ANELLO DEL SETSASS

Giro ad anello immenso, appagante, meraviglioso attorno ad uno dei gruppi simbolo delle Dolomiti, nonché caposaldo austroungarico durante la Grande Guerra. La lunghezza e la tipologia del percorso rendono questa escursione indicata ai più esperti, in grado di affrontare senza problemi tratti rocciosi e ghiaiosi, con punti franati anche infidi e che non soffrano particolarmente di vertigini. Nei punti più critici occorrono sicurezza di passo e piede fermo. L’escursione non presenta passaggi alpinistici ma solo un breve tratto attrezzato con fune metallica e pioli in ferro nel tratto al disotto il Lago Valparola.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Parcheggio Rifugio Passo Valparola, Livinallongo del Col di Lana, Belluno (2168 mt.)

Località e quota di arrivo: Cresta Les Pizades (2270 mt.), Bivacco Sief (2262 mt.)

Punto più elevato: Versante ovest Piccolo Setsass (2315 mt.)

Dislivello positivo: 581 mt.

Lunghezza del percorso: 11,8 km.

Coordinate punto di partenza: 46°31’54”N 11°59’19”E

Posizione: il massiccio del Setsass, dalla curiosa forma ad arco, si trova ad ovest del Passo Valparola, nel Comune di Livinallongo del Col di Lana, in Veneto.

Difficoltà: EE (Scala delle difficoltà)

Presenza di tratti esposti: sì. Dell’esposizione è presente lungo la parte rocciosa del Sentiero n° 024-AV9 e nei tratti franosi che si incontrano sul Sentiero n° 023-SI, specialmente nei punti dove il sentiero è tagliato da canaloni infidi nei quali occorre prestare attenzione a non scivolare.

Tempo di percorrenza totale: 5h 30’ (Tempi di percorrenza)

Tipo di escursione: anello.

Tipo di terreno incontrato: terra-erba-fango-ghiaietto-roccette-rocce-pietrisco-ferro (pioli). (La camminata e il sentiero)

Possibilità di ristoro: solo al Rifugio Passo Valparola quando aperto (verificare).

Segnavia: bianco-rosso. (La segnaletica italiana)

N° del sentiero: 023-024-AV9-SI, 024-AV9, 023-SI

Acqua lungo il percorso: nessuna. È possibile rifornirsi solo al Rifugio Valparola nei periodi di apertura (verificare).

Stato del percorso: il Sentiero n° 024-AV9 che si percorre all’andata è ben indicato e percorribile: presenta un lungo tratto roccioso nel quale ci si aiuta con le mani. Il Sentiero n° 023-SI attraversa numerose frane costituite da un’infinità di massi rocciosi attraverso i quali occorre un po’ intuire i passaggi migliori; inoltre, nel tagliare lunghi ghiaioni ai piedi del versante sud del Setsass, la stessa traccia si fa molto stretta (in alcuni punti ci sta un piede) e scivolosa e non sembra essere stata oggetto negli ultimi tempi di alcuna manutenzione.

Periodo: da giugno a ottobre, in assenza di neve.

Panorama: lungo tutto l’anello la vista spazia a 360° verso tutti i principali gruppi dolomitici e fino alle Vedrette di Ries, il Sasso Nero e le lontane cime dell’Austria. Nella prima parte del percorso risulta incredibile la vista verso la Val Badia con il Puez, le Odle, il Sassongher, il Sass de Putia e le Conturines. Oltre la cresta di Les Pizades, sul lato ovest del Setsass compare, da un lato, l’Altopiano del Pralongià, il gruppo del Sella col Piz Boè, il Passo Pordoi, il Passo Gardena, i Cir, la catena del Padon di fronte alla Marmolada e il Gran Vernel; alle spalle, invece, sono il Piccolo Lagazuoi e il Sass de Stria. Nella seconda parte del tragitto la vista si apre anche sul Col di Lana, Monte Sief, Monte Pore, Civetta, Nuvolau, Averau, Ra Gusela, Sorapiss, Pelmo, Croda da Lago, Lastoi di Formin, Antelao e Mondeval.

Attrezzatura particolare richiesta: nessuna.

