era stato messo appunto, strumento che sarebbe stato legato indissolubilmente ai primi: la piccozza.

Ramponi o ramponcini?

Ai giorni nostri la montagna è diventata accessibile anche d’inverno proprio grazie ai ramponi che rendono più stabile e sicura la progressione su ghiaccio. Di questi attrezzi però oggi ce ne sono di tanti tipi e il più delle volte non è semplice scegliere quale prendere. Meglio un rampone o un ramponcino? Meglio un tipo automatico o universale? E, ancora, meglio avere 10 o 12 punte? Vediamo quindi i vari tipi di ramponi esistenti e come sceglierli in base alle nostre esigenze, facendo chiarezza su modelli e materiali. 
Innanzitutto, iniziamo a distinguere in cosa si differenziano queste due categorie.

1) Ramponcini: i ramponcini, a volte chiamati rampichini, sono praticamente dei denti con una catenella o poco più, per cui se il nostro scopo è fare una passeggiata ogni tanto su terreni perlopiù pianeggianti o leggermente pendenti, camminare in paese su strade con fondo ghiacciato, questi attrezzi fanno al caso nostro. Sono una via di mezzo tra le catene da neve per scarponi e i ramponi. Non servono calzature specifiche, si indossano facilmente e sono molto leggeri. In commercio ve ne sono di vari tipi ma quelli più diffusi sono quelli a elastico, dotati di una catena con placchette nella parte aderente alla suola dove vi sono piccole punte per fare presa nel terreno. 

2) Ramponi: i ramponi invece sono molto più strutturati dei ramponcini e, nella parte anteriore, presentano una sorta di telaio che unisce le varie punte e che poggia sulla base dello scarpone. Nella parte superiore, invece, vi è tutto il sistema di allacciatura e fissaggio alla scarpa. I ramponi rappresentano lo strumento fondamentale per muoversi in montagna su neve dura e ghiaccio nel momento in cui il pendio diventa più ripido o nella pratica dell’alpinismo. Certamente legare i ramponi allo zaino significa portare con sé più peso ma, come detto, se non ci limitiamo alla passeggiata in paese (o poco più), è questo il modello sul quale dobbiamo orientarci.
Nella scelta dei ramponi occorre considerare i seguenti elementi.

  • Materiali: anche in questo caso la scelta è semplice in quanto tra i due tipi vi è una grande differenza. L’acciaio è infatti molto più duro dell’alluminio e questo significa che ramponi di questo materiale resistono di più e possono essere “maltrattati” maggiormente. Con questo materiale possiamo affrontare tratti di terreno o anche su roccia senza problemi e senza romperli (l’usura invece è inevitabile, sia su ghiaccio che senza). Il contro di questo materiale è dato dal peso. L’alluminio, più leggero, se non trattato con cura rischia di rompersi e le punte di piegarsi.
  • Numero di punte: solitamente i ramponi hanno 10 o 12 punte e la differenza indica la specializzazione degli stessi. Più punte significano più presa (o grip), più stabilità e la possibilità di usare il rampone stesso nelle condizioni più difficili (come il cascatismo). Alcuni modelli più recenti hanno anche 14 punte con una coppia che può essere rimossa; sono utilizzati dagli specialisti in situazioni particolari. Sotto le 10 punte troviamo quelli a 6 o 4 ma sono modelli che si avvicinano maggiormente alla categoria dei ramponcini e quindi non vanno bene per la maggior parte delle attività in montagna.
  • Tipi di attacco: i ramponi si distinguono tra loro anche per i diversi tipi di attacco, infatti abbiamo:

a) Ramponi universali: sono i ramponi che possono essere montati su qualsiasi scarpone da montagna e per questo molto usati. Sono formati da due gabbie in plastica o fettuccia che, in tensione, avvolgono la punta e il tallone mantenendo fermo lo scarpone. Sono usati nell’alpinismo classico e da chi si avvicina per la prima volta al mondo del ghiaccio.

b) Ramponi semiautomatici (o semi-ramponabili): si adattano a scarponi che presentano un intaglio automatico posteriore ma non anteriore e che sono meno rigidi rispetto a quelle utilizzati con i ramponi automatici e quindi più sensibili al contatto con la roccia. Presentano una gabbia in plastica o fettuccia in punta e leva automatica regolabile nel tallone.

c) Mono-punta: i ramponi mono-punta sono indicati per un terreno difficile e per tratti delicati su ghiaccio fragile, come alcune colonnine verticali, che un modello bi-punta distruggerebbe. 

d) Bi-punta: i ramponi bi-punta sono indicati per una salita continua su ghiaccio o misto.

In ogni caso i ramponi devono essere fissati e regolati alla perfezione allo scarpone e devono combaciare allo stesso senza sporgenze di sorta. Con un buon fissaggio il rampone non oscilla, non si sposta ed evita anche il pericolo di storte. Anche le cinghie di fissaggio non devono essere troppo lunghe e sporgere, limitando il rischio di inciampare o di restare impigliati.


Conclusioni

Prima di scegliere il modello dobbiamo avere bene in mente che tipo di attività andremo a svolgere, quindi provarli in negozio possibilmente con lo scarpone che siamo soliti usare per camminare. I ramponi sono sempre stati in genere abbastanza costosi ma oggi è possibile trovare sul mercato modelli di eccellente qualità (come alcuni tipi a 12 punte in acciaio) a un prezzo più che abbordabile.

Utilizzo dei ramponi

1) Con ghiaccio e firn: la posizione delle gambe è quella allargata a V, appoggiando tutto il piede sulla superficie. Nel percorrere una cresta molto sottile i piedi sono posizionati a destra e a sinistra della cresta stessa.

2) Con la neve: i ramponi rimangono ancorati allo scarpone, tuttavia è meglio che gli stessi siano dotati di una piastra antizoccolo che eviti accumuli di neve. Ogni tanto è utile servirsi della piccozza per rimuovere la neve residua.

3) Con la roccia: non occorre togliere i ramponi (a meno che non si debbano percorrere tratti eccessivamente lunghi) che offrono una buona presa al pari del ghiaccio. L’unica difficoltà è nel trovare il giusto passo nella camminata per affinare l’equilibrio su questa superficie dura.

