IL SENTIERO DELLE LEGGENDE DELLA VALPOSCHIAVO

Percorso artistico e tematico che travalica il mondo escursionistico per abbracciare un’esperienza in un mondo fantastico e mitologico che unisce natura, silenzio, panorami, ambiente e memoria, trasformando una semplice camminata in una vera e propria immersione nell’incanto. L’anello, molto breve e con dislivello davvero contenuto, si compie in un’oretta o poco più, camminando in senso antiorario e lasciandosi trasportare nel mondo della leggenda. Il sentiero non presenta alcuna difficoltà e si sviluppa nel Bosch dal Crott, lungo le prime propaggini del pendio posto a ovest di Poschiavo. L’escursione è adatta anche ai più piccoli i quali, trasportati in un mondo fantastico, arricchiranno le loro conoscenze all’insegna del divertimento.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione. Si faccia attenzione alla direzione del nord.

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Parcheggio Via da San Pieru, Valposchiavo, Cantone dei Grigioni (1019 mt.)

Località e quota di arrivo: Miraval (1180 mt.)

Punto più elevato: Miraval (1180 mt.)

Dislivello positivo: 156 mt.

Lunghezza del percorso: 2,1 km

Coordinate punto di partenza: 46°19’35”N 10°03’19”E

Posizione: il Sentiero delle Leggende si trova lungo le prime propaggini del Bosch da Crott e sopra Via da San Pieru, nella zona ovest di Poschiavo.

Difficoltà: Sentiero di Montagna (La segnaletica svizzera)

Presenza di tratti esposti: no.

Tempo di percorrenza totale: 1h (Tempi di percorrenza)

Tipo di escursione: anello.

Tipo di terreno incontrato: sterrato-asfalto-cemento-acciottolato-erba-sterrato-radici-fogliame-piccole roccette-aghi di abete. (La camminata e il sentiero)

Possibilità di ristoro: a Poschiavo.

Segnavia: bianco-rosso-bianco. (La segnaletica svizzera)

N° del sentiero: Poschiavo-Miraval.

Acqua lungo il percorso: nessuna lungo il percorso.

Stato del percorso: i sentieri si trovano in ottime condizioni.

Periodo: tutto l’anno.

Panorama: interessante sul paese di Poschiavo nella prima parte del percorso, molto bello da Miraval verso la  Valposchiavo e l’omonimo lago.

Attrezzatura particolare richiesta: nessuna.

Discesa: ad anello, seguendo le indicazioni del percorso tematico.

Tappe del percorso: Parcheggio Via da San Pieru (Poschiavo) - Passaggio a livello Bernina Express - Cappella di San Pietro - Pannello leggende con cannocchiali - La Rupe Spaccata - Bivio Miraval - Lo Stregone di Prada - La Barba del Selvaggio - Il Mago dei Fanciulli - La Leggenda di San Sisto - Area di sosta - Miraval - Il Salvanco di Cadera - Passaggio a livello Bernina Express - Parcheggio Via da San Pieru (Poschiavo)

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dal Parcheggio presso il cimitero in Via da San Pieru a Poschiavo (1019 mt.) si prende in direzione ovest verso il passaggio a livello del Bernina Express che si attraversa per trovarsi all’inizio del percorso tematico (indicazioni per Vederscion, Braita, Castell, Campell, Val e Giro dei Secoli). Percorsi pochi metri in salita lungo un bell’acciottolato, si svolta a sinistra per transitare accanto alla Cappella di San Pietro (1038 mt., 5’) dove il selciato lascia il posto al classico sentiero di montagna. Sempre in leggera salita si oltrepassa un punto panoramico dove sono stati installati vari cannocchiali e un pannello generale riportante le leggende che si incontreranno lungo il percorso. La prima la si trova ancora un po’ più in alto, dopo aver rimontato qualche metro di dislivello (lungo forse la rampa più ripida del percorso). Proseguendo il giro, si continua a salire fino a giungere ad un bivio dove è chiaramente riportata la svolta verso destra per Miraval. A questo punto un lungo rettilineo nel bosco in lieve pendenza conduce, appunto, a Miraval, dopo aver toccato vari pannelli riportanti un estratto di altre quattro leggende di questa porzione di territorio e un’area di sosta dove sono presenti un muretto e un tavolino in pietra. A Miraval (1180 mt., 35’), bel panettone erboso panoramico sulla Valposchiavo, si trova anche l’ultima leggenda che si raggiunge dopo tre metri di discesa nel bosco, già all’inizio della via di rientro. Questa avviene sempre seguendo la morbida pista nel bosco costituita da un soffice tappeto di aghi di abete che, per tornanti non ripidi, conduce nuovamente a valle ricongiungendosi con la via di salita poco prima della Cappella di San Pietro. Da qui, basta attraversare ancora il passaggio a livello per tornare al parcheggio di Poschiavo (1h).

 

UN VIAGGIO NELL’IMMAGINARIO IMMERSO NELLA NATURA E NELLA LEGGENDA - (DEL 15/08/2026)

Un parchimetro, un perché - A Poschiavo, la porta d’accesso di un mondo che non c’è più

La scoperta di questo itinerario fantastico (in tutti i sensi) è nata mentre stavo osservando (come di consueto) la mia cartina nel tentativo di andare a scoprire quanto di bello potesse riservarmi la Valposchiavo. Chiuso nel mio appartamento a Grosio in un giorno uggioso, mi capita tra le mani un bell’opuscoletto riportante due righe striminzite di una gita che mi avrebbe condotto alla scoperta delle leggende della Valposchiavo.

Il progetto di realizzare un percorso tematico e artistico sopra il borgo di Poschiavo ha preso forma tra il 2018 e il 2019 quando è stato premiato nell’ambito del concorso di idee cantonale graubünden Hike. Tra il 2021 e 2022 sono state posizionate le sculture di legno e man mano arricchite con nuovi particolari.

