Il tragitto dell'escursioneSCHEDA TECNICA
Località e quota di partenza: Cotetta, Pontboset (Valle di Champorcher 1255 mt.)
Località e quota di arrivo: Lago Cornuto (2426 mt.), Lago Champas (1932 mt.)
Punto più elevato: Lago Cornuto (2426 mt.)
Dislivello positivo: 1250 mt.
Lunghezza del percorso: 12,3 km.
Coordinate punto di partenza: 45°36’06”N 7°40’21”E
Posizione: nel Vallone della Manda e nel cuore del Parco Naturale del Mont Avic. Il Lago Cornuto si trova ai piedi del Mont de la Fricolla, del Col di Breuil e del Mont Blanchet. Il Lago Champas è ubicato poco distante dall’Alpe Champas e al di sotto del Lago Nero.
Difficoltà: EE (Scala delle difficoltà)
Presenza di tratti esposti: no.
Tempo di percorrenza totale: 6h 35’ (Tempi di percorrenza)
Tipo di escursione: anello.
Tipo di terreno incontrato: asfalto-acciottolato-terra-erba-roccia-fango-acqua-neve-ghiaccio-aghi di pino. (La camminata e il sentiero)
Possibilità di ristoro: nessuna.
Segnavia: bolli gialli con n° del sentiero (molto rari). (La segnaletica italiana)
N° del sentiero: 3-3A-3B, 3, 3-4A, 3A
Acqua lungo il percorso: solo alla fontanella poco oltre le case di Cotetta, all’inizio del percorso.
Stato del percorso: sentiero difficile, non mantenuto in alcuni tratti e per il quale occorre anche un po’ di orientamento, oltre a saper leggere la traccia o la cartina topografica.
Periodo: in assenza o con poca neve.
Panorama: superlativo verso la Valle Centrale e l’antistante Valle di Gressoney dove appare una sequenza di cime e gruppi montuosi da lasciare a bocca aperte. Uno su tutti, il Monte Rosa.
Attrezzatura particolare richiesta: nessuna. Utilissimi ramponi e bastoncini in presenza di neve. (Attrezzatura tecnica)
Discesa: ad anello, scendendo dal Lago Champas.
L'ITINERARIO IN BREVE
Percorrendo la Valle Centrale e superato il Forte di Bard, con l’auto si svolta a sinistra nei pressi della prima rotatoria, verso Hône; dal centro del paese, si prosegue lungo la strada che sale verso la Valle di Champorcher. Si giunge dopo qualche chilometro nella frazione di Pontboset, la si supera stando sulla strada principale (SR2) fino ad entrare in un tunnel. Circa al termine di questo, una deviazione sulla sinistra si abbassa alle frazioni Piolly e La Vareisa, dopo aver superato il Torrente Ayasse. Si continua lungo questa strada tortuosa e stretta che, dopo molti tornanti, supera Devine per terminare in Loc. Cotetta (1255 mt.). Una volta qui, si parcheggia contro un muro di pietra, accanto alle poche case qui presenti. Nei pressi, si trova l’attacco del sentiero con le relative indicazioni. Si cammina quindi verso ovest scendendo dapprima lungo una breve rampa acciottolata, per poi proseguire lungo un sentiero a mezza costa stretto e invaso dalla vegetazione (attenzione!). Si lascia sulla destra una piccola fontanella (l’unica che si incontra lungo tutto il percorso) per proseguire poi per questa traccia. Oltrepassate le poche baite di Verney (1296 mt., 10’), il sentiero inizia a salire con più decisione incontrando altri ruderi isolati, vecchie baite e alpeggi oggi in disuso. Dopo un altro tratto infinito in mezzo alla vegetazione si arriva a toccare anche i ruderi di Boset Dessous (1499 mt., 55’). Qui, la pista si allarga trasformandosi in mulattiera finalmente sgombra dall’erba alta. Poco oltre le baite si incontra una diramazione sulla sinistra (n° 3A) per il momento da ignorare e che porta a Boset Dessus. Si continua sempre dritti per il Sentiero n° 3, 3B, 3C che, tuttavia, è scarsamente (o quasi per nulla) indicato in quanto a segnaletica orizzontale. La via continua lungo prati e pascoli sempre in salita, interseca la deviazione sulla destra verso Croset Superiore, anch’essa da ignorare, e prosegue fino alla baita di Croset Inferiore (1856 mt., 1h 55’), da dove si gode un immenso panorama verso valle. Da questo casolare si rimontano ulteriori metri di dislivello fino a giungere alle baite dell’Alpe Manda (2012 mt., 2h 15’); si sale dunque alla destra dei ruderi e in mezzo a grossi massi di granito, fino a intersecare il Sentiero n° 3B che proviene da Croset Superiore. Si svolta bruscamente a sinistra e, sempre tra grossi blocchi di pietra, rododendri e neve all’inizio di stagione (traccia non segnalata se non da qualche ometto di pietra) , ci si alza verso un piccolo pianoro incrociando il Torrente della Manda che scende dal superiore Lago della Punta di Chenessy e lo si attraversa con un piccolo e facile guado. Si prosegue in questo modo fino a giungere lungo le sponde del Lago Cornuto (2426 mt., 3h 40’). Il ritorno fino all’Alpe Manda avviene per la stessa via (4h 40’). Da questi ruderi si prosegue verso il Lago Champas in direzione sud-sud-est, per chiudere un anello. Tra le vecchie baite della Manda, un bollo sbiadito indicante il Sentiero n° 3A consente di individuare la labile traccia, ora fangosa, la quale, aggirato un promontorio, si porta all’altezza di un canalone nel quale scorrono impetuose le acque del Torrente Manda, formando bellissime cascate. Scesi da una piccola rampa, ci si tiene sulla destra contro le rocce e l’acqua, affrontando un guado non banale, nel quale occorre saltare e destreggiarsi su grossi blocchi di granito. Superato l’ostacolo ve ne sono almeno altri due o tre: il sentiero, infatti, diventa invaso da tronchi, rami e rododendri nel quale la neve al disgelo complica le cose. La via torna nuovamente agevole nei pressi di Champas, un vecchio alpeggio che sembra reggersi ancora in piedi. Superatolo, si scende dolcemente lungo un pendio erboso verso il Lago Champas (1932 mt.) che si raggiunge dopo 5h di cammino totali. Camminando lungo la sponda nord di questo lago, si continua lungo la traccia n° 3A la quale, dopo aver lambito le sponde di quello che un tempo era il Lago Secco, raggiunge un casolare isolato in mezzo al bosco ai piedi del Bec Raty e inizia ad aggirare la suddetta montagna verso nord e poi est. Il sentiero si abbassa, infine, al fondo di un canalone dove sarà nuovamente da superare il Torrente della Manda con un guado non difficile ma nel quale l’acqua, al pomeriggio, può superare abbondantemente le pietre dislocate per consentirne il transito. Oltre il torrente, si sale per prati senza via obbligata verso le baite di Boset Dessus (1576 mt., 5h 50’) e, passandovi in mezzo, si prosegue lungo una breve mulattiera (attenzione ai tubi tesi!) che, più innanzi, si ricongiunge col Sentiero 3, 3A, 3B percorso all’andata. Il rientro al parcheggio da quest’ultimo (6h 35’) è un’altra volta rallentato dall’erba infestante e dalle ortiche che, senza adeguata protezione, graffieranno gli arti.
