Il tragitto dell'escursioneSCHEDA TECNICA
Località e quota di partenza: Passo Giau (Belluno, 2236 mt.)
Località e quota di arrivo: Forcella Ambrizzola (2277 mt.), Mondeval (2455 mt.)
Punto più elevato: Mondeval (2455 mt.)
Dislivello positivo: 635 mt.
Lunghezza del percorso: 13,2 km
Coordinate punto di partenza: 46°28’57”N 12°03’14”E
Posizione: l’Altopiano del Mondeval si trova tra le Dolomiti di Cortina e quelle situate in Val Fiorentina. La Forcella Ambrizzola è posta a est del Passo Giau, tra il Becco di Mezzodì e la cresta sud di Cima Ambrizzola (Gruppo Croda da Lago). Il Mondeval, o Monte Corvo Alto, si innalza sopra l’omonimo Altopiano, sulla linea di separazione tra la Val Fiorentina e il Passo Giau.
Difficoltà: E (Scala delle difficoltà)
Presenza di tratti esposti: sì, unicamente lungo il breve tratto di sentiero a mezzacosta che va dalla Forcella Zonia alla Forcella Col Piombin. La cima del Mondeval è esposta solo se ci si affaccia verso lo strapiombante versante sud.
Tempo di percorrenza totale: 5h 20’ (Tempi di percorrenza)
Tipo di escursione: anello.
Tipo di terreno incontrato: asfalto-sterrato-terra-pietrisco-roccette-rocce-radici-erba. (La camminata e il sentiero)
Possibilità di ristoro: al Passo Giau.
Segnavia: bianco-rosso. (La segnaletica italiana)
N° del sentiero: 436-AV1. Senza numerazione dalla Casera Mondeval de Sora in poi.
Acqua lungo il percorso: nessuna.
Stato del percorso: sentieri perfettamente in ordine e ben segnalati.
Periodo: da giugno a fine ottobre.
Panorama: uno dei più incredibili che si possano avere sulle Dolomiti. Dal Passo Giau in poi appaiono, in sequenza, tutti i principali gruppi dolomitici, dalla Ra Gusela alla Cima Loschiesuoi e ancora al Monte Cernera, dal Cristallo alla Croda Rossa d’Ampezzo fino al Pomagagnon. Quindi, proseguendo il lungo elenco, i Lastoi de Formin, il Nuvolau, l’Averau, la Croda Negra, le Tofane, la Marmolada, il Monte Pore, tutto il gruppo del Sella, il Col Piombin, il Col di Lana e il Monte Sief, le Cinque Torri, il Lagazuoi, il Pelmo, il Civetta, le Pale di San Martino, il Becco di Mezzodì, la Croda da Lago, il Monte Faloria, le Tre Cime di Lavaredo, l’Antelao, il Sorapiss e la Croda Marcora, oltre alle valli Codalunga e Fiorentina.
Attrezzatura particolare richiesta: nessuna.
Discesa: per la via di salita, dopo aver percorso un anello sull’Altopiano del Mondeval.
Tappe del percorso: Passo Giau - Cappella di San Giovanni Gualberto - Forcella Zonia - Forcella Col Piombin - Cees de Iou - Forcella Giau - Bivio sepoltura mesolitica - Bivio Forcella Rossa - Forcella Ambrizzola - Bivio Mondeval de Sora - Ex Casera Prendera - Mondeval de Sora - Sepoltura mesolitica - Casera Mondeval de Sora - Bivio Cima Mondeval - Mondeval - Bivio Cima Mondeval - Lago delle Baste - Forcella Giau - Cees de Iou - Forcella Col Piombin - Forcella Zonia - Cappella di San Giovanni Gualberto - Passo Giau
L'ITINERARIO IN BREVE
Dal Passo Giau (2236 mt.) si imbocca il Sentiero n° 436-AV1 (anche Alta Via delle Dolomiti n° 1) che, in direzione sud, transita poco sotto la Cappella di San Giovanni Gualberto e, con poco dislivello, giunge a Forcella Zonia (2229 mt., 10’). Da qui, senza svolte, si procede dritto; la via taglia a mezzacosta il versante ovest del Col Piombin e punta alla forcella omonima, a cui si arriva senza difficoltà percependo, per chi soffre, un po’ di esposizione (Forcella Col Piombin, 2239 mt., 20’). Da questo punto si intravede già la prossima meta, la Forcella Giau ai piedi della Punta Lastoi de Formin, e tutto il tragitto da compiere, ossia un grande arco lievemente in discesa che giunge prima a Cees de Iou (2225 mt., 40’) e poi, risalendo un po’, a Forcella Giau (2360 mt., 1h 05’). La suddetta tratta risulta un po’ accidentata e scabrosa in almeno due o tre punti, con roccette da scavalcare (max I grado) nel quale si mettono giù anche le mani. Non vi sono cavi metallici così come non vi è esposizione di sorta ma questi passaggi richiedono un minimo di attenzione e po’ di atleticità. Giunti alla Forcella Giau si spalanca di fronte tutto l’Altopiano del Mondeval, con l’omonima cima (chiamata anche Monte Corvo Alto) poco distante. Insistendo verso est lungo il Sentiero n° 436-AV1 si percorre un lunghissimo tratto comodo e in discesa ai piedi dei famosi Lastoi de Formin, attraversando vastissimi prati e pascoli e facendo a volte lo slalom tra grossi macigni. Più avanti, si guada senza difficoltà il Rio Cordon e si supera il bivio (1h 35’) con la traccia sulla destra che porta immediatamente al sito di sepoltura mesolitica scoperto nel 1985, deviazione da ignorare. Continuando dritto, il sentiero prende a salire leggermente fino a giungere a un altro crocevia (1h 55’) nel quale, sulla sinistra, parte la traccia (anche questa da trascurare) che porta verso la Forcella Rossa. Procedendo ancora per pochi metri in direzione sud-est e ignorando la traccia che si abbassa sulla destra per Mondeval de Sora, si arriva a toccare la Forcella Ambrizzola (2277 mt., 2h), strategico punto panoramico ai piedi del Becco di Mezzodì. Da qui, tornati indietro per pochi metri, si prende la via (ora la si troverà sulla sinistra) che si abbassa fino a Mondeval de Sora. Il sentiero, sempre largo, agevole e tranquillo, taglia ulteriori prati e pietraie; una deviazione sulla destra, fuori traccia, permette di andare a vedere più da vicino i ruderi della vecchia Malga Prendera (Casera Prendera), dalla quale ci si dirigerà sempre per prati verso la sopracitata destinazione (il sentiero, in ogni caso, è sempre ben visibile ed è impossibile perdersi). Giunti a Mondeval de Sora (2133 mt., 2h 20’), trascurando il Sentiero n° 466 che scende in Val Fiorentina, si seguono le indicazioni per il sito di sepoltura mesolitica (Sito arch. Mondeval) a cui molto agevolmente e in breve tempo si giunge (2h 30’ totali). Da qui in avanti la traccia non sarà più numerata. Dal sito, posto sotto un enorme masso, si prosegue verso ovest-sud-ovest toccando la Casera Mondeval de Sora (2157 mt., 2h 35’) per poi iniziare una lunga ma facile salita verso la piccola conca del Lago delle Baste. Prima di questo specchio d’acqua, ci si troverà ad un piccolo crocevia (3h 05’) privo di indicazioni. L’evidente pista sulla sinistra, come si può notare, porta alla cima del Mondeval, peraltro già ben visibile. La salita, molto facile e breve, inizia su comodo sentiero ricoperto da pietrisco per poi, nella parte finale, trovarsi a rimontare un soffice pendio erboso, fino alla croce di vetta dalla quale si gode un panorama immenso verso questa porzione di Dolomiti (Monte Corvo Alto o Mondeval, 2455 mt., 3h 35’). Dalla vetta, si torna sui propri passi o ripercorrendo la via di salita o anche per traccia secondaria che si mantiene lungo la dorsale nord; oltrepassato il bivio da cui si è passati poco fa, pochissimi metri portano sulla sponda ovest del Lago delle Baste (2150 mt., 4h). Dal lago occorre ora ricongiungersi col soprastante (e ben visibile) Sentiero n° 436-AV1 percorso all’andata. Per farlo si possono scegliere tre vie che tagliano questa porzione di Altopiano. La prima, dritta e corta, è la più ripida. Le altre due, più lunghe, puntano più verso ovest e salgono gradualmente, fino a ricongiungersi con lo stesso poco prima della Forcella Giau da dove, ovviamente, bisogna ripassare (4h 20’). Non resta quindi altro da fare che tornare al punto di partenza, ripassando, in sequenza, da Cees de Iou (4h 40’), Forcella Col Piombin (5h) e Forcella Zonia (5h 05’). Da qui si può ritornare comodamente al Passo Giau per la via di andata (5h 20’) oppure prendendo la traccia non numerata che si abbassa fino al sottostante parcheggio di auto e camper nei pressi dell’ultimo tornante della SP638, a seconda del punto in cui si è lasciata l’auto (il tempo di percorrenza sostanzialmente non cambia).