Ridicolo il dislivello, praticamente nulla la fatica, così come i tempi di marcia. Lì per lì non stavo dando la dovuta attenzione a questo percorso il quale, qualche giorno dopo, mi ricapita tra le mani.
“Su di qui... giù di là... va bene dai, andrò a vedere” mi sono ripromesso.
Detto fatto, eccomi in quel di Poschiavo pronto ad andare a scoprire cosa si possa celare all’interno del Bosch da Crott. Inutile dire che ne sono rimasto fin da subito assai coinvolto,  affascinato dai luoghi e... da ciò che si racconta.
Andiamo però con calma e iniziamo da questa bella cittadina svizzera e, precisamente, dal Parcheggio di Via da San Pieru posto di fronte al cimitero e alla ferrovia retica del famoso Trenino Rosso del Bernina (la cui storia è raccontata nella gita Lagh da Palü, Lagh da Caralin).
I parcheggi in Svizzera sono per la maggior parte a pagamento e questo non fa eccezione. La macchinetta, come le nostre, è davvero efficiente (anche troppo) ma bisogna “saperci fare”. Con circospezione, quatto quatto, mi avvio verso questo diabolico marchingegno tecnologico, scoprendo innanzitutto di dover digitare sul display la targa della mia auto. Bello! Subito dopo mi viene richiesto di inserire il denaro in base al tempo di sosta previsto, né più né meno di quanto avviene in Italia. Al termine dell’operazione (fisso un tempo non superiore alle due ore) mi ritrovo a fissare il parchimetro inebetito. Io fisso lui e lui fissa me.
Non succede nulla. Aspetto qualche minuto ma nulla. Sul display è tornata la schermata principale. Penso per un momento mi abbia “mangiato” le monetine, invece no. Mi viene spiegato dalla polizia nel frattempo sopraggiunta (sì, esatto, come da noi...) che la macchinetta non emette ricevuta cartacea con tanto di orario da collocare sul cruscotto ben visibile.
“È tutto digitale”, spiegano, “si deve ricordare quanto ha messo e il tempo, a noi risulta dal display se è in verde o  in rosso”. 
Però! A saperlo stavo un po’ più attento al display, sul quale l’ora di fine sosta compare solo per qualche secondo dopo aver inserito l’ultima monetina! Insomma, comodo è comodo ma non mi sembra che questa tecnologia abbia portato così tanti benefici... senza contare che, almeno in Italia, quando ero più piccolino era tutto gratuito!
In ogni caso, stavolta senza zaino, sono pronto a staccare da tutte queste “diavolerie” umane e a tuffarmi, finalmente, nel mio mondo preferito costituito da montagna, pace, silenzio e... racconti incantati!
Percorro quindi sulla sinistra ciò che rimane di Via da San Pieru, attraversando i mitici binari del Bernina Express. Il treno, lo vedo, sta sopraggiungendo ma il varco è ancora aperto (già, non viene chiuso due ore prima come in Italia).
Tutto contento e già con un immenso sorriso mi accingo a posare il mio piedino (si fa per dire) sull’acciottolato che sale verso la chiesetta di San Pietro, che già vedo qualche metro sopra di me. Qui, tra una casa vacanze alla mia sinistra piena di bandierine svizzere e una sulla destra circondata da un giardino che più in ordine non si può, è presente la segnaletica verticale gialla riportante il nome di alcune località che non comprendono però, stranamente, il Sentiero delle Leggende della Valposchiavo.
Lungo il muretto dell’abitazione sulla destra è infisso un pannello indicante il Giro dei Secoli, che magari avrò occasione di percorrere un’altra volta. 
“Poco male, tanto il percorso è breve, mica ci si può perdere!”
Inizio a muovere i primi passi in salita quando vengo subito colpito da una strana pianta del sopracitato giardino, le cui bacche rosse si spingono fin sul sentiero. Meno male che non colgo mai nulla e che, se lo faccio, è solo per assaggiare fragoline di bosco, mirtilli, lamponi o more (gli unici frutti “sicuri” che conosco)!
Limitandomi a fotografarle, dunque, mi fisso in testa (non so perché) che possano essere ribes (le guarderò meglio al ritorno, sempre con la medesima impressione). Scoprirò, invece, trattarsi del Pallon di maggio o viburno (Viburnum opulus L., 175), non commestibile crudo in quanto le sue bacche, tossiche, causano dolori allo stomaco e vomito (solo la cottura distrugge le tossine)! In ogni caso questa pianta ornamentale è davvero belle e visivamente impattante!
L’acciottolato termina qualche metro più in là, lasciando posto al classico sentiero di montagna che, in leggera salita, taglia trasversalmente il Bosch da Crott passando accanto alla bella chiesetta romanica di San Pietro, da me raggiunta dopo nemmeno cinque minuti di cammino. Alla mia destra, invece, il sentiero da cui poi farò ritorno.
Da questo punto riesco già a dare un’occhiata al paese di Poschiavo e alla sua valle. Dopodiché, gli alberi chiuderanno un po’ la visuale che, forse, ricomparirà più in alto. L’unica cosa stonata di questa porzione di territorio sono gli immensi cavi dell’alta tensione che salgono fino al Passo del Bernina e che, come un pugno in un occhio, interrompono l’incanto di queste montagne. Sono veramente imponenti e invasivi e cozzano con la bellezza che sta loro intorno. Mannaggia a loro!
Dopo essermi spinto per qualche metro ancora lungo il sentiero che va da Viale a Selva (capirete leggendo della leggenda della Rupe Spaccata), in direzione sud, giungo in un piccolo spiazzo dove è presente un pannello riepilogativo delle varie leggende (rappresentate sotto forma di sculture di legno) che incontrerò procedendo col percorso. Bellissimo, non vedo l’ora che i racconti inizino!
Nei pressi, sono stati collocati diversi mini binocoli rivolti in varie direzioni e dentro i quali, forse qualche anno fa, vi si poteva guardare per scoprire “più da vicino” le località o le cime verso cui sono rivolti. Il rimando a qualche anno fa è riferito al fatto che, guardando alla mia sinistra, vedo solo della gran robinia (Robinia pseudoacacia L.) che preclude qualsiasi tentativo di ammirare un qualsivoglia panorama!
“Poco male”, elaboro “in fondo non son qui per il panorama”. 
Sento piuttosto che le porte di questo universo magico si stanno per aprire, non manca molto. 
“Andiamo avanti!”
Infatti, pochissimi minuti dopo, eccomi sotto i ruderi di un antico castello, vicino al quale una rupe spaccata con la figura di un cavaliere... ehi! Ma siamo già alla prima leggenda!