UN’ESPERIENZA MEMORABILE AD ALTA INTENSITA’ EMOTIVA - (DEL 24/05/2026)
La genesi di questa escursione
Non mi capacito ancora di come, a volte, sembra che abbia il radar per ficcarmi nelle situazioni più strane e rocambolesche. Capita spesso che queste avventure si trasformino da pessime a meravigliose; in altre occasioni, esse rimangono incolori e insapori. Ciò che sto per descrivere rientra abbondantemente nel primo caso, per fortuna.
Come ho scritto in altre occasioni, ho visitato più volte la Valle di Champorcher e, tranne per un paio di puntate un po’ fuori rotta di cui racconterò, mi sono sempre mantenuto lungo sentieri classici e frequentati.
Nella scelta di questo itinerario, la mia mente non ha fatto eccezioni. O, almeno, credeva di non farne. Il mio occhio è ricaduto su di una valle secondaria che si dirama dalla principale di Champorcher e che si trova all’altezza della frazione di Pontboset, all’inizio quindi della Valle d’Aosta.
In questa spaccatura, il Vallone della Manda, avevo notato alcuni laghetti di cui non avevo mai sentito parlare e la voglia di esplorarli mi è scattata subito. Il mio obiettivo era quindi quello di percorrere un bel giro ad anello andando a visitare i laghi Champas e Nero. Il fatto che nemmeno in rete si trovassero troppe informazioni al riguardo doveva farmi venire un leggero sospetto...
“Mah, la cartina sembra a posto, tutto preciso, tutto indicato” mi dicevo, “non dovrebbero proprio esserci problemi!”
In fondo, sentieri ben tracciati sulla mappa, in evidenza e non puntinati, in genere significano una cosa sola: mete piuttosto frequentate e senza troppi impicci.
In genere, appunto. Ma non sempre è così. Che qualcosa non quadrasse me ne sono accorto non appena mosso i primi passi. Ma non anticipiamo i tempi e diciamo qualcosa anche del percorso in auto che mi ha portato in quel di Cotetta, una piccola avventura... stradale. Praticamente, raggiunta la frazione di Pontboset e imboccato un lungo tunnel lungo la strada che porta verso Champorcher, quasi al termine dello stesso (!) ho dovuto svoltare a sinistra verso frazioni a me ignote fino a ieri.
A parte la svolta in un tunnel mai vista e non proprio il massimo della sicurezza, la strada che scende e attraversa il Torrente Ayasse e che poi attraversa Piolly e La Vareisa è larga e ben percorribile. Ottimo, ma tutto troppo tranquillo.
Infatti, subito dopo, la carreggiata si incarognisce di brutto, diventa tortuosissima, stretta al punto giusto da lasciar passare un’auto appena, esposta quanto basta e con una cattiveria inusitata lungo tornanti che definirli a gomito è fargli un complimento. Non so chi abbia tracciato un simile percorso, ma certamente quella mattina deve essersi alzato col piede sinistro e deve avercela avuta con qualcuno.
Già prevenuto e conscio a ciò a cui sarei andato incontro, come nelle migliori occasioni, avevo indossato la mia camicia adatta a questo tipo di guida che nemmeno sulle più spericolate strade pakistane e che, dopo il primo tornante, si è trasformata in un mocio intriso d’acqua che presto ha imbevuto il tessuto del sedile!
Per capirci, 11 tornanti in 3,8 km penso siano un record assoluto e costituiscano un vero banco di prova per chi aspiri a fare l’esame per la patente di guida! E per chi voglia battere questo record in fatto a tracciare strade!
Un inizio da “survival” - Ravanando selvaggiamente (e poco allegramente) fino a Boset Dessous
Al parcheggio di Cotetta, nonostante sia domenica, trovo un’unica auto parcheggiata. Situazione ben diversa da quella che di solito si presenta in quel di La Cort, lungo la strada per Dondena.
“Molto probabilmente”, penso, “sarà di qualche abitante del posto.”
Infilato lo zaino sulle spalle, muovo i primi passi in direzione dell’attacco del sentiero, in corrispondenza del quale trovo alcune paline segnaletiche di colore giallo, colore caratteristico in Valle d’Aosta. Al di sopra di queste, solo un paio di case sembrano essere la sola presenza umana del luogo. Una di queste strutture pare abbandonata e deserta mentre l’altra, forse, è abitata.
Come accennavo prima, vorrei andare verso i laghi Champas e Nero, indicati su questi cartelli come “Laghi della Manda” e dati a circa tre ore di cammino. Non poco ma nemmeno moltissimo. Tutto dipenderà anche dal sentiero che, erroneamente, penso sia “normale”.
I primissimi metri, in discesa e su di una specie di rampa acciottolata, promettono bene. I primissimi metri però. Saranno dieci, venti metri? Poi, tutto cambia. Di colpo mi trovo catapultato lungo una traccia alquanto sconnessa, invasa a tratti dall’erba alta e che percorre a mezza costa un pendio in direzione ovest. Non c’è un vero bosco di montagna ma un’accozzaglia di piante e arbusti diversi che nemmeno un botanico scommetto ci capirebbe nulla.
Il sentiero, davvero stretto, transita sotto alcune baite diroccate di Cotetta ed è protetto nel lato strapiombante da un binario unico, parte integrante di una monorotaia agricola, sistemi che sempre più si stanno diffondendo per trasportare lungo ripidi versanti frutti, materiali ecc. In generale, queste monorotaie consentono di agevolare il lavoro dei contadini e degli alpigiani; se ne vedono moltissime in Liguria, zona Cinque Terre.
Più avanti, passo accanto ad altre baite in disuso, quelle di Verney. Subito dopo, il sentiero si fa un po’ più roccioso e viene delimitato nel lato che da sul vuoto da una staccionata di legno. Fin qui, tutto bene, anche se è un inizio un po’ insolito.
Le cose, però, si fanno ben presto scabrose e difficili. L’erba invade sempre più la via, enormi steli ai lati di questa mi arrivano alle spalle le quali, praticamente, li centrano tutti, spostando una quantità di insetti, polline e quant’altro incredibile. Subito la mia preoccupazione va alle zecche, fenomeno purtroppo sempre più diffuso. In un attimo, sono costretto a indossare la manica lunga, nonostante faccia un bel caldo!
Proseguo (troppo) lentamente lungo questo tracciato: il passo non può essere normale in queste condizioni. Man mano che proseguo la situazione peggiora sempre di più; una foto che inserisco dovrebbe dare l’idea della giungla da survival che sono costretto ad attraversare.
Ora, non so se sia il periodo in cui la vegetazione sia nel pieno sviluppo per poi scomparire o se questa, invece, persista per tutta l’estate. Fatto sta che questo sentiero, così ben evidenziato sulle mappe, versa in stato di abbandono da non so quanto tempo. Va bene la valle selvaggia ma qui si esagera un po’.