Tappe del percorso: Parcheggio Rifugio Valparola - Bivio sentieri n° 024/023 - Bivio Sentiero n° 024B - Cresta Les Pizades - Bivio sentieri n° 023/024 - Bivacco Sief - Parcheggio Rifugio Valparola

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dal Parcheggio presso il Rifugio Passo Valparola (2168 mt.), situato sull’omonimo valico, si imbocca alle spalle della struttura il Sentiero n° 023-024-AV9-SI che si porta in direzione sud-ovest aggirando ad arco il sottostante Lago Valparola, fino a giungere ad un bivio (10’). Lasciata sulla sinistra la traccia n° 023-SI dalla quale si rientrerà, si continua sulla destra lungo il Sentiero n° 024-AV9, il quale prende a salire piuttosto deciso per ghiaie ed erba (tratti fangosi) puntando al versante nord del Setsass. In questo modo si giunge ad una specie di pianoro roccioso e ghiaioso denominato Le Laste, tra le prime progaggine del Setsass e il Piz Ciampei, che rimane sulla destra (40’). Qui, vi sono alcuni ruderi della Grande Guerra, ricoveri e depositi militari. La traccia insiste verso ovest lungo il versante nord del Setsass e ben presto si inerpica lungo un costone roccioso, non difficile, ma nel quale occorre fare attenzione ad incastrare i piedi nelle rocce (I grado max). Al termine di questo tratto la via prende a scendere leggermente divenendo più comoda ed escursionistica, attraversando un rado bosco di larici e rododendri in fiore (nella stagione più calda). Aggirato un promontorio roccioso e percorsa una breve conca verdeggiante, si prende a salire verso la cresta di Les Pizades, ignorando sulla sinistra la deviazione che porterebbe in cima al Setsass (n° 024B) e insistendo sempre dritto. Dopo un paio ri ripide rampe non difficili, si tocca con mano la suddetta cresta dove il panorama è magnifico in ogni direzione (2h). Da questo punto si affronta la discesa lungo il lato ovest della montagna; questa, pur su ghiaia grossa, risulta piuttosto agevole. Si supera l’ennesimo bivio che riporta sulla cima del Setsass e si prosegue dritto, fino ad incontrare la deviazione principale più in basso (indicazioni), lungo le propaggini orientali dell’Altopiano del Pralongià (2h 30’). Si continua quindi a sinistra lungo la pista n° 023-SI e, da qui in poi, si affronta un tratto molto accidentato costituito da più tratti franosi nei quali il sentiero zigzaga un po’ tra grossi massi e pietrisco e dove ci si muove più lentamente dilatando i tempi di marcia. In questo modo si arriva finalmente presso la selletta che separa il Setsass dal Monte Sief (3h 30’), dalla quale si ha l’ennesimo magnifico panorama praticamente su quasi tutte le Dolomiti. Ignorando la via sulla destra che porterebbe verso quest’ultimo monte, si prende a scendere sempre dritto, fino a raggiungere il Bivacco Sief (2262 mt., 3h 40’) adagiato su verdi prati. Da qui in avanti il lungo rientro è nuovamente segnato da terreno accidentato e infido. Ai molti tratti franati da superare si alternano ripidi ghiaioni che il sentiero taglia a mezza costa; nei punti in cui dei canaloni intersecano verticalmente questi ultimi la via si restringe fino alla larghezza di un piede, necessitando passo sicuro e cautela nel superamento di tali passaggi delicati, tutt’altro che difficili o alpinistici ma alquanto scivolosi. Senza mai deviare, il sentiero è un lungo saliscendi nel quale si perde e si guadagna quota costantemente. Al termine del tratto più scabroso, la via torna “normale” tra larici e mughi: tutt’al più occorre scavalcare qualche grossa radice. Oltrepassate le pareti verticali delle Pale di Gerda e del Monte Castello, che rimangono sulla sinistra, si arriva in prossimità del Lago Valparola ma un po’ al di sotto di questo. Il sentiero infila un canalino roccioso da risalire brevemente aiutandosi col cavo metallico e con i pioli infissi nella roccia, nel quale bisogna prestare attenzione a non scivolare dato che nello stesso vi scorre un rigagnolo d’acqua. Al di sopra di questo salto, non resta che tornare al Rifugio Passo Valparola (5h 30’), iniziando a rimontare un pendio erboso e acquitrinoso e transitando poi nuovamente lungo la sponda ovest del Lago Valparola.

 

INTORNO AL BALUARDO AUSTROUNGARICO DEL SETSASS  - (DEL 02/07/2026)

