ANELLO MONTE POPENA-PALE DI MISURINA

Giro indubbiamente spettacolare e ultrapanoramico in una delle valli più defilate delle Dolomiti. L’anello che parte dalla sponda sud del Lago di Misurina, pur avendo dislivello e chilometraggio alquanto contenuto, ricalcando vecchi sentieri militari ormai franati, affronta passaggi delicatissimi lungo i ghiaioni poco sotto Forcella Popena, nonché passerelle e scale aeree molto esposte a ridosso del valico; pertanto, l’intera gita è riservata a escursionisti esperti con piede fermo, assenza di vertigini e che sanno muoversi senza problemi su certi tipi di terreno. La Val Popena Alta, infine, è caratterizzata da ambienti isolati e solitari; il sentiero di discesa che la percorre interamente ricalca per la maggior parte il letto del ghiaioso Rio Popena e la traccia, in alcuni punti, va un po’ indovinata.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Parcheggio Lago di Misurina, Auronzo di Cadore, Belluno (1754 mt.)

Località e quota di arrivo: Forcella Popena (2214 mt.)

Punto più elevato: Forcella Popena (2214 mt.)

Dislivello positivo: 546 mt.

Lunghezza del percorso: 10,2 km

Coordinate punto di partenza: 46°34’47”N 12°15’08”E

Posizione: l’anello si sviluppa dal Lago di Misurina alla Val Popena Alta. La Forcella Popena divide, infatti, il suddetto lago dal gruppo del Cristallo (Dolomiti).

Difficoltà: EE (Scala delle difficoltà)

Presenza di tratti esposti: sì, dal bivio di Crepe de Póusa Marza alla Forcella Popena.

Tempo di percorrenza totale: 4h 15’ (Tempi di percorrenza)

Tipo di escursione: anello.

Tipo di terreno incontrato: sterrato-asfalto-erba-pietrisco-ghiaia-ghiaioni-roccette-rocce-radici. (La camminata e il sentiero)

Possibilità di ristoro: in una delle strutture presso il Lago di Misurina.

Segnavia: bianco-rosso. (La segnaletica italiana)

N° del sentiero: 224-SI, 224b-AV9-SI, 222-AV3, SP49

Acqua lungo il percorso: nessuna.

Stato del percorso: i sentieri sono tutti perfettamente segnalati; tuttavia, la parte che precede l’arrivo a Forcella Popena è franata e la traccia risale un ghiaione instabile e malmesso la cui progressione risulta molto delicata. Buono il successivo tratto, attrezzato con scale e passerelle di legno, mentre lungo la successiva discesa nel letto del Rio Popena il sentiero in alcuni punti scompare e va un po’ indovinato.

Periodo: da giugno a fine ottobre.

Panorama: fantastico come sempre quando si parla di Dolomiti. Oltre alla poesia verso le Tre Cime di Lavaredo che si percepisce già dal parcheggio, salendo appaiono, in sequenza: Cadini di Misurina, Sorapiss, Marmarole, Pale di Misurina, Cristallo, Monte Popena, Cristallino di Misurina, Torre di Toblin, Torre dei Scarperi, Croda dei Baranci, Croda dei Rondoi, Monte Piana, Gruppo dei Tre Scarperi, Corno d’Angolo e Piz Popena. 

Attrezzatura particolare richiesta: nessuna in particolare. Consigliatissimo il casco e i guanti da ferrata. (Attrezzatura tecnica)

Discesa: ad anello, lungo la Val Popena Alta.

Tappe del percorso: Parcheggio Lago di Misurina - Lago di Misurina (sponda sud) - Via Monte Piana - Piazza 4 novembre - Bivio Sopra Malga Misurina - Bivio per Forcella delle Pale di Misurina - Crepe de Póusa Marza - Forcella Popena (ex Rifugio Popena) - Bivio Pale di Misurina/Cristallino d’Ampezzo - Ponte Rio Popena - Bivio Via Monte Piana/SP49 - Lago di Misurina (sponda nord) - Col Sant’Angelo - Via Monte Piana - Lago di Misurina (sponda sud) - Parcheggio Lago di Misurina

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Lasciata l’auto nel Parcheggio al Lago di Misurina situato sulla sponda sud (1754 mt.), ove è anche la stazione a valle dell’impianto per il Col de Varda, si torna per un attimo lungo la strada principale (Via Monte Piana) e la si percorre per qualche metro verso nord, fino a svoltare a sinistra in Piazza 4 novembre, dove sono presenti alcune strutture ricettive e un Ufficio Postale. Alle spalle di questi, parte il sentiero n° 224 (anche Sentiero Italia) che, in direzione ovest, si dirige verso le Pale di Misurina, la piccola catena montuosa ben visibile dalla strada e la cui elevazione maggiore è rappresentata dalla Pala Nord Est, non distante dal Monte Popena. Il sentiero sale dolcemente lungo verdi pascoli per poi entrare gradatamente nel bosco in prossimità del bivio in Loc. Sopra Malga Misurina (1833 mt., 20’). Trascurata sulla destra la traccia n° 224a che si stacca per salire al Monte Popena, si continua a camminare dritto. Dopo aver rimontato un po’ di dislivello tra larici e mughi, si giunge a un nuovo incrocio in cui, anche qui sulla destra, si tralascia la pista n° 224 che porta alla Forcella delle Pale di Misurina, proseguendo invece verso sinistra e il Sentiero n° 224b (anche Sentiero Italia e Alta Via n. 9 delle Dolomiti). Percorrendo a mezzacosta quasi tutto il versante sud-est delle Pale di Misurina, ci si innalza lentamente tra i mughi e fino alle prime pietraie, presto sostituite da vere e proprie colate detritiche (attenzione) a cui fanno da contraltare panorami immensi verso i Cadini di Misurina, le Tre Cime di Lavaredo e le Marmarole. Un ghiaione piuttosto delicato da attraversare e un altro buon tratto tra i mughi dove la larghezza del tracciato diminuisce, anticipa il tratto più scabroso e difficile di tutta l’escursione. Dopo una decisa svolta verso destra, già ampiamente ai piedi di una colata detritica, ci si alza con pendenza maggiore sulla stessa, fino a intercettare a un bivio in Loc. Crepe de Póusa Marza (2151 mt., 1h 35’), la traccia n° 222 proveniente da est. Il sentiero, non sempre marcato, si fa alquanto scivoloso, stretto e delicato. La via sale a zig zag andando in esposizione e assottigliandosi fino alla larghezza di un piede. Un enorme masso al centro di questa costringe, tenendosi ad esso con le mani, ad andare verso il vuoto, nel passaggio più pericoloso del tragitto. Oltrepassato questo passaggio, si arriva a mettere le mani sulla roccia nelle cui fessure permane ancora molto pietrisco; ponendo attenzione estrema a non scivolare e facendosi forza con le mani si risale fino a raggiungere la prima passerella di legno infissa alla parete. Da qui in poi le difficoltà sono finite ma inizia ora l’ultima parte in fortissima esposizione; per passerelle (in alcuni punte non protette, attenzione!) e scalette di legno molto aeree, si esce dalla via in prossimità di un pianoro che anticipa l’arrivo alla poco distante Forcella Popena (2214 mt., 1h 55’), dove sono anche i ruderi del vecchio Rifugio Popena. Qui, alla testata della Val Popena Alta e tra il Cristallo e la conca del Lago di Misurina, si tira il fiato prima della discesa. Questa ha inizio proseguendo lungo la via più facile in direzione nord-ovest (Sentiero n° 222, Alta Via n. 3 delle Dolomiti). Sul fine pietrisco (questa volta non scivoloso) che taglia verdi prati, ci si abbassa gradatamente avendo di fronte un panorama da urlo verso le Tre Cime di Lavaredo, la Torre dei Scarperi, la Croda dei Baranci e la Torre di Toblin. La traccia si porta man mano al centro della Val Popena Alta fino a raggiungere un primo bivio nel quale, sulla destra, si stacca la deviazione (da ignorare) che mena alla Forcella delle Pale di Misurina. Continuando a scendere, si giunge a un crocevia (2036 mt., 2h 20’) nel quale occorre sempre spingersi innanzi, tralasciando le piste che a sinistra e a destra partono verso, rispettivamente, il Cristallino d’Ampezzo e la suddetta forcella. Attraversato un nutrito (e alto) gruppo di mughi, la via si porta al centro del ghiaioso e in questa parte asciutto Rio Popena. Seguendo le rare indicazioni e maggiormente gli ometti di pietra, nonché un po’ a vista e a intuito, si cammina ai lati dell’alveo, ora lungo la sponda destra, ora lungo la sinistra. Questo lunghissimo tratto non pone difficoltà di sorta se non quella un po’ dell’orientamento e di procedere su terreni non proprio morbidi, con qualche ostacolo (grosse pietre, tronchi, ecc.) a frapporsi ogni tanto. Nella parte bassa della valle il sentiero diventa nuovamente marcato e ben visibile nel suo prosieguo per prati e mughi. Procedendo in questo modo, si mettono i piedi lungo l’asfalto e precisamente lungo un tornante della SP49 che scende verso Schluderbach-Carbonin e dove è anche il ponte sul Rio Popena (1659 mt., 3h 10’). Da qui in poi il rientro avviene percorrendo il ciglio di detta strada in direzione est. Oltrepassata sulla sinistra la zona pianeggiante de I Paludete, si giunge prima all’incrocio col la strada che sulla sinistra sale verso il Lago d’Antorno e il Rifugio Auronzo e poi lungo la sponda nord del Lago di Misurina (1754 mt., 4h). Costeggiando questo magnifico specchio d’acqua, si rientra al punto di partenza agli impianti del Col de Varda (4h 15’). 