4) Con l’erba: per tratti brevi si possono anche non togliere i ramponi. In percorsi più lunghi non ha senso tenerli in quanto, anche se questi penetrano bene nella terra, si sporcano d’erba e si infangano inutilmente, oltre a rallentare la camminata.

Manutenzione dei ramponi

Come per tutta l’altra attrezzatura tecnica, una buona e regolare manutenzione dei ramponi li manterrà sempre sicuri e affidabili. Quando li smettiamo, puliamoli bene, asciughiamoli e controlliamo il loro grado di usura, eventualmente aggiustando o sostituendo gli elementi ormai inservibili (cinghie, viti, ecc.).
Le punte devono sempre essere affilate: per fare questa operazione, serviamoci di una lima a mano. Tuttavia, dopo alcune limature, è meglio sostituire i ramponi. Controlliamo anche che le stesse punte non si siano troppo allargate, altrimenti non penetreranno bene nel ghiaccio. 

Cenni sulla camminata e sulla progressione su ghiaccio

I ramponi vengono utilizzati prevalentemente per l’attraversamento di ghiacciai, per salite ripide su ghiaccio e misto e per muoversi d’inverno su terreni ghiacciati. Tutte le tecniche di camminata e progressione, quindi, da una parte minimizzano lo sforzo fisico e dall’altra massimizzano l’efficacia del movimento. Prevedono dunque posture e movimenti che favoriscono il maggior equilibrio possibile, garantiscono stabilità e sicurezza e alleviano lo sforzo. Le tecniche di progressione variano in base al pendio e al grado della salita e affiancano l’uso dei ramponi a quello della piccozza. A grandi linee vi sono due tecniche di base, quella frontale e la piolet traction. Nella tecnica frontale si procede con le gambe leggermente divaricate (anche per non conficcarsi le punte dei ramponi nelle gambe) su pendii fino a 40°, facendo penetrare nel ghiaccio tutte le punte inferiori del rampone e per questo appoggiando, a piatto, l’intero piede. La piolet traction si usa su cascate di ghiaccio e pareti verticali e consiste nell’infilare nel ghiaccio le sole punte frontali dei ramponi, trazionando nel mentre con le braccia grazie all’uso delle piccozze.

Bastoncini da escursionismo

Da trekking o da escursione su ghiacciaio, da semplice passeggiata nel fondovalle o da più difficili ascensioni in quota, oggi i bastoncini sono un accessorio praticamente utilizzato dalla maggior parte delle persone che vanno in montagna. Il vero e proprio boom è esploso negli ultimi anni grazie alla diffusione del nordic walking, la tecnica di camminare appunto con bastoncini importata dai paesi del nord. 
A volte si abusa troppo degli stessi e ogni tanto si vedono persone che li usano dalla propria auto all’entrata di un locale qualsiasi posto magari 50 mt. più avanti sulla stessa strada dove si hanno parcheggiato. Altre volte, invece, non si usano proprio anche laddove servirebbero. 
Coloro che hanno iniziato ad andare in montagna negli anni ’80 o ’90 sono forse più restii ad usarli, preferendo contare sulla forza di gambe o sull’appoggio delle mani nei punti più delicati In quegli anni, infatti, questa pratica non si usava, anche se pastori e primissimi alpinisti si servivano già dell’alpenstock, un lungo bastone di legno antesignano dei moderni bastoncini. 

Quando occorre usarli? 

Per quanto riguarda il primo punto in linea generale si può dire che, ad esclusione di situazioni particolari, possono decisamente essere utili per alleviare la fatica nelle gambe durante la progressione. Affidarsi a buoni bastoncini, soprattutto in salita consente di risparmiare un po’ di fatica mentre su tratti pianeggianti l’aiuto che danno è un po’ minore. Da un punto di vista medico il fisico è meno soggetto a sforzi e strappi contando su quattro punti di appoggio (di fatto il prolungamento delle mani) anziché su due (le nostre gambe). 
Diventano solo d’impiccio in tutti quei passaggi più delicati, magari in salita su roccette e sicuramente su tratti attrezzati dove l’utilizzo delle mani è imprescindibile. Una caduta o una scivolata in questi punti con le mani occupate non è mai piacevole rischiando magari che si “infilzino” in un fianco. 
Rimane invece sconsigliatissimo l’utilizzo di un solo bastoncino in quanto la marcia e quindi il nostro corpo verrebbero sbilanciati. Vi è minor stabilità nei movimenti e si è soggetti a scoliosi nella colonna vertebrale.

Come sceglierli?

Visti questi aspetti siamo pronti a recarci in un negozio per il nostro acquisto e lì, di fronte ad una scelta vastissima, veniamo presi dal panico. Quali prendiamo? Esistono infatti numerosissimi tipi e modelli sul mercato. Vi sono bastoncini da scialpinismo, da nordic walking, alpinismo su ghiaccio, escursionismo (estivo o invernale), da corsa in montagna. 
Analizziamo innanzitutto lo scopo e l’attività che maggiormente pratichiamo e di conseguenza la scelta cadrà su di un modello piuttosto che di un altro. A grandi linee i bastoncini da nordic walking sono quelli più leggeri e composti da un unico pezzo, utilizzati anche per lunghi tratti pianeggianti. Tutti gli altri sono divisi in più pezzi, telescopici o pieghevoli, in modo da poter regolare la lunghezza ed eventualmente essere riposti nello zaino in caso di non utilizzo. Si devono in ogni caso preferire bastoncini di buona qualità, resistenti ma anche leggeri e con un’impugnatura comoda per le nostre mani. 
Oggi quelli più sofisticati utilizzano leghe particolari dove l’elemento carbonio è preponderante consentendo una leggerezza non presente in altri modelli. Per marce su neve alta o soffice i migliori modelli sono dotati di rotelline intercambiabili alle punte degli stessi (rondelle da neve).
Tirando le somme scegliamo i nostri bastoncini secondo i seguenti criteri.

1) Leggerezza e resistenza: i modelli in alluminio sono più pesanti di quelli in carbonio. Questi ultimi, proprio per le loro proprietà, risultano più performanti agli urti e sono adatti a trekking più impegnativi di più giorni. Insomma, è il modello a cui puntare se si prevedono di utilizzare più di una volta al mese. Il loro svantaggio è il costo e la durata inferiore rispetto a modelli in alluminio. Va segnalato che sul mercato esistono anche modelli ibridi.

