RIFUGIO GIOGO LUNGO-LENKJÖCHLHÜTTE

Escursione magnifica in una delle zone più isolate e selvagge della valle Aurina, ai piedi della Rötkees-Vedretta Rossa e di cime imponenti quali il Rötspitz-Pizzo Rosso, l’Untere Rötspitze-Piccolo Pizzo Rosso e la Ahrner Kopf-Cima del Vento. L’anello descritto risulta piuttosto lungo, faticoso e con un dislivello importante; pertanto, la gita è riservata a persone ben allenate, con buona gamba e in grado di muoversi in ambienti di alta montagna che presentano roccette, nevai e pendii anche ripidi.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Parcheggio Centro Visitatori di Casere, Ahrntal-Valle Aurina (1600 mt.)

Località e quota di arrivo: Rifugio Giogo Lungo-Lenkjöchlhütte (2590 mt.)

Punto più elevato: Rifugio Giogo Lungo-Lenkjöchlhütte (2590 mt.)

Dislivello positivo: 1021 mt. 

Lunghezza del percorso: 17,3 km

Coordinate punto di partenza: 47°03’04”N 12°07’45”E

Posizione: poco sopra il Lenkjöchl-Giogo Lungo, su uno sperone roccioso a cavallo tra la Valle del Vento e la Valle Rossa e lungo uno dei percorsi ad anello più spettacolari del Parco Naturale Vedrette di Ries-Aurina.

Difficoltà: E (Scala delle difficoltà)

Presenza di tratti esposti: no.

Tempo di percorrenza totale: 6h 15’ (Tempi di percorrenza)

Tipo di escursione: anello.

Tipo di terreno incontrato: asfalto-terra-erva-legno-pietrisco-sfasciumi-roccette-rocce-neve-acqua. (La camminata e il sentiero)

Possibilità di ristoro: al Rifugio Giogo Lungo-Lenkjöchlhütte nei periodi di apertura estivi (verificare).

Segnavia: bianco-rosso. (La segnaletica italiana)

N° del sentiero: 15-17, 10A-11, 10A-11-12, 13-14-Durchs Toul, 12, 11, 11-Sentiero delle Miniere, 10A-11, 10A-11-12

Acqua lungo il percorso: alle due fontanelle di Casere, alla fontanella presso la Cappella di S. Spirito e prima del ponte che porta alla stessa, al Rifugio Giogo Lungo-Lenkjöchlhütte quando aperto.

Stato del percorso: sentieri ottimamente indicati e mantenuti.

Periodo: da giugno a settembre.

Panorama: sempre bellissimo, lungo tutto il percorso, sia verso la Valle del Vento e la Valle Rossa che verso i monti a est che chiudono queste vallate (Rötspitz-Pizzo Rosso, Untere Rötspitze-Piccolo Pizzo Rosso, Ahrner Kopf-Cima del Vento, Virgenkopf). Infine, la vista spazia lungo le principali vette a nord-ovest della Ahrntal-Valle Aurina, tra le quali spiccano: Rauchkofel-Monte Fumo, Winkelkopf e Dreiecker.

Attrezzatura particolare richiesta: nessuna. In caso di annate particolarmente nevose, utili bastoncini e ramponi per attraversare i nevai che ancora persistono nella conca sotto il Lenkjöchl. (Attrezzatura tecnica)

Discesa: per la Valle Rossa.