UN VIAGGIO NELLA TRASCENDENZA DI UN’ALTRA DIMENSIONE - (DEL 16/06/2026)
Di auto, camper, moto e overtourism - La montagna e il ricordo degli anni ‘80 e ‘90
La gente tende di solito a visitare posti belli.
“Bravo, hai scoperto l’acqua calda” direte voi.
Avete ragione, è un dato di fatto. Se poi questi “posti belli” sono a un tiro di schioppo da una famosissima località di montagna e comodamente raggiungibili senza nemmeno faticare, difficilmente si potrà sperare di godere di un po’ di pace o non trovarsi invischiati in un po’ di traffico. Fin qui, tutto normale. Tutti hanno diritto di visitare questi luoghi.
Il problema è un altro ed è dovuto all’esplosione del fenomeno dell’overtourism, ossia il sovraffollamento turistico che ha luogo quando una località riceve, tutto d’un fiato, un numero di visitatori superiore alla propria capacità di sostenibilità, cosa che non solo va a discapito del territorio e dell’ambiente ma anche dei residenti i quali vedono bruscamente finire il sogno della loro pace sui monti.
Le cause si sanno. Le principali? Mancanza di diversificazione che porta le masse a concentrarsi in un unico punto, la paura smodata di essere esclusi e la ricerca di luoghi iconici da postare sui propri profili e l’assenza di un’accurata pianificazione che porta le persone a concentrarsi nei due mesi estivi e nei due invernali, magari poi tutti nei weekend.
Giro le Dolomiti fin da bambino e queste situazioni erano ben lungi dal palesarsi. La montagna era molto poco frequentata e tantomeno erano coloro che si mettevano in marcia sui sentieri. L’Alta Via n. 1, per fare un esempio, inaugurata nel lontano 1966, la conoscevano solo stambecchi, camosci e qualche pastore intento a convincere le proprie capre che proprio anche la notte, lassù, non la potevano passare.
La montagna oggi è completamente diversa e la gente più consapevole. Mangiare bene e fare attività fisica è la cosa migliore per rimanere in buona salute. La camminata, poi, è la migliore disciplina per il corpo. Che sia un’alta via, una cima o un rifugio è quindi normale non trovarsi soli: a meno, ovvio, di scegliere periodi particolari e spingersi in posti più isolati.
Detto questo, il problema primario è dato dal voler a tutti i costi seguire le mode, i social, questo o quel divo, per andare a farsi per forza quel selfie in un determinato posto che obbligatoriamente bisogna raggiungere e, di conseguenza, far vedere che ci si è stati. Altrimenti, sai che disonore? Non sia mai!
Con raggiungere “quel posto” non intendo solo un punto panoramico su qualche sporgenza o cucuzzolo; anche un passo, un ristorante panoramico, un hotel 5 stelle con piscina panoramica a 3000 mt. di quota (chissà perché, magicamente sorto dal nulla) sono compresi nell’elenco.
In questo caso, parlando della principale porta di accesso al Mondeval, ogni riferimento alla situazione “estiva” in cui versa Passo Giau (non) è puramente casuale. Perché, alla fine, considerando solo chi la montagna la frequenta per scoperta, per rigenerarsi, per stare a contatto con la natura, ecc., non è che si creano poi tutte queste code sui sentieri, anzi!
Il traffico e gli incolonnamenti sono proprio causati da chi non muove un passo e si mette in fila per qualche cosa (una funivia, un ristorante, una navetta) pur di farsi catapultare lassù per poi dire di esserci stato. L’importante è non fare fatica.
Tranne che in due o tre zone e con qualche accorgimento, d’estate si possono ancora fare delle bellissime passeggiate in quota anche sulle Dolomiti e senza essere invasi dai merenderos. Basta scegliere i periodi giusti (alla larga dai weekend) e mete un po’ alternative.
Martedì 16 giugno 2026 è stato un giorno ideale per me per visitare il Mondeval e godersi appieno le sue meraviglie. Quasi nessuno lungo i sentieri, pace e tranquillità; il Passo Giau, al contrario, la mattina presto era già circondato da ogni lato, assediato da auto (poche), moto e camper (a iosa).
Ma della mia esperienza, e di questi luoghi incredibili, vi parlerò a brevissimo, subito dopo aver scattato un piccola foto al panorama, giusto un assaggio…
La Ra Gusela, al centro. Alla sua sinistra, L'Averau e, alla sua destra, le Tofane, con la Rozes in primo piano.In marcia verso uno dei luoghi più affascinanti, panoramici e ricchi di storia delle Dolomiti- Prima tappa, Forcella Piombin
È mattina presto e, pur essendo una delle strade alpine più panoramiche d’Europa, la SP638 che da Cortina d’Ampezzo sale a Passo Giau è deserta. Miracolo!
Sono appena passate le 7:00 e nell’aria, o meglio, al volante, percepisco una strana calma prima della tempesta. Cercando di non pensare alla frequentazione estiva di queste zone e a ciò che potrei ritrovarmi lassù, affronto molto lentamente le curve di questo valico alpino. Come non farlo, d’altronde, con tutto il ben di Dio che mi circonda? Invero, più volte devo costringermi a tornare con gli occhi sulla strada!
Salgo tranquillo fin poco sotto al Passo; lungo il tragitto, incredibilmente, ho incrociato solo un paio di auto. Qui, nei parcheggi posti lungo gli ultimi due tornanti prima di giungervi e in quelli a bordo strada è invece il delirio più totale.
“Ci credo che lungo la Provinciale non ho incontrato anima viva, sono già tutti qui!”.
Fortunatamente riesco a infilarmi tra due camper in uno dei “buchi” rimasti, facendo prendere qualche bello scossone alle sospensioni dell’auto. Attorno a me la gente sembra impazzita e, come in un formicaio, tutti prendono ad agitarsi all’unisono, sbarcando dal proprio mezzo una quantità assurda di animali e suppellettili varie.
“Ma dove andranno tutti?” penso. “Se anche solo la metà si mette in cammino, sarà davvero dura...”.
E invece no. Come accennato nella premessa, coloro che si dirigono all’inizio della via che si spinge verso il Mondeval le conto sulle dita di una mano. Ohibò, e allora?
Allora la massa si dirige nei vari bar o locande, oppure rimane in sosta per scattarsi selfie a raffica per poi, verso mezzogiorno, andare a mettere le gambe sotto il tavolo. Non cammina, non arrampica, non ha con sé una bici o e-bike. Non fa nulla.