2) Parametri di allungabilità: i modelli base e poco costosi sono in genere rigidi e fissi, già preimpostati ad una determinata altezza. Poterli regolare in base alla propria statura è, di conseguenza, tutt’altra cosa.

3) Compattezza e numero di aste: esistono bastoncini da trekking monoblocco e altri (detti telescopici) composti da più sezioni (aste) che possono essere ripiegate (o fatte rientrare) per occupare meno posto possibile. Se pensiamo che molte volte i bastoncini vengono legati allo zaino, questo fattore è determinante.

  • Bastoncini monoblocco (o mono-sezione): rigidi e leggeri, sono composti da una parte unica che non permette di ripiegarli nello zaino.
  • Telescopici a 2 sezioni: è possibile regolare la lunghezza della parte superiore e inferiore in un punto.
  • Telescopici a 3 sezioni: i più venduti e utilizzati, nonché i più comodi. È possibile regolare la lunghezza in due punti, così che nello zaino occuperanno poco posto.
  • Pieghevoli in 3 sezioni: sono i modelli che presentano le varie sezioni collegate da una corda, la quale, nella fase di montaggio, va tirata e poi bloccata al punto desiderato.

4) La regolazione: i bastoncini telescopici possono presentare due sistemi di regolazione.

  • A vite: le parti vengono assemblate ruotando, appunto, una vite. Questo sistema è presente sui modelli più economici.
  • A leva: una leva permette di fissare il punto di bloccaggio alla lunghezza desiderata. Questo sistema è presente nella maggior parte dei modelli ed è sicuramente quello più veloce, anche se più delicato.

5) Comodità di impugnatura: esistono vari tipi di impugnature.

  • In plastica o gomma: questi materiali si trovano sui modelli entry-level.
  • In sughero: materiale eccellente, morbido e gradevole al tatto, consente anche una corretta traspirazione della pelle della mano.
  • In schiuma: materiale altrettanto confortevole al tatto, consente un’impugnatura precisa ed evita alle mani di bagnarsi per il sudore e la comparsa di vesciche.

6) Eventuali puntali e laccetti intercambiabili: tutti i modelli sono dotati di un laccetto regolabile nel quale infilare la mano. Anche in questo caso i laccetti vengono realizzati in diversi materiali (gomma, schiuma, ecc.) e, su alcuni modelli indicati per lo sci o il trail running, viene impiegato un sistema a clip che permette di smettere i bastoncini senza per forza togliere la mano dal cinturino, cosa che rende l’operazione molto più veloce.

7) Tipi di rondelle: servono per evitare che i bastoncini si possano incastrare nelle asperità del terreno o, d’inverno, nella neve. Esistono numerosi modelli di bastoncini che montano differenti tipi di rondelle, comunque intercambiabili e sostituibili. Il consiglio è quello di verificare tali tipologie e di provare i bastoni prima dell’uso. 

8) Tipi di puntali: i bastoncini da trekking montano diversi puntali, indicati per differenti tipi di terreno. Per questo è sempre fondamentale provarli e decidere preventivamente il tipo più frequente di attività che si andrà a svolgere. I puntali possono essere in tre tipi di materiali.

  • Acciaio: i puntali realizzati in questo materiale risultano resistenti e durevoli e sono indicati a chi solo saltuariamente affronta escursioni.
  • Plastica o gomma: i puntali realizzati in questi materiali garantiscono una migliore aderenza sul terreno (non scivolano), non producono quel rumore tipico dell’acciaio che sbatte contro le rocce e sono indicati a chi effettua escursioni su questo tipi di terreni. L’unico inconveniente è che gomma e plastica si usurano prima dell’acciaio.
  • Acciaio tungsteno: questi puntali, rigidi e duri, vengono montati su bastoncini da trekking di fascia medio-alta e sono indicati a chi fa attività di trail running. Sono trattati contro la ruggine e, una volta consumati, possono essere sostituiti senza per forza eliminare tutto il bastoncino.

Quale regolazione?

Soddisfatti del nostro acquisto siamo pronti a partire. Equipaggiati di tutto punto prendiamo i bastoncini e scopriamo che gli stessi possono essere regolati a varie altezze, magari in più punti. Quale regolazione tenere? La lunghezza è fondamentale per non andare a caricare e indolenzire i muscoli delle spalle. Deve essere uguale per entrambi e fatta impugnando il bastoncino con il braccio che forma un angolo di 90 gradi. Per evitare poi di perderli è consigliabile infilare la mano nel lacciolo di cui sono provvisti.

La camminata con i bastoncini

Ora siamo veramente pronti a fare i primi passi, dobbiamo solo capire come procedere. Naturalmente il movimento dei bastoncini segue la nostra camminata, i nostri passi. Su terreni pianeggianti o in salita, per fare un esempio, la mano sinistra che impugna il bastoncino lo porta in avanti quando il peso del corpo viene caricato sulla gamba dalla stessa parte. Su discese ripide, come possono esserlo canaloni, ghiaioni etc., le mani posso portare in avanti i bastoncini simultaneamente per caricare interamente il peso del corpo.

Ciaspole (o racchette da neve)

Quando la neve cade e ricopre ogni cosa, tutto si ferma e la natura assume tutto un altro aspetto. Camminare liberamente in un bosco imbiancato o per un pendio ascoltando il silenzio, osservando le impronte sulla neve di piccoli animali e magari godersi l’alba o il tramonto con i loro colori stupefacenti è un momento impagabile. D’inverno sembra di essere in un altro mondo, nel quale si percorrono sentieri diversi rispetto all’estate. 
Per progredire sul manto nevoso però serve il giusto strumento, le racchette da neve. Senza, saremmo costretti a camminare affondando nella neve e bagnando scarpe, calze e pantaloni, senza contare che a fine giornata non sentiremo più i nostri arti inferiori (per essere probabilmente avanzati solo di qualche metro!).
Negli ultimi anni è esploso un vero e proprio boom inerente l’escursionismo invernale dovuto alla vendita e all’utilizzo sempre maggiore di queste racchette, oggi più comunemente chiamate ciaspole. In fondo, una volta dotati dell’abbigliamento giusto, un paio di bastoncini e, appunto, un paio di ciaspole, non serve veramente altro per muovere qualche passo sulla neve. Si tratta infatti di usare i propri piedi come d’estate “galleggiando” sul soffice manto. 
Per questo, chiunque ami la montagna anche d’inverno può intraprendere questo tipo di attività. 
Iniziamo col dire che le ciaspole sono proposte in versione uomo/donna e questo non per una questione estetica ma per la differenza di larghezza dell’anca e della dinamica del passo. 
Rispetto ad altri metodi per salire e vivere la montagna in inverno o anche ad altri sport (come lo sci classico), questo è anche quello più economico. Un paio di racchette oggi non costano mai più di 400 euro e la loro durata è garantita a lungo. Tuttavia anche qui ci sono dei parametri fondamentali da tenere in considerazione prima dell’acquisto. Non serve spendere il massimo ma nemmeno stare su un modello super economico poco robusto e sprovvisto di accessori utili.