Tappe del percorso: Parcheggio Centro Visitatori di Casere - Prastmann - Bivio Cappella S. Spirito - Labesaualm - Lenkjöchl - Rifugio Giogo Lungo-Lenkjöchlhütte - Gletschersee - Innere Rötalm - Rötalm - Rötkreuz - Miniera di San Guglielmo - Galleria San Giacomo - Jakober Stuben - St. Sebastian - Galleria San Marx - Galleria San Cristoforo - Punto panoramico Cascata Rötbach - Parcheggio Centro Visitatori di Casere

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dal parcheggio presso il Centro Visitatori della frazione di Casere (1600 mt.), al termine della Ahrntal-Valle Aurina, si percorre per qualche metro a ritroso la Kirchdorf-Via della Chiesa (n° 15-17), fino ad incontrare, sulla sinistra il sentiero n° 10A-11 che si abbassa tra le case e che si imbocca. Dopo pochi passi si svolta subito a sinistra per Via Casere che quasi subito termina presso il Berggasthof Stern per lasciare il posto ad una traccia sterrata (n° 10A-11-12) che fin da subito costeggia il Torrente Ahr-Aurino in direzione nord-est. Si procede lungo questa via, parallelamente all’asfalto e sempre dritto, transitando al di sotto del Centro Visitatori. Qui, il sentiero diventa il n° 13-14-Durchs Toul e prosegue lungo il torrente in un bel paesaggio montano. Superato un ponticello si transita dapprima a fianco un centro equitazione, per poi lambire qualche baita, fino a giungere presso la Prastmannalm, lungo la Kasernweg-Via Casere, la quale va subito lasciata per prendere in discesa il sentiero che, dopo un ponticello sull’Ahr-Aurino, giunge al bivio per la Cappella di S. Spirito (1620 mt., 20’). Lasciata sulla destra la deviazione per la Heilig-Geist-Kapelle (Cappella di S. Spirito), si prosegue in salita verso sinistra e lungo il sentiero n° 12, che non cambierà più fino a giungere al Rifugio Giogo Lungo-Lenkjöchlhütte. Superata anche la Labesaualm (1757 mt., 50’), ci si inoltra con decisione nella Valle del Vento che si percorre interamente. Il sentiero, man mano più ripido, costeggia quasi fino alla fine il Windtalbach (Torrente della Valle del Vento) e lambisce più a monte una bellissima cascatella. Giunti in una conca pietrosa poco al di sotto del Lenkjöchl, sulla quale persistono nevai anche in alta stagione, si affrontano gli ultimi metri finali (piuttosto ripidi), prima di giungere sul suddetto giogo (Lenkjöchl, 2590 mt., 3h 40’) e quindi, da lì, al Rifugio Giogo Lungo-Lenkjöchlhütte (2603 mt., 3h 45’), ubicato su di uno sperone roccioso qualche metro più in alto. Dal rifugio si scende verso ovest nella Valle Rossa, imboccando l’unico sentiero che la discende, il n° 11. Ci si abbassa lungo la valle senza deviazioni, oltrepassando prima la Innere Rötalm (2150 mt., 4h 45’) e poi la Rötalm (2116 mt., 5h), praticamente quasi pianeggiando o con pochissimo dislivello. Oltre la Rötalm il sentiero prende a scendere con decisione verso la Ahrntal-Valle Aurina. Si giunge dapprima presso la Rötkreuz (2064 mt., 5h 10’), per poi abbassarsi lungo una via che diventa altamente spettacolare e prende il nome di “Sentiero dei Minatori”. Lungo il percorso, piccole deviazioni portano a visitare alcune ex miniere di rame e gallerie, il cui accesso però, dopo alcuni metri, è sbarrato per ragioni di sicurezza. Al termine della visita, continuando la discesa, ci si tiene sempre sul Sentiero n° 11 il quale, dopo una curva, porta ad un punto panoramico sulla Cascata Rötbach (5h 50’). Scendendo ancora per un bel bosco di conifere ci si ricongiunge con la pista n° 10A e quindi, ancora più a valle, si passa a fianco la centrale idroelettrica prima di far ritorno al parcheggio del Centro Visitatori qualche metro più sopra (6h 15’).