La Rupe Spaccata (La leggenda è ambientata lungo la tratta che va da Viale a Selva)

La Rupe Spaccata

La Valposchiavo, nel medioevo, era ben diversa da come la vediamo oggi. Sempre bella, anzi, bellissima ma assai selvaggia e con la vegetazione che ricopriva la maggior parte del territorio. Tra alberi maestosi, su qualche bel poggio panoramico e incastonati alle rocce, si ergevano tenebrosi i castelli merlati dei signori stranieri. Date le abbondanti ricchezze naturali del territorio circostante, uno di questi signorotti pensò bene che, sfruttando la cosa, ci si sarebbe potuti arricchire un bel po’.
Così, un bel giorno, inviò verso valle un castellano dai modi rozzi, un crudele aguzzino, con l’ordine di accaparrarsi tutto ciò che avesse trovato sul suo cammino e che poteva risultare utile. Questo castellano era proprio cattivo e si divertiva a trattar male la povera gente. Evidentemente, non era stato scelto a caso.
Con altri suoi complici si sistemò quindi nel castello di Pedenale e da qui iniziò a fare scorrerie in lungo e in largo, compiendo le più gravi malefatte. Quando egli vedeva sui campi i grandi covoni di grano ammassati con grandi fatiche dai poveri contadini e gli odorosi mucchi di fieno, non tardava a fare scorribande per accaparrarsi tali ricchezze, prendendo pure in giro i contadini sbigottiti. Il castellano portava via tutto, bestiame compreso. Pure i ragazzi giovani e forti potevano servire come manodopera al castello.
Il signorotto, ben riparato dentro al suo castello, si godeva così gli agi della vita; con lui, tutti i suoi sottoposti i quali, in cambio di ubbidienza, ricevevano di certo sicure ricompense.
Alla povera gente non rimaneva nulla; dovevano faticare per niente e, anzi, obbedire se non volevano ripercussioni, aggiungendo pure un generoso inchino quando ricevevano la visita del suddetto castellano.
Vista la situazione era normale che i valligiani gli augurassero le peggior cose. Tra questi, in particolare, nel piccolo e ameno borgo di Prada, viveva un buon uomo con sua moglie e la sua prole. Egli, pio, caritatevole e più fortunato dei suoi compaesani, disponeva più di altri e sapeva quanto era dura la vita e cosa significava il lavoro nei campi, nonché i sacrifici che questa attività comportava. Per questo, ogni volta che veniva a sapere delle razzie del castellano andava su tutte le furie e le sue lamentele le condivideva con gli altri contadini e allevatori.
Proprio per questo il castellano, temendo la cosa potesse sfuggire di mano e che contro di lui si potessero coalizzare tutti gli abitanti della valle, un giorno di agosto decise di dare un avvertimento a questo contadino e alla sua famiglia. In questo periodo, infatti, i suoi campi erano colmi di ogni ben di Dio e altra gente andava da lui a raccogliere qualcosa per sé. In questo giorno particolare il buon uomo si vide arrivare gli scagnozzi del castellano armati  di tutto pugno che, in breve tempo, si portarono via tutto, elargendo a qualcuno perfino qualche sberla e spintone, sghignazzando a più non posso e insultando a destra e a manca.
Per il buon contadino questo era troppo. Se da un lato era buono e caritatevole coi bisognosi, sapeva di certo farsi valere con i prepotenti. Soprattutto quando i prepotenti portavano via il frutto del suo lavoro!
Così, con spirito di vendetta, si armò di tridente e uccise i primi tre scagnozzi che gli si scagliarono contro. Ma lui era solo contro molti e nulla poteva. Disarmato e catturato, fu condotto al castello di fronte al signorotto locale il quale, sentendo ciò che l’uomo aveva appena fatto, si adirò moltissimo, meditando per lui una punizione esemplare, piena di sofferenze e che andasse al di là della semplice morte istantanea.
Immobilizzato, al pover’uomo gli vennero cavati gli occhi con un arnese infuocato e gli furono mozzate le mani. Così conciato, fu poi ricondotto a casa sua, davanti a sua moglie e ai suoi figli che subito, vedendolo in quelle condizioni, proruppero in un pianto disperato. Non contenti, i tirapiedi gli devastarono la casa, portandosi via tutto quanto poterono; successivamente, fecero visita alla sua stalla, arraffando anche lì ogni cosa per poi dargli fuoco.
Il buon contadino non meritava di certo tutto questo. In quelle condizioni, aiutato dai suoi figli, non poté fare altro che andare in cerca della carità bussando alla porta proprio di coloro verso cui prima era stato così generoso.
Costoro rimasero davvero impressionati dall’uomo e il loro cuore gridava all’unisono vendetta.
Intanto il castellano non aveva cambiato le sue abitudini, continuando a godersi gli agi e a trattare male chiunque gli si parasse davanti. Un giorno si ritrovò a cacciare su di un pendio boscoso accanto ai monti di Selva, zona dove il povero contadino a cui avevano fatto così tanto male possedeva ancora una baita e qualche appezzamento di terra. La strada per giungere a questi possedimenti passava accanto ad un grande masso roccioso, l’unico in mezzo a così tanta vegetazione. 
Da tutti era chiamato il Sasso di Macòn e, come allora, ancora oggi si trova lì, con lo stesso nome.
In vista di un temporale, il castellano coi suoi sgherri si affrettò a tornare sui propri passi nel tentativo di raggiungere la casa di qualche contadino, all’interno della quale avrebbe di certo estorto l’ospitalità e il buon cibo. Una volta ritornato vicino alla suddetta rupe, il cavallo si imbizzarrì di colpo; e per un valido motivo, si direbbe, in quanto seduta contro il sasso se ne stava una donna con un bambino in braccio. La donna, spaventata, mostrando la piccola creatura al castellano, implorò la carità.
Recuperata la calma, il castellano chiese chi fosse.
“Vi ricordate quell’uomo che avete accecato? Vi ricordate che col vostro gesto avete tolto a quella famiglia la sussistenza? Ecco, io sono la moglie di quell’uomo e, con un gesto di pietà, potreste almeno essere generosi per un giorno, donandoci qualcosa.”
Il castellano, dopo aver dato un’occhiata alla sua borsa piena di monete che pendeva dalla cintola, si mise a ridere spronando il suo cavallo per ripartire all’istante. L’animale però non si mosse, dato che la donna, nel frattempo, si era posta proprio in piedi di fronte a lui nel mezzo della strada.
“Scostati sgualdrina” apostrofò lui, continuando a ridere e incitando ancora il suo cavallo.
Al che, la donna, ora su tutte le furie, tese le sue mani che stringevano il pargolo verso il castellano gridando:
“Bene, dato che ci avete tolto tutto e ve ne guardate bene dall’aiutarci, vogliate almeno tenere con voi questa creatura, in modo che possa essere nutrita”.
Il castellano, uomo davvero crudele, prese per un piede il bimbo e, facendolo roteare in aria, lo scagliò con violenza contro la rupe, contro il Sasso di Macòn. Del piccolo non rimase nulla, purtroppo. Il cavallo, nuovamente imbizzarrito alla vista del sangue e per lo scatenarsi del furibondo temporale nel frattempo sopraggiunto, con un balzo saltò sopra la grande roccia.