I parametri da considerare nella scelta delle ciaspole

1) Il galleggiamento: le ciaspole servono a quello, infatti, ossia a camminare senza sprofondare dove il manto è soffice e alto. Certo, molto spesso si cammina su percorsi magari battuti dal gatto delle nevi ma non sempre è così e può capitare di battere traccia in neve fresca. Il galleggiamento dipende dal peso della persona (più il peso dello zaino che dovrà portare) e dalla dimensione della ciaspola. Più una persona è pesante o alta e maggiore deve essere la dimensione della racchetta. Nelle caratteristiche tecniche delle racchette vengono riportate la dimensione e il peso massimo trasportabile. Per fare un esempio una ciaspola di 60-65 cm porta anche oltre i 100 kg.

2) Ramponi: fondamentale la loro presenza in tratti gelati o per la discesa. Le ciaspole posso essere equipaggiate con un numero di punte (ramponi) variabile, in genere da 6 a 8, in aggiunta alle due punte laterali e una frontale. Ovviamente, più una ciaspola ha punte e più è stabile e sicura. I modelli con poche punte sono adatti a chi affronta terreni pianeggianti o poco pendenti, o comunque a chi si avvicina per la prima volta a questa disciplina. I modelli con il massimo numero di punte vengono impiegati lungo pendii ripidi nei quali “mordere” la neve o il ghiaccio risulta fondamentale.

3) Alzatacco: indispensabile per mantenere il piede il più possibile orizzontale e quindi affaticare meno i muscoli della gamba. Alcuni modelli hanno anche altre due misure relative allo stesso in caso di tratti pianeggianti o in discesa (per la quale il piede dovrebbe poggiare solo sui ramponi ed essere “libero”).

4) Attacco: le ciaspole devono saldarsi in modo ottimale allo scarpone e questo avviene con fibbie, cinturini o sistemi di scatto. In genere i sistemi di chiusura a cricchetto offrono una maggiore sicurezza. Teniamo presente che le racchette si differenziano in destra e sinistra e per distinguerle la chiusura dei lacci va sempre rivolta verso l’esterno.

5) Il metodo di chiusura: più una ciaspola è facile da agganciare (chiudere) allo scarpone e più risultera comoda. Molti modelli presentano un sistema semplice e proprietario che consente un aggancio e sgancio davvero facile e veloce.

Come ultimo consiglio è indispensabile provare le racchette in negozio. In particolare testare gli allacci, le chiusure e la comodità generale. Utilissimo fare il test di toglierle e metterle indossando i guanti da neve, perché poi dovremo farlo all’aperto su tutt’altro tipo di terreno e in tutt’altro ambiente!
Infine, non dimentichiamo di agganciare le ciaspole a scarponi adatti. Quelli migliori, data la stagione fredda, sono quelli da escursionismo invernale o alpinismo, con membrana impermeabile e opportuno isolamento termico; è perfettamente inutile utilizzare le ciaspole più performanti se poi si indossano scarpe leggere che portano il piede a bagnarsi e congelare!

La manutenzione

Come il resto dell’attrezzatura, anche le ciaspole vanno trattate con cura dopo il loro utilizzo se vogliamo garantirne la longevità. Per questo, dopo averle smesse occorre pulirle bene, asciugarle e, soprattutto, periodicamente controllarne il sistema di aggancio, l’efficienza dei ramponi, dei tacchetti e il telaio. Vanno riposte in un luogo fresco e asciutto.

La differente modalità d’uso delle ciaspole

Tutte le ciaspole presentano un sistema di fissaggio che consente di regolare la mobilità del tallone mentre si cammina e, pertanto, diverse sono le modalità di impiego.

1) Attacco libero (sbloccato): durante la camminata il tallone si alza liberamente. Questa modalità si usa lungo tratti in piano durante i quali si cammina in questo modo più naturalmente e fluidamente.

2) Attacco bloccato: durante la camminata il tallone rimane bloccato e non si alza. Questa modalità viene usata in discesa, per una maggiore stabilità e controllo.

3) Alzatacco: l’alzatacco è presente solo in alcuni modelli e consiste in una barra sollevabile sotto il tallone. Questa modalità viene usata in salita per consentire al polpaccio di non sforzarsi eccessivamente e al piede di procedere parallelamente al livello del suolo.

Le varie regolazioni si possono effettuare anche con i guanti agendo sul sistema di bloccaggio (di solito una leva).

La tenda

Trascorrere una notte sotto le stelle è sicuramente un’esperienza irrinunciabile per un vero appassionato di montagna ma, a meno di non essere davvero dei temerari impavidi che bivaccano all’addiaccio (sconsigliatissimo!), occorre almeno un piccolo riparo che, dall’alba dei tempi, l’uomo ha sempre cercato di ricavarsi, in quanto “animale disadattato” su questo pianeta. Una tenda è quello che fa al caso nostro se decidiamo di trascorrere più giorni in montagna. È costituita da uno o più teli, picchetti, pali e accessori vari.

Le caratteristiche di una buona tenda

1) Isolamento termico: elemento indispensabile, dato che più il calore fuoriesce all’esterno e più noi patiremo il freddo. Allo stesso tempo, non penseremo certo di stare in maniche corte a 3000 mt.! Per scaldarci si renderà comunque necessario l’impiego di un buon sacco a pelo.

