LAVINORES-SAS DLA PARA

Magnifica escursione ad una delle cime più panoramiche a cavallo tra il Parco Regionale delle Dolomiti d’Ampezzo e il Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies, tra Veneto e Alto Adige. Il percorso non comporta alcuna difficoltà tecnica, si svolge sempre su sentieri ben segnalati e tracciati, tuttavia il tratto che dal Lago de Rudo conduce in vetta al Lavinores-Sas dla Para, nonchè la parte che scende poi al Rifugio Fodara Vedla, è riservato ad escursionisti esperti e ben allenati, capaci di muoversi su terreni che comportano la presenza di ghiaia fine, roccette, tratti ripidi e un po’ esposti.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Parcheggio di Malga Ra Stua, Cortina d’Ampezzo, Belluno (1690 mt.)

Località e quota di arrivo: Lavinores-Sas dla Para (2462 mt.)

Punto più elevato: Lavinores-Sas dla Para (2462 mt.)

Dislivello positivo: 810 mt.

Lunghezza del percorso: 13,8 km.

Coordinate punto di partenza: 46°37’31”N 12°05’56”E

Posizione: il Lavinores-Sas dla Para è una cima dolomitica situata a cavallo tra il Parco Regionale delle Dolomiti d’Ampezzo e il Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies. La parola Lavinores fa riferimento al versante ampezzano, mentre Sas dla Para è il nome utilizzato dagli abitanti marebbani in riferimento al versante omonimo.

Difficoltà: EE (Scala delle difficoltà)

Presenza di tratti esposti: sì, nel tratto che taglia la parte finale del ghiaione prima di giungere alla sella est della montagna e nel tratto di cresta che dalla croce di vetta porta lungo la via di discesa per il versante marebbano.

Tempo di percorrenza totale: 5h 20’ (Tempi di percorrenza)

Tipo di escursione: andata e ritorno, con un anello che si effettua solo salendo e scendendo il Lavinores-Sas dla Para.

Tipo di terreno incontrato: sterrato-terra-pietrisco-selciato-erba-ghiaietto-pietrisco-roccette. (La camminata e il sentiero)

Possibilità di ristoro: a Malga Ra Stua e al Rifugio Fodara Vedla quando aperti (verificare).

Segnavia: bianco-rosso fino al Lado de Rudo e al Rifugio Fodara Vedla. (La segnaletica italiana)

N° del sentiero: 6, 9

Acqua lungo il percorso: nessuna. Possibilità di rifornirsi solo a Malga Ra Stua e al Rifugio Fodara Vedla quando aperti, o alla fontanella situata esternamente a quest’ultimo rifugio.

Stato del percorso: la mulattiera militare che da Malga Ra Stua sale fino al Rifugio Fodara Vedla è in splendide condizioni. Il sentiero che sale al Lavinores-Sas dla Para, non indicato, è ben visibile e tracciato, anche se in alcuni punti serve un pizzico di orientamento per districarsi tra i mughi e i ghiaioni, soprattutto all’inizio.

Periodo: da giugno a ottobre.

Panorama: la vista dalla cima lascia senza parola. In sequenza, da est e seguendo il senso orario, compaiono:  Piccola Croda Rossa, Remeda Rossa, Croda Rossa d’Ampezzo, Croda de r’Ancona, Formenton, Tofane di Dentro e di Mezzo, Col Rosà, Ra Zestes, Taburlo, Taè, Forcia Rossa, Monte Castello, Col Becchei, Croda d’Antruiles, Ciamin, Pizzo di Sant’Antonio, Cima Forca di Ferro, Sasso delle Nove, Sasso delle Dieci, Val di Marebbe, Munejela de Sennes, Colle di Lasta Grande, Cima di Riciogogn, Punta Quaira di Sennes, Croda del Becco e tutto l’Altopiano Fanes-Sennes-Braies.

Attrezzatura particolare richiesta: nessuna.

Discesa: per la mulattiera militare percorsa all’andata.

Tappe del percorso: Parcheggio Malga Ra Stua - Malga Ra Stua - Ciampo de Croš - Lago de Rudo - Lavinores/Sas dla Para - Rifugio Fodara Vedla - Lago de Rudo - Ciampo de Croš - Malga Ra Stua - Parcheggio Malga Ra Stua