A torta finita mi tocca subirmi una bella ravanata purtuttavia non andando fuori sentiero. Il problema è che non so quanto questa situazione possa continuare. Almeno un paio di volte penso a tornare indietro: farsi una giornata interamente così, per poi magari riempirsi di zecche, non ne ho proprio voglia.
Mi riservo solo di avanzare ancora per un po’ per vedere se le cose migliorino un po’. Nel frattempo, il Cerfoglio selvatico (Anthriscus sylvestris, (L.) Hoffm., 1814) ricopre tutto e tutti. I suoi steli, come detto, mi arrivano alle spalle e i fiorellini bianchi di cui è composto svolazzano allegramente dappertutto, formando una specie di “polverone” nell’aria spauracchio di ogni allergico. Come se non bastasse, una moltitudine di ortiche carnivore ha ben pensato di unirsi alla festa e assediare il povero viandante.
La cosa grave è che non vedo dove appoggio i piedi e una storta è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando la via prende ad essere scalettata. Gradini di roccia più o meno naturali sono sotto i miei piedi, da qualche parte e mi tocca prima tastare il terreno per avere un appoggio il più stabile possibile.
In un modo o nell’altro, con grande fatica e spazientito, arrivo in un punto in cui si trovano due tornanti secchi, nei pressi dei quali, sepolte da piante delle specie più disparate, spuntano le forme di due baite semidistrutte. Insetti di tutti i tipi mi volano attorno ma io temo sempre di aver preso qualche zecca e dover essere poi costretto a toglierle una per una con le pinzette. Oltretutto, fino a questo momento, di panorama e belle vedute nemmeno l’ombra. Beh, un’ombra a dire il vero c’è stata finora, quella di questo bosco informe e astruso.
Magicamente, oltre un grosso masso di granito che mi arriva all’altezza del collo, spunta una parvenza di panorama con la cuspide ancora innevata del Mont Giavin.
“Vuoi vedere che a non mollare, prima o poi questa gita si trasforma?” dico ad alta voce fissando l’orizzonte.
Oltre una piccola curva, tre bolli gialli di vernice dipinti su una roccia indicano (alleluia!) che sono sulla via corretta. Già, perché dal punto di partenza a qui, non ho incontrato più un cartello e nemmeno un segnavia. O meglio, magari c’erano anche sepolti metri sotto l’erba...
Ancora più incredibilmente, pochi metri più avanti il sentiero, sempre a mezzacosta, fuoriesce dal bosco, così da permettermi di percorrere un bel terrazzino erboso nel quale scorgo qualche elemento in più dello scenario che mi circonda e nel quale per il momento si innalza di fronte a me la punta boscosa del Bec Raty.
Dopo questo tratto la stretta e labile via si trasforma in mulattiera, probabilmente per via di qualche strano incantesimo fatto dagli gnomi del bosco, stufi di veder arrancare in questo modo ogni escursionista che passi per questi luoghi. Di nuovo “libero” e non più attanagliato da arbusti graffianti vari, mi rimetto in condizione da “fuori pericolo”, togliendo uno strato e rimanendo in maniche corte (ma i pantaloni no, quelli sempre lunghi!).
La pendenza, fino a questo momento poco accentuata, si fa decisa, lo sforzo aumenta e i passi si accorciano. Non importa, l’essere usciti incolumi da quel groviglio infernale è già buona cosa! Una breve rampa mi porta a lambire altre baite malmesse, quelle di Boset Dessous (di sotto, inferiore). Tre o quattro di questi vecchi ruderi davvero pericolanti danno un tocco di spettralità a questo posto, perfetto per una visita serale nel periodo di Halloween.
A Boset Dessous tiro il fiato, due minuti di pausa per qualche foto al Mont Giavin e una scrollata generale.
Tutti questi vecchi casolari risalgono alla metà del 1800 quando l’uomo iniziò a coltivare questi versanti, intagliando su di essi vari terrazzamenti. Questi, anche se nascosti dalla vegetazione, sono ancora presenti e testimoniano il duro lavoro dell’uomo in questa valle, nonché le difficili condizioni di vita.
In questi edifici (e in quelli più a valle) si sono avvicendate numerose famiglie di diversa condizione sociale; lo si capisce dalla diversa struttura degli stessi; alcuni, più grandi in muratura e in legno, sono affiancati da altri più poveri e solo in pietra. La valle non era però composta solo da strutture isolate ma anche da veri e propri villaggi nei quali era presente, di solito, una chiesa, una scuola, un forno e piccoli lavatoi.
La parte alta della valle era riservata agli alpeggi di cui solo pochi oggi sono ancora monticati. Tra questi, vi è sicuramente l’Alpe Manda, anche se alcuni edifici ivi presenti siano anch’essi diroccati.
La partenza da Cotetta, Pontboset
Lungo i primi metri del sentiero. Sullo sfondo, la punta del Mont Giavin
Ecco come si presenta la prima parte del percorso, invasa dal Cerfoglio selvatico e dalle ortiche
Fuori dal bosco, a mezza costa verso Boset Dessous
Le baite di Boset Dessous, soffocate dalla vegetazioneDue incontri illuminano e trasformano la mia giornata - In compagnia della migliore delle Guide Alpine
In questo punto la salita non molla ma il mio umore è cambiato. Mi trovo lungo una bella traccia pulita, sotto uno splendido sole primaverile e con la prospettiva di veder cambiato lo scenario circostante da un momento all’alto. Mi sto, infatti, avvicinando alla parte più bella dell’itinerario e a una parte di montagna un bel po’ più interessante. “Dai che si va!”
La mia scelta di non tornare indietro sembra stia pagando. Certo, mi trovo da solo in valli isolate e remote, in mezzo ad alpeggi abbandonati (almeno la maggior parte di essi lo è) e ancora con molte incognite. Ma, in fondo, sono più di 30 anni che salgo sui monti, l’esperienza non mi manca.
Proprio quando sto pensando a tutto ciò, avanzando molto adagio lungo l’ennesima rampa ripida, innanzi a me, oltre una curva, scorgo due persone intente a salire. Davanti a loro, un bel cane sembra guidarle. Miracolo!
“Allora”, mi dico, “quell’auto al parcheggio non era di qualche abitante di Cotetta ma loro!”.
Le raggiungo in fretta e ci presentiamo. Si chiamano Lidia e Lorenzo, sono mamma e figlio. Super appassionati di montagna, mi dicono di andare per monti da molto tempo e di aver effettuato trekking anche all’estero, perfino in Himalaya. Iniziamo così a chiacchierare e, insieme, decidiamo di condividere la salita. Loro hanno intenzione di salire fino al Lago Cornuto (molto più in alto rispetto alle quote che mi sono prefissato io) per poi, tornando, compiere lo stesso mio anello.