“... Nel medesimo istante, fragoreggiando come una montagna che sdirupa, sfolgoreggiò il fulmine. La rupe si spaccò: cavallo e cavaliere sparirono inghiottiti nell’orrenda voragine, aperta dalla vendetta di Dio. E giù nella valle, in mezzo al furore della tempesta, gli uomini insorti contro il tiranno assalivano il castello, saccheggiando e bruciando ogni cosa...”

Terminò così il regno del terrore di questo castellano. Da allora del castello non vi sono che poche rovine; tuttavia, la torre, sopra Mazzo di Valtellina, è ancora intonsa e la si può raggiungere tranquillamente.
La rupe spaccata, come detto, lungo la strada da Viale a Selva, c’è ancora e su di essa è ben visibile la figura di un cavallo e di un cavaliere, proprio mentre una folgore sta per abbattersi su di loro. Quando il temporale torna a scuotere le fronde degli alberi nelle notti più buie e un fulmine si abbatte vicino a tale rupe, si dice in giro, l’ombra di un uomo seduto sul suo destriero compare sopra di essa per poi svanire di colpo come inghiottita in un dirupo. Di quell’uomo, allora, in quell’istante si può perfino sentire il suo anatema.

Sempre dritto, su per il sentiero; poi, a destra per Miraval dove continua il racconto

Accanto alla Rupe Spaccata si trovano le rovine di un’altra specie di castello di cui purtroppo rimane davvero ben poco, se non qualche merletto e muro perimetrale. L’intrico di rami, tronchi e ogni cosa contundente che possa ferire una persona sconsigliano caldamente di fare anche il minimo sopralluogo su per il pendio. Peccato. Non sono riuscito a risalire alle sue origini o a cosa servisse, che fosse una torre di avvistamento o una specie di avamposto?
Il sentiero si mantiene sempre agevole, pulito e, a tratti, offre qualche scorcio panoramico verso la Valposchiavo. Il lago omonimo, azzurrissimo, non è molto distante e la cartolina che si apre tra i rami degli alberi è qualcosa di favoloso.
Man mano che salgo alla vegetazione infestante si aggiunge qualche bella conifera. 
Giunto ad un secco tornante destrorso, è per me giunto il momento di virare la direzione di marcia, puntando ora di nuovo verso nord. Una lunga rampa tutt’altro che faticosa mi aspetta prima dell’arrivo a Miraval, qui magicamente riportato sui cartelli. All’inizio di questa, incontro la prima scultura in legno.
Infatti, oltrepassata una roccia sporgente sotto la quale sono ancora presenti due cartelli in legno riportanti le scritte “Expo” e “Sentiero”, ecco... Lo stregone di Prada!
La scultura in legno legata a questo non è proprio ben visibile (non sarà l’unica); per trovarla occorre cercare lungo il pendio boscoso alla propria destra. Un braccio e una mano rivolti verso il cielo si confondono col resto dei tronchi nelle vicinanze (io ci ho messo un po’ a trovarla, nemmeno nei giochi enigmistici in cui occorre aguzzare la vista!). Ma ora, andiamo a scoprire questa e altre belle leggende tutto d’un fiato!

Una bella vista verso Prada, Sant'Antonio, Le Prese e il Lago di Poschiavo

Lo Stregone di Prada (La leggenda interessa le zone di Prada e Cologna)

Lo Stregone di Prada

Tanto tempo fa, un vecchietto occupò la vecchia cascina sopra il villaggio di Prada (paesino situato a sud di Poschiavo), oggi abbandonata e in rovina. Nessuno sapeva da dove veniva quell’uomo; tuttavia, gli abitanti si interessarono del suo arrivo. Le voci circolavano tra la gente ma nessuno aveva ancora mai visto quel vecchietto. Si diceva fosse molto rozzo e dall’aspetto tutt’altro che curato.
Un giorno l’uomo decise di scendere in paese. Portava appresso alcuni strani cesti, da lui realizzati, che subito tentò di scambiare con una contadina in cambio di un piccola capretta. Al veder quell’uomo vestito quasi di stracci, la poveretta si agitò, urlando di non importunare gli abitanti di Prada e scappando a gambe levate.
Il vecchietto, senza aver concluso nulla e un po’ stupito, si avviò di nuovo verso la sua bella cascina.
Dopo aver fatto passare qualche giorno, l’uomo decise di riprovare a concludere qualche scambio, questa volta andando a far visita agli abitanti di Cölögna, sperando nessuno fuggisse questa volta alla sua vista. In paese, ebbe maggior fortuna. Un contadino fu colpito dalla miserrima condizione in cui versava l’uomo e, dopo che questi gli ebbe raccontato ciò che era avvenuto qualche giorno prima in quel di Prada, decise volentieri di cedergli la sua capretta in cambio dei suoi cesti. Tutto soddisfatto, il vecchio si avviò verso casa.
Intanto, le voci circolavano e non passò molto tempo prima che a Prada si seppe che l’uomo ora era in compagnia di una capretta. I dubbi tra gli abitanti, però, rimanevano. Come poteva quella persona accudire quell’animale se viveva in condizioni di estrema povertà?
Nel frattempo avvenne un curioso episodio. La donna che incontrò l’uomo e che negò lui lo scambio, un giorno vide le sue caprette tornare dai pascoli senza latte. Subito, la donna pensò che fosse opera di quell’uomo, da lei considerato un autentico stregone.
Il giorno successivo, una delle sue caprette morì pure avvelenata. E non era la sola a cui capitassero cose strane. La mucca di un contadino intenta a pascolare in Val d’Agneu appoggiò male una zampa e finì dritta giù per un dirupo. Secondo questo contadino, la donna aveva ragione. Quell’uomo doveva essere certamente un vecchio stregone.
In breve tempo tra gli abitanti di tutta la valle si diffuse la voce dell’esistenza di uno stregone che aveva preso da poco  possesso di un casolare.
Al che, giuntigli le voci, il contadino di Cölögna che scambiò la sua capretta per i cesti, decise di recarsi a Prada per far luce sulla vicenda. Non ci mise molto a capire che la causa di tutto questo male non era dovuta ai sortilegi di quel vecchio lassù; una vipera malefica, infatti, amava succhiare il latte dalle capre mentre queste pascolavano. E la mucca, che calpestò il rettile pieno di veleno, perse l’equilibrio e precipitò nel burrone.
Il contadino ammonì gli abitanti di Prada di non dare subito la colpa a qualcuno senza avere le prove e senza conoscere come stavano veramente le cose.