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dal Parcheggio di Malga Ra Stua (1690 mt.) si prosegue in direzione nord-ovest lungo la bella mulattiera militare che, superata Malga Ra Stua (1695 mt., 2’), si inoltra nel Valon Scuro con pendenza davvero modesta. Giunti al crocevia di Ciampo de Croš (1756 mt., 30’), si tralascia la prosecuzione della strada per la Val Salata e si svolta a sinistra, in direzione di un bosco che anticipa un salto roccioso da rimontare. La strada militare, in alcuni punti ancora selciata, risale a tornanti il Bosco de Rudo e le sue bastionate rocciose. Mai eccessivamente ripida, questa mulattiera è facilmente percorribile da chiunque. Dopo un buon tratto di salita la strada spiana e si inoltra nei mughi, attraversando la porta dell’Altopiano Fanes-Sennes-Braies, fino a giungere presso la riva del Lago de Rudo (1990 mt., 1h 30’) dove si trovano alcune indicazioni per il Rifugio Fodara Vedla. Si tralascia la militare per prendere l’esile traccia che si snoda ai piedi di alcuni mughi lungo la sponda est del laghetto e che, superato un tratto un po’ ripido tra gli stessi mughi e alcune ghiaie (tracciato non sempre ben individuabile con direzione ovvia), inizia a svilupparsi lungo il versante nord del Lavinores, dove taglia a mezza costa immensi ghiaioni. Giunti ad una sella sul fianco est della montagna (2h 30’), la salita si fa più faticosa: il sentiero, per nulla difficile, risale di netto per erba e (poche) roccette la dorsale est del Lavinores, fino a sbucare su di un bel panettone erboso con un ometto di pietra (Lavinores, 2462 mt., 2h 55’). Da qui, in parallelo, si percorrono pochi metri per giungere anche sul Sas dla Para che mantiene la stessa quota (3h). Dalla cima inizia la discesa per il fianco ovest. Si segue la traccia sulla cresta un po’ esposta e, aggirato un piccolo costone, si inizia a scendere con decisione per roccette e pietrisco mantenendo sempre un po’ di esposizione. La pista, mai difficile, si mantiene tuttavia tecnica per il tipo di terreno nel quale occorre prestare sempre attenzione ad appoggiare bene i piedi sui piccoli massi e a non scivolare. La pendenza aumenta e si prende a scendere a zig-zag con maggior impeto, fino a ritrovarsi ai piedi della montagna circondati nuovamente dai mughi. Da qui, una traccia tra gli stessi conduce in breve tempo al Rifugio Fodara Vedla (1980 mt., 4h) presso il quale è doverosa una sosta. Dal rifugio non resta che rientrare a Malga Ra Stua seguendo il percorso di andata che parte alle spalle della costruzione e si snoda sempre lungo la militare già affrontata (5h 20’).

 

UN PULPITO PANORAMICO CON VISTA A 360° SULLE DOLOMITI D’AMPEZZO  - (DEL 27/06/2026)

La Grande Guerra a Ra Stua

Arrivare a Malga Ra Stua e aprire la porta del regno del Fanes mi fa sempre battere il cuore. Sono stato qui solo due giorni fa ma è come se da questo luogo non fossi mai andato via.
Oggi è sabato e la giornata, pur iniziata presto per me, è già un po’ (troppo) movimentata. Lungo la strada che dal parcheggio di Sant’Uberto sale alla malga incrocio vari corridori con la pettorina intenti a scendere verso valle. Che sarà mai? Oggi son tutti di fretta?
Vengo a scoprire in seguito che la sera prima, alle 23:00, è partita la Lavaredo 120k, una gara di corsa in montagna di 120 km e che, non essendo ancora terminata, vede l’andirivieni di numerosi atleti. Alla faccia dei numerosi atleti,  sembra che siano ben 3500!
Per fortuna salgo ugualmente bene con l’auto e, già sotto un caldo infernale, parcheggio tranquillamente a pochi metri dalla Ra Stua. Il parcheggio non è imballato ma il trambusto di corridori, organizzatori e addetti ai rifornimenti è notevole. Per fortuna gli atleti scendono dalla deviazione per il Monte de Lerosa posta sulla destra poco più avanti la malga, così che più avanti il silenzio torna padrone di questi luoghi.
L’obiettivo odierno è quello di andare a scoprire almeno una porzione dell’immenso Altopiano del Fanes-Sennes-Braies. Ho in mente un paio di giri interessanti che presto svelerò ma al momento non ho ancora ben deciso cosa fare.
So invece di certo che questa non è solo un’escursione come tante, sebbene in un ambiente unico al mondo. Si tratta di accendere sempre il cervello e osservare ciò che sta intorno, farsi domande, alimentare la curiosità e, il più possibile, cercare risposte. Questi luoghi, infatti, sono stati interessati dal passaggio della Grande Guerra le cui tracce, ancora ai giorni nostri, non si sono cancellate. Già a Malga Ra Stua è impossibile non notare tali segni.
Un pensiero va sempre quindi a quei poveri ragazzi costretti al sacrificio e a subire eventi più grandi di loro che solo in pochissimi avevano capito. Le testimonianze sul terreno sono sparse ovunque e, come detto, a meno di salire con le fette di salame negli occhi, o peggio, fregarsene compiendo l’escursione solo per dire di aver magari raggiunto una cima ed essersi fatti un selfie (parola che odio e per la quale io continuo a preferire autoscatto), come del resto fa purtroppo la massa, non si possono trascurare.