Tralasciando la marea di moto, una marea di camper quantomeno è qui dal giorno precedente (se non da giorni).
Date le circostanze, non oso pensare come possa essere la situazione sulle Tre Cime o sul Seceda, tutti in fila per un qualcosa che non sia il camminare e fare un po’ di fatica.
Passo Giau è uno dei luoghi più panoramici di tutto l’arco alpino, facile da raggiungere: naturale che vi sia turismo, più che in altre zone delle Alpi dove, così facilmente, non si possono certo ammirare simili cartoline.
A ogni modo, ai blocchi di partenza sono praticamente da solo o quasi.
Lasciandomi subito alle spalle il rumore infernale di Passo Giau, infilo il sentiero che punta ai dirimpettai Lastoi de Formin, curioso di andare a scoprire un luogo un po’ defilato che da bambino avevo solo sfiorato di striscio: il Mondeval, un Altopiano ricco di storia e di fascino.
Il problema è staccare gli occhi dal fondovalle, con la conca di Cortina, il Cristallo e la Croda Rossa d’Ampezzo a farla da padrone e, soprattutto, dalla guglia aguzza della Ra Gusela, soggetto di puzzle, locandine e merchandising vario.
Non ho nemmeno fatto un metro e sono già in Paradiso. Il sole illumina coi suoi primi raggi queste pareti che pian piano si destano dalle ombre notturne. Ecco allora che vengono scaldate anche le pareti dell’Averau e delle Tofane, ai lati della Ra Gusela. Mamma mia le Dolomiti!
Un paio di persone mi superano, le uniche. Sono già prese dal raptus della prestazione, quasi corrono: io no, mi giro, osservo e vivo questi mondi, già al sole ma ancora un po’ intirizzito (non è che faccia poi proprio caldissimo...).
Davanti a me, un po’ più a est, si elevano le bastionate occidentali dei Lastoi de Formin, con l’omonima punta in bella vista e, ancora alle spalle di queste, i torrioni verticali del Gruppo della Croda da Lago. Che favola!
Transitando ai piedi della Cappella di San Giovanni Gualberto mi dirigo molto agevolmente verso la prima meta della giornata, Forcella Zonia, a cui giungo dopo circa dieci minuti in assoluto relax.
Per raggiungere l’Altopiano del Mondeval, da questo punto devo seguire un’unica direzione, oltrepassando ancora un paio di forcelle. Poi, una volta lassù (si fa per dire, di dislivello non è che ce ne sia un granché... sono già in quota!) vedrò come organizzare una bella passeggiata possibilmente ad anello.
Anche la Forcella di Col Piombin, prossima tappa, non è affatto distante. Il sentiero, pur mantenendosi in piano e largo circa un metro, taglia a mezzacosta il versante ovest del Col Piombin, andando un po’ in esposizione. Anch’io che la soffro, tutto sommato, la percepisco ma non in maniera esagerata. Insomma, nulla di impossibile! Il percorso, incastonati tra rocce e ripidi pendii, offre una magnifica vista sulla Cima Loschiesuoi e la punta nord del Monte Cernera, magnifico blocco di dolomia con sfumature di colore davvero particolari.
Ciò che ammiro dalla forcella, poco dopo, è sempre qualcosa di indescrivibile. Le foto tentano di sopperire alla mancanza delle parole.
Il gruppo con la Cima Loschiesuoi e il Monte Cernera, da Forcella Zonia
Il sentiero che, a mezzacosta e un po' in esposizione, raggiunge Forcella Col Piombin
In primo piano, il Monte Pore, Alle sue spalle, a sx è la Marmolada; a dx, il gruppo del Sella. Subito in basso, la Val de Zonia
I primi raggi del sole riscaldano la mole del Sella
La Marmolada con la Val de Zonia in primo pianoAll’ombra di una valletta glaciale, tra specie perenni, chiazze di neve, mucche e le mitiche Tofane - In vista di Forcella Giau
Da questo punto strategico, avviluppato da rocce, pendii assolati e canaloni vari, riesco a vedere la prosecuzione del mio cammino il quale, compiendo un ampio semicerchio, si abbassa un po’ per poi risalire verso il prossimo valico, Forcella Giau.
Di forcella in forcella, voglio proprio andare a vedere ciò che mi riserverà questo itinerario, un vero e proprio volo sulle Dolomiti. Senza affrontare chissà quale scalata, da qui si osserva già praticamente tutto. Questa, infatti, non è un’escursione panoramica ma un quadro pittorico in cui vi si cammina all’interno!
La bella traccia ora si fa un po’ più ruvida e accidentata, dovendo scavallare qua e là qualche roccetta. La mezzacosta è finita e così anche l’esposizione. Di fronte a me si stagliano i muraglioni verticali e ancora in ombra del versante ovest dei Lastoi de Formin che da qui assumono la forma delle tipiche scogliere scozzesi.
La lunga lingua di terra che segue e che taglia rocce e prati scende nella bella (e per ora ombrosa) conca di Val Cernera. Arrabattandomi un po’ (leggasi, aiutandomi con le mani e... con il sedere) supero questi punti un po’ scabrosi che intersecano il sentiero, non difficili e che invero lo rendono alquanto suggestivo, affascinante e... selettivo. Alla mia destra, il paretone nord della Torre Dusso e della Punta de le Negre; alla mia sinistra, qualcosa di unico che abbraccia Cortina, Cristallo, Pomagagnon, Faloria, Croda Rossa d’Ampezzo e la Val de Ra Fontanes.
Nell’ammirare simile finestra, quasi non mi accorgo di una coppia con al seguito due cani che, forse di fretta per l’appuntamento importante col loro yogurt in frigo in via di scadenza, mi pressa da dietro. O meglio, lo fanno prima i loro cani, davanti a tutti e in avanscoperta.
Lascio ovviamente passare, non vorrei mai che il loro alimento preferito in frigo vada a male! Ma come si fa, dico, a correre in ambienti simili, con la testa bassa e sempre un occhio all’infernale aggeggio tecnologico “intorta-cervello”?
Ai miei piedi, sulla sinistra è anche una curiosa chiazza di neve che proprio non se ne vuole andare. A fianco a questa, un bel gruppo di mucche la osserva chiedendosi mai cosa sia atterrato in questo punto di bianco. Qualcuna, a cui la cosa non interessa, dopo qualche muggito torna a finire il proprio pasto mattutino.
In questo punto mi rendo conto di quanti ambienti si possano toccare con mano compiendo a volte così poca strada e osservando ciò che si ha intorno. Là in basso, i boschi di conifere. Più su, i prati e i pascoli dei quali capre, mucche e pecore hanno preso possesso. Ancora più in alto, dove mi trovo io, il regno delle rocce, qui ancora con un cappottino semi-invernale. Mi verrebbe da dire, tre ambienti per due stagioni!
Mi basta compiere solo pochi passi sempre in discesa per far apparire dietro la mole del Col Piombin cime famosissime e ricche di storia come la Tofana di Rozes e quella di Mezzo (la più alta), precedute dalle Cinque Torri, altro posto ultraterreno e conosciuto in tutto il mondo. I colori delle loro rocce sono qualcosa di unico che, data la presenza ai loro piedi di immensi ghiaioni, testimoniano anche la loro fragilità.
Proprio ora ho raggiungo un piccolo pulpito panoramico circondato da radi mughetti dove potrei piazzarmi stabilmente e dimenticarmi della caoticità che sta un po’ più in basso (questo balcone tornerà protagonista sulla via di rientro). Ora, devo solo scoprire in quale regno sia entrato questa volta, un po’ come faceva Paul nel cartone animato Il fantastico mondo di Paul e Nina (qualcuno lo ricorda?).