Nell’incanto dolomitico - La reunion con due amici davvero speciali

In questo fantastico contesto dolomitico, circondato da una bellezza unica al mondo, sono le 8:45 di mattina. Ho appena parcheggiato la mia auto nel largo spiazzo accanto al Forte Tre Sassi situato sul Passo Valparola. Mancano ancora quasi due ore al momento tanto atteso e io già non vedo l’ora. 
In questa giornata di sole pieno non fa freddo, anzi; ma un vento un po’ fastidioso mi costringe ad indossare un leggero pile a manica lunga. La zona è ancora deserta e solo qualche auto con targa tedesca è già arrivata quassù; una sosta veloce più che altro per ammirare il panorama.
Mancando ancora così tanto tempo alle 10:30, ora fatidica (lo so, non vi ho ancora detto nulla al riguardo ma ci arrivo), decido di sgranchirmi un po’ le gambe e di salire lungo la prima parte del Sentiero dei Kaiserjäger per andare a fotografare quell’altra parte di trincee e fortificazioni che qualche anno fa, salendo dalla traccia che parte da Passo Falzarego, mi ero perso.
Non racconto qui nulla in proposito riservandomi un capitolo dedicato a questo percorso, o nel sito o in qualche futura pubblicazione. Di cose da dire ce ne sarebbero troppe al riguardo e ora andrei fuori tema. Dirò soltanto che la tranquilla passeggiata mi permette di andare a scattare foto incredibili relative a questa porzione di cime dolomitiche che si affacciano sul Col di Lana e, dalla parte opposta, sulla Val Badia.
Quando torno all’auto mi accorgo che mancano solo pochi minuti, non sto più nella pelle! Va bene, dai, ora vi posso anche spiegare! 
Nel lontano 10 agosto del 2019 avevo affrontato in Alto Adige l’ascesa al Rifugio Vedrette di Ries-Rieserfernerhütte (qui la descrizione) e subito, alla partenza, avevo incontrato due compagni straordinari con i quali poi ho affrontato tutto il percorso. Con Andrea e Lucio è uscita una giornata straordinaria ma poi, per ben sette anni, non ci siamo più rivisti. Ma il contatto telematico c’è sempre stato.
Ora l’attesa è finita e, dopo tutto questo tempo, sono pronto per la reunion... e per un’altra fantastica avventura sui monti in compagnia!
Il nostro incontro, alle 10:30 spaccate, riempe tutti di gioia e tutti ci abbracciamo. Le cose da raccontare sono da entrambe le parti infinite ma per queste ci sarà tempo lungo il percorso odierno. 
Andrea e Lucio questa volta non sono soli ma con simpaticissimi amici triestini con i quali faccio presto conoscenza. L’obiettivo di oggi è quello di compiere un anello intorno al massiccio del Setsass, curiosissima formazione rocciosa dalla forma di un arco (o di un ventaglio) che si staglia ad ovest del Passo Valparola e che, al tempo della Grande Guerra, costituiva uno dei baluardi difensivi più poderosi dell’Impero austroungarico, assieme ai vicini Sass de Stria e Monte Sief ai quali il Setsass era collegato.
L’anello in questione si presenta piuttosto lunghetto e, da quanto ne so, si sviluppa lungo sentieri non del tutto agevoli. Beh, dopo le Vedrette di Ries l’avventura continua! 
La prima tappa è, ovviamente, il Rifugio Valparola, dove qualcuno ne approfitta per fare colazione e altri, me compreso, per studiare bene il percorso e scattare qualche bella foto. Quando tutti siamo pronti ci incamminiamo in fila indiana alle spalle della struttura, lungo il sentiero che costeggia ad arco e in direzione sud-ovest il Lago Valparola. Il sentiero si mantiene in perfette condizioni per i primi metri, fino al bivio di ricongiungimento con la traccia che percorreremo al ritorno. Effettueremo, infatti, l’anello in senso antiorario, la via migliore dati i tratti su roccia scivolosa che è meglio affrontare in salita.
Dopo tale crocevia la pista si divide in vari canalini terrosi e fangosi che serpeggiano tra l’erba e che lentamente risalgono il pendio sotto al Piz Ciampei, l’altura che si eleva alla nostra destra. In questo punto il panorama è ancora piuttosto limitato e solo il Sass de Stria si palesa alla nostra sinistra. Quelle che non sono limitate sono invece le nostre chiacchiere: dopo tutto il tempo intercorso ne abbiamo di cose da raccontarci e, come sette anni fa, non mancano certo il buon umore e le battute!
Procediamo lentamente in salita: questo tratto a mezza costa è abbastanza pasticciato e, tra tratti su erba, nel fango e poi su roccette, non si capisce mai se stare più a destra o a sinistra. Quando la pendenza aumenta un po’ le mie suole, sul fine terriccio, iniziano a scivolare. D’altronde, ho ai piedi ancora quegli scarponi di allora (ma adesso in condizioni ben più pietose!).
Dopo alcuni metri di salita un po’ “impicciosa”, arriviamo ad una bella selletta verde e panoramica, Le Laste, dalla quale possiamo ammirare un panorama monumentale verso la Val Badia dove si distinguono bene il gruppo del Puez, il Sassongher, le Odle e il Sass de Putia. Semplicemente pazzesco... e abbiamo fatto solo pochi metri di strada! Inutile dire che siamo tutti a bocca aperta.
Di fronte a noi si staglia l’inclinato versante nord del Setsass e, a quanto vediamo, il sentiero andrà verso complicazioni maggiori. La roccia è ovunque e ben presto dovremo risalirla per un buon tratto.
Un primo pendio piuttosto ripido e in parte ghiaioso ci porta a raggiungere un piccolo pulpito panoramico nel quale sono presenti alcuni ruderi della Grande Guerra.