Allo scoppio della Grande Guerra, Malga Ra Stua faceva parte dell’Impero austroungarico. Tutta questa zona, fondovalle compreso, costituiva un importantissimo centro di rifornimento e smistamento viveri e materiali per i settori posti a poca distanza: Son Pouses e Monte Cadin. Gli italiani si trovavano a poca distanza in linea d’aria, presso San Vito di Cadore, a pochi chilometri da Cortina d’Ampezzo (che occuperanno poi nei primi giorni del conflitto seguendo le direttive di Cadorna).
Nel 1915 non era presente solo una malga in questa porzione di territorio, bensì una piccola cittadella che aveva funzione da centro logistico. Dobbiamo quindi immaginare l’area piena di baracche, teleferiche, depositi, centri comando e strutture accessorie, come in tante altre parti del fronte. 
Ma come ammassare in questo punto tutto quanto serviva alle postazioni di prima linea? Con le strade ovviamente. Ecco quindi che per tempo i soldati, con l’aiuto della manodopera locale, avevano costruito alcuni capolavori militari di questo tipo che, ancora oggi, la gente percorre senza nemmeno accorgersene. Carrarecce e mulattiere non solo collegavano Ra Stua con le zone interne del fronte attraverso l’Altopiano del Fanes, mettendo in comunicazione tra loro vallate e punti nevralgici (da Ra Stua a San Vigilio di Marebbe, ad esempio), ma anche con le prime linee, poste appunto sul Son Pouses, un autentico fortino impervio, fortificato all’inverosimile e inespugnabile, sui Ciadis e, attraverso la Forcella Lerosa, sulla Croda de r’Ancona e fino ai Şuoghe.
Quest’area immensa costituiva uno sbarramento di prim’ordine puntellato in ogni punto da baracche, ricoveri, baite, rifugi e magazzini. Tutte queste strutture erano fornite di corrente elettrica che proveniva da una centrale posta a poca distanza dalla malga; oltre la struttura, sulla destra, si possono ancora notare le rovine dello sbarramento vallivo austriaco della terza linea. Addirittura su alcuni abeti adiacenti Malga Ra Stua, si possono altresì scorgere alcuni isolatori in ceramica delle linee elettriche.
I ruderi della cittadella austriaca, invece, sono molto più visibili ad un occhio attento che guardi ai lati dell’edificio. Qui, basamenti e muretti in pietra, delimitano ancora quelli che una volta erano i locali utilizzati dai militari, mentre nelle piazzole d’artiglieria, anch’esse ben distinguibili, vennero posizionati gli obici che a conflitto in corso bombardarono Cortina.
A fianco Malga Ra Stua sorge un piccolo crocifisso in legno sotto il quale di solito, nella bella stagione, un numero imprecisato di mucche è solito stendersi lungo i prati. Se guardate bene, questo non è un prato come tanti. Si possono infatti riconoscere ancora dei piccoli avvallamenti di terra, minute collinette. Questo, al tempo della Grande Guerra era un cimitero austriaco e, a fianco, era posto un piccolo ospedaletto. La grande croce ancora oggi presente, era posta su di un basamento in pietra sul quale sorgeva la lapide di pietra rossa del Capitano Casimiro Gloria.
In questo cimitero riposarono 150 caduti le cui salme furono trasferite altrove a conflitto concluso. Ciascuna tomba recava cippi diversi a seconda del luogo di origine del caduto, una piccola preghiera e, logicamente, nome, cognome, data e luogo di morte dello stesso. Tutti i nomi erano riportati anche in cinque lapidi poste ai lati del perimetro. I caduti erano perlopiù di origine slava e bosniaca (tenete presente che l’Impero aveva al suo interno ben 11 nazionalità diverse). 
Ogni lapide riportava inoltre la scritta in tedesco:

“Morirono da eroi per la Patria, 
tutti appartenenti all’Imperial Regio Esercito, 
Fanteria, Battaglione 168°”.

Il nome di alcuni caduti ampezzani era riportato su una lapide: Enrico Gillarduzzi “Zandeàco”, che fu travolto da una valanga il 13.12.1916 proprio nel Valon Scuro e Severino Menardi “de Zinto”, ucciso per lo scoppio improvviso di un detonatore assieme a Paolino Verocai “Zampòulo”, l’1.10.1916 a Forcella Lerosa.
Il cimitero venne mantenuto per qualche tempo immediatamente dopo il conflitto. In seguito le salme dei caduti furono esumate e trasferite negli Ossari di Pocol, Passo Pordoi e in altri cimiteri dislocati in territorio ampezzano; con loro sparirono anche le croci, le lapidi, le recinzioni e i cippi funerari.

L'ex cimitero di guerra austriaco accanto alla Malga Ra Stua, oggi occupato dalle mucche

La passeggiata storica al Lago de Rudo - Lungo le carrarecce imperiali

Dal parcheggio della malga imbocco la grande “autostrada” bianca che si dirige verso nord-ovest e il Valon Scuro, stando attento a non farmi infilare da qualche atleta lanciato a rotta di collo verso il fondovalle. In due minuti sono sotto Malga Ra Stua, sul lato opposto della quale sorge un grande tendone gonfiabile adibito a punto di rifornimento per i corridori di questa gara dolomitica. All’interno scorgo ogni ben di Dio in quanto a cibo; accidenti, la voglia di fare rifornimento mi alletta ma, da una parte, l’accesso è riservato solo ai partecipanti della competizione e, dall’altro, io non mangio quasi mai (o pochissimo) durante un’escursione!
Sotto un sole già cocente mi incammino in questa favola di paesaggio che, qualche metro oltre la malga, si spalanca ai miei occhi con una grande vallata verde e rigogliosa che è appunto il Valon Scuro. Alla mia sinistra mi accompagna un piccolo rigagnolo d’acqua cristallina: il Boite, che qui sorge e si fa più impetuoso verso valle. Ovunque, prati verdissimi che sembrano tirati col compasso, boschi di conifere e rocce che chiudono da una parte e dall’altra questa valle: sono quelle della Pala de Ra Fedes e del Lavinores-Sas dla Para.
Lascio alla mia destra, in sequenza, l’ex cimitero austriaco e la deviazione per il Monte de Lerosa. Davanti a me, nessuno. La pace, il silenzio e tutta la magia della vera montagna sono tornati. In lontananza vedo le prime propaggini del Fanes-Sennes-Braies ma risalirle non sarà certamente affare di minuti.
Come al solito mi sono messo in cammino senza una meta precisa ma solo con una direzione che è quella del Rifugio Fodara Vedla. Tanti anni sono passati dall’ultima volta che avevo toccato quel luogo, sia d’estate che d’inverno. Allora avevo preso alloggio a San Vigilio di Marebbe. Lo ricordo come se fosse oggi. Beh, si sa, la mente vaga mentre si cammina, si pensa a questo e a quello. La mia non fa eccezione e i ricordi, bellissimi, tornano a galla ma... no, da queste parti non ero mai stato.
A dire la verità un paio di obiettivi mi frullano per la mente e, mentre metto un piede davanti all’altro, non so ancora quale dei due prevarrà. Il primo consisterebbe nel compiere un anello un po’ fuori dai canoni una volta superato il Rifugio Fodara Vedla dove, una volta aggirato e magari salito il Colle di Lasta Piccolo e transitato poi per Rifugio Sennes mi riporterebbe sui miei passi a Ra Stua discendendo per la Val Salata. La seconda meta potrebbe essere tentare la salita del Lavinores-Sas dla Para ma, come sempre in questi casi, trattandosi di salita ad una cima, dovrei vedere una volta sul posto se la cosa sia fattibile, sia per tipologia di terreno che per i miei sensi di “pericolo” (leggasi esposizione).
Intanto cammino tranquillo senza incontrare nessuno, ascoltando solamente i suoni della natura e dei boschi accanto a me. D’un tratto mi imbatto alla mia sinistra in una lapide fissata ad una grossa roccia, sulla quale è riportata la scritta:

“Heldengedenken
für die am 13.12.1916 durch
eine Lawine verunglückten:
Obtl.i.d.R. Viktor Tisnovsky
1 Zugsführer, 3 Korporäle,
4 Gefreite und 42 Infanteristen
der
Baukompagnien 10u. 11b. h. 4”
Schützenkompanie “Sizar Anpezo Hayden”
A.D. 2007

“Commemorazione degli eroi
per i caduti che il 13 dicembre 1916
persero la vita a causa di una valanga:
Tenente in congedo Viktor Tisnovsky
1 Capoplotone, 3 Caporali,
4 Caporali semplici e 42 fanti
delle
Compagnie di Genieri 10 e 11b. h. 4”
Compagnia di Standschützen “Sizar Anpezo Hayden”
A.D. 2007

Le valanghe costituivano il peggior nemico per i soldati a quel tempo. Ovunque, lungo tutto l’arco alpino, le valanghe e i congelamenti causavano più vittime che l’artiglieria nemica. Essere costretti a queste quote con metri e metri di neve e un freddo abissale doveva essere davvero terribile. Altro che escursione giornaliera estiva! Per questo un pensiero è sempre dovuto per qui poveri soldati. Il ricordo di quegli eventi non deve mai sbiadire.
Dopo qualche leggerissimo saliscendi, lungo un percorso fin qui perlopiù in piano, giugno ad una grandissima radura solcata dal rigagnolo del Boite e nella quale altre mucche sono intente nel loro hobby preferito: la falciatura dei prati. Dalla parte opposta di questo immenso spazio verde la strada, in corrispondenza di una bella baita, prende a salire con decisione verso il mondo del Fanes-Sennes-Braies per la Val Salata. La radura in questione è Ciampo de Croš (Campo di Croce) e io, senza accorgermene, mi trovo già a 1756 mt. di quota.
Alla mia sinistra c’è la prosecuzione della carrareccia militare che vedo più in là entrare in un bosco fitto di conifere. Sopra questo, il Bosco de Rudo, un’imponente bastionata rocciosa sembra precludere l’accesso all’area di Fodara Vedla. Sembra. Infatti, i militari austriaci hanno tracciato un percorso incredibile per raggiungere il suddetto luogo che tra poco andrò a percorrere. 
In alto anche a queste rocce, ecco apparire anche la vetta “pelata” del Lavinores-Sas dla Para che da questa prospettiva non pare suscitare una brutta impressione. Lentamente entro all’ombra del bosco dove il piccolo rigagnolo del Boite porta un po’ di rinfresco alle mie braccia e mani già super bruciacchiate coi primi raggi di sole mattutino. Certo che vedendo questi posti penso che non per forza devo portare la mia fidata sedia su qualche cima per godere di cotanta bellezza (e, in questo caso, di fresco!). L’unica cosa è che sono nel bel mezzo di una via piuttosto frequentata in estate, per cui forse assistere a schiamazzi vari e bici elettriche che ronzano in su e in giù non è proprio il massimo. La prima rampa, al sole, abitua già le gambe per quello che verrà. La pendenza da qui in poi’ aumenta decisamente ma non sarà mai qualcosa di impossibile. 
Per questa strada transitavano automobili, autocarri e trattrici che trainavano i cannoni al tempo della guerra e, come tale, il trasporto di tutto questo poteva avvenire con un limite massimo di pendenza cui i Genieri dovevano sottostare nella costruzione di queste opere. Nonostante questi accorgimenti, numerose foto storiche dell’epoca riportano incidenti in montagna lungo i tornanti e le rampe di queste strade con mezzi ribaltati o scivolati nei burroni.
Cimmino adagio sul tipico ghiaietto bianco di dolomia tipico delle dolomiti ma sotto il quale distinguo benissimo la selciatura di quest’opera che, fin da subito, effettua il primo di una serie di tornanti. Questo percorso, largo, comodissimo e praticamente perfetto ancora oggi, è un autentico capolavoro militare. Me ne accorgo fin dai primi metri: come purtroppo mi accorgo che due ragazzine poco più avanti, assieme forse al padre di una delle due, sono intente a gridare e schiamazzare come non mai. Tutti urlano e, in rari istanti di calma, parlano ad alta voce dei prossimi itinerari e in quale campeggio dormire la notte in una delle prossime gite. In questo modo tutta la valle, forse anche Cortina, ora sa dei loro progetti. È chiaro che di queste cose a loro non interessa nulla e che camminano, come accennato prima, senza notare il minimo dettaglio di ciò che li circonda, sia dal punto di vista paesaggistico che storico. Una camminata, insomma, vuota.
Superato in fretta il trio mi imbatto in un’altra lapide sulla roccia, in corrispondenza della Loc. Rudo de Sote. Qui vi è anche un’indicazione al riguardo riportata su di un pannello apposito (piccola nota; magari in ogni località si facesse informazione con pannelli didattici di questo tipo!). La lapide, posta su di una bancata rocciosa sovrastante la strada militare riporta:

“Heldengedenken
für die am 2. april
1917 durch
eine Lawine verunglückten:
Lt. id. R. Josef Schmidt
2 Korporäle, 3 Gefreite
und 11 Infanteristen
des
K.K. Lst. Inf. Baons 168”
Paolo Ghea

“Commemorazione degli eroi
per i caduti che il 2 aprile1917 
persero la vita a causa di una valanga:
Tenente in congedo Josef Schmidt,
2 Caporali, 3 soldati semplici e 11 fanti
del
168° Battaglione di Fanteria Imperiale e Reale”

Gli inverni del 1915-1916 e del 1916-1917 furono terribili in quanto a nevicate che già si manifestarono a partire da fine settembre. I fiocchi bianchi cadevano ininterrottamente per giorni interi e i soldati, immobili nelle loro posizioni, lottavano per sopravvivere. La guerra in questo periodo dell’anno era sospesa, ognuno pensava ad arrivare incolume alla bella stagione. Molte zone rimanevano isolate con i rifornimenti tagliati.
Grossi volumi di neve provocarono fin da subito le temute valanghe che con sordi boati si scaraventavano verso il fondovalle trascinando con sé tutto quanto incontravano. Teleferiche, baracche, mezzi, uomini e animali: tutto venne spazzato via. Chi miracolosamente riusciva a salvarsi non tornava più in quota ma rimaneva a valle, spesso non potendo nemmeno recarsi sul luogo del disastro per portare soccorso e conforto ai propri compagni.
Le valanghe, cosi come il freddo e i congelamenti, costituivano il nemico più terribile per le truppe. Il Generale inverno non guardava in faccia a nessuno e non distingueva tra italiani e austriaci.

Riporto qui uno stralcio di quanto riportato da Fritz Weber nel suo libro Guerra sulle Alpi 1915-1917 (la citazione che trovate nel pannello informativo si avvicina alle parole corrette ma non ha da me trovato riscontro col libro in mio possesso).

“Già l’inverno 1915-16 aveva fatto capire al soldato d’alta montagna cosa significasse la duplice lotta contro il nemico e la natura. Le vittime si contavano a migliaia. Ma la guerra non era stata ancora portata nei punti più alti.
[...] Poi venne quell’inverno del 1916-17 di cui a memoria d’uomo non si ricordava l’eguale, un inverno che rese inutilizzabili tutte le esperienze e i consigli degli esperti. Già nel tardo autunno si hanno le prime avvisaglie: nevica in continuità, con una ostinazione che si rivela presto catastrofica sia per gli italiani che per gli austriaci.
All’inizio di dicembre il traffico è quasi completamente paralizzato. I soldati sulle quote elevate soffrono la fame e il freddo, invocano disperatamente aiuto. Invano. Perfino le funivie non possono più funzionare.
[...] Il 12 dicembre la temperatura cambia di colpo. In alto spira un vento caldo, il temuto Föhn. Comincia a piovere. Per tutta la notte il vento lambisce le creste e le cime, mentre le valli sono avvolte in un silenzio che appare come un sinistro presagio di sciagure.
[...] Improvvisamente la furia si scatena. Il tuono rimbomba fra i dirupi e nelle valli. È come se madre natura, la «benevola» natura come spesso viene definita, volesse dimostrare ai vermi della terra che ogni opera dell’uomo diviene risibile se essa scatena la sua forza.
Valanghe. Ovunque valanghe. Sui loro vecchi sentieri tuonano in basso e raggiungono con una nube bianca la valle, centinaia di migliaia di metri cubi di neve. Si gonfiano durante il percorso, piombano sui boschi, gli alberi cadono cigolando come esili steli sotto la falce, scagliano in alto nuvole bianche, così in alto che per molti minuti ondeggiano scintillando sopra la scena della distruzione”.

Fritz Weber, Guerra sulle Alpi 1915-1917, Mursia, Milano, 2020, cit. pp. 219-220.

La strada continua a salire, ora sotto rocciose pareti verticali, affrontando una serie di tornanti opportunamente sostenuti da muretti in pietra. Fortunatamente un po’ di ombra qua e là rende più piacevole la camminata. Supero e saluto più avanti una signora intenta anch’essa in questa bella escursione e raggiungo finalmente le prime propaggini sommitali, l’ingresso vero e proprio nel (quasi) pianeggiante Altopiano di Fanes-Sennes-Braies.