Con due occhi al panorama e praticamente zero sul terreno, tra un inciampo e l’altro quindi, mi ritrovo comodamente al termine di questa dolce e non lunga discesa, a un crocevia con l’indicazione della località: Cees de Iou. Da questo punto la via torna a salire sulla destra e immagino che, quella lassù, sia Forcella Giau. O almeno, così indica la mia mappa.
Prima di procedere innanzi, mi soffermo nella lettura di un interessante pannello esplicativo sul quale vengono riportate interessanti informazioni riguardo la flora e la fauna alpina di queste zone, davvero rigide in quanto a clima. Cose che un abituale frequentatore della montagna sa (o dovrebbe sapere): tuttavia, è sempre interessante leggere queste informazioni le quali permettono di colmare eventuali lacune. La parte più interessante e che vale la pena riportare, è la seconda.
Viene spiegato, infatti, che in queste valle nivali e ombrose, per giunta spazzate dal vento aggiungo io, il clima è davvero rigido e, stando così le cose, il suolo rimane freddo e umido anche durante l’estate, con un ristagno idrico importante. In condizioni simili, solo poche piante riescono a sopravvivere.
Come nota anche il cartello, mi trovo tra due valli a forte innevamento nelle quali, anche a stagione avanzata, qualche piccolo nevaio tarda a scomparire. Questo ambiente è perfetto per la crescita di muschi e licheni e piccole piante erbacee o arbusti che ricordano la tundra artica. Qui, non essendo nell’Artide, si parla di tundra alpina e queste piante, chiamate chionofite, sono perfettamente in grado di compiere il loro ciclo vegetativo in un tempo davvero breve, sviluppando le gemme durante la stagione precedente quella della fioritura.
La soldanella (Soldanella L., 1753), per esempio, fiorisce proprio al momento in cui la neve si scioglie, con un tempismo perfetto. Il camedrio alpino (Dryas octopetala L., 1753), peraltro, svolge anche la funzione di consolidamento dei ghiaioni, mentre le sassifraghe sono tra le piante più resistenti al freddo.
Di maggiore diffusione, tra le specie perenni (o quasi) vi sono i salici nani, tra cui il Salice a rete o delle nevi (Salix reticulata L.) e il Salix retusa (Salix retusa L.). Queste specie sono presenti in tutte le vallette glaciali e nivali dislocate un po’ lungo tutto l’arco alpino e sono le testimoni di quella grande glaciazione (Würm) che interessò queste zone migliaia di anni fa.
La breve risalita verso Forcella Giau non pone alcuna difficoltà e avviene calpestando un po’ di fine pietrisco e, ogni tanto, allungando il piede oltre qualche grosso sasso. Di nuovo in pieno sole, inizio a scaldarmi e, quando giungo sotto alle indicazioni di questo valico, scopro che tutto quanto visto finora non era che un antipasto.
Davanti a me, la mia bocca è già spalancata per il Mondeval.
Il percorso ad arco verso Cees de Iou (ai piedi dei Lastoi de Formin) e Forcella Giau
Tre ambienti per due stagioni. In lontananza, subito a dx del Col Piombin, la Tofana di Rozes (sx) e la Tofana di Mezzo (dx).
La cartolina verso la Tofana di Rozes (sx) e la Tofana di Mezzo. In basso, sulla sx, le Cinque Torri
La risalita verso Forcella Giau
Gli ultimi metri prima di giungere a Forcella GiauChi ha messo un half-pipe tra le montagne? - Rotta per la Forcella Ambrizzola, tra ulteriori panorami mozzafiato
Da quest’altro balcone la vista è ancora più ampia, praticamente un grandangolo su tutto quanto descritto in precedenza. Pur avendo già visto molte volte queste meraviglie, rimango stupito ogni volta di tanta bellezza e magnificenza. Come fare ad averne abbastanza? Solo il desiderio di conoscere per la prima volta il Mondeval mi spinge a staccarmi da una terrazza simile.
Al voltarmi, ecco che lo scenario si fa altrettanto maestoso e la mascella, già aperta, cade con un bel tonfo per terra. Il paesaggio è assai diverso su questo versante e il nome di Altopiano risulta quantomai azzeccato. Un’immensa distesa verde si stende in lungo e in largo verso sud e verso est. Il Monte Corvo Alto, chiamato anche Mondeval, è quella punta che mi fronteggia e si innalza dolcemente da questi prati per tentare di toccare il cielo. Il suo versante ovest, invece, è dirupato, verticale e roccioso.
Visto da qui questo Mondeval non è proprio la montagna più alta; alle sue spalle, come un gigantesco guardiano, si erge il massiccio davvero imponente e severo del Pelmo. Di questo, ben distinte sono, da sinistra destra, le Cime di Forca Rossa, il Pelmo vero e proprio e il Pelmetto.
Ora, in quale altra realtà alternativa sono entrato?
Un altro bel pannello sistemato a Forcella Giau illustra le caratteristiche di questo Altopiano, descrivendo varie specie vegetali che si possono incontrare, nonché la fauna prevalente. Tutto quanto posso osservare e calpestare si è modellato durante l’ultima grande era glaciale cui ho già accennato, interessata alla fine da grandi sconvolgimenti e impatti cosmici. Certo che trovarsi di fronte questo vasto e verde Altopiano incastonato tra cuspidi e pinnacoli rocciosi che spuntano un po’ in ogni direzione fa un certo effetto!
Il bel sentiero, liscio e sterrato, mi conduce dapprima in un bello slalom tra mastodontici macigni precipitati chissà quando dai soprastanti Lastoi de Formin; poi, cambiando scenario, la lingua di terra prende a tagliare i prati in modo ordinato. Se non altro sul Mondeval, guardandomi praticamente solo intorno, non rischio di inciampare!
Percorsi pochi metri, ciò che compare alla mia destra ha del surreale. Alla cima del Mondeval si affianca un poco più a sud-ovest la punta del Piz del Corvo. In mezzo a queste... praticamente una specie di valletta a U che mi ricorda molto un half-pipe, ossia quella rampa a sezione semicircolare impiegata in sport quali skateboard, BMX freestyle o pattinaggio aggressive se costruita appositamente, oppure snowboard e sci freestyle se scavata nella neve.
Di formazioni rocciose curiose ne ho viste molte ma così belle e particolari che possano colpire l’anima penso le possa contare sulle dita di una mano. Anche questo è un soggetto da puzzle; non bastasse già lo scenario, a riempirlo ulteriormente ci pensa la mole del Civetta che fa capolino dietro alle suddette cime. Civetta che, nel suo ombroso e verticale versante nord, presenta ancora ampie chiazze di neve. A questo punto mi tocca fare una bella panoramica e includere anche il Pelmo, in una foto assolutamente pazzesca (non perché io sia bravo con l’obiettivo, tutt’altro, ma per la meraviglia delle Dolomiti!).
Sì, inutile dire che da quassù rientrerò piuttosto tardi quest’oggi. Non so perché ma me lo sento.
A questo punto, già che ho imboccato questa direzione, tanto vale proseguire dritto e percorrere in lungo questo bell’Altopiano. Allora, la mia fidata mappa mi indica come prossima meta la Forcella Ambrizzola che però da qui non riesco ancora a scorgere.
“Avanti” è la parola che spesso affiora nella mia testa la quale, visto tutto questo incanto, stenta sempre a dare il comando alle gambe di muoversi. Passa del tempo prima di riprendere il cammino, osservando come i soggetti, visti da altre prospettive, sono se possibili ancora più suggestivi. Alle mie spalle, oltre al Civetta, sono apparse anche le Pale di San Martino, un po’ avvolte dalla foschia ma perfettamente riconoscibili. Ai piedi del Mondeval, invece, il piccolo specchio d’acqua del Lago delle Baste che, tempo permettendo, mi riprometto di andare a vedere più da vicino al ritorno.