Il Setsass, allo scoppio delle ostilità, costituiva un punto d’appoggio fondamentale per l’Impero austroungarico, fungendo da collegamento tra le prime linee situate sul Col di Lana, Sass de Stria e Lagazuoi e le immediate retrovie, dalle quali giungevano rifornimenti e rincalzi.
Il 24 maggio 1915, allo scoppio delle ostilità, gli imperiali abbandonarono Cortina d’Ampezzo, ritirandosi qualche chilometro più indietro, in prossimità dei Passi Valparola e Falzarego; qui, avevano già occupato i versanti del Piccolo Lagazuoi, Sass de Stria e Col di Lana e per tempo (inizio secolo) costruito una potente linea difensiva che passava dal Forte Tre Sassi, chiamato anche “Intra i Sas” (“tra le montagne” in ladino).
La strada del Passo Valparola era preclusa agli italiani, sbarrata in più punti da diversi ordini di reticolati: si doveva impedire alle truppe del Regio Esercito di dilagare in Tirolo, sia passando dal Passo Falzarego che dal Bosco di Andraz.
Gli austriaci iniziarono a trincerarsi sulle suddette posizioni, iniziando a rafforzare le difese e costruendo una robustissima linee di trincee che collegavano tutti i principali presidi. Ad esse si aggiunsero punti di appoggio fortificati, fortini nella roccia, nidi di mitragliatrici, gallerie, casematte, gallerie e perfino piccole cittadelle sul rovescio delle alture e in posizione defilata al tiro nemico.
Un mese dopo, gli italiani, in palese ritardo, arrivarono sotto al Sass de Stria intenzionati ad espugnarlo ma presto andarono a cozzare contro difese micidiali che nel corso dei mesi si riveleranno insuperabili.
Mentre sul lato nord e ai piedi del Sass de Stria è possibile visitare la posizione Edelweiss con i ricoveri e le trincee austriache, fatte oggetto di recupero e oggi costituenti un interessantissimo percorso didattico relativo alla Grande Guerra, sul Setsass rimangono solo alcuni ruderi di vecchi ricoveri e magazzini non interessati da restauro ma che ben danno l’idea di cosa volesse dire vivere a queste quote e sopportare una guerra di posizione massacrante.
La linea del fronte partiva proprio da queste posizioni.

La lunga e rocciosa traversata per il versante nord del Setsass - Una finestra aperta sulla Val Badia