Come già detto tutta questa parte dolomitica, Altopiano compreso e fino a Marebbe, si trovava in territorio austriaco al tempo di guerra. I baraccamenti militari si trovavano di conseguenza sparsi un po’ ovunque lungo le pendici di queste montagne. I più importanti erano quelli di Ra Stua e di Ciampo de Croš (nel Valon Scuro) e quello di Lerosa-Gótres (ubicato sulla linea che controllava da una posizione privilegiata la strada di Alemagna e le postazioni italiane delle Creste Bianche, Forame e Val Travenanzes).
Gli austriaci si recavano in questi ultimi posti partendo soprattutto da Pederù, dove oggi si trova l’omonimo rifugio non distante da Marebbe e al tempo sede a sua volta di un’importante base logistica. Come già accennato, il Son Pouses e la Croda de r’Ancona erano invece collegate a Ra Stua e Ciampo de Croš da una fitta rete di teleferiche e carrarecce che ancora noi oggi percorriamo.
La strada militare sulla quale sto transitando collegava (e collega tutt’ora) Ra Stua con Marebbe, passando da Fodara Vedla sede dell’ennesima piccola cittadella costituita da baracche di ogni tipo. Questa zona era fuori dalla portata di tiro dell’artiglieria italiana, pertanto non venne mai bombardata.

Senza più faticare mi ritrovo in un rado bosco di larici, mughi e rododendri in fiore in quello che sembra oggi un autentico paradiso. Ovunque, ai lati della strada, compaiono macerie e vecchi basamenti di costruzioni militari. La selciatura di questa strada ora risalta ancora di più e in una foto dovreste poter notare con quanta cura e diligenza gli austriaci costruissero questo tipo di opere in grado di perdurare nel tempo. Se pensiamo che sono passati ormai più di 110 anni e che questa strada non ha un graffio, mentre quelle che costruiamo e asfaltiamo noi al massimo durano una settimana prima della comparsa delle prime buche, viene da chiedersi in che modo (e perché) ci stiamo involvendo in questo modo...
I mughi si fanno preponderanti un poco più avanti. Al centro, solo su questa bianca carrareccia, procedo estasiato da quanto mi circonda e con profumi intensi che dilatano le mie narici. L’ambiente è davvero unico; non c’è che dire, questo è davvero uno dei luoghi più belli in assoluto! Quando i mughi diradano, sulla destra compaiono anche le propaggini della Remeda Rossa e della Piccola Croda Rossa, avvolte purtroppo nella consueta foschia mattutina.
Di fronte a me, d’improvviso, ecco che si stagliano anche due profili rocciosi piuttosto severi: sono il Colle di Lasta Grande e il Colle di Lasta Piccolo su cui avevo fatto un pensierino all’inizio.
Oltre una curva, si delinea anche il Lavinores-Sas dla Para: sono giunto sulle rive del Lago di Rudo come conferma la segnaletica qui presente.

La decisione è presa - Di ghiaie, ghiaioni e ghiaietti... e di mughi troppo cresciuti!

Forse un tempo questo era un bellissimo lago ma, al vederlo così, oggi penso che mai nome sia più azzeccato. Una piccola pozza marrone, tutt’altro che estesa, è quello che rimane di un lago nel senso di come uno lo intenda. La pozza dona un tocco diverso al paesaggio, certamente, ma lungo le sue rive, chissà come mai, non vedo nessuno steso al sole o coi piedi nell’acqua...

Come riporta un pannello qui presente, in questo punto, sul vicino Col de Ra Machina, un tempo esisteva una teleferica che partendo da Pederù attraversava questo Altopiano e arrivava sulle sporgenze rocciose sovrastanti Campo di Croce. La suddetta era adibita al trasporto del legname e fu costruita nel 1850 da Silvestro Franceschi, dopo che il Comune di Marebbe intraprese un consistente taglio di legname a Fanes. Silvestro, un abile boscaiolo, ebbe la geniale idea di evitare il trasporto a mano dei faticosi tronchi. Dalla sporgenza gli stessi venivano fatti scivolare verso Campo di Croce e poi caricati sulla schiena dei cavalli che lo trasportavano a Revis transitando da Ra Stua.
A lavoro ultimato la teleferica fu offerta ai Marebbani, i quali offrirono per essa una cifra minima, inferiore a quella che gli Ampezzani richiesero (essi, infatti, vinsero il concorso per la sua costruzione). Silvestro, allora, piuttosto che svendere la sua opera la bruciò.