2) Resistenza al vento: raramente in quota non “tira vento”. Premesso che dovremo scegliere un luogo ideale (e consentito dalle leggi regionali) per piazzare la tenda, possibilmente il più riparato possibile dal vento, la tenda deve comunque resistere sia al vento leggero che alle raffiche, senza volare via. Le migliori tende in commercio sono dotate di una “galleria del vento”.

3) Impermeabilità: a nessuno piace veder gocciolare all’interno in caso di pioggia! Una tenda deve essere in grado di tenere l’acqua di una pioggerella leggera come di un acquazzone o una forte nevicata. Il grado di impermeabilità (colonna d’acqua), misurato in millimetri, indica quanto il tessuto resista all’acqua. Questo viene immerso in un cilindro d’acqua fino ad un’altezza prestabilita; ad esempio, un tessuto immerso in un cilindro riempito d’acqua per 50 cm. (5000 mm.), significa che fino a quel livello non si lascia penetrare dal fluido. Il valore viene riportato sulla tenda con la dicitura “Impermeabile 5000 mm. (colonna d’acqua)”.

4) Traspirabilità e aerazione: la traspirabilità è la capacità di un materiale di lasciarsi attraversare dal vapore acqueo. Il parametro dell’impermeabilità si combina con questo punto. Va tenuto conto, infatti, che più un tessuto è impermeabile e più al suo interno si forma la condensa: in questo caso, sarà come se piovesse, dato che all’interno gocciolerà acqua su di noi. Verifichiamo dunque che vi sia un tetto in doppio telo (anche se a discapito della leggerezza), in modo che la condensa si formi tra il telo esterno e quello interno, lasciandoci all’asciutto. Se poi la tenda è dotata di piccoli fori o finestre di aerazione, tanto meglio: il problema delle gocce che cadono sarà definitivamente risolto e, con climi particolarmente caldi, eviteremo l’effetto sauna.

5) Leggerezza: il peso della tenda grava sulle nostre spalle, non dimentichiamolo mai. Più una tenda è leggera, soprattutto in gite di più giorni, più il peso sarà ridotto e la nostra fatica minore. Per fare alcuni esempi, una tenda biposto dovrebbe avere un peso massimo di circa 3,5 kg., mentre una da tre posti non dovrebbe superare i 5,5 kg.

6) Comodità: un altro aspetto basilare. È inutile acquistare una tenda con tutte le suddette caratteristiche se poi al suo interno non riusciamo a stenderci bene per dormire. Non solo, anche nello stare seduti non dobbiamo essere piegati con la testa che batte sul tetto!

7) Ingombro: una volta ripiegata su se stessa e riposta nella custodia, la tenda deve avere un volume ridotto. Minor posto occupa nello zaino e più roba possiamo stipare all’interno di esso.

8) Facilità di montaggio: a nessuno piace perdere ore ed ore al termine di un’escursione (di solito verso sera) per montare una tenda che “non ne vuole sapere”. Guardiamo bene che sia facile da assemblare, senza troppi passaggi complicati.

9) Capacità: saremo da soli o in compagnia? Non acquistiamo una tenda al risparmio e monoposto per poi tentare di ospitarvi all’interno tre persone! Così come, al contrario, è inutile montare un hotel per 10 persone quando saremo quasi sempre da soli all’interno: capre e stambecchi non saranno nostri ospiti e noi ci sobbarcheremo peso inutile sulle spalle!

10) Accessori: verifichiamo bene la presenza o meno di (comodi) accessori. La presenza di una zanzariera, ad esempio, fa la differenza tra il passare d’estate una notte insonne e una di riposo. Anche la presenza di un vestibolo, ossia uno spazio in cui riporre zaino e scarponi, è importante, a meno di non volerli portare nel sacco a pelo con noi. Infine, indispensabile avere kit di riparazione, sacca custodia, picchetti, paleria (possibilmente in duralluminio) e tasche porta oggetti.

11) Forma: scegliamola in base alle nostre preferenze, tenendo conto anche di altezza e grandezza. Sul mercato ci sono tende a forma di igloo, cupola, tunnel, geodetiche o semi-geodetiche.

Tipologie di tende

Possiamo identificare, in linea di massima, quattro tipologie di tende da trekking, a seconda delle loro prestazioni. Teniamo conto poi che ogni marca ha una propria classificazione specifica, la quale tuttavia, a grandi linee, si rifà a quella qui presentata in generale.

1)  Camping: sono le classiche tende da campeggio, più o meno grandi, dotate di veranda, bagno, cucina, ecc.

2) Tre stagioni: questa tenda è adatta a bivaccare all’aperto principalmente durante l’estate, ossia quando il clima è mite. Questi modelli puntano su caratteristiche quali traspirabilità e aerazione.

3) Quattro stagioni: questo modello è indicato per escursioni effettuate con climi più rigidi. Appartengono a questa categoria le tende più performanti e realizzate con materiali più durevoli.

4) Expedition: in questa categoria rientrano le tende tecniche utilizzate per le spedizioni in stile Himalayano, nei posti più inospitali del globo. Presentano una grande resistenza al vento e capacità di sopportare il peso della neve, nonché un miglior isolamento termico. Di contro, costano molto.

Conclusioni

In base a quanto detto finora, la scelta della tenda dipende da molti fattori. Dobbiamo avere bene in mente dove andremo, a che quote bivaccheremo, in quali stagioni la utilizzeremo maggiormente, se saremo soli o in compagnia, quanto la utilizzeremo, ecc. Insomma, tra tutte le caratteristiche elencate, starà a noi trovare il giusto compromesso.

Su quale superficie montare una tenda?

Prima di piantare la nostra tenda, consultiamo le norme regionali per vedere se, nella zona in cui siamo, è possibile farlo.  In caso questo sia liberamente consentito, prima di costruire la nostra casetta dobbiamo scegliere bene non solo la posizione, il più pianeggiante possibile, ma anche la superficie, per non trovarci in spiacevoli situazioni nei momenti meno opportuni. Proviamo a fare un elenco dei luoghi dove poterci accampare, dal peggiore al migliore.

1) Vicino ad un corso d’acqua: montare la tenda adiacente un corso d’acqua o un lago è davvero la scelta peggiore che possiamo fare. Il tempo in montagna cambia repentinamente e, se quel torrente o lago si ingrossano di notte, probabilmente la mattina ci troveremo a valle sulla nostra “barca” nemmeno troppo galleggiante. Ancora peggio se scegliamo di accamparci sotto grandi canaloni o massi caduti di recente.