“...È ora di finirla con i pettegolezzi e le storielle che sono vere calunnie appioppate al buon vecchietto che voi vedete qui con noi. Nulla di quanto si è detto finora di lui ha un fondo di realtà, sono tutte cabale. Vi possiamo garantire ch’è un uomo onesto, buono e semplice: accettiamolo ora nel nostro villaggio e nessun ardisca di molestarlo...”

Passarono i giorni; gli abitanti, piano piano, si abituarono alla presenza di quel vecchietto guardandolo ora con rispetto e compassione. L’inverno sopraggiunse e la neve ricoprì ogni cosa. Dal paese, i contadini guardavano ogni tanto verso la cascina di quell’uomo ma nessun fumo uscita da essa. L’edificio sembrava disabitato. Così, alcuni paesani, preoccupati che all’uomo potesse essergli successo qualcosa di grave, si decisero a risalire il pendio innevato per andare a controllare. Giunti sulla soglia della cascina, tutto era silenzio e nessuno pareva più abitarvi all’interno.
Presi dall’ansia, abbatterono violentemente la porta, rimanendo stupiti da ciò che videro.
Il vecchietto e la sua capretta erano ancora vivi ma decisamente pativano il freddo e le loro condizioni non erano buone. Così, lo convinsero ad abbandonare la sua capanna per scendere con loro tra le case del paese, promettendogli che sarebbe stato accolto molto bene e riferendogli che nessuno dubitava più di lui.
Il pover’uomo si convinse e accettò di scendere a valle, portando ovviamente con sé la sua amata capretta. In paese, gli abitanti organizzarono subito una grande cerimonia di benvenuto. Il cosiddetto stregone, che tale non era, trovò ospitalità in una casa calda e confortevole e lì visse fino alla sua morte.

La Barba del Selvaggio (La leggenda è ambientata ai piedi dei roccioni del Sassalbo, tra Cologna e Sassiglione)

La Barba del Selvaggio

Si narra che tra le rocce granitiche e imponenti del Piz Sassalbo vivessero tanto tempo fa uomini rozzi, selvaggi, bruti e crudeli, ricoperti da una folta peluria e molto alti. Data la loro mole, avevano bisogno continuamente di alimentarsi e, quando la natura non offriva loro nulla e la selvaggina scarseggiava, non esitavano certo a catturare e mangiare le persone. 
Nonostante questo, questi uomini non sempre si mostravano cattivi col prossimo ma, anzi, in molte occasioni erano molto gentili.
In una bella giornata autunnale, due contadini, moglie e marito, decisero di salire in quel di Sassiglione per accaparrarsi un po’ di legna per l’inverno. Iniziarono quindi a tagliare un po’ di alberi, finché, dietro un larice enorme, comparve il volto barbuto di uno di questi uomini. Il selvaggio, molto affamato, dopo aver abbattuto anch’egli qualche albero, si preparò a divorare i due contadini.

“...ma la moglie, cui premeva troppo la vita e la bella legna raccolta con tanta fatica, ebbe pronta un’astuzia e tentò la prova. Si gettò ai piedi di quell’orco e indicandogli il grosso tronco che avevano abbattuto, disse piagnucolando: «Vedi cosa si stava facendo. Aiutaci prima a finir di spaccare questo tronco; poi ti lasceremo far di noi tutto quello che vorrai...”

L’uomo barbuto ci rifletté un attimo e poi acconsentì. Con un occhio puntato sui contadini, non ci mise molto a tagliare il grosso albero, il quale iniziò subito a cedere dietro l’enorme pressione esercitata da quell’essere. Tuttavia, il salvanco non si accorse che, nello sforzo, la sua lunga barba era rimasta impigliata in una fessura del tronco e, mentre la pianta cadeva, il salvanco gli andava dietro.
I contadini allora approfittarono del momento favorevole, si precipitarono sul salvanco e lo spinsero fortemente contro il tronco. La fessura nel tronco si richiuse immediatamente intrappolando per bene la sua barba.
Nessuno sa come si comportarono in seguito i due contadini. Si pensa che abbiano raggiunto in fretta e furia il paese di Sassiglione, pensando alla fortuna che avevano avuto a non cadere nelle grinfie di quel salvanco. E il tutto, grazie a una lunga barba!

Il Mago dei Fanciulli (La leggenda è ambientata a Campocologno, vicino alla chiesetta di Santa Perpetua)

Il Mago dei Fanciulli

“...Al tempo delle fate, dei maghi e dei folletti, che tenevano le loro dimore nei boschi e passavano la lunga vita a far dei benefici agli uomini, quei cattivi a far loro dei dispetti, vi fu un piccolo mago capriccioso il quale aveva deciso di adoperar quella sua magia a vantaggio dei bimbi buoni...”