Anch’io avevo adocchiato tale specchio d’acqua ma, vedendo la neve ancora abbondantemente persistente e lasciando quindi in auto tutta l’attrezzatura, l’avevo scartato per il momento, accontentandomi di un giro più basso. Dato che il loro itinerario al ritorno avrebbe coinciso con il mio, cambiare il mio programma, anche unitamente alla loro simpatia e al piacere di condividere insieme l’avventura, è questione di un istante. Certo è che quella neve sarà un’incognita: con me non ho bastoncini, ghette e ramponi ma solo un paio di ramponcini non molto adatti per quel tipo di camminate. Vedremo, in qualche modo si farà!
La svolta della giornata però non è finita qui. Al già piacevolissimo e inaspettato incontro, oltre alla possibilità di non essere da soli durante tutto il percorso, si aggiunge la sorpresa più bella e inimmaginabile e riguarda il cane che fa compagnia a Lidia e Lorenzo e che io, qualche metro più sotto, pensavo fosse il loro.
“Il cane non è nostro”, mi dicono, “noi non abbiamo cani. È sbucato fuori all’improvviso non appena scesi dall’auto a Cotetta, si è messo davanti e ci sta guidando in questa escursione”.
Rimango stupefatto, incredulo. Nei pressi di un rigagnolo d’acqua lo vedo tornare indietro e posizionarsi accanto a noi per bere, così ho modo di conoscerlo meglio. È una femmina, una meticcia da pastore e fa tantissima tenerezza. Ha il collare, quindi di qualcuno è di sicuro. Ma è pazzesco come, non appena visto passare qualcuno, abbia mollato il suo tran tran quotidiano per unirsi in questa avventura.
“Secondo me non è la prima volta, allora, che si fionda con qualcuno sui monti”, spiego a Lidia e Lorenzo, “deve essere abituata”. Anche loro concordano.
E così si è costituita la “Compagnia del Vallone della Manda”, la quale ora condivide uno scopo comune: esplorare questi monti così fuori dalle rotte più battute che, man mano che saliamo, si rivelano poco a poco in tutta la loro bellezza. La cosa più sorprendente si rivelerà proprio la nostra guida a quattro zampe nonché nostra mascotte, di cui, da qui in poi, non mi stancherò mai di lodarne il comportamento e gli insegnamenti che ci riserverà per tutta la giornata. Ancora una volta, però, andiamo con calma e riprendiamo da dove eravamo rimasti.
La nostra unione è avvenuta fuori dal bosco, poco oltre Boset Dessous. Ci troviamo lungo un pendio ripido col sentiero che sale sempre a mezza costa in direzione dei laghi. Con la nostra meticcia davanti, di cui purtroppo ignoriamo il nome, saliamo a passo lento chiacchierando un po’ del più e del meno. Finalmente questa vallata si apre regalandoci una bella visuale sulla catena di monti che la chiudono e di cui fanno parte, oltre al Mont Giavin, la Punta di Chenessy, il Mont de la Fricolla, il Mont Blanchet e, più a sud, il Mont de la Corna. Ora sì che è tutto più interessante!
Ad un bivio ci teniamo sulla destra, ignorando la pista che porta a Boset Dessus (di sopra, superiore). Il sentiero si fa dapprima di nuovo stretto, per poi allargarsi nuovamente un po’ più avanti. Una palina segnaletica, l’ultima che incontreremo, indica di proseguire dritto e di sorvolare anche sulla deviazione a destra per Croset Superiore. L’abbaiare della nostra meticcia, qualche metro avanti, confermano di proseguire innanzi. La vediamo sempre precederci di qualche metro, fermarsi e controllare il nostro cammino, nonché ripartire di nuovo. E, se ci attardiamo quell’attimo in più per una chiacchierata, abbaiare per invitarci a procedere. Io sono sempre più incredulo: questo cane non ci conosce, non ci ha mai visto e si è in qualche modo legato a noi. A volte pensiamo che non farà tutta la strada assieme e che magari si fermerà in qualche alpeggio che incontreremo lungo la via. Ma non sarà così.
Ad una piccola sosta ne approfitto per guardarmi indietro, avendo una vista di prim’ordine lungo la Valle Centrale e i monti che caratterizzano la bassa Valle di Gressoney. Si vede benissimo Hône con, alle sue spalle, la Croix Courma, il Monte Crabun e, più defilato, il Monte Mars.
La via si fa di nuovo esile e sconnessa ma lo scenario ora è meraviglioso. Entriamo in uno sparuto gruppo di larici sotto i quali si trovano un altro paio di casolari che chissà da quanto tempo si trovano su questi monti. Sono qualche metro sopra di noi, così che per scorgere le frecce gialle e le scritte “Lago Cornuto” e “Mandaz” dipinte sui muri di pietra di cui sono costituiti, dobbiamo allungare il collo e sforzare la vista. In ogni caso siamo sulla via giusta; la Compagnia, così composta e in formazione, non può perdersi.
Davanti a tutti, come e più di una Guida Alpina, la nostra meticcia pastora non sbaglia un colpo: mai esitante, mai indecisa, conosce il sentiero a menadito. Non so come ma sembra sapere esattamente non solo dove siamo diretti, ma anche il giro che vogliamo portare a termine. Questo cane è straordinario, mai visto nulla di simile.
A seguire, Lorenzo, con la traccia digitale, è una sicurezza. In ogni momento controlla la via, indicando i passaggi migliori per noi e più agevoli, dato che ci manca l’agilità (e le zampe) della meticcia.
Poi vengo io che, in caso di bisogno, ho sempre con me la cartina topografica. Infine, Lidia, che chiude la via e supporta tutti. Semplicemente fantastico!
Davanti a noi si delineano meglio gli altipiani rocciosi che dovremo rimontare e dai quali scendono varie cascate; la più importante di tutte è certamente quella formata dal Torrente della Manda con cui, al momento, ignoriamo di doverci avere a che fare nel proseguo dell’avventura.
Il pendio a pascolo si fa ripido e faticoso ma il panorama verso valle è sempre più unico. La nostra pastora è felice, impaziente; si ferma e ci chiama ancora una volta. Sembra instancabile e probabilmente ha più di sette polmoni.
Ancora un piccolo sforzo e raggiungiamo anche la baita di Croset Inferiore, in posizione super panoramica. Come a leggerci nel pensiero, si ferma anche la nostra guida a quattro zampe.
“Siete stati bravi a salire fin qui, ora prendetevi pure qualche minuto di riposo” sembra dirci.
I suoi occhi dolci dicono più di ogni parola. Da parte nostra, qualche coccola se l’è certamente meritata! Accidenti però, anche lei non è passata incolume dalla giungla sottostante! Ha tutto il pelo bianco e giallo! Ecco perché, appena possibile, cercava l’acqua. Non solo per bere!
Il Vallone della Manda col Mont Giavin
In vista della parte alta del percorso e di Croset Inferiore
Il primo incontro con la meticcia pastora, la nostra guida!
Il panorama, già favoloso, verso la Valle Centrale e le cime della Valle di Gressoney
Croset Inferiore, su di un pulpito panoramico erbosoCon un piede sulla neve e uno... nei rododendri - La nostra pastora continua a sorprenderci!