2) Lungo piste battute da animali: gli animali si spostano nella vegetazione lungo sentieri o piste predefinite che, a lungo andare, se vogliamo dormire in tenda, dobbiamo imparare a conoscere. Montare una tenda in questi punti è un terno al lotto. Là fuori non vi sono solo erbivori ma anche lupi e orsi che potrebbero venirci a chiedere un pernotto. Se, per forza di cose, ci troviamo in una zona popolata da orsi è meglio non essere mai da soli, soprattutto se alla prima esperienza. Un gruppo di 3 o 4 persone farà più chiasso, allontanando un potenziale pericolo. Inoltre, in questi casi, montiamo la tenda orientandola bene, in modo da non avere angoli morti e poter controllare così il più possibile la situazione.

3) Prato all’ombra di piante sopra il limite della vegetazione: ricordiamoci di essere in un’area molto sensibile e che alcune piante sono molto delicate, sopportando meno il passaggio dell’uomo.

4) Prato erboso: è vero che le tende moderne hanno, nei limiti del possibile, tutti i comfort di questo mondo ma dobbiamo essere consapevoli che piazzare la “casetta” sopra un prato erboso oppure coperto di piante farà di noi l’attrazione principale per una moltitudine di fastidiosi insetti (volanti e striscianti) che potrebbero farci compagnia durante il sonno. Peggio ancora se il prato o il sottobosco sono umidi o bagnati, o se decidiamo di accamparci sotto l’unico albero esistente in zona, ossia un ottimo parafulmine. Inoltre, teniamo conto dell’inquinamento ambientale. Se quel prato è già stato scelto da altri per campeggiare, la vegetazione sarà già compromessa e l’erba non crescerà più. Se sostiamo più giorni in un punto, meglio spostare di tanto in tanto la nostra tenda, soprattutto se ci troviamo a quote elevate dove la vegetazione è più sensibile e delicata.

5) Sabbia o terra: una superficie sabbiosa o ghiaiosa rappresenta una scelta vincente. Saremo al sicuro da (quasi) ogni inconveniente. Oltretutto, non lasceremo alcuna traccia del nostro passaggio.

6) Rocce: le rocce sono dure e solide e difficilmente possono essere danneggiate dal nostro passaggio. Noi, invece, saremo al sicuro da ogni pericolo, purché non piazziamo la tenda ai piedi di frane preesistenti.

7) Neve: montare la tenda sulla neve è più difficile (vedi sezione sottostante). Tuttavia, se scegliamo una posizione esente da potenziali pericoli, saremo al sicuro. Prima di smontare il campo, distruggiamo eventuali ripari, muretto, buche o trincee.

8) Zona di campeggio preesistente: saremo sicuramente fuori da ogni pericolo. Inoltre, una zona già da tempo adibita a campeggio, e quindi già distrutta, non potrà subire ulteriori danni (purché la si lasci come la si è trovata). Utilizziamo tutto quanto vi sia a disposizione, senza asportare nuovo materiale.

Montare la tenda sulla neve

Montare la tenda sulla neve richiede qualche accorgimento in più rispetto all’estate, oltre che maggiore esperienza e ulteriori accessori (pala, sega da neve, ecc.). In questo caso è opportuno tenersi lontani da crepacci, canaloni di scarico, cornici, creste ventose, ecc. In particolare, osserviamo bene la superficie bianca. 

1) Zona esposta al vento: se la superficie è molto dura, significa che la zona è spazzata dai venti ed è più faticoso piazzare il campo. In ogni caso sarà opportuno costruire un muro di neve di 1-2 mt. intorno alla tenda, alla distanza di almeno un metro dal telo.

2) Zona non esposta al vento: se la neve è poco compatta e polverosa vuol dire che siamo sottovento, dove si depositano gli accumuli trasportati dalle correnti d’aria. In queste zone possiamo accamparci, dato che siamo protetti dal vento, ma dovremmo uscire frequentemente per ripulire il tetto della tenda dalla coltre bianca che si accumula. Una tenda parzialmente sepolta dalla neve comporta il rischio di asfissia e la struttura potrebbe cedere in qualsiasi momento!

Si rimanda alla frequentazione di un corso di alpinismo per apprendere le tecniche di montaggio della tenda su neve o ghiaccio, così come la tecnica per costruire ripari di emergenza quali trincee, trune, grotte, igloo, ecc.

Il sacco a pelo (o saccoletto)

Abbiamo un super zaino equipaggiato con ogni cosa possibile e immaginabile, siamo vestiti di tutto punto che nemmeno il miglior alpinista, possediamo una tenda migliore della nostra stessa casa, ci siamo portati il non plus ultra dell’attrezzatura tecnica e poi... dormiamo per terra, tra le asperità del terreno? Neanche per sogno, la notte è per il riposo, soprattutto dopo una lunga e faticosa giornata di marcia. Dormire bene è fondamentale e, per farlo, occorre riposare sul morbido e ben protetti. 
Un sacco a pelo è dunque indispensabile per i pernotti in alta quota, che siano in tenda o anche in rifugio (qui possiamo optare per l’utilizzo del sacco lenzuolo nei periodi di apertura).

Come scegliere un sacco a pelo? 

Come visto già per molti altri materiali e indumenti, per scegliere il sacco a pelo giusto dobbiamo valutare alcuni fattori. In ogni caso una premessa è fondamentale. Non bisogna mai appoggiare il sacco a pelo sul terreno ma garantire uno strato di isolamento mediante l’uso di un materassino.

1) La temperatura: questo parametro indica la temperatura minima che il sacco a pelo può dare a una persona. In genere questo valore viene diviso in maschi (che sopportano temperature più rigide) e femmine (che necessitano di più calore). In particolare viene riportata sull’etichetta:

  • Temperatura comfort: è il limite inferiore di temperatura a cui una persona sensibile al freddo può dormire bene di notte. È il valore da tenere in considerazione per chi in genere ha più freddo.
  • Temperatura minima: indica il livello minimo a cui una persona poco sensibile al freddo può dormire bene di notte, rimanendo vestita con qualche strato. È il valore da prendere in considerazione se in genere si ha sempre caldo.
  • Temperatura estrema: indica il livello minimo tollerabile da una persona nel sacco a pelo se esposta a freddo estremo. La persona in questo caso non dorme bene ma soffre inevitabilmente il freddo.