Allora non è come oggi e bimbi buoni non era certo difficile trovarli, dato che quasi tutti lo erano.
Il mago girò in lungo e in largo per trovare un posticino in cui stare, finché decise di stabilirsi proprio in un paesino della Valposchiavo, pieno ovviamente di bimbi buoni. Il paese in questione, Campocologno, era allora formato da poche case.
Ogni volta che scendeva la sera e i bambini andavano a dormire, il mago era solito aggirarsi per le viuzze del paese per andare a sbirciare dentro le finestre delle case, ascoltando ciò che più i fanciulli desideravano. Un po’ come Babbo Natale. Tuttavia, si rese conto che era un’impresa ardua riuscire ad accontentare tutti. I loro desideri erano molti, alcuni diversi, ma la maggior parte di essi riguardavano il possedere un bel cavallino bianco, poterlo accudire, cavalcare e averlo come un compagno di giochi. I bimbi sognavano di farsi portare nei più disparati luoghi, in groppa al loro cavallino.
Presso la vicina chiesa di Santa Perpetua, c’erano i fraticelli che regalavano sempre loro un mare di dolci, i boschi erano ricchi di fragole e mirtilli e lassù, sui monti, c’era sempre un bel sole e si potevano trascorrere meravigliose giornate. Infine, come dimenticare il lago dove si poteva recarsi a pescare o fare un bel giro in barca?
Il mago allora escogitò un modo per riuscire nel compito e, una bella mattina, quando i pargoli uscirono dalla chiesetta di Santa Perpetua, trovarono sul sagrato proprio un bel cavallino bianco. Subito scoppiarono grida di festa e la gioia esplose nei loro cuori. Il cavallino era piccolo e adorabile e venne subito coccolato da quei fanciulli, così come da quelli di Campocologno non presenti in chiesa e che accorsero subito. Ad un tratto un bimbo si arrampicò sulla sua groppa pronto per provare a cavalcarlo. L’animale, che sembrava non aspettare altro, tutto felice nitrì, si rizzò sulle gambe posteriori e si lanciò tra le case del paese, tornando pochi minuti dopo. Un altro bimbo allora fece la stessa cosa, finché tutti non riuscirono a provare la gioia di cavalcare quel cavallo.
La piccola bestiola pian piano si abituò alla vivacità di quei fanciulli, rimanendo sempre al loro fianco, come un fedele compagno. Naturalmente il cavallino accontentava tutti, portandoli ovunque loro desiderassero.
La meta più gettonata era la salita dai frati alla chiesetta di Santa Perpetua. In quella tratta, il cavallino in quanto a salti e corse dava il meglio di sé, facendo divertire a più non posso quei bimbi e bimbe. Quando questi si alzava sulle gambe posteriori sotto l’arcata dei portici della chiesetta, ai fanciulli pareva di spiccare il volo. Alcune bimbe, nel momento in cui il loro volto era rivolto verso l’alto, dicevano perfino di aver visto il Paradiso, con la Madonna, il Signore e tutti gli Angeli.
Il tempo passò ma quei bimbi, forse, proprio così buoni non erano. Col tempo iniziarono a pretendere sempre di più e a desiderare cose impossibili. Un bimbo voleva viaggiare per l’Italia fino a Roma, un altro desiderava cavalcare in America e un terzo addirittura compiere il giro del globo intero.
Il povero cavallino, che interpretava tali pretese solo come dei capricci, a tali richieste rimaneva naturalmente immobile. Al che, i fanciulli iniziarono a fargli dei dispetti per fargli cambiare idea. Lo colpirono, gli ritorcevano la criniera e gli tirarono la coda.
Stufo di subire tutto ciò, un bel momento l’animale sparì e i bimbi di Santa Perpetua, quando uscirono come di consueto dalla chiesa, non trovarono nessuno al centro del sagrato.
Il tempo passò ma del cavallino nessuna traccia. I fanciulli di Campocologno allora iniziarono a chiedere ai loro amici di Santa Perpetua se ne sapessero nulla, i quali brancolavano nel buio. Solamente un frate si fece avanti e, con un furbo sorrisetto stampato sul volto, disse ai bimbi:
“Dato che voi siete diventati cattivelli, il vostro cavallino è fuggito. Tornerà solamente quando diventerete nuovamente buoni e bravi.”
Non si saprà mai quanto quei fanciulli avessero cercato in seguito di comportarsi bene per far tornare il loro cavallino, il quale non si fece mai più vivo. Di certo, il mago aveva imparato la lezione e non credette più ai comportamenti di quei ragazzi.

La Leggenda di San Sisto (La leggenda è ambientata a San Sisto, un paesino scomparso e che oggi è parte del borgo di Poschiavo)

San Sisto era, infatti, una piccolissima borgata ubicata lungo la via che conduce ancora oggi alla frazione di Cologna, dove oggi sorge il quartiere omonimo a sud-est di Poschiavo. Nessuno sa da dove proviene il nome dato a quel borgo; si sa solo che qui, prati e pascoli, da sempre portavano quel nome e che, in quei luoghi, girava una leggenda.
Al tempo delle persecuzioni romane, la Valposchiavo era ancora quasi totalmente disabitata e selvaggia. Il fiume, durante le piene, straripava e portava con sé ogni cosa. Solo una strada romana era presente e tagliava l’alpe di S. Romerio, ancora presente, scendendo poi sul fondovalle costeggiando le paludi intorno all’attuale borgo di Poschiavo. Da qui, la strada proseguiva inerpicandosi in direzione del Passo del Bernina.
Intorno all’anno 250 d.C alcuni cavalieri romani al soldo dell’Imperatore Decio, giunsero nel luogo oggi chiamato San Sisto. Costoro erano diretti nella Rezia e, per prender notte, qui si accamparono per pochi giorni, col proposito poi al ritorno di non passare più da lì e di prendere la Via del Settimo.

“...Partirono ignari di aver gettato le fondamenta di un nuovo paese. I cavalli non mangiarono tutta la biada, ma parte di essa venne a cadere in terra e trovò buon terreno, germogliò e nell’estate seguente al posto dell’accampamento dei soldati di Decio si poté vedere un bel campo di grano. Mancavano pochi giorni al tempo utile della mietitura quando vennero a passare di lì altre persone...”