 

DUE VALLI, CIME IMPONENTI, PASCOLI, TORRENTI E MINIERE DI RAME - (DEL 15/07/2019)

Entrando in un dipinto - Ritrovo con le mucche per decidere la meta odierna

Percorrere a piedi la Ahrntal-Valle Aurina significa letteralmente tuffarsi tra i colori di una tela dipinta. Non ce n’è, l’Alto Adige è l’Alto Adige, con una perfezione per ogni singolo dettaglio e una cura del paesaggio e dell’ambiente che ha del maniacale.
Me ne accorgo subito appena sceso dall’auto che ho parcheggiato a Casere, al termine di questa valle. Prati e pascoli verdissimi delimitati da recinzioni, stradine tipiche che si inerpicano sul fianco di queste montagne, malghe a impatto zero che spuntano qua e là fra l’erba, torrenti lucentissimi, chiesette con tetti a cipolla coloratissimi e guglie aguzze, boschi che sembrano tirati col righetto e chi più ne ha più ne metta. Semplicemente unico.
Alla mia sinistra il Kasernweg (Via Casere) prosegue fino alla testata della valle, prima asfaltato e poi sterrato, toccando alcune tipiche malghe di cui racconterò in una prossima escursione, quando mi dirigerò in quella zona.
Oggi la mia bussola ha individuato un rifugio nascosto e ubicato lungo una selletta rocciosa (il Giogo Lungo) a cavallo tra due bellissime vallate. 
“Ma guarda dove sono andati a costruire un rifugio!” mi dico. “Sarà una favola!”.
La gita non deve essere nota ai più, dato che tutti si dirigono verso le suddette malghe, mentre io punto la bussola decisamente più a est. Il mio obiettivo è quello di andare a scoprire cosa si cela lassù, nel regno delle nevi e delle rocce, sono curioso e attratto da luoghi così isolati e severi. Questa volta non mi sono posto un chilometraggio e un percorso specifico. L’importante è andare e vedere fin dove posso arrivare. Al rifugio, se mai lo raggiungerò, deciderò cosa fare. 
Mi capita spesso di non prefissarmi tutto un percorso ma semplicemente di iniziare a camminare; ed è in questi casi che escono le gite più belle, piene di sorprese inaspettate e nelle quali lascio un po’ di margine all’improvvisazione.
Dal parcheggio di Casere mi abbasso subito per pochi metri tra le case lungo il terrapieno dell’Ahr-Aurino, il bel torrente che scorre in questa valle. Il sentiero che qui incontro si dirige anch’esso per un buon tratto verso est, immergendomi già in una fiaba. Beh, più che percorrere un sentiero sto tranquillamente passeggiando, a tratti su erbetta fine e verde e a tratti sul lastricato, che pare tirato col compasso. 
Alla mia sinistra, pascoli verdi e infiniti punteggiati da qualche baita più o meno isolata; alla mia destra, alcune mucche intente a brucare mi osservano incuriosite. In lontananza la fiaba si completa con il campanile rosso e a punta della Cappella di S. Spirito che anticipa la salita nella Valle del Vento, sul cui pendio iniziale scorgo già la Labesaualm. Che quadro ragazzi, una perfezione che fa vibrare l’anima!
Il sentiero, completamente pianeggiante, prosegue per un po’ fino a lambire la Prastmannalm, lungo Via Casere, dalla quale però svolto subito a destra in direzione di un bel ponticello che anticipa il bivio per la suddetta cappella (volendo, dal parcheggio si può raggiungere direttamente la Prastmannalm percorrendo Via Casere, strada larga e asfaltata; in questo modo però non si respirerebbe la magia di percorrere il sentierino descritto che passa un po’ distante dal traffico consueto e offre scenari davvero suggestivi).
Al di là del ponte, senza saperlo, mi trovo direttamente al centro di un mega raduno nel quale si sta decidendo quale meta raggiungere oggi. Ci sono finito in mezzo a mia insaputa e ora sono al centro del ciclone. Attorno a me, infatti, numerose mucche muggiscono: ognuna vuole dire la sua!
Un po’ imbarazzato, provo a ragionare con tutte ma ben presto capisco che la cosa è impossibile. Io indico il sentiero verso la Labesaualm, loro dicono che da lì sono appena venute e non ci vogliono per il momento tornare... “Ma insomma!” dico loro “è possibile che ogni volta che si deve decidere qualcosa tutti insieme qui è la stessa storia?” aggiungo.
“Una che vuole andare al lago, un’altra in cima a questa o quella montagna, il vitellino che vuole andare al bar!”.
Con decisione le rimetto in riga spiegando che devono andare d’amore e d’accordo tra loro; soprattutto, l’idea del vitellino non è poi così male... 
Risolto il parapiglia mi rimetto in cammino, indicando loro qualche prato qui vicino dove essere felici; per stavolta tutte paiono entusiaste di questa soluzione e si fanno da parte. La strada è libera!
La carrareccia sale pacatamente un altro verde pendio, man mano mostrando un panorama sempre più vasto di questa valle chiusa da cime ancora parzialmente innevate. Ecco, ammirando scenari simili devo dire che in Valle Aurina tutti i colori dell’arcobaleno sono ben rappresentati.
Raggiungo la Labesaualm quasi senza accorgermene, distratto dalla bellezza di questi luoghi. Non mi accorgo nemmeno che il cielo, timidamente azzurro al momento della mia partenza, si è ora già un po’ annuvolato, il che non è decisamente una cosa bella dovendo prendere quota.
Il malgaro qui presente e intento nel suo lavoro quotidiano mi saluta, chiedendomi dove sono diretto. Con un sorriso annuisce con la testa, facendomi certamente capire che ne vale proprio la pena!
E allora avanti! Tenendo stretto il cappello sulla testa, entriamo nella Valle del Vento!