L’esile traccia continua lungo bei prati verdi alle spalle di questa baita isolata, collocata su di un pulpito aggettante quasi nel vuoto. Certo che la vista da quassù è semplicemente mostruosa. Sulla sinistra, oltre a tutto quanto descritto in precedenza, compaiono ora anche le splendide Dame di Challand, due spuntoni rocciosi e appaiati situati tra la Val d’Ayas e la Valle di Gressoney. Questo è il classico punto in cui piazzare la classica sedia e, ammirando cotanta meraviglia, dondolarsi leggermente avanti e indietro.
La nostra buona pastora però è già avanti. Ci rimettiamo così di buona lena in cammino, rimontando ancora un po’ di dislivello e tenendo gli occhi in due direzioni: uno verso la nostra amica e uno lato valle, tanta è la bellezza del luogo.
Oltrepassato un piccolo guado che non si può nemmeno chiamare tale, entriamo in vista della conca oltre la quale dovrebbe trovarsi il Lago Champas che toccheremo al ritorno. L’alpeggio vicino a questi, però, è già visibile, adagiato com’è su di un bel panettone erboso.
Siamo ormai in vista dell’Alpe Manda, che raggiungiamo dopo aver superato un piccolo ricovero quasi interrato e un tratto gradinato. Il luogo, tuttavia, non è esattamente come ce lo si aspetterebbe. Quest’alpeggio piuttosto grande ha visto tempi migliori e gli edifici sono perlopiù quasi tutti in rovina. Sembra quasi che da qui vi sia passata la guerra... Tuttavia l’alpe è ancora monticata e ogni estate si producono latte e formaggi.
La zona segna anche il limite dei pascoli che più oltre non proseguono, lasciando spazio al regno delle rocce, dei rododendri e, soprattutto in questa stagione, delle nevi. Chiazze bianche, infatti, iniziano a comparire più sopra un po’ ovunque. In compenso, un panorama ancora più incredibile fa capolino oltre una dorsale rocciosa. Ecco dunque anche i ghiacciai del Monte Rosa, inconfondibili, che scommetto si vedranno meglio una volta saliti ancora.
Nemmeno sapesse già tutto, la nostra mascotte si è già lanciata verso l’alto, tra grossi massi granitici. Non ci resta che seguirla, sempre dando un’occhiata alla traccia la quale, essendoci ora la neve, non ricalca fedelmente quella estiva.
I primi ostacoli arrivano subito con due nevai sui quali dobbiamo procedere in traverso. Il piede scivola e bisogna calcarlo bene nella neve, scalettandola un po’. Ognuno trova la sua via, io mi diletto a infilarmi nei rododendri per evitare per quanto possibile, i punti più delicati. Uno, due nevai mi bastano per convincermi almeno a calzare i ramponcini che ho con me. Fanno poco e, alla fine, su questo tipo di neve molle e scivolosa, sembrano goffi giocattoli. Mannaggia, dovevo proprio portarmi i ramponi veri! In compenso gli occhiali da sole non li ho dimenticati, meno male!
L’unica sicura è la nostra meticcia. Neve, roccia ed erba non la fermano, si trova bene su qualunque tipo di terreno. Al seguito, anche Lorenzo è ben saldo e avanza spedito.
Ad un ometto di pietra (segnavia gialli non ne abbiamo più visti) vediamo la pastora ferma e coricata sulla neve, in attesa; vuole controllare che sia tutto ok e che riusciamo a salire. La incoraggiamo, la ringraziamo e la tranquillizziamo.
“Ce la facciamo, dolcissima, anche se non alla tua velocità!”
Arriviamo ad una conca nella quale attraversiamo il Torrente della Manda che scende da un lago posto sopra di noi, da qualche parte, alle spalle di un’impressionante bastionata rocciosa e innevata: il Lago della Punta di Chenessy.
Il torrente in questo punto è stretto e il guado elementare, basta camminare su di una lastra appositamente messa all’uopo per superare l’ostacolo.
Le cose si complicano un po’ non appena risaliamo da questa conca. I pendii sono tutti innevati e, per avanzare, dobbiamo studiare i punti migliori per passare, evitando per quanto possibile i temuti traversi. La guida va, tira, non scivola ed è fenomenale. Supera una sfilza di nevai, si volta verso di noi, ci aspetta e poi abbaia, come a dirci “Forza, non è difficile!” Ditemi voi se non è stupefacente la cosa.
In un modo o nell’altro, a volte più spediti, altre più lenti, per rocce, rododendri e affondi nella neve fino al ginocchio, lentamente veniamo a capo anche noi di tutti i nevai, balzando per isolotti granitici sgombri da neve e sui quali, ogni tanto, un ometto pare indicare una possibile direzione. Il sentiero estivo è comunque qui, da qualche parte, sepolto ancora sotto la coltre bianca.
Salire così non è proprio facilissimo ma regala emozioni uniche, oltre a un senso di esplorazione e avventura genuini. L’essere in compagnia, ridere, scherzare e confrontarmi sul percorso o altro, è semplicemente favoloso. E poi, ancora una volta, non mi riesce proprio di staccare gli occhi da questa meticcia che mi ha stregato.
La seguiamo sempre, le sue impronte sulla neve sono un faro nel nulla. Qualche metro sotto al lago, scopriamo il vero motivo (a nostro avviso) della sua uscita sui monti con noi. Non sapevamo, infatti, che, oltre ad una guida fidata, fosse anche una... sciatrice provetta!
Avanti a noi, mentre ci aspetta, la vediamo uscire dal seminato per fiondarsi lungo un pendio innevato, stendere le zampe posteriori, allungarsi e, tenendo alta la coda a mo’ di timone... lanciarsi in discesa, compiendo una lunga scivolata sul ventre che nemmeno il miglior discesista! Inutile dire che la scena ci lascia a bocca spalancata e, per l’ennesima volta, basiti. Logicamente la aspettiamo e riprendiamo questo momento magico. Al termine della scivolata, eccola ritornare sghignazzante tra i ranghi. La sa lunga!
Ma perché sosteniamo che, forse, è salita fin quassù per questo? Beh, perché da questo momento in poi, ogni punto in pendenza sulla neve sarà il suo. Inizierà a compiere ogni due per tre una sfilza lunghissima di slittate, divertendosi come una pazza!
“Secondo me, oltre al piacere della gita e di stare con noi”, sostengo con i miei compagni, “è salita perché sapeva della neve e che si sarebbe divertita!”
Sicuramente non solo di divertimento si tratta ma anche un modo per rinfrescarsi, togliersi qualche parassita di troppo e, perchè no, marcare il territorio. Ma ancora una volta è la sua intelligenza a stupirci, mai visto un cane così.
Oltre una bella conca lungo la quale ci teniamo ai margini per la possibile presenza d’acqua sottostante (ormai siamo ai piedi del lago), un ultimo grosso ometto di pietra anticipa i pochi metri finali, prima di giungere ad uno sbarramento in cemento. È quello del Lago Cornuto, che ora finalmente, dopo tanta fatica, vediamo davanti a noi. Ci spostiamo leggermente sopra alcune rocce, ci sediamo e ci prepariamo a ingurgitare qualcosa. Per qualche minuto gambe e braccia riposeranno e, assieme noi, anche la nostra super mascotte.