 

PER MULATTIERE E TRACCIATI DELLA GRANDE GUERRA, CON PANORAMI DA URLO E QUALCHE RISCHIO DI TROPPO! - (DEL 11/06/2026)

Ritorno al Lago di Misurina in compagnia di mezzo mondo - Oltre quel muraglione

Quante volte sono stato al Lago di Misurina? Non ricordo il numero esatto ma sono decisamente tante, d’estate come d’inverno. Fin da quando ero piccolo salivo quassù coi i miei genitori e ancora oggi, nonostante l’uomo ha pesantemente modificato questi ambienti, al vedere questo specchio d’acqua con le non troppo distanti Tre Cime di Lavaredo specchiate in esso, riesco a emozionarmi come un tempo, col cuore che prende subito a girare a mille. Da ogni parte osservi questo lago, è un sussulto al cuore, nonostante oggi mi debba sforzare per chiudere un occhio e mezzo verso le frotte di turisti e merenderos che con la montagna hanno (molto) poco a che vedere e che, di certo, un tempo erano in un numero esiguo i primi e meno che zero i secondi. E allora, che pace e che tranquillità qui, anche nel pieno dell’estate!
Oggi, con l’obiettivo di compiere una camminata in posti nuovi e temendo queste invasioni, mi sono mosso per tempo e a inizio stagione ma, a quanto vedo, non è che la cosa sia servita molto. Almeno per quanto riguarda i dintorni del lago.
Siamo solo a inizio giugno e il luogo è già sovraffollato: sembra che tutto il mondo si sia dato appuntamento qui... e chissà in piena estate!
Stranamente, non so per quale miracolo, il parcheggio presso la funivia Col de Varda è completamente libero. Le auto sono ammucchiate, se possibile, una sull’altra lungo le rive del Lago di Misurina e nei parcheggi a nord, tutti a pagamento. Ma qui, in questo angolo un po’ defilato alle spalle dell’Istituto Pio XII specializzato nella cura dell’asma infantile, nessuno.
Mi sono prefissato di andare a vedere oltre quel muro di rocce che fin da bambino mi aveva incuriosito e che ora ho imparato a riconoscere: le Pale di Misurina con, più scostato sulla destra, il Monte Popena. Alle loro spalle, la Val Popena Alta. O almeno, così riporta la mia cartina.
Sarà che con gli occhiali sono mezzo orbo ma questa volta, nel leggerla, non noto un piccolissimo e (non) insignificante particolare che si trasformerà in più di un brivido lungo il percorso, ossia quel piccolo puntino staccato dalla linea continua disegnato nei pressi di Forcella Popena.
Ma, come al solito, sarà meglio iniziare con calma partendo dalle sponde di uno dei laghi più belli al mondo... o dall’Estremo Oriente?

Lungo la sponda sud del Lago di Misurina, con la Croda dei Rondoi (sx), la punta della Torre dei Scarperi (centro) e le Tre Cime di Lavaredo

Dal monte Fuji alle Dolomiti, in un battito di ciglia - A passeggio tra gli higasa

Lo spettacolo delle Pale di Misurina mi tranquillizza e mi fa tirare un sospiro di sollievo. Molto probabilmente, lassù, non vi sarà quasi nessuno.
E, dunque, eccole queste rocce, già infuocate dai raggi solari e meravigliose con la Pala Nord-Est, la più alta, avviluppata da una piccola nuvoletta innocua. Beh, per andare a vedere cosa si celi alle loro spalle mi toccherà imboccare prima il sentiero giusto. Sulla mia carta è indicato come il n° 224 e, come intuisco, parte dal retro di alcune strutture poste proprio di fronte al grande parcheggio (a pagamento) qui vicino, lungo la sponda est del lago. 
Non appena fatto qualche passo lungo la riva sud del lago per ricongiungermi con la strada principale (Via Monte Piana) incrocio una moltitudine di giapponesi e coreani, oltre a molta gente proveniente dai più disparati Paesi europei. Sono tutti vestiti in modo assolutamente inadeguato a un ambiente alpino di questo tipo (le giapponesine tengono già di primo mattino in mano gli higasa, i classici ombrellini parasole!).
La cosa, da vedere è assolutamente fantastica e, in men che non si dica, più che in montagna mi ritrovo catapultato nell’Estremo Oriente: mi immagino tutti quei paesaggi fiabeschi, mandorli in fiori, cerimonie di festa, templi, ragazze col kimono... 
“Può essere che mi sia sbagliato e stia per salire il Monte Fuji al posto delle Dolomiti?”
Percorso qualche passo lungo il lago, svolto bruscamente a sinistra in Piazza 4 novembre, passo accanto all’Ufficio Postale (!) e all’Ufficio Turistico e, prima dell’Hotel Lavaredo, individuo il punto di partenza del mio sentiero, invisibile dal lago.
Il Giappone qui scompare di colpo ed è come se attraverso una passaporta sia di nuovo catapultato sulle Dolomiti. Inizio quindi a salire dolcemente tagliando vasti prati a pascolo, osservando la linea del bosco posta un po’ più in alto e terminare ai piedi dei contrafforti rocciosi delle Pale. Man mano che salgo i rumori e il caos si affievoliscono sempre più e la gente... beh, quella è rimasta giù. Sono bastati pochissimi metri di leggerissima e impercettibile salita per ritrovarmi da solo.
Al bivio posto sopra la Malga Misurina (com’è cambiata negli anni!) il silenzio è praticamente assoluto e io ne approfitto osservare quanto è rimasto sotto, fino a stendere lo sguardo alle Tre Cime di Lavaredo e ai Cadini di Misurina che mi fronteggiano. Spettacolo incredibile! Le montagne sono sempre lì, con qualche ferita in più e oggi più che mai assediate da una moltitudine di formichine un po’ da tutti i lati.
Nell’osservare la caoticità delle persone che si muovono lungo le rive del Lago di Misurina, mi salta subito in testa il ritornello della canzone dei Disturbed, Land of confusion...