Una cascata tira l’altra - L’incanto della Valle del Vento

Appena svoltato l’angolo vengo in effetti accolto da un discreto venticello. Lo sapevo di dover tenere ben saldo il cappello! Fortunatamente il vento non risulta impossibile e mi consente di proseguire.
La salita lungo questo pendio prosegue ancora per un po’ finché, più avanti, al centro della Valle del Vento, la via spiana e si porta a ridosso del Windtalbach, il Torrente della Valle del Vento appunto. E qui, vengo accolto dal gruppo “ribelle” di mucche incontrato più sotto. Queste, sedute placidamente al lati della traccia, mi guardano sornione passare.
“E le vostre compagne?” chiedo. “Non le raggiungete? Ma sono modi di fare, questi?”.
Con chiari movimenti della testa e sonori muggiti mi fanno capire che quassù si sta meglio, l’erba è più verde e il cielo è più blu. In effetti, se fossi una di loro, vorrei appollaiarmi anch’io su questo bel panettone erboso che sembra cosi soffice e invitante! E che panorama da qui, nonostante le nuvole abbiano già avvolto qualche cima.
Dopo aver percorso parecchi metri senza sforzo, le gambe iniziano a macinare un po’ di dislivello superando un  piccolo terrapieno al centro del quale scorre questo torrente che qui dà il meglio di sé in quanto a bellezza. Ci passo proprio a fianco, senza barriere, lungo un sentiero che sembra così perfetto da essere stato appena disegnato apposta per me. No, in nessuna altra regione si trovano vie così. Certo, in Svizzera, ma non è propriamente una regione italiana...
Rimonto questo terrapieno addirittura percorrendo un tratto lastricato e tirato a lucido: zero sconnessioni, zero scabrosità, zero fatica se non per la lieve salita. E sono già in alta quota! Addirittura, la via passa sopra un piccolo rigagnolo d’acqua che scende dal Rainhart Spitz. Ma questa è alta ingegneria sentieristica!
Solo un piccolo nevaio interrompe questa continuità. Di fronte a me, ancora innevati, scorgo il Virgenkopf e, alla sua sinistra, l’Ahrner Kopf-Cima del Vento.
Raggiungo più a monte un bivio dove una via sulla sinistra torna verso valle e la Trinkstein-Fonte della Roccia, che ovviamente ignoro. La via per il Rifugio Giogo Lungo-Lenkjöchlhütte è ancora lunga: mancano, infatti, ben 2h 10’ di cammino!
I piedi ripartono; al centro di questa vallata, ammiro le imponenti bastionate rocciose ai miei lati che mi fanno sentire un moscerino. Da queste vette scendono numerose cascate, una più bella dell’altra. E come si fa qui a non distrarsi? 
Il vero spettacolo, però, mi aspetta non appena mi affaccio ad un immenso pianoro (l’ennesimo) ultra verdeggiante, al centro del quale continua a scorrere il Windtalbach, le cui acque qui sembrano immote. Ma in che quadro sono finito stavolta? E dire che non sapevo né mi aspettavo tutto questo! Semplicemente, ho preso la direzione di un rifugio in quota...