Salutato un escursionista intento anch’esso nella lettura di queste informazioni, mi guardo intorno per decidere il da farsi. Di fronte a me c’è sempre il Lavinores-Sas dla Para, dritto la strada che prosegue per Fodara Vedla. Un sentierino ad est del lago, quasi sotto ai mughi, risale un pendio detritico verso la suddetta montagna. Un gruppetto di persone si è già messo in marcia: due ragazze e due signore.
A vedere il versante nord non sembrano esserci pericoli di sorta e nemmeno il taglio sul ghiaione posto poco più in alto sembra impossibile. Insomma, i miei sensi di “ascensione senza affanni e rischi” si attivano e in pochi istanti la decisione è presa. 
Dopo i primissimi metri ultra rilassanti, l’esilissima traccia si inoltra nel mezzo di una bella colata detritica, un ghiaione di una frana scesa chissà quanto tempo fa dal Lavinores. Accidenti al ghiaietto, lo odio come pochi.! Tuttavia non c’è nulla di difficile e non sono in quella situazione in cui ad ogni passo avanti ne compio due indietro. Il tutto è però complicato dai mughi, in mezzo ai quali tocca passare e districarsi non poco con evoluzioni circensi. Sono ovunque e a migliaia! La salita in questo modo si fa fin da subito avventurosa e, per questo, piacevole. La zona di comfort è ormai alle spalle. A proposito, da qui vedo già un discreto panorama che va dalla pozza del Lago de Rudo alla rocciosa Croda del Becco. Mica male! In mezzo, un Altopiano tutto ondulato e cosparso di rocce e abeti: il Fanes-Sennes-Braies. Alla mia destra scorgo la cuspide del Pizzo di Sant’Antonio e, avvolta tra le nubi, la Cima Nove.
In mezzo ai mughi raggiungo il gruppetto di persone che poco fa era innanzi a me. Sono tutti intenti a rifocillarsi e a parlare tra di loro, così che la mia presenza, a un metro di distanza, passa inosservata. Nel frattempo mi raggiungono, in ordine, due escursionisti anch’essi incontrati e salutati poc’anzi. Ci presentiamo e ci conosciamo.  Loretta e Giancarlo sono marito e moglie e con loro proseguirò la mia salita. Il Lavinores-Sas dla Para emerge perentorio dai mughi, pelato e roccioso. La dorsale est, tuttavia, sembra tutt’altro che impossibile da rimontare.
Lentamente saliamo in fila indiana verso le pendici della montagna. Alle prime ghiaie ne seguono altre e poi altre ancora, fino all’imbocco di una pista più grande e ben marcata che taglia a mezza costa il versante nord del Lavinores. Un panorama già mostruoso in ogni direzione si palesa già a questo punto, figuriamoci una volta raggiunta la cima! 
A piccoli passi e chiacchierando un po’ rimontiamo il ghiaione che non risulta scivoloso; solo in un paio di punti, in presenta di qualche canalone che taglia il sentiero, il suddetto si restringe fino a misurare un piede e mezzo. Qui occorre fare attenzione a non scivolare. Sono gli unici tratti un po’ critici per i quali è richiesta un po’ di esperienza e sicurezza. Io, che il piede fermo proprio non ce l’ho, mi arrangio come posso adottando per qualche metro il classico stile a scimmia per il quale detengo tutti i diritti...
Questo taglio a mezza costa non è affatto lungo. In men che non si dica siamo alla sella del Lavinores, lungo la sua dorsale est. Qui ci raggiunge un simpaticissimo gruppo del Veneto con il quale iniziamo a fare conversazione e a scambiare qualche battuta. Questa è la vera montagna e lo spirito giusto per salirvi! Una camminata insieme, della buona compagnia e qualche sana risata che stemperi la fatica e la tensione dell’ascesa.

La parte finale che conduce in cima è anche la più facile... strano ma vero!

Questa morbida sella è pure comoda; proprio un altro punto sul quale piazzare sedie per godersi uno spettacolo da pelle d’oca che ora abbraccia anche le Dolomiti ampezzane con le Tofane, la Croda Rossa d’Ampezzo, il Col Rosà, la Croda de r’Ancona e tutta quella serie di monti che non sto a ripetere e che trovate nella scheda tecnica. Le emozioni sono così intense che la salita potrebbe benissimo concludersi qui.
Il pendio tuttavia prosegue e, come intuito in precedenza, presenta ora la parte meno impegnativa, contro tutte le previsioni. Una bella dorsale erbosa con qualche tratto di ghiaia facilmente aggirabile poggiando i piedi su qualche masso fisso o sull’erba aspetta solo di essere percorsa. E, dopo una bella chiacchierata tutti insieme, è quello che ci accingiamo a fare. Il pendio sale deciso ma la fatica devo dire essere contenuta. Ho affrontato “muri” ben più lunghi e impegnativi, nonchè tratti sotto cime alquanto tosti. Qui è tutto diverso, ancora non ci credo!
Non appena muoviamo di nuovo le gambe le voci tacciono. Ognuno è concentrato sui propri passi e risparmia fiato prezioso. Solo ogni tanto ci fermiamo a contemplare la meraviglia di panorama che ci circonda. 
Questo pendio, inoltre, è tutto una fioritura: numerose specie differenti di fiori si mischiano tra loro e compongono una delle tele più variopinte che esistano. In prevalenza domina il giallo ma qua e là spuntano anche l’arancione e il bianco. C’è di tutto, la Potentilla dorata (Potentilla aurea L., 1756), la Crepide dorata (Crepis aurea (L.) Cass., 1822), i Ranuncoli alpestri (Ranunculus alpestris L., 1753) e perfino moltissime Stelle alpine (Leontopodium nivale subsp. alpinum (Cass.) Greuter, 2003)!
E chi se la sognava una salita così? Non manca proprio nulla. Un’ottima compagnia, un panorama da urlo e un versante facile da percorrere e per giunta tutto in fiore!
Man mano che salgo la visuale si apre sempre di più anche verso le cime terrose/rocciose alle spalle del Sas dla Para, quali il Formenton e il Col Becchei, dal classico colore arancione-rossiccio.
La salita non è affatto lunga e, spalmati un po’ lungo metà versante, saliamo tutti insieme sulla prima cima che compare sulla destra, il Lavinores, dalla quale il suddetto panorama spaziale ci avvolge in ogni direzione. Le foto fanno solo parzialmente giustizia alle emozioni che si provano a salire quassù.
Qualche metro lungo la comoda ed erbosa cima piatta e tocchiamo anche la piccola croce di vetta del Sas dla Para. Il panorama è praticamente identico, solo con una vista migliore verso le Tofane di Dentro e di Mezzo.
L’area di vetta è occupata solo da un escursionista che nel giro di poco abbandona il campo, così che possiamo goderci interamente questo angolo di paradiso. Seduti ognuno sui prati intorno alla piccola croce, consumiamo un veloce spuntino e ne approfittiamo per qualche ulteriore chiacchiera. Nel mentre, riusciamo perfino a intravedere un’aquila che volteggia a non molta distanza sopra le nostre teste e che purtroppo la mia digitale non riesce ad inquadrare dati i movimenti assai rapidi del rapace.