Erano un pugno di cristiani che dall’Italia fuggivano verso nord nel tentativo di scampare alle persecuzioni di Decio. Al veder tutto quel grano, il gruppetto credeva di essere giunto alle porte di qualche bella cittadina; tuttavia, da quelle parti era solo il deserto. Pensando ad un miracolo di Dio, si fermarono in questo posto, si diedero da fare e in qualche tempo iniziò a sorgere un bel paese alpino a cui nessuno si era ancora preoccupato di dargli un nome.
Gli abitanti col tempo aumentarono; la terra era fertile, la selvaggina nei boschi abbondante e l’acqua non mancava di certo. Insomma, la valle era davvero generosa in quanto ad abbondanza di cibo.
Ogni tanto qualche cavaliere o qualche viandante solitario passava da quelle parti ma nulla turbò la tranquillità di quel luogo magico.
La gente, molto religiosa, pensò poi a costruire una chiesetta. Lì, si sarebbero radunati per pregare, anche se la stessa non era benedetta e al suo interno non venivano celebrate messe in quanto non vi era alcun sacerdote.
Vi era solo un vecchio che recava con sé la sua Bibbia dalla quale leggeva sempre qualche versetto. Tutti pensavano che la Provvidenza, prima o poi, avrebbe condotto da loro un buon Sacerdote.
Dopo alcuni anni, una sera giunse finalmente in paese un cavaliere, il quale chiese un po’ di ospitalità e un alloggio. La domanda “In che paese mi trovo?” non ottenne risposta in quanto la località era sempre senza nome. Quando il cavaliere si recò dal buon vecchio del paese, rimase stupito al vedere sulla sua porta d’ingresso e all’interno il simbolo dei cristiani, un pesce unito col pane e il segno della croce.
Intuendo che quella gente fosse cristiana, così come poi gli vene confermato, il cavaliere osservò essere anche il ministro di Dio e di suo figlio Gesù Cristo. Al vecchio egli spiegò essere partito da Roma per andare verso nord ma, giunto al bivio per Settimo di aver sentito una voce che gli pregava di recarsi da loro.
I fedeli di quel luogo, finalmente vedevano realizzato il loro più grande desiderio, ossia quello di trovare qualcuno in grado di celebrare una messa.
Il sacerdote, oltre alla gioia che provocò in tutti, recò anche una funesta notizia. Alcuni mesi prima, infatti, il Pontefice Sisto Secondo era stato assassinato dai mandatari del nuovo Imperatore Valeriano, reo di non aver fatto sacrifici agli Dei.
Al sentir tale annuncio, al vecchio del paese venne una brillante idea. Disse, infatti, che se Sisto era morto in quel modo era allora santo, pertanto la chiesetta e il paese avrebbero dovuto portare quel nome. Così, ecco come in poco tempo la proposta fu accolta dalla gente con entusiasmo e il sacerdote provvide subito a consacrare la nuova chiesa di San Sisto e apporre il nome alla località.
Col passare degli anni il paese e la chiesa scomparvero ma la leggenda è giunta fino a noi. In quella zona, oggi l’ospedale con la sua vicina chiesetta tramandano il racconto di questa leggenda.

In pace con la natura, un momento di riposo in una curiosa area di sosta

Le quattro leggende sopra riportate si trovano tutte in fila, lungo la rampa di cui accennavo prima e che porta senza troppe fatiche a Miraval. La tratta alterna zone ombrose ad altre più aperte, dove il sole filtra e anima il terreno che qui si riempie di erba e arbusti vari.
Ogni leggenda è raccontata da poche righe riportate su di un pannello in ferro (le citazioni in corsivo che ho riportato). A fianco a questo, più o meno nelle vicinanze, è presente la relativa scultura in legno. Alcune sono proprio sul sentiero; per altre, come spiegato, occorre un po’ cercarle nei dintorni aguzzando la vista in quanto facilmente si mimetizzano con altri tronchi o con il fogliame. Sono tutte molto ben intagliate e rappresentano bene la relativa leggenda. Purtroppo alcune sculture, come quella di San Sisto, sono ormai invase dalla vegetazione e un’opera di pulizia andrebbe urgentemente fatta. In caso contrario, il rischio è che presto questo percorso scompaia nel dimenticatoio, dopo tutti gli sforzi fatti per la sua realizzazione.
Qualche passo più in là dalla scultura di San Sisto, ecco magicamente apparire sotto una roccia un angolino tranquillo, con un piccolo muretto e una specie di grande tavolo in pietra: una piccola area di sosta, metà in ombra e metà al sole, dove stendere un attimo le gambe e godersi il silenzio di questo bosco, lontano dal traffico di fondovalle e da ogni civiltà.
Io, per precauzione, vista la stagione calda, assolvo la stessa funzione rimanendo in piedi; tra quelle pietre, infatti, con questa temperatura, chissà quante vipere e viperelle potrebbero annidarsi. L’esperienza insegna!
Come sopra, impiego un bel po’ a trovare anche le sculture legate alla leggenda di San Sisto, proprio perché, alla fine, sono quasi completamente sommerse dal fogliame. Le cerco ovunque, tanto che inizialmente penso che questa non sia semplicemente un’area di sosta ma parte della leggenda stessa!
Nei pressi vi è il solito pannello che riporta uno stralcio della leggenda ma, soprattutto, una gustosissima pianta di more rosse e nere (Rubus ulmifolius Schott, 1818) che questa volta scambio... per more! La scorpacciata è assicurata, su queste non mi posso sbagliare. A fianco, è anche un bel prugnolo selvatico (Prunus spinosa L., 1753) con attaccati dei bei frutti che tuttavia mi limito a osservare. Sa mai!
Un brevissimo tratto ancora in salita mi conduce su di un bel pulpito panoramico con una splendida vista sulla Valposchiavo e il suo lago, con la punta del Cornasc (alla sinistra dello specchio d’acqua) in primo piano. Davvero un bel quadretto!
Tale pulpito è anche la Loc. Miraval, un panettone erboso-sassoso assolato sul quale, anche qui, per ora è meglio non sedersi.
I conti però non mi tornano. Il pannello delle leggende all’inizio del percorso parlava di sei racconti e io ne ho incontrati finora cinque. 
“Dove si è cacciato, dunque, l’ultimo?”.
Come prima, mi metto a cercarlo nei dintorni, senza essere sicuro possa trovarsi in questa posizione. 
“Che sia lungo il sentiero di rientro a Poschiavo?” penso subito.
Percorro in tondo tutto il Miraval finché trovo l’oggetto del desiderio. La scultura del salvanco di Cadera è esattamente all’ombra di gigantesche conifere, circa tre metri sotto a Miraval e proprio all’inizio della via di ritorno, ma un po’ defilato da questa. Finalmente!

Il Salvanco di Cadera (La leggenda parla del contadino che da Resena, attraversando boschi, si recò alle “Foppe di Cadera”)

Il Salvanco di Cadera

Il nostro contadino, un giorno decise di andare a tagliare un po’ di legna accanto al Torrente Cavagliasco, nelle vicinanze di Cadera. Concentrato nel suo lavoro, si apprestava ad abbattere un larice enorme. La scure già nella sua mano, la postura giusta per compiere quel movimento. Tratto tratto, però, una voce giunse al suo orecchio.
“Non provare a tagliare questo bell’albero se non vorrai che ti capiti qualche disgrazia!”.

“...vedendosi dinanzi una strana figura, minacciosa di gigante dai piedi di capra, dal corpo peloso, dal capo massiccio incorniciato da una folta e ispida barba grigia, che digrignando i denti e schizzando dagli occhi un sinistro bagliore, agitava colla destra una clava poderosa...”