There’s too many men, too many people
Making too many problems
And there’s not much love to go around
Can’t you see this is a land of confusion?

This is the world we live in
And these are the hands we’re given
Use them and let’s start trying
To make it a place worth living in

La bella cartolina sul lago svanisce un po’ non appena metto piede nella pecceta la quale, come se leggesse i miei pensieri, non si chiude mai in se stessa ma lasciando oltremodo parecchie finestre panoramiche aperte. 
Il sentiero si inerpica su per il versante est delle Pale di Misurina infilandosi tra magnifici abeti e larici ai cui piedi sbocciano infiniti botton d’oro (Trollius europaeus L., 1753) che paiono seguire il mio cammino. Tra i rami degli alberi, ogni tanto butto uno sguardo sulle rocce e i ghiaioni dei Cadini, calamite che ipnotizzano. Il sole illumina queste ghiaie facendo risaltare il loro colore bianco che nemmeno la neve. Larici e abeti li assediano fin dove possono, ossia finché non incontrato pendenze impossibili o la nuda roccia. Più spostato sulla destra, riconoscibilissimo, è il Col de Varda e, ancor più in là, si apre il magnifico scenario sulle Marmarole e il Sorapiss che poi, sono sicuro, avrò occasione di ammirare meglio dall’alto.
Praticamente in linea d’aria con la soprastante Forcella delle Pale di Misurina, prendo a salire con più decisione e a zig zag questo versante. Da questo punto in poi le piante chiedono gradualmente il cambio e vengono sostituite dagli onnipresenti mughi (Pinus mugo Turra, 1764). Qualche tornante più sopra è anche il bivio con la traccia che si stacca sulla destra per la già citata forcella e che io ignoro (alla fine, anche se tale pista non la percorrerò e sarà magari oggetto di un prossimo giretto, mi dà l’aria di essere più agibile di quella verso cui mi sto spingendo).

Al cospetto del Signore di tutti i Ghiaioni - Dal Giappone alla Cina con la Scimmia Ubriaca

La mia nuova traccia (ora n° 224b) insiste nel puntare in direzione sud-ovest tagliando a mezzacosta parecchi metri di ulteriore versante. Ora la sottile lingua di terra, sulla quale ci staranno circa tre piedi, serpeggia tra la bella erbetta in fiore che si stende sotto una marea di mughi un po’ di tutte le misure e colori (quelli secchi si sono elevati a quote ben più elevate...).
Camminare in uno scenario simile è davvero surreale e onirico, oltretutto con uno sfondo roccioso come la catena posta in linea d’aria di fronte a me e costituita dalle cime e dai torrioni del Sorapiss e delle Marmarole, luoghi davvero selvaggi per fortuna ancora preservati da ogni invasiva azione umana. Ai loro piedi scorgo altri severissimi ghiaioni, questa volta troppo bianchi per essere costituiti di sola terra. Infatti, aguzzando la vista, è proprio neve quella che vedo: è rimasta nascosta in una moltitudine di anfratti ombrosi ma ben presto, con il caldo dell’estate alle porte, nulla potrà.
Man mano che salgo, sopra la testa di questi mughi, si aprono orizzonti sempre maggiori che possono benissimo costituire soggetti per vari puzzle. I Cadini e le Tre Cime, ora perfettamente limpidi, mi prendono sempre nel profondo, anche se quella ferita lungo il pendio ovest del Col de Varda rappresentata dall’ennesima pista da sci (quella che ho parzialmente costeggiato salendo al Rifugio Città di Carpi in invernale) non si può proprio vedere.
Nel frattempo, passata una piccola curva, lo scenario che mi ritrovo a percorrere cambia di colpo; distratto dal panorama, non mi sono accorto di insignificanti particolari quali quei due inquietanti ghiaioni posti davanti a me a poca distanza e inframezzati solo da un breve tratto di erba e mughi, l’unico in grado di riportare un po’ di sicurezza a questo povero cuore. Dettagli!
Continuerò a ripeterlo all’infinito: odio i ghiaioni, soprattutto quelli belli in pendenza che, per intenderci, un metro avanti corrisponde a due metri indietro. Mi sembra sempre di scivolare all’indietro, di non avere stabilità. Inoltre, là sotto c’è la maggior parte delle volte un bello strapiombetto che impone di non fare passi falsi, pena il ritrovarsi servito a tranci nel primo ristorante della valle!
Tuttavia, andare in montagna può imporre anche questo e visitare certi luoghi significa a volte dover superare qualche piccolo pezzettino di questo tipo. Ma, beninteso, quello che voglio dire è che di proposito non li vado certo a cercare e, se posso, li aggiro. A meno che... il sentiero non li tagli in piano e sia largo a sufficienza!
In ogni caso, ora la cosa mi inquieta un po’ e, nonostante mi trovi proprio lungo un tratto piuttosto pianeggiante, i miei sensi preallertano di colpo una “Modalità Pericolo” in cui spero di non dover entrare.
Un ultimo sguardo meditativo al Sorapiss e alle Marmarole e via, si va: vediamo un po’!
Qualche passo dopo, i mughi sparicono di colpo per lasciare il posto alla pietraia che vien giù dall’alto e che in questo punto, fortunatamente, il sentiero taglia proprio in orizzontale e senza pericolo. Una coppia mi segue a passo ultraspedito, chissà cos’avranno da correre quassù. Io, con una mano appoggiata alle ghiaie sulla destra per “far sicura” contro le vertigini (che poi per quanto mi riguarda non sono tali, trattasi più di climatofobia o qualcosa del genere), cerco come posso di appiccicarmi al pendio per farli passare.
All’istante mi viene in mente la scena in cui Mr. Bean si trova a dover fare un tuffo in piscina dal più altro dei trampolini e, assalito dalla paura del vuoto e recalcitrante, di fronte a due ragazzini nel frattempo sopraggiunti sulla pedana, ostenta quel grado di indifferenza e superficialità come se volesse prima guardarsi intorno, mostrando di non avere assolutamente timore.
Al che, subito dopo aver salutato la coppia, mi metto a ridere come un babbeo, soprattutto immaginandomi Mr. Bean!
“Accidenti, il sentiero è tutto sommato facile ma guarda dove sei!” mi dice la mia coscienza. “Torna alla realtà!”.
Raggiunto il tratto intermedio protetto dai mughi, tiro un sospiro di sollievo per aver superato questa prima parte certamente abbordabile ma con un brivido aereo un po’ marcato per me. Non faccio in tempo a rimirare tutto il paesaggio circostante che la spia del pericolo non solo si accende ma assume in modo preoccupante una tonalità giallastra. Ciò che mi aspetta ora è il taglio di un secondo ghiaione (nemmeno corto) lungo un pendio più verticale e su terreno ben più stretto e scabroso. Accidentaccio!
Estraggo di nuovo la cartina e studio il sentiero per questa Forcella Popena indicata sulla carta. Non avevo sbagliato, la traccia è rossa e continua, quindi escursionistica: certamente finora a ragione ma l’esposizione e il terreno qui sono davvero borderline.
“Boh” mi dico “magari è l’ultimo e, se passo questo punto, poi le difficoltà diminuiscono e riesco a salire più agevolmente”. Errore, ma al momento non lo posso sapere. 
Convinto di questo pensiero positivo procedo e, sempre con la mano aperta appoggiata costantemente ai sassolini alla mia destra come a contarli, in qualche modo avanzo. Solo che ora la mia postura ha cambiato stile, adottandone all’occorrenza uno più acrobatico e imprevedibile che imita le movenze (e le espressioni facciali) di un noto primate: la scimmia!
In questo nuovo assetto dello Zui Hou (la Scimmia Ubriaca), in posizione acquattata e strategica, la mia camminata si fa felina e quasi saltellante, con la differenza che i colpi rapidi e graffianti tipici di questo stile di combattimento cinese vanno a finire contro i sassi e la ghiaia!
Di riffa o di raffa, barcollan... ehm, avanzando molto lentamente, mi porto miracolosamente al di là delle ghiaie, e riprendo a camminare a mezzacosta su di un sentiero più normale ma molto stretto e ugualmente esposto. Solamente che adesso i mughi alla mia sinistra (è sempre così) mi danno sicurezza nella camminata. Sono strano, lo so. Basta un minimo di protezione visiva per ridarmi stabilità, nonostante lo strapiombo e la pendenza siano forse maggiori di prima.
In leggerissima salita, quasi impercettibile, procedo fin sotto le rocce della Pala Sud-Ovest, quando a un certo punto i mughi spariscono e io mi ritrovo di nuovo nel bel mezzo del Signore di tutti i Ghiaioni! All’istante entro in “Modalità Pericolo”, la spia è ora ben rossa!
Un’immane colata detritica venuta giù col passare degli anni ha spazzato tutto e tutti e separando queste montagne che, alla mia destra, si innalzano nelle Pale di Misurina e, a sinistra, confluiscono in una conca che vede come principali cime il Corno d’Angolo, la Croda de Póusa Marza e la Torre Nord-Est di Popena.
La via passa quasi in mezzo a questa frana gigantesca e il sentiero, in forte pendenza, non molla un attimo, facendomi arrancare sul fine pietrisco scivolosissimo. 
Piegato un po’ in avanti ma non ancora nell’assetto della Scimmia Ubriaca, salgo molto lentamente a tornanti fino a giungere a un bivio nel quale sulla sinistra confluisce la traccia (o qualcosa di simile) dell’Alta Via n. 3 delle Dolomiti, proveniente dal Sorapiss.
Per tale crocevia è stato trovato proprio un bel nome: Crepe de Póusa Marza!