Lasciando Croset Inferiore
Ecco che compare il gruppo del Monte Rosa, incredibile visto da qui
I primi passi oltre l'Alpe Manda verso il Lago Cornuto
Il panorama sul Rosa si apre sempre di più
La nostra guida apre la via
Poco sotto al Lago Cornuto
Arrivo al Lago Cornuto, ancora gelato
Lo spettacolo innevato della conca del Lago CornutoUno spuntino particolare seguito da una discesa davvero avventurosa - La guida ci protegge... ma da cosa?
Dopo pochi minuti che sono seduto in riva al lago sento un caldo tremendo e intenso alle braccia. Che succede? Guardandomi gli arti mi viene male.
“Mannaggia, ho fatto tutta la salita a braccia scoperte e ora stanno fumando!”.
Sono davvero rosse, accidenti e, se non le copro subito, a valle ci arrivo sulla schiena della pastora, diretto al primo ospedale! Il riverbero della neve ha colpito duro e io non ci ho fatto caso. Nonostante il caldo, sono costretto quindi a ricoprirmi nuovamente.
Il Lago Cornuto è uno spettacolo e ancora gelato. Il disgelo è in corso, non ci vorrà ancora molto tempo prima di rivedere le acque limpide. Tutta la neve e le montagne intorno a noi ci lasciano attoniti e danno una spolverata di magia a questa conca, per non parlare del panorama sulla Valle d’Aosta che ora è quasi tutta visibile. In primo piano c’è tutto il gruppo del Rosa, purtroppo ora assediato da qualche nuvolone nero. Alla sua sinistra, stesso identico scenario per il Cervino e la Dent d’Hérens. Ma il quadro che si ammira da qui non può essere riportato a parole. In ogni direzione si rimane incantati. E pensare che la gita non era partita col piede giusto!
Ognuno seduto sul proprio masso, stesi al sole, consumiamo il nostro spuntino. Per tenere in fresco la borraccia, scavo una piccola buca nella neve e ce la conficco dentro. Il risultato è garantito. Anche la nostra amica deve mangiare qualcosa; se, in quanto ad acqua è autonoma (qui di certo non manca), non così è per il cibo. Purtroppo non abbiamo molto con noi: ha scelto tre persone che non mangiano molto a pranzo, io poi meno di tutti.
Qualcosa però riusciamo a racimolare e a stomaco vuoto non rimane di certo. Da Lorenzo prende alcune sardine, da Lidia un uovo e da me una merendina al latte. Prima che un principio di sonnolenza la colga, con la pancia piena, la vediamo ancora infilare un piccolo declivio che scende verso il lago e fare la sua sciata. Oltre a divertirsi un mondo, che sia il suo modo di ringraziarci? Di certo è felice. La sua coda, sempre protesa verso l’alto, si agita sempre a più non posso.
Qualche nuvola inizia a portarsi anche sopra le nostre teste, ma è ben poca cosa. Il sole continua a picchiare e a bruciare. Comodamente seduti, ammiriamo un po’ questo bel laghetto mentre la meticcia è ormai partita per il regno di Morfeo. La lasciamo tranquilla per un po’ ma poi siamo costretti a svegliarla: è ora di scendere.
Capita l’antifona, non si fa certo pregare. Non facciamo in tempo a rimetterci in pista che la vediamo prontamente davanti, qualche metro più sotto, seduta sulla neve che ci aspetta. Noi scendiamo piano da queste rocce. Io ho già infilato nuovamente i ramponcini e fare qualche metro così, all’asciutto, non è il massimo.
Di nuovo tutti sulla neve, iniziamo a scendere (più o meno) dalla via di salita, tagliando qua e là e fidandoci di più circa la consistenza del manto bianco. Davanti a noi abbiamo sempre lo scenario mostruoso verso il gruppo del Monte Rosa; quassù, ci sembra di volare.
Avanziamo sulla neve con un po’ più di decisione rispetto all’andata. Per la nostra guida, invece, siamo sempre lenti, così che ne approfitta per farsi non so quante altre slittate sulla pancia. Gli piace proprio!
“Se per assurdo mi seguirà nel viaggio verso casa”, dico ai miei amici scherzando, “la porterò sullo scivolo di un bel parco acquatico. Sarà l’invidia di tutti!”
Insomma, chi di pancia, chi di gamba, chi di piede o di tacco, scendiamo piano piano da questo versante, affrontando ancora qualche traverso e oltrepassando di nuovo il Torrente della Manda. Arriviamo nello stesso punto in cui abbiamo deviato stamani, ossia all’Alpe Manda. Qui di neve non ce n’è più e, anche se le slittate per la meticcia sono terminate, direi che oggi non si può proprio lamentare. Rosse, verdi, grigie, nere o blu, tutte le piste erano sue!
Da questi ruderi dobbiamo proseguire verso Champas e l’omonimo lago, in direzione sud-est. Prima, però, mi premuro di riempire la mia borraccia nelle acque gelide del vicino torrente; sono rimasto a secco e, anche se non sarà perfettamente pura, non posso continuare senza. Se penso poi a cosa ci fanno mangiare nei supermercati e non solo, quest’acqua non costituirà certo un problema!
Un unico, sbiadito bollo sembra indicare il percorso, il quale non è ben tracciato e per giunta ora fangoso. Ben presto ci ritroviamo ai piedi di una grande cascata formata dal Torrente della Manda. Qui le acque sono decisamente più ingrossate e impetuose. Il guado che si pone davanti a noi, qualche metro più in basso, non è banalissimo.
Scesi da una rampa, giriamo verso il corso d’acqua, anche se alcune tracce per capre porterebbero più in basso. L’acqua è profonda e ci sono solo due o tre grossi massi su cui salire per non bagnarsi, per giunta distanti tra loro. Dobbiamo saltare da uno all’altro, in precario equilibrio. Lorenzo passa per primo con un bel balzo, seguito da Lidia. Ora è il turno della pastora che mi precede e che, stranamente, in questo punto ha lasciato andare avanti noi!
La vedo fare un bel balzo ma l’atterraggio non riesce molto e le sue zampe posteriori slittano giù. Per fortuna, con una mossa felina, si tira subito in piedi: anche lei è passata. Date le mie gambe lunghe provo a non saltare ma la distanza tra le rocce è notevole. Arrivo ad appoggiare la punta del piede ma devo darmi una bella spinta per restare in equilibrio. Che fatica!
L’ostacolo è superato, siamo tutti ancora asciutti e pronti a proseguire. Le difficoltà, però, non sono certo finite. Tronchi, rami, rododendri e neve: lungo questa traccia per capre sembra esserci di tutto, così che dobbiamo ricorrere ogni volta a delle evoluzioni per tenerci saldi e non cascare col sedere per terra.
Finalmente l’isolato casolare di Champas sembra essere in vista. Lo raggiungiamo percorrendo qualche altro metro nel fango e poi su bei prati. Un po’ di tranquillità, era ora!