A parlare non era l’albero ma, appunto, un gigante bello e buono che in quel momento si trovava proprio dietro quell’albero. Il contadino, ovviamente stupito per l’improvvisa apparizione ma non impaurito, rispose:
“Lasciami andare, non farmi alcun male e io ti regalerò una graziosa capretta!”.
Così il gigante fece ed ebbe in dono il bell’animale. Non solo, ma promise al contadino che se un giorno questi avesse avuto bisogno di lui, bastava che andasse a trovarlo e lui lo avrebbe sicuramente aiutato.
Questo contadino se ne tornò a valle tutto contento. Per lui, ora, il problema più grande era quello di costruirsi una bella casetta in una zona sicura, fuori dal pericolo frane che sovente spazzavano la valle, soprattutto nei dintorni di Resena.
Non potendo affrontare da solo l’immane lavoro, si rivolse dapprima ad un muratore, chiedendo cosa questi avesse voluto in cambio per l’aiuto. Quest’ultimo rispose di essere ripagato con cinque monete d’oro e una cosa viva in possesso del contadino, il pagamento della quale doveva avvenire dopo un anno.
Successivamente, il contadino si recò da un falegname (non di soli mattoni è fatta una casa!) al quale fece le stesse domande. Anche questi rispose la stessa cosa, ossia cinque monete d’oro oltre a una cosa in grado di spostarsi in possesso del primo. Il medesimo contratto venne siglato, anche qui col pagamento posticipato all’anno per la cosa movibile.
Per ultimo, richiese i servigi di un fabbro il quale, oltre a cinque monete d’oro chiese in cambio la mano di sua figlia. Più restio alla stipulazione dell’affare, alla fine il contadino accettò comunque, con la promessa di cedere sua figlia dopo un anno.
Il muratore, il falegname e il fabbro si misero all’opera e, alla fine, proprio una bella casetta venne costruita nella valle. I tre avevano già ricevuto le loro monete d’oro ma non ancora il secondo pagamento.
Il tempo passò e il termine concordato si avvicinava. A parte il fabbro, non è che i primi due individui fossero stati così chiari nelle loro richieste e il contadino voleva capirci di più. Si recò dapprima dal muratore il quale disse che il riferimento alla “cosa” viva riguardava la mano di sua figlia.
Incredulo, si recò poi dal falegname il quale fece il medesimo riferimento intendendo la “cosa che si muoveva”.
Orbene, tutti volevano la mano di sua figlia che era stata già stata promessa al fabbro. Come fare e come mantenere le tre promesse che vertevano tutte su sua figlia?
Tra tutte queste promesse, per poco non si scordò di quella del salvanco; così, pensò bene di andarlo a trovare per chiedere un consiglio.
Lo trovò a Cadera e subito gli espose la spinosa faccenda.
“Quel giorno ti avevo promesso che ti avrei in ogni modo aiutato e così farò. Molto presto, vedrai un evento inaspettato” disse questi.
Il contadino non fece tempo a rientrare in paese che subito, davanti a casa sua, si palesarono tre figlie tutte uguali. Il pensiero di ringraziamento andò subito al salvanco che, in questo modo, aveva salvato capra e cavoli.
A ognuno, quindi, diede in sposa una delle sue figlie, soddisfando tutti e celebrando grandi feste per i matrimoni.
Passarono alcuni mesi e il contadino, curioso, chiese ai tre individui come si trovassero con sua figlia.
Il primo fu il muratore, il quale disse:
“Brava è brava tua figlia, mi trovo molto bene, solamente che ogni tanto si incaponisce e non c’è niente da fare!”
Fu la volta del falegname che aggiunse:
“Tua figlia è davvero straordinaria e non avrei potuto avere dono migliore; solamente, ogni tanto tira graffi proprio come un gatto!”
Infine, fu la volta del fabbro:
“Non potrei essere persona più felice con al fianco tua figlia, sempre allegra, sorridente e con una gran gioia nell’anima!”.
Fu allora che il contadino capì il trucco del salvanco. Il muratore e il falegname, non chiari nelle loro richieste e raggiratori (una cosa viva e una cosa che si muove?) ricevettero in sposa la capra e la gatta. Il fabbro, fin da subito onesto, la figlia vera e propria.

Si volta l’ultima pagina di questo grande libro di leggende

La parte che da questo bel panettone si inoltra tra altissime conifere è anche quella più evocativa e affascinante del percorso. Prendendo a scendere lentamente, seguendo le numerose svolte tra le piante, mi ritrovo a posare i piedi sul soffice terreno ricoperto da terra e aghi di pino. Una discesa davvero tranquilla e molleggiata sembra mi aspetti da qui a Poschiavo. Questa parte di bosco è davvero fantastica, pulita e non più invasa da arbusti vari disposti in modo caotico. 
Purtroppo le leggende sono finite e io sto per abbandonare questo reame incantato fatto di salvanchi, stregoni, maghi, folletti, cavallini bianchi e chi più ne ha più ne metta. Inutile dire che da qui mai vorrei tornare a valle e, quantomeno, di queste storie sarei pronto a fare un nuovo rifornimento.
Intanto, vedo Poschiavo qualche metro sotto di me, sotto i raggi cocenti del sole di agosto, in una giornata forse un po’ più tersa delle precedenti. Strano!
Per non far finire troppo presto questa esperienza, stranamente oggi non presa in considerazione dagli escursionisti, rallento il più possibile il passo. Fino all’ultimo scendo con la speranza di incontrare un salvanco o un gigante, immergendomi in una bella storia; il mio arrivo a Poschiavo, spezza questo purtroppo questo sogno, appartenente a un mondo antico.
Alla fine, però, tutte le cose belle hanno pur fine e io mi ritrovo di nuovo nel polveroso parcheggio di Poschiavo a ripensare a mondi che forse erano presenti un tempo e che ora sono (purtroppo) solamente un lontanissimo ricordo.

La morbidissima discesa nel bosco da Miraval

Testi e foto di: Daniele Repossi

In compagnia di: Solitaria

Il Pallon di maggio o viburno (Viburnum opulus L., 175)
More (Rubus ulmifolius Schott, 1818), una tira l'altra!
Il prugnolo selvatico (Prunus spinosa L., 1753)

Fonte leggende: https://valposchiavo.ch/it/esperienze/escursione/leggende-della-valposchiavo