Le Tre Cime e i Cadini di Misurina viste dal sentiero in mezzo ai mughi

«Ma porca miseria! Porca miseria! Porca miseria! Qui la roccia è tutta franabile!» - Brividi!

La traduzione dal ladino, “Rocce marce di sosta per il bestiame”, mi fa di colpo tornare l’ansia che avevo lasciato qualche metro indietro. Immobile e quasi seduto sul terreno mi ritaglio un momento per respirare profondamente, guardarmi intorno e dare un’altra occhiata alla cartina la quale, purtroppo, ostinatamente continua a indicare questa come una semplice via escursionistica.
Mentre qualche sassolino mi rotola a fianco precipitando nel baratro, scorgo sopraggiungere dall’altro sentiero un escursionista molto più in là con gli anni rispetto a me, vestito in maniera un po’ strana e con una barba lunga, proprio quella che ci vuole per trovarsi in punti simili! Ora, avesse anche una benda sull’occhio penserei che Odino in persona abbia voluto farmi visita per cavarmi d’impaccio ma, quando mi saluta nel suo tedesco un po’ farfugliato, perdo anche questa speranza.
Lo vedo lentamente avvicinarsi e letteralmente scavalcarmi dato che di spazio proprio non ce n’è. Al che, lo seguo con gli occhi mentre arranca pure lui su una lingua di sassi larga quanto un piede e sorretto a malapena dai suoi bastoncini. Alla fine, procede e, molto lentamente, sale in direzione di alcune rocce sopra le quali scorgo una serie di passerelle e scalette fisse molto esposte ma che in questo momento rappresentano la mia unica speranza. Ad arrivarci però!
Ora, se questa gente che non teme il vuoto procede in precario equilibrio, io che ho sempre il timore di scivolare come dovrei fare? È in questo momento che realizzo che per tornare indietro è troppo tardi, avrei dovuto arrestarmi prima di quelle ghiaie iniziali ma, d’altronde, non ho imboccato di proposito un qualcosa al di sopra delle mie possibilità. Almeno, questo stando alla mappa. 
Un’ultima occhiata a questa serve a risolvere (almeno teoricamente, sulla carta appunto!) il pasticcio in cui mi sono ficcato. La linea, infatti, è sì tutta rossa e continua ma proprio in corrispondenza della soprastante Forcella Popena presenta un unico puntino staccato! E chi l’aveva visto?
Eppure, di tratti puntinati sulle cartine ne ho percorsi a iosa ma, ancora una volta, non si finisce mai di imparare. Vi sono puntini e puntini! Alcuni nella realtà sono semplici passeggiate (chissà perché poi) e altri che significano proprio ciò che intendono dire, ovvero una parte di percorso infida, esposta e riservata a gente dal cuore impavido con barba incolta e calzettoni ascellari!
Orbene, in mezzo a questo grattacapo provo piano piano almeno a riassumere il mio stile acquattato preferito, facendo rotolare a ogni mio movimento qualche sassolino giù per la scarpata. E la cosa non è che sia molto tranquillizzante!
Non avendo ormai altra scelta che provare a procedere, seguendo le orme del finto Odino, affronto un traverso verso est nel quale a essere gentili si può dire che vi stia un piede...
Come da titolo, qui non è che la roccia fria ma frana proprio! A quattro zampe, col mio guscio sulla schiena, tasto ogni metro di terreno aggrappato con le unghie a ciò che resta del pendio alla mia sinistra. Me la vedo proprio brutta quando mi tocca aggirare sulla destra (verso il vuoto) un enorme macigno rotolato proprio nel mezzo del sentiero; lo abbraccio come neanche non vedessi qualcuno da troppo tempo, ci faccio a amicizia e gli parlo dolcemente. Tutto paonazzo in volto, allungo una gamba e poi l’altra dalla parte opposta, con lo zaino che mi mette del peso verso il baratro.
“Non so se ci riesco” e “Non passerò mai” sono le frasi che mi rimbalzano con ossessione in testa, anche se sono consapevole di dover essere più positivo. La paura di cadere è enorme e, onestamente, pur avendo affrontato in passato alcune ferrate e sentieri attrezzati molto esposti (ricorderò sempre il Sentiero Violi percorso al ritorno dopo la visita ai Rifugi Casinei, Brentei, Alimonta sulle Dolomiti di Brenta), devo dire che mai mi ero trovato a dover superare passaggi simili.
Ecco perché odio i ghiaioni e ciò che frana: in esposizione, senza equilibrio e nulla a cui attaccarsi, con i sassi che rotolano bellamente verso il dirupo, non sto in piedi e il timore di volare giù è tremendo.
Con uno secco sforzo di braccia e un mezzo slancio, incredibilmente, sono dall’altra parte. Ciononostante, i giochi non sono finiti, anche se ora, con l’inizio delle rocce e la via che si inoltra verso l’interno della montagna, ho qualcosa a cui aggrapparmi.
Con la mente che viaggia, ripenso subito al famoso siparietto di Aldo, Giovanni e Giacomo in Tre uomini e una gamba, quando Aldo e Giovanni devono scendere da una scogliera.