“Questa grande spianata potrebbe essere un luna park degli animali” penso subito.
Non faccio che pochi passi che i miei pensieri trovano conferma. Altre mucche sono intente a pascolare e ad abbeverarsi nelle fresche acque del ruscello. Questo gruppo non mi presta nemmeno attenzione; non sono di loro interesse date le numerose attività che offre questa parte della Valle del Vento. 
“Ma guarda te, non si saluta nemmeno?”.
Oltrepassato il gruppo e giunto al termine del pianoro, prendo a salire in sinistra orografica tra grossi blocchi di pietre. La via mi porta su di un tratto abbastanza roccioso e impervio che costeggia il Windbachtal, che in questo punto, in una gola, forma una cascata impetuosa e davvero suggestiva. Ci passo proprio a fianco mentre, alla mia sinistra, altri rigagnoli e cascatelle scendono dal pendio. 
Alle spalle di questo ulteriore sbalzo si elevano le cime nominate prima ai cui piedi è la Rötkees-Vedretta Rossa. Le nuvole però stanno assediando queste creste che tendono a nascondersi a più riprese. In ogni caso, tutta la neve ancora presente che contrasta col verde lussureggiante del fondovalle è una sinfonia che fabattere forte il cuore.
“Un attimo, però, ma quanta neve c’è ancora qui?”.
Quasi al termine della salita, un passaggio scavato tra le rocce dà spettacolo, presentando tra le stesse alcuni rododendri in fiore. Rododendri in fiore tra le fessure delle nude rocce? Ma dai, qui qualcuno è venuto il giorno prima a piantarli!
L’acqua alla mia sinistra è davvero impetuosa e il suo sapore gelido lo sento sul viso. Oltrepasso il torrente nella parte alta di questo sbalzo, godendo di uno scenario incredibile sulla parte di valle appena percorsa. Il salto è davvero notevole! In lontananza, sempre innevata, la Dreiecker-Cima di Campo, in compagnia di tutta un’altra serie di cime “minori” ma non meno scenografiche che appartengono al gruppo dei Tauri. Che percorso!

Pecore nere al limite delle nevi e dei ghiacciai, con le prime anime della giornata

Al di sopra di questa cascata è il regno severo dell’alta montagna. Beh, forse ancora per qualche minuto non ancora così severo dato che su di un altro piccolo pianoro erboso e lungo il pendio alla mia sinistra scorgo un cospicuo gruppo di pecore nere e marroni (!) alle quali di freddo, vento e neve non importa poi molto. Alcune brucano che è un piacere, altre, sdraiate sui prati mi guardano fisse mentre transito sotto di loro. Probabilmente si chiedono dove sia diretto un essere vestito con abiti dai colori così sgargianti in quel preciso momento.
Questi ovini sono uno spettacolo. Un intero gruppo di pecore dal vello di colore marrone e nero non le avevo mai viste.