Il panorama si fa sempre più interessante, soprattutto a est e a nord. Alle nostre spalle si delineano le bastionate rocciose del Piccolo Lagazuoi e, più a sinistra, delle Conturines che si innalzano con le loro caratteristiche guglie verticali in un ambiente alquanto selvaggio.
Verso nord la finestra si apre sull’intera Val Badia. Mica poco! Da sinistra a destra, ecco quindi i profili del Sassongher, Puez, Odle, Sass de Putia e fino alle lontane (e innevate) Vedrette di Ries, Sasso Nero con tutta una serie di cime già facenti parte dell’Austria. Mamma mia che roba!
Nel frattempo, dopo aver sostato anche qui per le foto di rito, riprendiamo il cammino. Il sentiero si butta un po’ in esposizione puntando con decisione a risalire la roccia inclinata che sale fino al Monte Castello. Qualche ciuffo d’erba e alcuni rododendri (Rhododendron L., 1753) in fiore resistono qua e là tra le rocce ma è chiaro che questo non è proprio il loro regno.
Il Setsass è li, di fronte a noi e, più in lontananza, la cresta di Les Pizades col sentiero che la risale... e che noi dovremo percorrere! Tra noi e questa cresta, roccia, roccia e ancora roccia. Almeno per il momento. Beh, diciamo che l’avventura si fa interessante!
Con Lucio e Andrea scherzo un po’ al riguardo: sembra che abbiamo ricominciato da dove abbiamo finito, ossia le pietraie delle Vedrette di Ries!
La via si fa presto un po’ disagevole, con passaggi su roccia e ghiaietto un po’ delicati in quanto scivolosi. Non c’è nulla di alpinistico, non vi sono cavi di sorta che aiutano nella progressione: tuttavia, le lisce rocce consumate dalle suole degli scarponi fungono un po’ da saponetta anche se non bagnate e, nel risalirle, bisogna certamente porre attenzione trovando in alcuni casi la via migliore. Il sentiero è sempre indicato dalla segnaletica orizzontale: i segni di vernice sulla roccia non sono frequentissimi ma non mancano del tutto. Ogni tanto la piccola arrampicata si interrompe per lasciare il posto a qualche metro di sentiero ma poi si ricomincia. 
Tra un passo e l’altro, alla nostra destra ci accompagna sempre un panorama mostruoso al quale io devo dedicare tempo solo in punti fermi. A contemplare le Conturines, il Fanes che si delinea alle spalle di queste e l’incanto della Val Badia, rimarrei ore e ore! Ah, le Dolomiti...
Oltrepassato il lungo traverso che taglia a nord il Monte Castello, inaspettatamente iniziamo ad abbassarci. Prima però dobbiamo un po’ ricompattarci dato che ognuno sul sopracitato tratto ha giustamente trovato il suo passo e il suo ritmo. La via si fa man mano più agevole, le rocce quasi scompaiono e la vegetazione torna preponderante. Che cambio improvviso!
Stiamo lentamente scendendo nel Vallone Pudres, caratterizzato da mughi, abeti, larici e soprattutto un’infinità di rododendri in fiore.
Raggiungiamo il punto più basso di questo vallone dove un rigagnolo d’acqua che sembra sgorgare dalle rocce e dalla terra sotto il Setsass interseca il nostro cammino. E dove numerose marmotte curiose fanno capilino tra i massi! Vengono a vedere chi oggi transiti per il loro regno.
Una deviazione sulla sinistra indica la via per la cima del Setsass che oggi non raggiungeremo. Un piccolo guado e via dunque, siamo già dall’altra parte intenti a risalire un vasto e verde prato che anticipa i metri finali fino alla cresta di Les Pizades.
Su e giù, giù e su, questo sentiero finora è stato tutto un bel saliscendi nel quale è stato impossibile annoiarsi ma anche nel quale lo sforzo, la fatica si sono fatti un po’ sentire. Non ultimo, la concentrazione è sempre stata costante.
Come mi fa notare giustamente Andrea, la cosa è ben differente dall’affrontare tutta una salita seguita da una discesa. In questo caso, pur mantenendo sempre alta l’attenzione, terminata l’ascesa le gambe devono solo frenare, senza ulteriori sforzi se non quelli dovuti alle sollecitazioni e ai salti del terreno. Qui è stato diverso. Salite continue seguite da discese repentine su terreno accidentato hanno contribuito a mantenere sempre sotto tensione i muscoli e a “faticare” costantemente. Oltretutto, nel primo tratto si sono utilizzate anche le braccia. Come vedremo da qui in poi, la stessa cosa accadrà percorrendo anche il versante sud del Setsass dove la via, in alcuni punti, diverrà se possibile ancora più scabrosa.
Ci eravamo abituati troppo bene a queste verdi radure fiorite. Questa birbante di una traccia, la vediamo sconsolati, inizia ad incarognirsi come una bestia puntando ad una cresta un po’ rocciosa ed erbosa e costringendoci a rimontare i 100 mt. di dislivello che avevamo appena perso. Gradualmente, sotto un sole intenso, mettiamo un piede davanti all’altro in direzione della meta, scavalcando ogni tanto qualche radice e chiedendo permesso a qualche bel mugo che ha ben pensato di venire sul sentiero e di aggregarsi al nostro gruppo escursionistico.
Nel frattempo qualche classico nuvolone nero è comparso sui principali gruppi montuosi intorno a noi che ora si sono dotati di cappello, fortunatamente non ancora ben saldo sulla testa. I giochi di luci e ombre che si formano sono qualcosa di pazzesco e donato un’atmosfera magica a questi ambienti unici al mondo. La visuale verso il Grande Lagazuoi, il Fanes e ancora le Conturines è da urlo. Ancora in pieno sole sono il Piccolo Lagazuoi e il Sass de Stria che visti da questa prospettiva sono davvero magici. La fatica è stata ben ripagata!
Ancora pochi metri e siamo anche su questa cresta, dalla quale finalmente cominceremo ad aggirare il massiccio del Setsass portandoci prima sul suo lato ovest per poi attraversare i pendii a sud. Bello, bellissimo! Qualche sbuffata dopo, ci ritroviamo tutti insieme a Les Pizades, su di un piccolo panettone dove l’erba è frammista alle pietraie e qui ci concediamo una piccola sosta per bere e rifocillarci un po’. 

In picchiata (o quasi) verso il Bivacco Sief - Le parti franate e i ghiaioni sono affascinanti ma anche un bell’impiccio!