Giovanni: «Allora, dobbiamo star qua una vita? Sbrigati!»
Aldo: «Ma porca miseria! Porca miseria! Porca miseria! Qui la roccia è tutta franabile!»
Giovanni: «Eeeh, casomai sarà friabile, non franabile»
Aldo: «Comunque frana, non è che fria!»

Il tratto aereo attrezzato con passerelle e scalette che anticipa l'arrivo a Forcella Popena. La foto è scattata dal bel mezzo del ghiaione

“È arrivato il circo sulle Dolomiti?” - Lo Zui Hou anche lungo le passerelle e le scale aeree

Alzando la testa noto che manca davvero poco agli infissi in legno. Forza!
Dopo un gradino roccioso (I grado max.) ricoperto da pietrisco, il sentiero riprende più tranquillo fino a condurmi contro una parete verticale dove parte la prima di una serie di passerelle sospese che a zig zag e inframezzate da normali scalette di legno risalgono questo sbalzo fino alla Forcella Popena.
Le difficoltà di equilibrio sono certamente finite ma non è che il tratto che mi si para davanti sia certo una passeggiata per me che senza alcuna protezione sul vuoto non vado troppo d’accordo. La prima rampa di legno è larga forse 1,5 metri ma è davvero sospesa nel vuoto e collega due piccoli torrioni rocciosi.
Tuttavia, di fronte a ciò, mi sento inspiegabilmente un pochino più sicuro di prima. Un pochino, mica ho detto di salire nella normalità!
Così, senza più pericolo di scivolare, passo in una più tranquilla “Modalità Disagio” ma procedo sempre per precauzione con le movenze della Scimmia Ubriaca. In questi istanti, chi dal basso alzasse lo sguardo, di certo vedrebbe uno strano essere (forse un alieno o un animale scappato da qualche circo) percorrere in modo alquanto strano questi pochi metri di dislivello. 
Impegnato nella mia scalata, mi pare di sentire qualcuno sussurrare dai ghiaioni sottostanti.
“No, ti dico che non ha la coda” dice uno.
“Ti sbagli, io l’ho vista. E poi ha una strana struttura sulla schiena” ribatte l’altro.
“A me sembra tutto nero e deforme!” gli fa eco un terzo.
“ E allora, chi o cosa sta risalendo queste rocce?” si intromette un quarto.
Purtroppo, impegnato come sono alla guida, non riesco a scattare foto decenti per testimoniare questi passaggi. Solo quando sono in punto più alto e in posizione più tranquilla, mi faccio coraggio per mollare una mano e prendere la mia compatta; ne esce una foto che spero possa dare un’idea della verticalità di questo punto delle Pale e dell’immensa frana che si perde nei boschi più a valle, quasi a lambire la strada che sale a Misurina.
Una persona che non soffre percorrerà questo salto roccioso senza problemi; i ghiaioni, invece, come visto possono creare qualche disturbo anche ai migliori stambecchi.
Affacciato (per modo di dire) a un balcone a circa metà via, dopo un’occhiata al panorama che mi riservo meglio di studiare una volta raggiunta la forcella, mi aspetta una bella scala (fortunatamente non a pioli) quasi verticale da risalire. Una scala larga e normale, insomma, come la rampa di un condominio. Solo che qui, siamo molto più in alto!
Alla fine, incredibilmente, sono fuori!! 
Il sentiero riprende ai margini di un bel panettone erboso, rimonta ancora pochi metri di quota e raggiunge in breve Forcella Popena, dove sono anche i ruderi del vecchio Rifugio Popena. Raggiunto quel che resta dell’edificio, mi siedo sui suoi scalini (due in croce) al tepore del sole. E lì, proprio come farebbe un cane, mi strizzo per bene talmente sono bagnato!