Il luogo sembra deserto, anche se la struttura non è in rovina. La stagione, del resto, non è ancora iniziata e qualcuno porterà presto qui le mucche al pascolo.
Aggiriamo l’edificio e iniziamo a scendere verso la conca del Lago Champas che raggiungiamo dopo pochi minuti. Al nostro arrivo lungo le rive, vediamo la meticcia uscire dall’acqua tutta felice. Lo dicevo io che l’idea del parco acquatico...
In discesa dal Lago Cornuto
Lungo il Torrende della Manda, nella parte alta
L'Alpe Manda
Il Torrente della Manda poco sotto l'Alpe Manda forma un guado importante
Arrivo al Lago Champas
In riva al Lago ChampasNasce nuova vita al Lago Champas - La nostra guida mette in fuga tutto e tutti
Quest’ennesima conca, super verdeggiante, è davvero incantevole e regala un senso di pace e quiete unici. Le acque del lago sono immobili e qualche montagna nei dintorni vi si specchia dentro.
Il sentiero continua lungo la riva nord del lago che in questo momento è davvero carico d’acqua, tanto da invadere il cammino. Anche qui, saltelliamo da un ciuffo d’erba all’altro per passare ma senza mai alcuna difficoltà. Ad un certo punto, in un grande anfratto, sentiamo l’acqua frizzare, ribollire. Guardiamo bene e non crediamo a ciò che vediamo. Migliaia, anzi, milioni di girini stanno facendo i loro primi movimenti natatori nel nuovo elemento mentre, accanto a loro, un numero spropositato di uova è intento a schiudersi! È un vero spettacolo, è il miracolo della vita.
Sostiamo qualche minuto a questo lago per non perderci il magnifico paesaggio che ci circonda. Una volta giunti sulla sponda est, vediamo tutto il pendio roccioso e parzialmente gelato da cui siamo scesi poco fa: ne abbiamo fatta di strada!
Nel ripartire sentiamo abbaiare la nostra guida. È più avanti e, sicuramente, ce l’ha con qualcuno o qualcosa; non sta chiamando noi, come stamani. La raggiungiamo ma non vediamo nulla. Chissà! Questo comportamento lo terrà fino a valle, precedendoci e abbaiando su per i boschi. Probabilmente vedrà cose che noi non vediamo o forse metterà in fuga qualche marmotta o camoscio che, di certo, in questo modo non potremmo mai fotografare. So che i gatti vedono nella 4ª dimensione ma dei cani non ho letto nulla al riguardo. Sta di fatto che la meticcia si preoccupa per noi e allontana eventuali pericoli, lasciandoci libero il cammino. Non è fenomenale la sua intelligenza? Non è un cane straordinario? Siamo senza parole...
Ci abbassiamo ancora un po’ per giungere alla deviazione, poco marcata, che porta al soprastante Lago Nero. Lorenzo è giovane e ha ancora energia: lo aspettiamo mentre risale (tra alberi caduti) una parvenza di sentiero che lo raggiunge. Io e Lidia, di fare nuovo survival e dislivello siamo un po’ stufi, così che aspettiamo comodamente seduti su di un masso.
Ricompattati di nuovo e stando sul sentiero, ora ben delineato, passiamo per il versante sud del Bec Raty e raggiungiamo una baita isolata ubicata nel nulla, appena fuori dal bosco e su di un terrazzino panoramico. Per l’ennesima volta la pastora ci ha preceduto, è andata ad esplorare il casolare, ha abbaiato un po’ e se ne è uscita tutta trionfante, aspettando il nostro arrivo. Brividi. Per ricompensa, Lorenzo le offre ancora qualche sardina che divora in un istante.
Ci abbassiamo ancora un po’ per scorgere, tra gli abeti, quel che resta del Lago Secco, ora più una palude semi prosciugata che altro. Più in alto, ai piedi del Grand Be, due baite isolate formano l’Alpe Betasson.
Svoltati a sinistra, proseguiamo lungo il sentiero che ora attraversa un bel bosco di conifere, senza più intoppi, almeno fino a che questo termina, molti metri più in basso e quasi al di sotto di Boset Dessus, dove un altro bel guado ci aspetta. Il torrente è sempre quello, l’abbiamo solo passato e ripassato più volte da una parte all’altra.
Il passaggio è qui costituito da una serie di lastre unite tra loro sulle quali i piedi poggerebbero in piano e sarebbero ben saldi. Peccato che, nel pomeriggio, l’acqua tracima abbondantemente dalle stesse lastre così che, per forza di cose, attraversando, finiamo a mollo con le scarpe!
Questo guado è divertente, avventuroso quanto basta, solamente occorre fare attenzione a non scivolare in quanto le rocce bagnate si trasformano in saponette.
Siamo di nuovo per prati e, in men che non si dica, colmiamo quei pochi metri in salita fino a portarci tra le baite di Boset Dessus. Qui, forse, facciamo l’errore di non deviare subito a sinistra per riportarci lungo la traccia 3, 3A sulla quale eravamo stamani, sebbene anche da questa parte ci si ricongiunge più avanti con la suddetta. La guida è avanti ad abbaiare, non la vediamo.
Ci abbassiamo tra gli edifici seguendo un paio di curve di questa specie di mulattiera erbosa e fangosa per poi ritrovarci di nuovo in piano. La via tra le case è ora strettissima e... cosparsa di tubi di gomma! Caspita, pure un percorso ad ostacoli stile “Mai dire Banzai!” dobbiamo affrontare. Per fortuna sono pochi metri ma di certo qui non ci si annoia mai!
Per terra c’è di tutto oltre ai tubi e, sparsi qua e là, anche alcuni attrezzi agricoli o pezzi di essi. Qualcuno coltiva ancora questi pendii per fortuna. Più avanti, riecco la nostra monorotaia preferita. Ora sappiamo dove portava!
Beh, il problema è che questa pista ci va più avanti a sbattere contro e ce la fa scavalcare: il sentiero è un paio di metri più su.
Nello scavalcamento mi metto in testa per subire il brivido finale della giornata. Mentre sto per portare la gamba sinistra dall’altra parte, a momenti non calpesto una bella vipera di colore marrone scuro-nero, avvolta su se stessa. Lancio un “alt” ai miei amici, i quali fanno in tempo a vedere il rettile prima che sparisca a gambe levate nell’erba alta. Mamma mia, a momenti succedeva il fattaccio!
Di nuovo sulla retta via, ricompare la meticcia che si mette davanti a noi. La cosa comica è che finora ha fatto scappare tutto il bestiario del circondario pur non essendoci alcun pericolo e, quando questi si è presentato, lei era intenta a discutere in cagnesco antico con un clan di marmotte le quali erano proprio intente a comunicarle, a fischi, che i suoi tre viandanti più sotto se la stavano vedendo brutta!
Mentre siamo costretti, purtroppo, ad affrontare nuovamente la giungla nera percorsa all’andata, ridiamo almeno della cosa e teniamo alto il morale. La meticcia si porta davanti a me e mi resta attaccata, anche lei tutta impollinata e col pelo bianco. Quest’erba alta non perdona, soprattutto le ortiche!