Ci prendiamo tutto il tempo, tiriamo il fiato e non abbiamo fretta. Nondimeno questo percorso è ancora lunghetto e più di tanto non possiamo indugiare. Ma come si fa a rimanere indifferenti a ciò che osserviamo?
Di fronte a noi si spalanca uno scenario precluso fino a poco fa con in bella mostra tutto il gruppo del Sella compreso tra i Passi Gardena e Pordoi. Sopra questo, inconfondibile, il Rifugio Capanna Piz Fassa si staglia come un puntino nero su uno sfondo bianco di nuvole. Più a sinistra, tutta la catena del Padon anticipa i ghiacci in forte ritiro della Marmolada con, sulla destra, la cuspide del Gran Vernel.
Con tutta questa roba da qui non si vorrebbe più andare via, eppure tocca rimettersi in marcia.
Subito, piccole roccette e pietraie ci accompagnano in questa discesa tutt’altro che ripida. La via si mantiene agevole per i primi metri ma poi si incunea in una frana costituita da grossi blocchi di dolomia attraverso i quali districarsi, trovando i passaggi e i punti di appoggio migliori e, soprattutto, aiutandosi un po’ con le mani.
A metà discesa infiliamo per errore (e fortunatamente solo per pochissimi metri) la traccia non segnata sulla sinistra che risale un ripido pendio sassoso per poi ricollegarsi alla via di salita principale che porta in vetta al Setsass. Il dubbio ci viene al solo vedere di quanto, improvvisamente, il sentiero si impenni: praticamente, un muro! 
Non è che la segnaletica verticale abbondi da queste parti. In tutto il percorso ho contato al massimo tre o quattro cartelli posizionati solo nei punti più nevralgici: qualche cosa in più (e meglio) si potrebbe sicuramente fare, orsù!
Continuiamo quindi ad abbassarci fino al bivio in cui il sentiero prende a svoltare verso sud-est e la sella del Sief. Qui vi è una striminzita palina ad indicare la cosa ma senza alcun dettaglio tecnico (e i tempi di percorrenza? e la difficoltà?). Nelle vicinanze incontriamo un altro rudere della Grande Guerra dove, tra le uniche parti del muretto perimetrale ancora in piedi, è presente una gran quantità di legname. Intorno ad esso, una distesa infinita di rododendri in fiore che, coi loro colori e profumi intensi, mandano un senso di pace e una gioia nell’anima a chiunque transiti per questo punto. Non c’è che dire, per varietà e ambienti, questo anello continua a sorprendere!
Ulteriori pietraie e tratti franati si palesano sul nostro cammino prima di raggiungere i verdi prati della Sella del Sief. Rallentiamo, zigzaghiamo, ci districhiamo tra le rocce anche con le mani prima di venirne a capo e finalmente scorgere due piccole baite in legno chissà come finite in questo luogo incantevole ma solitario. Qui il sentiero si ammorbidisce solcando prati quasi pianeggianti ma altre frane da attraversare e ghiaioni si frappongono tra noi e la nostra prossima meta. Sotto un sole pomeridiano ormai cocente, molto lentamente scavalliamo ancora su e giù tra questi pietroni, seguiti da tratti su ghiaietto un po’ infido. 
In particolare, tagliando la via a mezza costa queste immense ghiaie, è frequente imbattersi in punti in cui canaloni verticali intersecano il percorso dentro i quali, l’acqua che dilava quando piove, si porta via tutto. Va da sé che la via, larga al massimo quanto la pianta di un piede, non è proprio indicata a chi si trovi alle prime armi. Anche noi facciamo fatica e dobbiamo porre cautela a non scivolare. Io, per grandi occasioni come questa, non avendo proprio tutto quell’equilibrio, mi affido al mio fondoschiena e alle mie zampette belle lunghe che, sedendomi, mi consentono di oltrepassare l’ostacolo nel più classico degli stili scimmieschi. Di nuovo, rimetto piede sul sentiero, o quello che è.
Il problema è che a un canalone ne segue un altro e un altro ancora, accidenti! Terminassero questi ghiaioni almeno... (si è capito che a me il ghiaione proprio no, eh?)
Dopo l’ultimo sforzo in salita , lasciamo a sinistra la ripida traccia che ascende il Piccolo Setsass (altro baluardo difensivo imperiale) e prendiamo a scendere verso la Sella del Sief con l’omonimo monte e il retrostante Col di Lana che ormai da un po’ ci fanno compagnia. In primo piano, il Passo Sief e l’enorme trincerone austriaco che solca la dorsale nord di questo rilievo, percorso dagli austriaci impegnati, come gli italiani, a dissanguarsi sul Col di Lana nella Prima Guerra Mondiale.
Un po’ stanchi e forse increduli da quanta “avventura alpinistica” abbiamo affrontato finora, ci ritroviamo lungo la morbida selletta già citata col sottostante Bivacco Sief che raggiungiamo in due minuti.