La Grande Guerra in Val Popena

Tutti questi sentieri sono vecchi camminamenti risalenti alla Grande Guerra. La Val Popena, all’inizio del conflitto (23 maggio 1915) rappresenta per il Regio Esercito un importante nodo logistico e strategico. Questa zona, pur non essendo direttamente coinvolta negli scontri a fuoco come avverrà da qui a poco sul Monte Piana, sul Costabella, sul Forame e sulle Tofane, costituisce una delle principali vie di accesso verso le prime linee ed è importante nell’ottica del controllo del territorio, in particolare dei Passi dolomitici.
Alla dichiarazione di guerra italiana nei confronti dell’Impero austroungarico, le truppe imperiali abbandonano volontariamente cime, creste e una porzione significativa di territorio per ritirarsi un po’ più indietro e andando a formare un’unica linea difensiva maggiormente fortificata e difendibile, la quale corre in egual modo sulle vette di questi magnifici monti.
Gli italiani, stupiti della cosa, avanzano quasi senza sparare, fino a occupare la conca Ampezzana e la zona di Misurina ma senza al momento spingersi a quote elevate (la Val Popena, come vedremo tra poco, si trova alle spalle dei fronteggianti Monte Piana e Monte Piano, ai piedi del Cristallo, del Cristallino e del Piz Popena).
Con la neve a fine maggio 1915 ancora presente sulle cime, il Generale Luigi Nava, Comandante della 4ª Armata, pensa di ritardare le operazioni di occupazione di questi torrioni rocciosi (Popena e Cristallo), preferendo aspettare ascensioni più sicure e tranquille; un atteggiamento che gli costerà un bel siluro di Cadorna solo qualche mese dopo.
Gli imperiali, invece, non badano alla neve e fin da subito occupano le creste e le dorsali che scendono verso Ospitale e Carbonin, il Forame, il Rauchkofel e il Costabella; a Schluderbach-Carbonin, essi hanno per tempo sbarrato la strada scavando profonde trincee che collegano il Monte Piano con il Rauchkofel.
Solo in agosto Nava dà l’ordine di salire su per gli anfratti rocciosi più elevati ma è chiaro che ormai è troppo tardi. 
Il 2 agosto, gli austriaci scorgono alcuni fanti italiani Comandati da un Sergente sistemare una strada al fine del trasporto di due pezzi di artiglieria da Son Forca (a nord-est Cortina) alla Forcella Grande (a sinistra della Forcella Staunies dove è il Rifugio Lorenzi); in un primo momento non li disturbano ma poi, in un assalto improvviso, sono su di loro e li fanno prigionieri.
Il 20 agosto, dopo aver issato con sforzi immani mitragliatrici e piccoli pezzi di artiglieria, gli italiani battono dagli anfratti del Cristallino le postazioni nemiche sulla Cresta Bianca (a sinistra ancora rispetto alla Forcella Grande), le quali dovevano essere distrutte in vista di una successiva occupazione italiana. 
Pochi giorni dopo, infatti, gli Alpini partono alla sua conquista, riuscendo a occupare un lungo trincerone a cui segue Forcella Grande.
Altri reparti italiani nel frattempo riescono a occupare la cima del Cristallo, mentre il Forame, nonostante la buona volontà, rimane in mano austriaca.
A fine agosto vengono imposti nuovi attacchi ma questi, che avvengono in settembre, non portano alcun risultato significativo, se non l’occupazione di qualche altra guglia rocciosa e qualche trincea ma lasciando invariata la scacchiera sul terreno.
Quanti sacrifici e quanto sangue per qualche roccia!
Vediamo ora in dettaglio la zona della Val Popena.
Così tanti mezzi di offesa (e non solo) non salgono da soli. Ecco dunque che il Genio Militare si adopera per tempo per trasformare questi posti in una vera e propria cittadella logistica, partendo innanzitutto dalle strade (che mancano del tutto nel 1915).
Il sentiero appena percorso fino alla Forcella Popena, non interessato da frane, è una strada lungo la quale salgono uomini, mezzi, materiali e corvée che portano i viveri per gli uomini. Questa parte più elevata della valle, in particolare, si trova al riparo dal tiro diretto delle artiglierie austroungariche e le nostre truppe costruiscono un vero e proprio villaggio militare. La Val Popena Alta, conosciuta anche col nome di Valle delle Baracche, comprende ricoveri in muratura e legno, depositi vari, magazzini per i viveri e posti di medicazione. Col passare dei mesi vengono anche costruite alcune teleferiche che abbattono i tempi di trasporto; alcune, salgono anche più in alto rispetto alla Forcella Popena, addentrandosi tra le guglie del Cristallo.
In mezzo a questa valle (lo vedremo tra poco) scorre il Rio Popena, perlopiù asciutto e oggi camminabile nel suo alveo. Qui, i reparti del 54° Reggimento Fanteria realizzano nel 1916 una delle opere più singolari: una galleria lunga circa 300 metri che corre al di sotto del greto del torrente. In questo modo i soldati possono prendere due piccioni con una fava; da un lato sono in grado di spostarsi anche nella parte bassa della valle, esposta al fuoco nemico, e dall’altro possono transitare incolumi in periodi dell’anno in cui il torrente si gonfia d’acqua.
In alta val Popena, la guerra è principalmente contro il clima più che contro un nemico tutto sommato distante. Chi è costretto a prestare servizio sulle cime circostanti, soffre ancora di più il freddo intenso e le valanghe, che comunque imperversano anche a Forcella Popena. Queste, copiosissime durante i terribili inverni 1915-1916 e 1916-1917, causano più vittime rispetto agli scontri a fuoco. Gli Alpini si arrangiano come possono in alta montagna, soffrendo le pene dell’inferno e riparati in baracche e caverne da loro scavate durante la bella stagione a quote impensabili. E, quando queste non bastano più o vengono distrutte, i reparti scavano perfino gallerie e ricoveri nel ghiaccio e sotto la neve.
Nel novembre del 1917 la guerra in questo come in altri settori termina bruscamente. I fatti gravissimi di Caporetto sul fronte isontino impongono un ripiegamento verso il Piave e il Grappa alla 1ª e alla 4ª Armata così che posizioni e cime conquistate al prezzo di enormi sacrifici devono venire ora abbandonate in fretta e furia, per poi essere occupate dagli imperiali senza sforzo. 
Molte strutture vengono fatte saltare o incendiate, come un po’ ovunque lungo il fronte: il nemico deve accaparrarsi il meno possibile, sia in termini di viveri che di munizionamento; per non parlare di carte e scartoffie riservate!

L’ex Rifugio Popena

Il Rifugio Popena, di cui rimangono solo i muri perimetrali, una porta, qualche finestra e un paio di scalini venne costruito nella parte alta della Val Popena nel primo dopoguerra sfruttando uno dei ricoveri militari della Grande Guerra. La storia di questo rifugio è toccante e drammatica ed è legata alla vita di un giovane appassionato di montagna, Lino Conti.
Lino Conti, nasce il 1 luglio 1908 a Bolognano d’Arco (TN) e, con lo scoppio della Grande Guerra, vive subito un’infanzia difficile: Arco, infatti, costituisce proprio il fronte di prima linea austroungarico (con gli italiani che sono appostati sul Monte Baldo) e ben presto, come anche altri paesi, viene fatto evacuare.
Al termine delle ostilità, tornato a Bolognano, la mamma di Lino muore di parto. Il papà Angelo, aiutato dai figli, prende in gestione il Rifugio Marchetti (Rifugio Stivo Prospero Marchetti). Qui Lino conosce la montagna e se ne innamora a tutto tondo.
Dopo aver prestato servizio militare nel Corpo dei Bersaglieri, Lino viene assunto nel Rifugio Monte Piana: in questo svolge molti lavori utili e accompagna anche escursionisti e scalatori. Un giorno, mentre è a far la spesa a Misurina, conosce Giulia, un’economa in servizio in un hotel. Se ne innamora subito e le fa la corte.
Legato com’è alla montagna, a soli 26 anni decide di costruire un rifugio in Val Popena Alta, una delle zone più incantevoli e panoramiche delle Dolomiti.
In un’epoca in cui il trasporto dei materiali in quota non avviene mediante elicotteri o mezzi motorizzati, Lino trasporta a spalla tutti i materiali necessari per la sua costruzione. E dal fondovalle alla forcella, come visto, la strada, sebbene allora non franata, è lunga, ripida e faticosa.
Il lavoro è immenso, oltretutto in una zona di per sé priva di acqua; nonostante questo, in due anni (tra il 1934 e il 1935) i lavori sono finiti.
Nell’ottobre del 1937 Lino apre finalmente il suo rifugio e, nello stesso anno, sposa Giulia. La struttura ottiene subito visibilità e successo e ben presto è presa come punto di riferimento per i rocciatori che salgono sul Cristallo.
Durante la Seconda Guerra Mondiale le presenze, per cause di forza maggiore, diminuiscono ma il rifugio rimane sempre aperto; per arrotondare, Lino e Giulia lavorano come guardiani all’Hotel Savoia.
Giulia intanto dà alla luce prima Mirella e Vilma e poi, alla fine della guerra, anche Mara e Carla.
Senza più l’incubo degli scontri, il flusso di turisti riprende lentamente ma purtroppo per pochissimo tempo.
Nel 1948, infatti, avviene un incidente gravissimo. Durante il periodo di chiusura temporanea del rifugio,  alcuni vandali, dopo esservi saliti e aver mangiato, prendono tutto quanto può essere portato via e successivamente danno fuoco alla struttura.
I pompieri di Cortina giungono troppo tardi, quando dell’edificio non rimangono che macerie e travi ancora fumanti.; solo qualche muro perimetrale rimane in piedi, quelli che vediamo ancora oggi. Addirittura, lungo il sentiero vengono trovati materassi e reti metalliche dei letti, probabilmente abbandonate in quanto troppo pesanti da trasportare.
Lino Conti, di certo addolorato e sconfortato, non si dà subito per vinto e si mette all’opera per riprogettare un edificio un po’ più piccolo e dai costi più contenuti. Terminati gli schizzi, riparte ancora una volta per i sentieri a lui cari, portando il materiale a spalla come la prima volta e, una volta sul posto cerca di riutilizzare quello che può, sistemando nel frattempo il terreno di accesso al rifugio.
Tuttavia, con i notevoli sforzi fisici da sostenere e con i fondi ormai esauriti, Lino è costretto ad abbandonare l’opera.
Nel 1984, ormai a 76 anni, Lino torna ancora a piedi nel suo luogo del cuore e, sulla soglia del suo rifugio, al vedere solo le macerie, scoppia in lacrime, chiedendo nel mentre alla moglie di dargli quel poco che rimane per poterlo ricostruire.
Due anni dopo, nel febbraio del 1986, Lino si spegne e, qualche anno dopo ancora, le figlie appongono su una delle pareti una lapide con incise le seguenti parole:

Stelle, indicatemi la via del cielo.
La montagna mi abbraccia col suo silenzio ed io sono a un passo da voi.
A ricordo di Conti Lino.