2) Isolamento termico: i sacchi a pelo devono mantenere il calore all’interno, evitando che questo si disperda all’esterno. Vengono pertanto realizzati in:

  • Piuma: questi modelli sono realizzati con le classiche piume d’oca e sono molto leggeri, soffici e compatti; tuttavia, disperdono il calore se bagnati, richiedono lavaggi particolari e risultano piuttosto costosi. I modelli in piuma sono un ottimo investimento nel lungo periodo ma poco adatti per escursioni di più giorni, proprio perché, una volta bagnati, non trattengono più il calore. Per bagnarli, basta già la presenza di umidità.
  • Sintetico: rientrano in questa categoria i modelli realizzati in poliestere. Risultano più pesanti, meno comprimibili e meno morbidi; a loro vantaggio troviamo l’economicità, il mantenimento del calore anche da bagnati e la facilità di lavaggio. A discapito della loro durata, questi modelli trattengono sempre il calore e sono più economici.

3) Forma: esistono sacchi a pelo di forme diverse ma le classiche sono quelle rettangolari o “a mummia”, a seconda che all’interno si desideri maggior spazio per muoversi (ma meno calore) o una buona aderenza al corpo (col corpo ben riscaldato ma più impedito nei movimenti).

  • Rettangolari: spaziosi, economici ma più ingombranti e meno efficienti dal punto di vista del mantenimento del calore. Vengono utilizzati maggiormente nei campeggi estivi.
  • A mummia: la forma ricalca quella delle bare che ospitano le mummie egizie. Molto leggeri, economici e compatti, sono aderenti al corpo, mantengono meglio il calore e hanno un cappuccio integrato. Vengono utilizzati tutto l’anno.
  • Semi-rettangolari: sono modelli che offrono un buon compromesso tra le suddette forme.

4) Dimensioni: i sacchi a pelo vengono realizzati in diverse lunghezze e proprio per questo, nei limiti del possibile, chiediamo di provare il prodotto in negozio. È importante trovare il sacco a pelo giusto in base alla nostra altezza. Un modello troppo corto farà si che le due estremità del corpo (testa e piedi) spingano contro le pareti, diminuendone le prestazioni isolanti e provocando scomodità nel dormire. Viceversa,  un sacco a pelo troppo lungo lascerà grandi spazi vuoti all’interno che impediranno un corretto mantenimento del calore; inoltre, si trasporterà sulle spalle del peso inutile.

5) Chiusura: la chiusura di solito è la classica cerniera. Alcuni sacchi a pelo possono essere uniti insieme a formare un doppio sacco a pelo, ideale per le coppie. Tuttavia, il calore risulterà più disperso per l’inevitabile formazione di vuoti all’interno. Per effettuare questa operazione occorre verificare che le cerniere siano dello stesso tipo e della stessa lunghezza.

6) Accessori: la presenza di un cappuccio può fare la differenza, soprattutto a temperature rigide, quando la testa deve stare al caldo. Alcuni sacchi pelo hanno anche un tubo interno, parallelo alla lunghezza della cerniera e che tiene fuori l’aria fredda mantenendo il calore dentro. Utili anche un collare termico da avvolgere intorno al collo per mantenerlo caldo e una tasca portavalori.

Conclusioni

Anche in questo caso la scelta di un buon sacco a pelo dipende da noi e dall’uso che ne faremo. Decidiamo quindi se lo useremo più in zone di media montagna o a quote elevate, in quale stagione, quale peso caricarci sulle spalle e quale materiale preferiamo. Possibilmente, chiediamo di provare qualche modello prima dell’acquisto.

Il kit da cucina

Districarsi in questo settore non è affatto facile, dato che sul mercato esiste veramente di tutto. Manca solo un apparecchio portatile che sforni pizze istantanee al gusto desiderato!
Qui ci limiteremo ad indicare l’essenziale da portare con noi in caso volessimo cucinare in autonomia durante le escursioni di più giorni.
Innanzitutto, iniziamo col dire che bere e mangiare bene, soprattutto alla fine di un percorso di trekking, è a dir poco fondamentale. Giunti alla fine della tappa, infatti, non basterà più “sgranocchiare qualcosa” o limitarsi a della frutta secca, ma occorrerà ingerire qualche sostanza in più per ricaricare le energie, riposare bene ed essere quindi in grado di ripartire senza problemi il giorno successivo.

Come comporre un kit da cucina?

1) Fornelletto da cucina: sul mercato esistono vari modelli, vediamo i principali.

  • Fornello ad alcool: ha la forma di una lattina e il suo funzionamento è davvero semplice in quanto la combustione deriva proprio dall’alcool o da una particolare benzina contenuta al suo interno.
  • Fornello a combustibile solido: in questo campo esistono modelli che bruciano delle barrette specifiche oppure altri che infiammano piccoli pezzi di legna.

(Questi modelli, molto leggeri e piuttosto facile da usare, hanno una bassissima efficienza energetica e non sono indicati per escursioni di più giorni; rappresentano, se vogliamo, il sistema più “primitivo”.)

  • Fornello multicombustibile: sono i modelli pensati per un utilizzo in alta quota, dove l’esigua pressione impedisce un corretto funzionamento dei sistemi a gas. Funzionano con vari tipi di combustibile, di cui la benzina è forse il più utilizzato e versatile. Impiegati quindi nelle spedizioni, sono davvero scomodi da usare per l’escursionista medio, dato che per accenderli occorre tutta una preparazione specifica che comprende il pompaggio del carburante e il pre-riscaldamento.
  • Fornello a gas: al contrario del precedente, non possiamo utilizzarlo a quote elevate. Il fornello a gas è il sistema più utilizzato in escursioni classiche. È composto da un bruciatore e da una bombola a gas di propano e butano (optiamo per quella che si monta “a ghiera”). Molto leggero e pratico da usare, non funziona a temperature inferiori a -10°C; inoltre, se il nostro trekking prevede più giorni di marcia, dovremo portare con noi alcune bombolette di gas di scorta. Importante è anche verificare la presenza di un bruciatore che può essere semplice o composto: il primo viene avvitato sulla bomboletta, il secondo forma un corpo unico con il padellino di cottura, ottimo se siamo da soli (un po’ meno se dobbiamo condividere il piatto con un compagno).