L’ultimo scenario dolomitico - L’avventura continua tra ghiaie, tratti attrezzati, piccole paludi e (tanto) fango

In questo incredibile punto panoramico facciamo un po’ il punto della situazione; siamo un po’ lunghi rispetto ai tempi di marcia ma la giornata è bellissima e il panorama da urlo ci rapisce in ogni momento. Così, facciamo a gara a riconoscere quante più cime possibile. In questo campo sono ben preparato. Le Dolomiti sono quasi la mia casa dato che fin da piccolino le frequento e i lori profili sono per me inconfondibili.
Ciò che ci si para davanti, partendo da sinistra, è uno degli scenari più belli di questo mondo. Il Sass de Stria si pone davanti rispetto al profilo del Piccolo Lagazuoi, sul quale troneggia l’omonimo rifugio. Alle sue spalle, la classica cima tondeggiante e rocciosa è la Tofana di Rozes, illuminata dagli ultimi raggi solari.
Al centro della nostra visuale, più lontano e all’ombra di imponenti nuvoloni, la Croda Marcora con la vicina Punta del Sorapiss, sotto la quale il Monte Faloria sembra davvero minuscolo rispetto a simili giganti. In un angolo più spostato sulla destra, ecco anche la vetta dell’Antelao.
Più vicino a noi, proprio di fronte, nell’enorme massiccio montuoso illuminato al tramonto, si distinguono la Cima Gallina, la Croda Negra, l’Averau, il Nuvolau (anch’esso sovrastato dal medesimo rifugio) e la Ra Gusela. Oltre, i Lastoi di Formin, la Croda da Lago e il Mondeval.
Infine, tutto spostato a destra, il Pelmo e il Civetta, con la sua incredibile parete verticale, sulla cui cresta corre un tratto della Ferrata degli Alleghesi. Al di sotto di tale parete, non si può non fare un cenno alle Cime di Col Rean, proprio dove è adagiato il Rifugio Tissi e da dove si ha una vista pazzesca sul sottostante Lago di Alleghe.
Insomma, qui piazzare sedie non basta più, tocca passare ai divani con isola! Ci sono quasi tutte le Dolomiti da ammirare, ci sono i monti più belli in assoluto da vivere!
Al termine dell’anello manca ancora un bel po’: praticamente resta da percorrere tutta la base sud del Setsass e del Monte Castello lungo la quale, supponiamo, siano presenti ancora dei tratti un po’ delicati. Ci mettiamo in marcia puntando dritto in direzione del Bivacco Sief, che raggiungiamo quasi subito dopo essere discesi per pochi metri lungo i prati.
Come al solito, il percorso riparte morbido per poi accanirsi contro il povero escursionista già stanco, mettendogli davanti altri tratti franosi e qualche ghiaione che, fortunatamente, non presentano difficoltà come quelle incontrate in precedenza (anche se non siamo poi molto lontani).
Ci abbassiamo dolcemente puntando la bussola verso est e man mano ci avviciniamo alle rocce verticali che si elevano alla nostra sinistra: sono le Pale di Gerda, diretta prosecuzione dell’arco roccioso che si allunga dalla cima del Setsass. In vari punti, piccoli pulpiti erbosi consentono ancora una volta di osservare tutto il mondo incantato che ci circonda.

Lungo questa parte del percorso non restano molte testimonianze della Grande Guerra, per le quali occorrerebbe abbassarsi maggiormente verso destra fino a Prà da Pontin. Tra questi prati e queste rocce, fin dai primi giorni di guerra del 1915, gli italiani avevano costruito trincee e camminamenti, nonché piazzole per l’artiglieria che avevano come obiettivo il Monte Castello e il Col di Lana.
In questo settore del fronte operava la 4ª Armata (Generale Luigi Nava) con il IX Corpo d’Armata che in questa zona aveva fatto avanzare anche la 1ª Sezione della 111ª Batteria di obici da 210 mm, in grado di colpire obiettivi fino a 7,4 km di distanza.
Mentre il Monte Castello e il Setsass si riveleranno imprendibili, il Col di Lana verrà conquistato, a carissimo prezzo, il 18 aprile 1916 dai Fanti del 1° Btg. del 59° Rgt. della Brigata Calabria (Maggior Generale Arturo Benedetto Mulazzani, dal 16-03-1916 al 17-11-1916), dopo lo scoppio della mina precedentemente fatta brillare e che modificò per sempre la cima della montagna, trascinando con sé il presidio austriaco occupante la sommità. Gli italiani in questa azione riuscirono a catturare 170 prigionieri, un cannone, 4 mitragliatrici e moltissimo materiale bellico.
In mezzo a questi prati e fino al termine di un’evidente frana che si stacca verso est dalla Sella del Sief sono presenti ovunque trincee e capisaldi, fra cui anche il cosiddetto “Roccione degli Italiani” che gli austriaci riusciranno ad occupare il 31 luglio 1916.
Nello stesso istante in cui si svolgeva l’azione sul Col di Lana, il 3° Btg. del 59° Rgt. della stessa Calabria aveva l’obiettivo di attaccare e conquistare la selletta tra che unisce la suddetta montagna al Monte Sief ma il tentativo non riuscirà. Così come falliranno anche gli sforzi successivi che punteranno direttamente al Sief e al Montucolo austriaco.