In questi ultimi anni si è parlato più volte circa la possibilità di ricostruire il rifugio o, al massimo, di installarvi un bivacco. Ma alle voci non si sono ancora accompagnati i fatti, forse proprio perché il luogo, così carico di storia e ricco di atmosfera, simbolo delle fatiche di una persona e una famiglia, non necessita di altri interventi da parte dell’uomo.

Fonte: https://www.guidedolomiti.com/

Ciò che resta del Rifugio Popena
L'ex Rifugio Popena da un'altra angolatura, con la porta d'ingresso e i due scalini rimasti

Il Corno d’Angolo come l’oro nel Klondike - Un torrente per sentiero

Osservando con attenzione il luogo in cui mi trovo mi metto nei panni di Lino che di certo lo aveva stregato. E a ragione direi, dato che questa è una posizione davvero privilegiata in cui si dispiega, da nord a sud, un orizzonte infinito di valli e cime che fa commuovere. D’altronde, le Dolomiti non a caso sono entrate a far parte del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO!
Giro lo sguardo in ogni direzione, dalla Croda dei Baranci alla Croda dei Rondoi, dal Monte Piana alla Torre dei Scarperi, dalla Punta dei Tre Scarperi alla Torre di Toblin, dalle Tre Cime di Lavaredo ai Cadini di Misurina, dalle magnifiche e selvagge Marmarole al Cristallo; effettivamente, non ho parole per questi scenari.
Mentre contemplo tutto ciò mi raggiunge l’atletica coppia incontrata parecchi metri più in basso (!). 
“Come è possibile se mi avevano superato?”
Il fatto è che mentre io ero intento a simpatizzare e conoscere più da vicino la montagna lungo quel canalone, loro hanno fatto in tempo a salire e scendere da una o più cime nei dintorni. Una volta stabilito un nuovo record di velocità senza vivere veramente queste montagne, li vedo ora sorridere e congratularsi per la loro prestazione!
Certo che al pensare oggi la montagna sia ridotta così mi fa davvero male.
Riposato e ora con i piedi sulla terraferma, mi alzo per guardarmi meglio intorno, soprattutto verso il lato ovest dove si innalzano pareti verticali che mi mettono l’ansia solo a guardarle. Purtuttavia, non posso non rimanere affascinato dal Corno d’Angolo (che oggi attrae come una calamita), dalla Croda di Póusa Marza, dal Piz Popena (il più alto coi suoi 3153 mt.), dalla Punta Michele e, un po’ più spostato, dal Cristallino di Misurina.
Visito poi quel che resta di questo rifugio ma è chiaro che col tempo spariranno anche queste macerie. La targa collocata dalle figlie in ricordo di Lino, invece, non c’è più da anni.
Nel rimettermi in moto, imbocco per il ritorno la più tranquilla Val Popena Alta. Curioso della sua storia e del suo ambiente, la voglio proprio scoprire tutta, andando nel frattempo a chiudere un anello certamente meno periglioso.
Fatti solo pochi metri in discesa, osservo ancora il torrione roccioso del Corno d’Angolo il quale presenta due facce ben distinte; a sud vi è una parete verticale impressionante, mentre il lato nord è un po’ più morbido ma ultrasfasciato. Pare proprio che da lì venga giù tutto. Il sentiero che risale fino alla sua cima attraversa pietraie e ghiaioni ripidi di cui posso fare volentieri a meno: una volta basta e avanza!
Quando mi volto per seguire il lungo serpentone di sentiero che scende molto dolcemente lungo questa magnifica valle, mi ritrovo quasi a sbattere contro un’altra coppia di escursionisti che si è materializzata quasi dal nulla: le uniche 4 persone in una valle isolata e decisamente fuori mano.
I due vogliono a tutti i costi salire questo Corno d’Angolo (l’ho detto io, tutti devono obbligatoriamente salirvi, e per canaloni e pendii alquanto instabili poi, altrimenti si rischia la squalifica) ma, non pratici del luogo (e della montagna in generale aggiungerei io), mi chiedono dove sia il sentiero. Nel voltare ancora la testa verso sinistra, il sentiero parte proprio poco distante la mia posizione: ci manca solo una scritta a caratteri cubitali riportante “Sentiero Corno d’Angolo”. All’inizio pensavo a uno scherzo ma i due, percorsi pochi passi, sono di nuovo smarriti e li vedo guardarsi intorno, forse alla ricerca di qualcun altro a cui chiedere. 
Ripensando ai bei tempi andati, riprendo la mia marcia con le braccia ormai cascate parecchio in basso. Si rialzano pochi istanti dopo, quando afferro la mia compatta per immortalare quanto ho di fronte, il panorama cui accennavo prima. In pratica, dalla Croda dei Baranci alle Tre Cime di Lavaredo, è una finestra che si apre tra le rocce; a sinistra sono quelle del Cristallino di Misurina, a destra quelle della Pala Sud-Ovest.
Nel camminare al centro di questa valle a U, una magnifica lingua alpina incastonata tra due gruppi montuosi e dall’ambiente alquanto detritico, rallento il passo, non volendo perdermi un solo attimo di questa toccante poesia. Ai lati corrono parallele altre tracce, più accidentate, esposte e friabili: sono quelle che portano alle suddette cime, alla Forcella delle Pale di Misurina e al Monte Popena. La mia via, invece, scende gradatamente facendo qualche ampia curva sui prati che qui sono un po’ ridotti all’osso. 
Finalmente un po’ di tranquillità e assenza di esposizione estrema! E che pace, che silenzio tra queste montagne! 
Più in basso, una netta linea quasi orizzontale taglia questa valle: è quella formata dai mughi che tornano padroni della loro fascia climatica preferita. Uno sguardo all’indietro mi fa capire ancora meglio cos’aveva di così speciale questa valle, sia dal punto di vista dei soldati italiani che qui trovarono un riparo sicuro dal fuoco nemico, sia da quello di Lino Conti che, come me, rimase attonito di fronte a questa bellezza così disarmante. Le due torri che si stagliano ormai lontano dal punto in cui mi trovo, il Corno d’Angolo e la Torre Nord-Est di Popena, racchiudono il segreto e la magia di questo territorio.
Non sapendo più dove portare il cuore, mi perdo tra questi pinnacoli di roccia. Ora, alla mia sinistra, la parete del Cristallino è davvero verticale e severa. Dove i mughi scompaiono, ecco le eterne ghiaie e, dove anche queste mollano la presa, si elevano pareti immense, tutte frastagliate ma anche tanto delicate; pensare che lassù, da qualche parte, siano saliti gli Alpini con mitragliatrici e cannoni è roba da fuori di testa! 
Un passo, due, tre alla ricerca della migliore inquadratura e ci finisco proprio in mezzo, senza nemmeno accorgermene. “A cosa?”, direte voi. Beh, nel letto del torrente!
Il bel sentiero, infatti, all’apparenza si è interrotto qualche metro fa, al termine dei prati, per proseguire poi... nel bel mezzo dell’asciuttissimo Rio Popena!
Sul momento non do peso alla cosa, pensando che questo sia solo un breve tratto. Invece no. D’ora in avanti il percorso sarà tutto un districarsi tra altri tipi di pietraie, grossi sassi, qualche mugo e vari tronchi trascinati con le piene nel mezzo dell’alveo.
La camminata si mantiene sempre su livelli tranquilli ma la possibilità di perdere la pista e procurarsi qualche storta si fa ora più concreta. Il torrente, molto tempo fa, deve essersi accaparrato questo bel percorso tracciato dal nostro Genio Militare e, con esso, i più recenti bolli e indicazioni.
Nonostante ciò, la cosa mi suscita altre forte emozioni oltre a rendere varia e non certo monotona una discesa che sarebbe stata solo una formalità. In piena pietraia devo porre attenzione ai rari ometti di pietra presenti che indicano di volta in volta i passaggi migliori, sia lambendo l’argine destro che quello sinistro. Mal che vada, procedendo verso il basso, a valle ci si arriva ma un conto è avanzare ravanando e un altro restando nel pulito.
Qualche metro più in basso, dopo essere sceso da un piccolo sbalzo roccioso, eccomi in una specie di infossatura; sul bordo di questa, l’unica palina verticale è posta in corrispondenza del bivio di metà valle, con le deviazioni per il Cristallino e il Monte Popena.