In giro, stranamente, non c’è quasi nessuno. Solo un paio di persone mi seguono mentre un’altra la incontro fuori dalla sua tenda poco più avanti, intenta a sistemare dell’attrezzatura varia. Per il resto, spazi sconfinati, silenzio e questo Mondeval (pare) quasi tutto per me.
Al termine di un tratto piuttosto pianeggiante inizio a perdere qualche metro di quota. La discesa, facilissima e sempre su questa lingua di terra che nemmeno i sentieri del Mago di Oz, mi conduce ad ammirare l’ennesimo, spiazzante scenario con il Becco di Mezzodì che si erge solitario poco sopra la Forcella Ambrizzola, ora visibile ma ancora lontana. Questo torrione di roccia che fronteggia la Croda da Lago e i Lastoi de Formin, è un altro dei simboli delle Dolomiti; impossibile non riconoscerlo.
Con un’estrema forza di volontà devo tornare con gli occhi a terra, soprattutto al termine di questo declivio quando occorre guadare il piccolo Rio Cordon. Qui, proprio nel mezzo, a distrazione si aggiunge distrazione dato che due fanciulle mi superano coi loro fardelli sulle spalle, dirette chissà dove. Niente da fare, troppo veloci per scambiare due chiacchiere.
Io, ancora nel mezzo del torrentello e con la fotocamera in mano, ritorno sulla Terra cercando di divincolarmi tra i massi alla ricerca dell’ennesima inquadratura ricordo di questa esperienza onirica.
Poco dopo, eccomi al bivio in cui è segnalata la deviazione sulla destra per il sito archeologico di sepoltura mesolitica che, dal 1985, anno della sua scoperta, ha reso famoso il Mondeval e di cui parlerò più avanti.
Averau, Nuvolau, Ra Gusela, Lagazuoi, Tofane, Cinque Torri... basteranno?
Il Monte Corvo Alto (o Mondeval) visto da Forcella Giau. Sulla sx, il Pelmo
Il Civetta si erge alle spalle del curioso half-pipe naturale formato dal Mondeval e dal Piz del Corvo
Il Lago delle Baste ai piedi del Mondeval, in mezzo tra il Pelmo (sx) e il Civetta (dx)
Sull'Altopiano del Mondeval con il timone puntato verso il Becco di Mezzodì
I prati del Mondeval. Sulla sx, il Pelmo, sulla dx, il CivettaIn leggera risalita verso Forcella Ambrizzola, con qualche sorriso e un paio di “Hallo”
Per giungere a Forcella Ambrizzola mi aspetta ora di rimontare qualche metro di dislivello. Il sentiero, infatti, si è abbassato un pochino e, ai piedi dello Spiz de Mondeval, riprendo il mio passo cadenzato verso est. Di fronte a me è apparso anche il gruppo della Croda da Lago, caratterizzato da altri torrioni e guglie verticali di una magnificenza unica.
Dopo una curva destrorsa la via prende a salire in modo dolce e la pendenza, intravedo, rimarrà sempre alquanto blanda. Visto da qui, il Becco di Mezzodì è qualcosa di enorme e portentoso; impossibile non rimanerne incantati! Lungo i ghiaioni del suo versante ovest il sentiero prosegue in direzione di Forcella Col Duro che mi riservo di visitare una prossima volta in quanto, nel frattempo, mi è venuta in mente un’alternativa per la via di rientro che andrà a toccare il già citato sito archeologico e il Lago delle Baste (di conseguenza, meglio non strafare col chilometraggio).
Poscia, superato un dosso, riecco le due escursioniste intente a riprendere fiato sedute su di un enorme masso. Sono inglesi, da quanto sento, e più di un “Hallo” e un sorriso non riesco a scambiare. Certo che i loro zaini peseranno diversi chili! Ma sono giovani e forti e non avranno problemi a compiere la loro traversata. Altro che merenderos con le gambe sotto il tavolo! Questo è il vero spirito di vivere la montagna!
Riprendo la marcia molto lentamente; dopo ancora un pochino di leggera salita, giugno a un crocevia con la pista che, a sinistra, parte in direzione di Forcella Rossa, altra meta che mi riprometto di raggiungere in uno dei prossimi giri, tra i Lastoi de Formin e la Croda da Lago.
Insistendo dritto e ignorando anche la deviazione sulla destra che si abbassa per prati, in pochissimi minuti arrivo a mettere piede sulla Forcella Ambrizzola dove il panorama... indovinate un po’?
Il Becco di Mezzodì col sentiero che, tagliando il suo versante ovest, prosegue verso Forcella Col Duro. Sulla sx, nascosta dalla roccia, la Forcella Ambrizzola
Lo Spitz de Mondeval e la Cima Ambrizzola (dx)
Il Mondeval e il gruppo Loschiesuoi-Cernera (dx), da Forcella Ambrizzola
Magnifica vista sul Civetta
Lungo il sentiero che porta alla Forcella Ambrizzola
Da Forcella Ambrizzola, vista monumentale verso la conca di Cortina. Sulla sx, il gruppo della Croda da Lago svetta sul rifugio omonimo e il Lago FederaA passeggio per il Mondeval - I ruderi dell’ex Casera Prendera
Appollaiato comodamente su una roccia a ingoiare qualcosa e paesaggisticamente preso tra due fuochi, la mia mente è già al lavoro per elaborare prossimi itinerari. Ed di certo in luoghi simili non si fa certo fatica a trovarli!
Rivolto a nord non smetto di fissare, per esempio, la magnifica Croda da Lago dove, in primo piano, si innalza verticale la guglia della Cima Ambrizzola. Più a destra, è il declivio che confluisce nel Lago Federa, col Rifugio Croda da Lago ubicato in posizione sud-est lungo la sua riva (qui ero già stato in passato compiendo un altro itinerario). Infine, ancora più a destra, la conca di Cortina d’Ampezzo con la vista che questa volta arriva fino al Fanes e oltre, senza dimenticare le mitiche Tre Cime di Lavaredo. Cosa volere di più? Solo il Sorapiss con la Croda Marcora rimangono un po’ nascosti: il Becco di Mezzodì, sopra la mia testa, si è preso tutta la scena.
Ad ovest è invece tutto l’Altopiano del Mondeval, con l’omonima cima bella verde laggiù in fondo e, più scostato a sinistra, il Civetta con le già menzionate Pale di San Martino. Ci sono ovviamente altri posti sulle Dolomiti dove si ammira cotanta meraviglia, terrazze panoramiche dove la vista ruota a 360°: il Lagazuoi, per esempio, è uno di questi. Ma lì, per arrivarvi, a meno di barare e salire in funivia, tocca sgambettare parecchio. Qui, invece, no: con pochissima fatica si ammirano in ogni direzione le principali formazioni dolomitiche, il che spiega, ancora una volta, perché gli escursionisti frequentino maggiormente alcuni luoghi piuttosto che altri, anche se devo dire che non mi aspettavo così poca gente in giro.
Oltretutto, le Dolomiti sono interessate da ben 10 Alte Vie che intersecano altipiani, massicci e vallate, sempre mantenendosi in quota: sono una più bella dell’altra e con grado di difficoltà differente e meritano certo di essere percorse (magari non da soli).
Sto proprio pensando a questo e a come, alla fine, a pezzi abbia percorso tutte le tappe delle prime due o tre Alte Vie senza mai completarne una senza interruzioni (esperienza, appunto, che non vorrei fare da solo, non perché non sia in grado ma perché, per quanto mi riguarda, oltre ai fattori legati alla sicurezza, senza condivisione delle emozioni, della passione e la possibilità di un attimo di empatia, magari la sera, non avrebbe senso) quando, alle mie spalle mi accorgo essere rannicchiate le escursioniste incontrate prima assieme a una loro amica. Sì, sono inglesi ma dal parlato veloce e dal leggero venticello che smorza i suoni, non capisco dove siano dirette. Di certo, in compagnia, vivranno un’esperienza unica.