Sul filo di cresta - Il rientro a valle sotto la furia di un temporale

Mentre siamo seduti belli beati vediamo lungo il percorso un bel trenino di persone puntare alla vetta. Presto, questo posto diventerà decisamente affollato. Sono in prevalenza tedeschi ma non manca qualche italiano. Raggiunge la cima anche il gruppetto con le due ragazze che avevo incontrato all’inizio tra i mughi. Una di esse mi raggiunge e mi prega di fare una foto al gruppo, cosa che io ovviamente non nego. Però, salutare e scambiare due parole no, eh?
Riposate per bene le membra, nel primo pomeriggio giunge anche l’ora fatidica della discesa ma prima tutte le foto di rito sono obbligatorie. C’è ormai una bella ressa sulla cima e la pace è ormai scemata. Il gruppo del Veneto ci saluta e inizia a scendere; poco dopo parto anch’io assieme a Loretta e Giancarlo.
Il sentierino, molto aereo, prosegue oltre la croce del Sas dla Para in direzione ovest, per poi cambiare direzione lungo il versante nord-ovest della montagna. All’inizio non si fatica affatto ma ben presto, oltrepassata una zona erbosa, le cose cambiano e occorre fare attenzione a come mettere i piedi sul terreno ghiaioso e alquanto scivoloso. La traccia scende ripida sul filo di cresta con una discreta esposizione. In questi casi, solitamente, io entro in “modalità scimmia” ma sorprendentemente, parlando sempre coi miei compagni, riesco a “stare in piedi” e a scendere tranquillamente. Anzi, non mi accorgo proprio di aver percorso già un buon tratto!
La discesa è assai ripida e lo sarà fino ai piedi della montagna. La via, qui sempre chiara, si contorce in innumerevoli zigzag divenendo ora piuttosto rocciosa, dove però il pietrisco si incunea dappertutto così che una scivolata può sempre essere dietro l’angolo. Un piede davanti all’altro, cercando i punti fermi sul terreno (sassi fissi ed erba) e ci ritroviamo tra i mughi alla base del Sas dla Para.
Ora non ci resta che prendere l’unica direzione possibile che, tra gli stessi mughi, con un po’ di impicci dovuti ai rami troppo cresciuti, ci porta sulla soglia del Rifugio Fodara Vedla che in questa stagione sembra una spiaggia di Rimini. Ma quanta gente c’è? E pensare che l’ultima volta che ero stato qui, molti anni fa, era inverno e il luogo, a parte me, il deserto (bianco) più assoluto.
A proposito, forse non molti sanno che l’odierno rifugio era una caserma per gli Ufficiali austriaci durante la Prima Guerra Mondiale. Abbandonata dagli imperiali, venne riconvertita a struttura ricettiva dopo il conflitto.
Al Fodara Vedla ritroviamo i nostri amici veneti e insieme, dopo le fatiche mattutine, prendiamo un rinfresco, ridendo e scherzando ancora per un po’. A metà pomeriggio lasciamo il caos infernale del rifugio per riportarci a valle, tornando sulla bella mulattiera militare che passa proprio alle spalle della struttura. Nubi nere alquanto minacciose si palesano però all’orizzonte, investendo la Remeda Rossa e la Piccola Croda Rossa. Brutto segno. Lì per lì non facciamo molto caso alla cosa ma io un occhio al cielo d’ora in poi lo tengo fisso. Secondo me pioverà e lo faccio presente ai miei compagni.
Non abbiamo fatto molta strada prima di sentire il primo “Vroooommm” del tuono. Subito ci investono i primi goccioloni, grandi come ciliegie. “Tac, tac, tac”, facciamo appena in tempo ad indossare la giacca impermeabile e a coprire lo zaino che l’intensità della pioggia aumenta. Un fulmine squarcia il cielo e un secondo, forte, tuono rimbomba tra le vallate. Classico temporale di calore estivo, sì, ma meglio affrettare il passo. Bruttissima cosa i fulmini in montagna!
Salutiamo per un’ultima volta il Lavinores-Sas dla Para e ci fiondiamo a rotta di collo lungo i tornanti nel Bosco de Rudo. Qui, sotto una sporgenza rocciosa e riparata, aspettiamo che il diluvio passi. Con noi sono due e-biker che hanno avuto la stessa idea. Un quarto d’ora al massimo e siamo di nuovo in cammino, sotto un cielo plumbeo ma ora col rubinetto chiuso. Torniamo tranquillamente a Malga Ra Stua proprio mentre gli addetti alla gara di corsa in montagna stanno sbaraccando tutto. Eh no, purtroppo non è rimasto nulla da mangiare!
Salutando e ringraziando i miei compagni di avventura con la speranza di poter affrontare qualche altra bella gita, mi avvio con l’auto verso valle dopo una giornata superlativa e una cima che mai avrei pensato di riuscire a salire.
Una gita consigliata sicuramente a chiunque mastichi un po’ di montagna, non soffra eccessivamente di vertigini e sappia muoversi su certi tipi di terreno un po’ infido. Lo spettacolo e il panorama che si godono lassù non hanno prezzo!

Testi e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Loretta e Giancarlo

La radura verdissima nel Valon Scuro, col il Torrente Boite che qui prende vita
Semplicemente, il Fanes-Sennes-Braies!
Garofano selvatico (Dianthus sylvestris, Wulfen)
Stelle alpine (Leontopodium nivale subsp. alpinum (Cass.) Greuter, 2003)