2) Padella o gavetta: portare con sé la classica padella da cucina non è proprio la scelta consigliata. Il mercato offre di tutto, dalle padelline antiaderenti a prodotti in alluminio o titanio. È consigliabile evitare le gavette fatte a borraccia, scomode, e optare per la praticità e comodità; ad esempio, un piccolo padellino con delle alette antivento e un sistema di dissipazione sul fondo migliorerà l’ebollizione dell’acqua. Una valida alternativa è orientarsi sulle moderne padelle comprimibili in silicone che presentano un fondo antiaderente. In ogni caso controlliamo il peso dei materiali e decidiamo quello che fa più al caso nostro.

3) Spork: con questo termine non ci si riferisce allo “sporco” ma ad un set di posate molto leggero. La parola deriva dai termini inglesi “spoon” (cucchiaio) e “fork” (forchetta). Evitiamo di portare con noi le posate di casa!

4) Base per bomboletta a gas: se il fornello utilizza la bomboletta a gas, questa base è l’ideale per allargare la superficie d’appoggio dello stesso e migliorarne la stabilità.

5) Kit di pulizia + accendino: i nostri strumenti da cucina, appena utilizzati, sono anche da pulire, così come facciamo a casa. Una piccola spugnetta e un flaconcino di sapone sono indispensabili per pulire il fondo delle nostre padelline. Per lavare gli utensili dovremmo servirci di una fontana (se presente) oppure dell’acqua portata con noi nello zaino e adibita a questo compito. In ogni caso, non bisogna lasciare sporche le stoviglie per troppo tempo. Altri due elementi da portare con sè sono l’accendino e i fiammiferi. Al primo daremo sempre la precedenza, in quanto i fiammiferi, se bagnati, sono inservibili; fungeranno solo da emergenza.

Conclusioni

Scegliere un fornello per attività in montagna può essere relativamente semplice ma va tenuto conto che esistono moltissime differenze tra un modello e l’altro e ancor più dettagli tecnici (potenza, volume, combustibile, sistemi di accensione, fiamma, ecc.) che richiedono una minima competenza. In questo spazio è stata fornita solo una panoramica generale; il consiglio è di informarsi bene prima dell’acquisto dal personale esperto.
Per quanto riguarda il kit da cucina in generale, verifichiamo bene l’offerta disponibile nei vari negozi. Infatti, puntando tutto sulla praticità e compattezza, si stanno affermando sistemi multiuso davvero efficienti come, ad esempio, posate miste, bicchieri pieghevoli, ciotole che al bisogno si trasformano in piatti, ecc.

Il kit di pronto soccorso

Il kit di primo soccorso non deve mai mancare nello zaino di chi pratica attività in montagna, qualunque essa sia. Dobbiamo tenere bene a mente che muoversi in montagna non è come camminare in città; non siamo, infatti, circondati da gente, negozi o qualsiasi comodità. Percorriamo ambienti selvaggi, adattandoci ai loro ritmi, e dove gli inconvenienti possono sempre capitare (distorsioni, tagli, piccoli affaticamenti, raffreddamenti, ecc.). Premettendo che gli aspetti più delicati e complessi sono relegati ad un corso di formazione che non tutti fanno (o possono fare), vediamo almeno cosa deve contenere un kit di questo tipo e, possibilmente, come utilizzare i vari accessori.

Elementi di un kit di pronto soccorso

Il kit in questione che troviamo già pronto e in vendita sugli scaffali o su internet, è costituito da una sacca o una custodia (di solito di colore rosso) il cui contenuto è costituito dai seguenti elementi.

1)  Pinzette chirurgiche: servono per piccoli interventi come, ad esempio, togliere spine o schegge di legno.

2) Pinzette per zecche: ormai immancabili data la diffusione del fenomeno in tutto il territorio.

3) Forbici: servono per operazioni di taglio, dalla pelle alla stoffa, dalla carta dei contenitori di cibo ai cerotti, ecc.

4) Benda elastica autoadesiva: serve per operare delle fasciature provvisorie, per fissare delle garze e anche per piccole riparazioni.

5) Nastro medico: impiegato per il bendaggio della parte lesionata, nei migliori kit viene messo quello telato.

6) Cerotti: da mettere sui tagli o sulle vesciche.

7) Gel igienizzante (o salviette disinfettanti): una piccola boccettina e alcune salviettine sono utili per igienizzare la parte interessata o per lavarsi le mani.

8) Fischietto: in caso di allarme o pericolo, serve per segnalare la propria posizione e richiamare l’attenzione dei soccorsi.

9) Guanti in latex: per non infettare eventuali ferite o per altre piccole operazioni.

10) Pomate: generalmente non presenti in kit precostituiti, andrebbero inserite almeno quelle contro le punture di insetti.

11) Cotone idrofilo: per disinfettare e medicare.

12) Collirio: in caso di allergie o bruciori agli occhi.

13) Medicinali vari: antinfiammatori, antistaminici, antidolorifici, creme per ustioni o scottature, ecc.

14) Mantellina (o coperta isotermica): utile in caso di ipotermia o shock.

Considerazioni importanti

Se decidiamo di non acquistare un kit di pronto soccorso non è un problema; possiamo tranquillamente realizzarlo noi stessi. L’importante è inserire almeno tutto quanto elencato sopra e averlo sempre con noi. Tutto questo però non basta. È necessario, periodicamente, procedere a una verifica del suo contenuto per accertare, da una parte, che medicinali o pomate non siano scadute e, dall’altra, che garze, bende, forbici, ecc. siano ancora in buono stato. Inoltre, se durante un’escursione utilizziamo del materiale, ricordiamoci poi a casa di rimpiazzarlo, o ci troveremo la prossima volta sprovvisti di quanto serve.
Il kit va posizionato nello zaino in modo da essere a portata di mano. Una tasca esterna, magari quella grande superiore, va benissimo. Evitiamo, insomma, di metterlo all’interno e sul fondo, cosa che ci costringerebbe ogni volta a svuotare il contenuto dello zaino prima di recuperarlo.
Una migliore sicurezza, infine, verrà garantita solo dalla frequentazione di un corso di primo soccorso.

Tutte le immagini hanno scopo puramente indicativo.