Nel primo pomeriggio, al rannuvolarsi del cielo, decido di ripartire, andando a scorrazzare un po’ per questi prati. Imbocco quindi la via di discesa (ora sulla sinistra) che avevo incontrato salendo poco prima di giungere all’Ambrizzola. La bella traccia si abbassa dolcemente in direzione di Mondeval de Sora, mostrando come sfondo il Civetta e il ghiacciaio della Marmolada. Ad ogni passo scuoto la testa, non capacitandomi ancora di queste meraviglie che, in ogni singolo istante, accompagnano l’escursionista. Davvero, mi risulta difficile pensare a un altro percorso che dall’inizio alla fine, a ogni metro, offra qualcosa di simile e faccia sussultare il cuore così tanto!
Giunto più o meno a metà pendio, scorgo sulla destra il rudere di una vecchia costruzione che subito penso risalga alla Grande Guerra. Mi avvicino abbandonando per un attimo il sentiero, ci giro intorno e all’interno, approfittando nel frattempo per immortalare meglio i Lastoi de Formin e la Croda da Lago che da qui sono super. Scoprirò solo in seguito la struttura non risalire al primo conflitto mondiale ma trattarsi di ciò che rimane della vecchia Malga Prendera.
L’ex Malga Prendera (o Casera Prendera) è stata per lungo tempo uno dei riferimenti storici ed escursionistici più noti della conca di confine tra la Val Fiorentina e l’Altopiano del Mondeval. L’edificio, di cui rimangono solo i muri perimetrali (e nemmeno integri) ha rappresentato per anni il classico esempio di costruzione rurale realizzato con pietre a secco e legno. Veniva monticata d’estate dai pastori che qui producevano anche il latte.
Successivamente l’edificio è stato utilizzato come bivacco d’emergenza in caso di capricci del meteo; al suo interno, oltre a spartani lettini, trovavano posto una stufa, alcune panche e un tavolato di legno.
Oggi, pur trovandosi in un punto nodale lungo il tracciato dell’Alta Via n. 1 delle Dolomiti e ridotta quasi al nulla, a parte me, non è nemmeno notata dagli escursionisti di passaggio.
Senza via obbligata (qui è tutto un dolce tappeto erboso morbidissimo), lentamente mi rimetto in pista, ricongiungendomi più in basso col sentiero principale. In pochi minuti raggiungo anche la Loc. di Mondeval de Sora, importante crocevia dal quale si stacca la traccia sulla sinistra che scende in Val Fiorentina.
Inutile dire che da qui la prospettiva di queste Dolomiti è cambiata nuovamente, e con essa le luci e i colori di queste pareti che non smetterò mai considerare il più grande capolavoro della natura.
Un piccolo viottolo senza alcun numero alla mia destra conduce, come da indicazioni, al sito archeologico della sepoltura mesolitica. Mi ci infilo subito; percorsi pochi metri, sono anche sotto l’enorme macigno sotto il quale è avvenuto l’importante ritrovamento.
La conca di Cortina d'Ampezzo, col Cristallo e il Pomagagnon. Sulla sx, svetta la Croda Rossa d'Ampezzo
Il Civetta con le lontane Pale di San Martino
I Lastoi de Formin (sx) e la Croda da Lago (dx), separati dalla Forcella de Formin
Ciò che rimane dell'ex Casera Prendera
Un'altra bella vista sul PelmoValmo, l’Uomo di Mondeval
Nell’ormai lontano 1985 Vittorino Cazzetta, appassionato di storia locale ed escursionista di Selva di Cadore, incuriosito da questo enorme masso, decise di andarlo a esplorare più da vicino, notando subito che sotto la roccia affioravano piccoli frammenti di selce lavorata e ossa.
Avvertita subito la Soprintendenza, tra il 1987 e il 1988 l’equipe guidata dal professor Guerreschi dell’Università di Ferrara fece partire i lavori di scavo. Sotto uno strato di riparo utilizzato da cacciatori mesolitici affiorò una tomba perfettamente sigillata da lastre di pietra.
Per la prima volta venne alla luce una sepoltura risalente al Mesolitico (tra il 10.000 a.C. e il 6.000 a.C. circa, ma tenete presente che le date continuano a essere stravolte col riaffiorare di scoperte e conoscenze perdute) intatta e ad alta quota, ovviamente capovolgendo le conoscenze storiche di ciò che si pensava della frequentazione delle montagne da parte dell’uomo (pensare, appunto, che in tempi più recenti abbiamo attribuito ad alcuni soggetti quella “prima” alpinistica fa sorridere: la nostra ultima civiltà, anche se in forma prima primitiva, poi nomade e quindi a livello pastorale, è sempre andata in montagna!).
Da questo luogo (che a tutt’oggi per il suo stato di conservazione e la ricchezza di testimonianze rappresenta uno dei siti archeologici più importanti di tutto l’arco alpino), come sempre, sono passati un po’ tutti.
Le prime tracce, le più profonde, risalgono al Mesolitico antico (Sauveterriano, circa 9.500-6.700 a.C), nel quale i primi raccoglitori lasciarono tracce di carcasse di animali, utensili impiegati per cacciarli e un focolare, sovrapposti a una superficie pavimentata.
Successivamente, il Mesolitico recente (Castelnoviano, circa 6.700-5.500 a.C.) è l’epoca in cui risale la sepoltura rinvenuta. L’uomo di Mondeval (chiamato Valmo) si presume avesse circa 40 anni. Alto all’incirca 1,67 mt. doveva probabilmente avere una muscolatura piuttosto sviluppata negli arti inferiori, prova che questo tipo di terreni e “ascensioni” facevano parte del suo bagaglio. A queste quote doveva quindi essere solito venire per procurarsi un po’ di cibo con la caccia. Intorno al suo scheletro sono affiorati 50 manufatti di selce e alcuni canini di cervo forati come decoro, anche qui segno che doveva rappresentare una figura importante all’interno della sua comunità per avere un corredo funerario così ricco per l’epoca.
Il corpo, intatto, era steso sulla schiena con la testa rivolta a nord, coperto da una veste di pelle abbellita con ornamenti. Sotto il bacino si trovava una borsetta in pelle contenete piccoli strumenti di selce per affilare le armi e alcuni aghi d’osso.
Durante l’età del Bronzo (circa 2.300-1.000 a.C.) il sito venne occupato da alcuni pastori, i quali costruirono una capanna, un altro focolare e un forno. Anche qui, si sono trovati resti di animali domestici e punte di freccia.
Infine, in epoca medievale, venne costruita una struttura rettangolare e alcuni recinti per animali domestici. Di questo periodo si pensa appartengano anche le due monete riaffiorate, così come una fibula in metallo e alcune ceramiche.
Oggi Valmo riposa al Museo Civico Vittorino Cazzetta a Selva di Cadore (Belluno), in una sala multimediale dedicata che ricostruisce esattamente l’ambiente dello scavo sotto il masso di Mondeval. Con lui, è anche tutto il suo corredo rinvenuto.
Se capitate quindi per Selva, vale davvero la pena passare per una visita. Tenendo bene a mente, aggiungo io, che studi in tutti i campi sono ancora in corso (Valmo non fa eccezione) e le conoscenze storiche sono continuamente stravolte.
Il luogo della sepoltura mesolitica
La pavimentazione originaria del Mesolitico antico (foto: pannello in loco)
L'Uomo di Mondeval, chiamato Valmo, appartenente al Mesolitico più recente (foto: pannello in loco)
Il focolare e il forno risalenti all'Età del Bronzo (foto: pannello in loco)
Resti della struttura in pietra a secco appartenente al Medioevo (foto: pannello in loco)Per prati, casere e laghetti, nel silenzio più totale - In cima al Mondeval
Allontanandomi un po’ da tale macigno, non posso non notare come questo sito archeologico da tempo sia stato chiuso e col terreno si siano ricoperti gli scavi, tanto che attualmente vi si può tranquillamente passare sopra (!).