Panorama incredibile dalla Croda dei Baranci (sx) alle Tre Cime di Lavaredo (dx). In mezzo, sempre da sx a dx, la Croda dei Rondoi, la Torre dei Scarperi, la Punta dei Tre Scarperi e la Torre di Toblin

Nel sassosissimo Rio Popena - Il ritorno in Estremo Oriente tra un higasa e l’altro

Proprio nel bel mezzo della valle e al centro di un pietroso alveo, osservo le uniche indicazioni collocate accanto a una distesa di mughi che da qui in avanti la via sembra attraversare. La palina, miracolosamente ancora in piedi, ha finora resistito ai periodi di piena del Rio Popena e, proprio come un faro nel deserto, indica come può la corretta via agli escursionisti.
Attraversando la successiva distesa di mughi, non scorgo più nulla. Come in un labirinto, le piante ai lati mi precludono qualsiasi visuale. Se non altro, per qualche metro, la via si stacca dal torrente così da essere più individuabile. Poi, scollinato oltre una specie di dosso, i mughi si abbassano e lasciano ancora intuire dove si sta andando. La cosa è surreale e pazzesca, mi sembra di essere finito di colpo in un’altro ambiente. Quanti mughi ci saranno qui?
Più in basso, ecco che la via sembra di nuovo interrompersi e rifinire nel letto del Popena. Una specie di pista intuibile dai sassi un po’ smossi e da un ometto di pietra mingherlino mi indicano di proseguire in destra orografica.  Prima su una sponda, poi sull’altra: il sentiero di discesa è questo. Finché, ad un certo punto, tutto scompare, a parte questa lunghissima pietraia. Procedo quindi a istinto e a vista: l’importante è abbassarsi. Cionondimeno, so di non poter restare a lungo sul greto; più in basso, salti di roccia, macigni enormi e tronchi di legno rendono davvero difficoltosa la progressione.
In un istante in cui il sole viene oscurato dalle nuvole, con contrasti maggiori sul terreno, mi sposto verso destra dove intuisco possa continuare il sentiero. Così è, infatti, e i sassi di nuovo appiattiti lo confermano. Poi, dopo un nuovo attraversamento, eccomi a discendere nuovamente sulla sponda opposta, il tutto evitando il più possibile salti troppo scabrosi. 
Molto più a valle il sentiero riprende a essere tale tagliando un po’ a mezzacosta vaste porzioni di prati e mughi. Dopo aver superato un piccolo canalone che non pone problemi, mi ritrovo in una specie di radura verde nella quale sulla sinistra si stacca una vecchia mulattiera militare. La vedo proseguire e perdersi più avanti sul limitare del bosco, dove inizia un piccolo sentiero il quale, stando alla mia cartina, dovrebbe collegare la Val Popena con la piccola e laterale Val de le Bance.
Quando mi volto indietro per rimirare ancora una volta il paesaggio e i detriti di questa enorme lingua di terra formata dal Rio Popena, a momenti mi viene un colpo. L’alveo detritico è ancora presente anche se un po’ più invaso dalla vegetazione: il bello, però, è che ora vi scorre un bel rigagnolo d’acqua!
“E questa da dove è spuntata?”
È proprio vero che la montagna non smette mai di sorprendere!
Incrociate due signore, eccomi anche al termine di questa vallata, lungo l’asfalto della SP49 che, alle spalle del Lago di Misurina, si spinge verso Schluderbach-Carbonin. Qui, è anche il ponte sul Rio Popena che questa strada taglia di netto, con o senza acqua. 
La mia bussola è ora puntata verso est e l’obiettivo è tornare appunto al suddetto lago. Non vi sono più sentieri di sorta e mi tocca percorrere qualche metro lungo la Provinciale che, per fortuna, non è affatto trafficata: sembra, infatti, che il Lago di Misurina faccia da barriera e che tutti si fermino lì.
La mia camminata dunque procede senza intoppi, sempre con i magnifici panorami di questi gruppi montuosi che, anche dal basso, non smettono di stupire. Avendo di fronte le Marmarole e i Cadini, costeggio una vastissima area a pascolo chiamata I Paludete. Al termine di questa, intravedo già la mega area camper di Misurina e, lì accanto, la Via Monte Piana che porta al Lago d’Antorno e quindi al Rifugio Auronzo, super intasata di ogni possibile mezzo a motore.
Giunto sulla sponda nord del Lago di Misurina, di colpo sono ricatapultato nel caos e in mezzo a una folla di persone vestite nel più bizzarro dei modi.
“Beh, ho cominciato questa gita partendo dall’Estremo Oriente e lì sarò costretto a tornare” mi dico.
Così è; tra un koreano e un giapponese, cammino lungo la sponda ovest di questo magnifico specchio d’acqua infilandomi sotto vari higasa ma senza far troppo caso alla cosa finché, facendomi largo tra vari gruppi di scolaresche e scout schiamazzanti (ma cos’avranno poi tutti da mettersi a urlare in montagna?), riesco a tornare al parcheggio del Col de Varda a recuperare l’auto.
L’esperienza mi ha toccato anche questa volta nel profondo. Non solo ho potuto rimirare le stupende Dolomiti da angolazioni diverse ma ho tastato con mano vari ambienti e tipi di terreno (alcuni non proprio piacevoli). Luoghi magici, poetici e che rimandano al passato, oggi sempre più pressato dal nuovo (non sempre positivo) che avanza.
Questa gita la consiglierei a tutti i frequentatori abituali della montagna ma, a meno di non essere super stambecchi esperti e impavidi, suggerirei di salire direttamente la Val Popena partendo proprio dal ponte sul Rio Popena, poco oltre Misurina. L’escursione sarà sicuramente altrettanto interessante e con qualche rischio in meno, almeno per come attualmente è messa la montagna presso la Forcella Popena.

I Cadini di Misurina visti dalla SP49

Testi e foto di: Daniele Repossi

Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria

Da sx, la Torre dei Scarperi, la Punta dei Tre Scarperi, la Torre di Toblin e le famosissime Tre Cime di Lavaredo. In primo piano, sulla dx, il Monte Popena
Le guglie verticali del Cristallino di Misurina, salito dagli Alpini durante la Grande Guerra
Il Lago di Misurina con i Cadini