Incredibile ma vero, ora procediamo quasi su sentiero normale, anche se non perfettamente “a posto” come lo si possa intendere. Massi, radici e ancora qualche parte ghiaiosa si parano davanti ai nostri piedi molto frequentemente, così che l’attenzione a non inciampare è sempre massima. Un’escursione costantemente fisica e mentale.
Le Pale di Gerda sono uno spettacolo, così come il Col di Lana e il Monte Sief visti da qui.
Ormai quasi a sera, raggiungiamo anche il bosco di La Viza, ora su terreno apparentemente più agevole. Ma la cosa dura poco. Poco prima di rimontare sul pianoro in cui è il Lago di Valparola, ecco che un bel canalino roccioso in cui scorre un bel rigagnolo d’acqua si palesa di fronte a noi, anticipato da un breve tratto attrezzato con una leggera esposizione. Nulla di difficile in questo passaggio addomesticato da pioli di ferro infissi alla roccia, ma le suole bagnate impongono di porre ulteriore attenzione.
Insomma, qui non si molla mai, fino alla fine!
All’uscita del canale, finalmente in vista del Rifugio Valparola e nuovamente con i piedi sulla verde erbetta pensiamo per un momento di rilassarci. Sbagliando. Subito, ecco che il primo “splasch” seguito da un “ciac” ci costringono con gli occhi di nuovo a terra. Dove siamo finiti? Che succede stavolta?
Ci mettiamo a ridere poiché l’avventura non è ancora giunta al termine. Senza accorgercene lo scenario è di nuovo cambiato e ora siamo nel bel mezzo di un acquitrino fangoso in cui la natura ci propone di dare una bella aggiunta di colore ai nostri scarponi (che non ne avevano bisogno).
“Passa di qua” dice uno.
“No, di là è meglio” risponde l’altro.
“Ma dov’è la traccia?” fa il terzo.
È tutta una piccola palude quella che stiamo attraversando e non è che vi siano molte vie di scampo. Oltretutto, prendiamo ancora a salire e di metri da percorrere prima di giungere al rifugio ne rimangono parecchi.
Solo verso l’ora di cena ci ritroviamo tutti stanchi presso il punto di partenza, al termine di un’escursione davvero tosta ed impegnativa ma che ci ha anche regalato momenti di una bellezza stratosferica intorno ad uno dei massicci  dolomitici non certo più alti e appariscenti, ma di certo tra quelli più interessanti dal punto di vista storico-paesaggistico i cui sentieri che lo solcano consentono sempre, in ogni momento, di godere di uno dei panorami più incredibili che esistano.
Nel mio caso, ho avuto la gioia di aver condiviso questo viaggio al confine tra Veneto e Alto Adige insieme a Lucio e Andrea e un gruppo di persone davvero unico con le quali spero presto di ripetere l’esperienza.
Se siete alla ricerca di qualcosa di diverso e siete abituati a camminare in montagna anche su terreni impervi e sconnessi, questo giro non può mancare nel vostro bagaglio escursionistico. Questo anello attraversa gli ambienti montani più vari che si possano desiderare; dai verdi prati punteggiati di rododendri in fiore ad ambienti rocciosi severi, dai boschi di conifere solcati da ruscelletti a sterili ghiaioni franosi, partendo al presente dalle rive di un bel lago per addentrarsi poi nella storia della Grande Guerra. 
Sì, il Setsass merita decisamente e non è secondo a nessuno!

Testi e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Andrea e Gianna, Lucio, Marino, Bruno e Antonella, Gianni e Daniela

Una fioritura di rododendri colora la vista verso il Piccolo e il Grande Lagazuoi
Il Bivacco Sief con lo stesso monte in primo piano e il Col di Lana
Il Sass de Stria è minuscolo al cospetto del Piccolo Lagazuoi. Alle spalle, fa capolino la vetta tonda della Tofana di Rozes