“Però”, penso, “e se nei dintorni vi fossero altri reperti o possibili aree di scavo? E se quasi tutto il Mondeval fosse un gigantesco museo a cielo aperto che aspetta solo di essere scoperto?”
Non so, probabilmente qualcuno avrà già analizzato il territorio: il dubbio, tuttavia, mi rimane.
Nel mentre mi raggiungono due signore, anch’esse in procinto di osservare meglio la scena e leggere il pannello informativo qui presente. Salutandole, miracolosamente, mi ritorna un bel “Ciao”. Oh, bella, italiane, le uniche incontrate finora su di un numero di persone che non va oltre le dita di due mani. Anche loro salgono per un tratto in direzione di Forcella Giau. Io, seppur alla fine da lì dovrò ripassare, ho per ora in mente un altro piccolo percorso che andrà a riempire ancora di più la retina dei mei occhi e l’anima nel profondo.
Continuo dunque a seguire questo bel viottolo di terra che inizia a riprendere quota verso ovest, trascurando quindi a nord la breve deviazione che mi porterebbe al bivio incontrato stamani lungo la via principale percorsa.
In qualche minuto arrivo a toccare due deserte baite in pietra e cemento: sono quelle di Casera Mondeval de Sora. Un cartello attaccato al muretto di una di queste indica proprio la mia prossima meta, il Lago delle Baste.
Tagliando un po’ per prati e immerso in uno scenario stratosferico (meglio non mi soffermi più a lungo se no prendo notte!) inizio a risalire un lungo pendio erboso, circondato da stupendi anemoni alpini (Pulsatilla alpina (L.) Delarbre). La mia immaginazione vola, qui tutto è luminoso, magnifico e poetico. Ma che posto è questo? Immagino la faccia dei primissimi esploratori quando si sono trovati di fronte a un quadro del genere. Per me, in questo momento, potrebbero mancare solo i cori di jodel di gruppi vestiti con costumi di un tempo! (Ricordo che lo jodel è diventato patrimonio culturale e immateriale dell’umanità).
Con questi pensieri romantici, mi ritrovo distante solo pochi metri dal Lago delle Baste, una bella “pozzanghera” d’acqua lucente nella quale i Lastoi de Formin si specchiano. Il laghetto non è invisibile ma, essendo una goccia in questo sterminato Altopiano, pare davvero minuscolo al cospetto dei giganti che gli ruotano intorno.
In questa sorta di incrocio non vi sono indicazioni. Nei paraggi non c’è anima viva. Una traccia per capre non segnalata alla mia sinistra taglia alcuni prati per prolungarsi verso sud dove, stando alla mia mappa, dovrebbe trovarsi la cima del Mondeval che mi sembra di scorgere laggiù in fondo. Una figura solitaria è già a buon punto di questa salita, tutt’altro che lunga e difficile. Eppure, stranamente, sulla mappa tale percorso non risulta segnato.
Così, visto che non è ancora proprio tardi, decido di concedermi questa deviazione verso l’alto. La pista corre dapprima tra piccoli ciuffi d’erba e qualche roccetta levigata; poi, fatto qualche metro, queste ultime scompaiono per lasciare il posto al semplice e morbido tappeto verde. Il pendio che risalgo non è affatto ripido e, con la giusta cadenza, mi ritrovo a pochi passi dalla cima. Solo gli ultimi metri si impennano un pochino ma è davvero poca roba.
Giunto alla piccola croce di vetta ritrovo l’escursionista di prima già in posizione relax seduto sulla roccia più comoda. Io mi abbarbico su quella a fianco, l’unica libera in questo terrazzino che misurerà tre metri per tre. Al fianco est appena salito fanno da contraltare i versanti sud e ovest, ossia quanto di più verticale e strapiombante possa esserci. Il vuoto, una volta affacciatomi in quella direzione, è immenso e l’esposizione molto forte. Per fortuna, le mie chiappe debitamente ancorate al suolo non mi fanno percepire più di tanto tale sensazione, così da riuscire a godermi questo immenso panorama in tutta sicurezza.
Che dire, questa deviazione di non più di un’oretta tra andata e ritorno, è davvero meritevole. Sulla punta est di quel famoso half-pipe di cui parlavo all’inizio, la vista mostruosa in ogni direzione che già mi faceva compagnia stando più in basso, qui ha raggiunto livelli bel oltre ogni immaginazione. Per carità, i gruppi dolomitici che riesco a individuare sono sempre quelli. Ma da quassù, la vista folle lungo le vallate sottostante è qualcosa cui difficilmente si possa rinunciare.
Escludendo il nord, la via da cui sono salito e dove, da sinistra a destra riconosco il Lagazuoi, le Tofane e i Lastoi de Formin col Laghetto delle Baste ai loro piedi, dalla parte opposta si spalancano le porte sulla magnifica Val Fiorentina, coi paesi di Selva di Cadore, Colle Santa Lucia e Santa Fosca in primo piano. Sulle loro teste, a poca distanza in linea d’aria, la Marmolada la fa da padrona assoluta. Da sud a sud-est, invece, le inconfondibili moli del Civetta e del Pelmo si fronteggiano l’un l’altro, con l’Antelao che, un po’ più scostato sulla sinistra “spinge” per entrare nell’inquadratura e dire la sua. Verso nord-est, il quadro pittorico si colma con i colori del Becco di Mezzodì che si para davanti al Sorapiss e alla Croda Marcora.
Credo veramente che pochi luoghi siano così panoramici come questi dove, in un singolo colpo d’occhio, entrano nella retina (e nel cuore) così tante emozioni. Il mio compagno di vetta sembra pensi la stessa cosa e, pur senza proferir parola anche se italiano (come sono tutti taciturni oggi!), con lo sguardo pare assentire.
Nel frattempo veniamo raggiunti da un ragazzo che si è sparato la salita un po’ di corsa ma che ora, di fronte a tanta magnificenza, cerca di rifiatare un attimo andando ad “accomodarsi” in quel metro di terra ancora rimasto libero, dove non vi sono più rocce per posare le chiappe. È straniero e anch’egli di poche parole; ma forse, queste non riusciamo più a trovarle dopo aver raggiunto questo stato di pace e serenità.
Sulla punta del Mondeval trascorro quasi un’oretta. Tempo che lo impiego girandomi continuamente da una parte all’altra perché di questi luoghi non posso mai essere sazio. Intanto, vedo la prima persona estrarre una cartina topografica identica alla mia e mettersi a studiarla. Oh miracolo! Allora c’è ancora in giro qualcuno che si affida al cartaceo, lo sa leggere e soprattutto lascia ben riposto quel computer tecnologico distruttore di mondi! Al che, sempre in silenzio, questa volta il segno di approvazione “telepatico” nei suoi confronti è il mio!
Casera Mondeval de Sora coi Lastoi de Formin e il Becco di Mezzodì
Il Lago delle Baste e i Lastoi de Formin
La morbida salita verso la cima del Mondeval
La piccola croce di vetta del Mondeval (o Monte Corvo Alto)
La Val Fiorentina con Selva di Cadore. Sullo sfondo, la MarmoladaLa poesia del Lago delle Baste - «Accidenti, doppio e triplo accidenti!»