La vediamo che ogni tanto si ferma per grattarsi per poi sdraiarsi come a chiedere delle coccole che noi non lesiniamo di certo. È stanchissima anche lei e ora anche senza acqua. Siamo quasi arrivati al parcheggio e, un’ultima volta, quasi con le lacrime agli occhi, la ringraziamo e la coccoliamo. La separazione non è facile dopo una giornata così ma lei sa come fare: svoltata una curva, dopo un ultimo sguardo, non la vediamo più. Sarà certamente rincasata in un edificio in quel di Cotetta, dovrà bere, mangiare e riposare per bene.
Io già mi immagino la scena in cui il padrone, non vedendola più per tutto il giorno, al suo ritorno esclami:
“Allora, ma è questa l’ora di rientrare? E guarda in che stato sei! Ma è mai possibile che ogni volta ti aggreghi al primo escursionista che passa prefiggendoti di mostrargli le meraviglie della valle?”
Al termine della seconda ravanata (non richiesta) della giornata, siamo anche noi alle nostre auto per un saluto e un abbraccio finale. Con la promessa, magari, di rivederci in futuro per un’altra avventura!
Questo il racconto di un’incredibile esperienza vissuta che a mio avviso travalica i confini di una semplice escursione e che spero sia un po’ trasparsa dal testo ma che mi ha lasciato dentro emozioni uniche e un ricordo che non sbiadirà mai.
Le acque calme del Lago Champas, qui lungo la sponda est
La meticcia è andata avanti a esplorare una baita isolata
In discesa nel bosco, aggirando il Bec Raty
Nei pressi di Boset Dessus, all'ultimo guado della giornataTesti e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Lidia e Lorenzo e una cagnolina meticcia pastora davvero unica
Anemoni alpini (Pulsatilla alpina subsp. apiifolia)
Pistaaa... arriva una sciatrice provetta!
La nostra guida impegnata nel suo sport preferito. Lo scivolo!
I girini escono dalle uova nel Lago Champas
La bellissima conca in cui è adagiato il Lago ChampasDue parole mi sento di spenderle ancora per la nostra meticcia pastora che ci ha regalato una giornata davvero particolare e intensissima. Nulla chiedendo e tutto dando, non solo ci ha fatto compagnia ma anche da guida preziosa, donandoci tutta la sua felicità e il suo affetto. In fondo, per lei eravamo degli sconosciuti.
Fin dal primo momento in cui anch’io l’ho incontrata sul sentiero, la mia mente è andata al triste mondo degli uomini e ad una società che non si regge più su valori fondati ma sul nulla. Una società in cui se non ti conformi al sistema sei ridicolarizzato, bullizzato e brutalmente messo fuori. Se non hai questo o quel ritrovato tecnologico, uno su tutti lo smartphone con ennemila social attivi, non sei nessuno. Ovvero, se non vivi la tua vita nel virtuale come tutti gli altri, nessuno ti considera.
Per fare un esempio, entrate in un qualsiasi ristorante e osservate le persone. Ognuno ha in mano lo smartphone, nessuno guarda più negli occhi o parla con chi ha di fronte, anzi, gli parla attraverso quello strumento! Follia pura. E anche per strada tutti, ma proprio tutti, hanno in mano quell’aggeggio e, non alzando gli occhi da esso, ti vengono pure addosso! Beh, che dire...manipolazione di massa perfettamente riuscita!
All’aumentare del progresso tecnologico, indotto, tutto è peggiorato a partire proprio dal rapporto tra le persone. Da troppo tempo, ormai, provo a contattare questo o quello per condividere un’esperienza, un’emozione o anche semplicemente, per restare legati alla montagna, una gita insieme. Il risultato? Nessuna risposta nella maggior parte dei casi e, molto raramente, la parola no.
Mi è addirittura capitato che enti territoriali, ristoranti, alberghi, guide ecc. non rispondessero ad una richiesta o un chiarimento in merito ad un evento. E loro lo fanno per lavoro! Per non parlare di tutti coloro che si spacciano per amici e, appena possono, te ne combinano di ogni, deludendoti ogni volta. O di coloro che non guardano chi sei ma il patrimonio che hai alle spalle.
Nel loro caso, la prima domanda che fanno è “Ma tu cosa fai nella vita?” Come a dire che se hai una posizione importante (o meglio, qualcuno ti ha messo in una posizione importante) allora meriti attenzione, altrimenti devi essere scaricato, non vali niente.
La domanda è quindi: ma come siamo messi? Perché di certo il baratro non è poi così distante...
Dicevo nella descrizione principale che questa cagnolina mi aveva fin da subito stregato. Sono rimasto davvero attonito riguardo l’insegnamento che ha dato, non solo a noi, ma all’umanità in generale. Un atteggiamento che si basa su valori che un tempo avevamo anche noi (almeno, la maggior parte di noi l’aveva) ma che ora, purtroppo, sono spariti nel nulla.
Non si è fatta problemi, ha sentito di potersi fidare e subito si è fiondata tra noi. Penso che anche lei, come me, appartenga a un’epoca sbagliata. Di certo io mi sento un pesce fuor d’acqua.
Poi a questo mondo c’è chi divinizza i propri animali domestici, facendo fare loro corsi inutili e riempiendoli di fuffaglia varia, oltre a somministrargli ogni tipo di alimento purché non sia naturale ma chimico e racchiuso in scatolette varie. Tutta roba che li fa ammalare. E cos’ha mangiato la nostra guida? Quello che mangiamo noi, ed era felicissima!
Poi li addobbano come alberi di Natale, gli comprano ogni surrogato tecnologico possibile (anche lì!) e, infine, avendoli trasformati in Dei, danno loro più importanza che alle persone (sì, mi è capitato pure questo, di venire in ultima posizione dopo un cane). E anche qui la meticcia insegna molte cose...
In questo mio pensiero c’è tutta la frustrazione per un mondo ormai distrutto e, con esso, per degli automi senza cervello che hanno preso il posto delle persone. Del resto, se vedete sotto alle relazioni, noterete in quasi tutte la dicitura “in solitaria”. Ma mica per scelta!
Va beh, purtroppo la meticcia, alla quale auguro una lunghissima e felicissima vita, è rimasta su quei monti. E domani per me, ricomincerà la solita (pessima) quotidianità fatta di interazioni con le persone a senso unico, con domande come:
“Magari potremo trovarci per un’escursione qualche volta, che ne dici?”
E risposte del tipo:
“...” (che sta per nessuna risposta, ossia la cosa più brutta una persona possa fare)
oppure:
“In questo periodo devo salvare il mondo, devo portare il gatto a yoga, affilare gli aculei del riccio che ho in giardino e, la sera, che arrivo sempre distrutta, mi resta appena quel poco di tempo per insegnare i pittogrammi cinesi al mio cane. Magari possiamo fare più avanti”
“Certamente”, rispondo io, “il 13 aprile del 2097, dopo le 17:00 del pomeriggio non ho impegni. Perché prima devo controllare che il mio frigorifero non soffra troppo il freddo!”