In quest’ora non salirà più nessuno. Solo verso sera, abbandoniamo il Mondeval. Parte prima il montanaro che mi ha preceduto sulla cima. A seguire, a distanza di pochi minuti, parto io. Per ultimo, il silenziosissimo corridore straniero. Una volta raggiunto il Lago delle Baste, puf... spariti tutti, non vedo più nessuno. Solo una famiglia è stesa nei pressi di quest’oasi ma presto, data l’aria che si è alzata e il fatto che da tempo ormai il sole ha salutato tutti, sarà costretta a fare le tende.
Questo laghetto che cerco di immortalare con la mole del Pelmo sullo sfondo (non a caso è chiamato lo “Specchio del Pelmo) è davvero strano e ogni mio tentativo di avvicinarmi un pochino risulta vano. La pozza è circondata da un acquitrino melmoso che non lascia scampo e nel quale non vorrei proprio impantanarmi; di conseguenza, essendo anche l’acqua piuttosto increspata, addio sogni di gloria di vedere il suddetto massiccio riflesso nelle sue acque.
Questo piccolo bacino naturale è, in realtà, una torbiera d’alta quota. È alimentato dal disgelo e dalle sorgenti sotterranee dell’Altopiano del Mondeval e costituisce un ecosistema molto delicato, con una flora alquanto rara e protetta. Sembra proprio che tale acquitrino sia proprio un sistema di difesa escogitato dallo specchio l’acqua per proteggersi da escursionisti troppo esagitati!
Il Lago delle Baste, presente in questo luogo da tempo immemore, costituiva la principale riserva d’acqua per i primi cacciatori e raccoglitori del Mesolitico i quali, avendo a disposizione un Altopiano sconfinato ricco di selvaggina e pure con la presenza d’acqua, non ci pensarono due volte prima di accamparsi in questi luoghi, almeno nei mesi estivi.
A questo punto, molto a malincuore, la gita è giunta quasi al termine; vedo il sipario piano piano scendere tra queste cime dolomitiche e la sera avanzare inesorabile. Il rientro a Passo Giau non ha alternative se non quella di ripercorrere la via di andata, ripassando, in ordine, tutte le forcelle toccate in precedenza.
Dal laghetto, quindi, ben tre sono le possibilità a mia disposizione per tornare lungo la via principale che passa un po’ più in alto alla mia destra e sulla quale qualcuno è già avviato verso casa.
La prima consiste in un “dritto per dritto”, rimontando dal lago un tratto di pendio verso nord. Le altre due opzioni prevedono di tenere il timone verso sinistra (ovest) e di andare a ricongiungersi con la via primaria poco sotto Forcella Giau, affrontando un percorso parallelo con pendenze più graduali. Tutti i sentieri, in ogni caso, pur senza numerazione, sono perfettamente distinguibili e super agevoli da percorrere. Io opto per una via di mezzo, trovandomi a sforcellare dopo circa venti minuti di piacevole cammino.
Andar via da qui è proprio un delitto ma ora tocca proprio rientrare. Un ultimo respiro profondo e un ultimo saluto al Mondeval, con questa strana formazione rocciosa dalla forma di un half-pipe e via, giù verso Cees de Iou. Beh, si fa per dire, dato che i colori tardo pomeridiani che investono Tofane, Cinque Torri, Nuvolau, Ra Gusela e Lagazuoi mi impongono di tirare il freno a mano.
Il cielo è parecchio nuvoloso, tira una leggera brezza tutt’altro che calda ma queste montagne a quest’ora del giorno sono qualcosa di stratosferico. C’è anche il Sella, ora parzialmente meno avvolto dalla foschia, sul quale distinguo bene ancora tutta la neve rimasta.
Intorno a me non c’è più nessuno, sono forse già tutti rientrati?
La discesa fino al primo crocevia (Cees de Iou, appunto) è una pura formalità; cionondimeno, adesso devo rimontare qualche metro di dislivello fino a Forcella Col Piombin, ripercorrendo quel semicerchio particolare della Val Cernera, di cui il primo tratto è quasi in piano.
A metà percorso, purtroppo solo per un istante, vivo uno dei momenti più belli della giornata, la quale, già indimenticabile, rimarrà per sempre ben stampata nel profondo dell’anima. Incrociando una ragazza un po’ più giovane di me non vengo accolto solo dal solito saluto che ci si cambia sui monti (in città è fantascienza) ma da uno dei sorrisi più luminosi che abbia mai visto.
Come paralizzato, rimango immobile, cercando di ricambiare tale sorriso e non proferendo altro se non un banalissimo “Ciao” pure balbettato. Poi, voltatomi e vedendola qualche metro avanti, mi domando dove sia diretta a quest’ora tarda.
Con la frase del mitico Dick Dastardly che mi rimbomba nella mente, «Accidenti, doppio e triplo accidenti!», sconsolato, procedo la marcia.
Quando mi volto la scopro seduta su di un piccolo belvedere (che ho pure immortalato e di cui ho detto nella prima parte) ad ammirare il panorama.
“Accidenti, doppio e triplo accidenti!”.
Avessi con me il buon Muttley potrei prendermela con lui dicendogli “Muttley, fa’ qualcosa!». Invece sono solo e il momento, sigh, è passato. E con un panorama così...
Poco sotto Forcella Col Piombin incontro nuovamente i passaggi su roccette che forse, visti da qui, non sono distanti dal I grado. All’andata, in discesa, questi punti mi parevano più facili ma, vedendo anche la fatica (e la paura) che un paio di signore non proprio avvezze ai sentieri hanno nel calarsi verso la posizione più bassa in cui mi trovo, sono portato a valutare queste roccette come non proprio banalissime. O almeno, lo sono per chi è abituato alle escursioni in montagna dato che il I grado è proprio l’abc. E qui torna il riferimento ai merenderos di cui la premessa e a chi non mai messo piede su un sentiero di montagna.
Non vedo benissimo la loro discesa; in più, il fatto di essere un po’ in sovrappeso non le aiuta. Aiuto la loro calata indicando i gradini più comodi su cui poggiare i piedi e dando la mano. Alla fine, superato l’ostacolo e paonazze in volto, ringraziano, contentissime come se avessero disceso la nord dell’Eiger!
Da Forcella Col Piombin, rientrare a Passo Giau è un’altra formalità. Un ultimo sguardo a questi gruppi dolomitici e uno alle spalle dove la fanciulla sta ancora assaporando questi luoghi (così si vive la montagna, mannaggia a me!) e via fino a Forcella Zonia dalla quale, anziché rientrare dalla pista principale, taglio dritto giù per i prati , ricongiungendomi col parcheggio posto lungo l’ultimo tornante della strada che da Cortina sale a Passo Giau. Da qui, recupero l’auto colmando la pochissima distanza rimasta lungo l’asfalto e notando, alfine, la mia essere l’ultima rimasta. Incastrata ancora tra quei due camper enormi!
Ciao Dolomiti, arrivederci Mondeval. E arrivederci anche a te, principessa delle fate che contempli il tuo regno e col tuo sorriso lo illumini, lasciando dietro di te una scia di luce che continuerà a scaldare chiunque rimanga a guardarti.
Il Lago delle Baste e il Pelmo
L'ultimo saluto al Mondeval (e al suo half-pipe!)
La via di ritorno verso Forcella Col Piombin
La Tofane con una leggera enrosadira viste dal romanticissimo belvedere
Il percorso di rientro verso Passo Giau con la Ra Gusela, l'Averau e la Croda Negra in lontananzaTesti e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria
Da sx, Pelmo, Monte Corvo Alto (Mondeval), Piz del Corvo, Civetta
Dalla cima del Mondeval, magnifica vista sul Pelmo e sull'Antelao (sx)
Il Sorapiss, il Becco di Mezzodì e l'Antelao, dalla cima del Mondeval
Immenso panorama verso uno dei più begli angoli dolomitici
Anemoni alpini (Pulsatilla alpina (L.) Delarbre)Per una visita all'Uomo di Mondeval: https://www.museoselvadicadore.it/