Informandomi, verrò a sapere che questa è una razza molto pregiata di pecora da montagna (Schwarzbraunes Bergschaf), propria di queste zone. Altre razze simili si trovano in Svizzera (Juraschaf) e in Sardegna (Nera di Arbus).
La Pecora Nero Bruna (Schwarzbraunes Bergschaf) è una razza in via di estinzione: ecco perché non l’avevo mai vista prima! È originaria dell’Alto Adige, del Tirolo e dell’Engadina ed è il risultato dell’incrocio di pecore locali (Steinschaf) con la Bergamasca.
Queste pecore si adattano molto facilmente all’ambiente, sono dotate di una grande resistenza e mostrano una sicurezza di passo che nemmeno il miglior alpinista! Sono molto fertili; due volte all’anno partoriscono dando alla luce uno o due agnellini.
Vengono tosate in genere due volte all’anno e ogni pecora produce fino a 4-4,5 kg di lana di media sottigliezza.

Queste pecore sono davvero uniche e sembrano tanti puntini scuri dislocati lungo gli ultimi verdi prati della valle. Le saluto a malincuore riprendendo la marcia, per ritrovarne poi alcune un po’ più sopra, lungo il Windtalbach intente ad abbeverarsi.
Come accennavo, però, sto lentamente entrando nel regno delle rocce e oggi, purtroppo, delle nebbie e nuvole. I primi nevai li vedo già ai lati del sentiero e presto, temo, dovrò averci a che fare. Mannaggia, non mi aspettavo ancora della neve a metà luglio e a quote non poi così elevate. Non pensando alla cosa, non ho con me ramponi e bastoncini vari.
Procedo quindi innanzi lungo questo bel sentiero, sempre largo, comodo e ai lati del quali l’erba in realtà non scomparirà mai. Addirittura, qua e là, spuntano come per magia ancora i rododendri in fiore. E sono quasi a 2500 mt. di quota!
Infine, ecco ciò che temevo: il lungo canalone finale che porta al Lenkjöchl è completamente innevato. Incredibilmente, a sorprendere più della neve, è la comparsa di quattro persone intente anch’esse nell’ascesa finale. Ma prima dov’erano dato che sul mio cammino non ho mai incontrato anima viva? Non è la prima volta che mi capita un fatto simile, strano.
Se non altro vedo che sulla neve, soffice e ben calpestata, si cammina agevolmente anche senza attrezzatura. La pendenza fortunatamente non è eccessiva e gli scarponi tengono: non si scivola. Certo che qui è ancora inverno e, come a volerlo rimarcare, il sole scompare ancora di più oltre la coltre nuvolosa e grigia. Il tutto, unito alla “leggera brezza” iniziale, mi catapulta nel periodo più freddo dell’anno. 
Sorrido con l’animo sollevato; credo che solo la montagna possa regalare queste emozioni uniche come il passaggio dall’estate all’!inverno” in un solo percorso o, ancora, caratterizzando il viaggio con una varietà di ambienti e aspetti legati al territorio così incredibile.
Mi trovo ora proprio sotto il rifugio che scorgo su di un cucuzzolo roccioso parecchi metri più in alto.
“Accidenti, ma come ci è finita lassù una casa?” sono le mie parole sussurrate al vento mentre salgo con un po’ di fatica. “E il bello è che la struttura pare completamente priva di neve! Ma come?”
Tra un nevaio e l’altro, saltando di qua e di là lungo la via tracciata più comoda, finalmente sono fuori dal canale. Lo scenario qui è un qualcosa di meraviglioso. Alla mia sinistra, proprio sotto il rifugio, in una conca è un bel laghetto ancora in parte gelato dall’acqua di colore verde-blu scuro.
Non faccio in tempo a riprendermi dallo stupore di ciò che ho attorno per colmare la breve distanza che mi separa da un po’ di riposo che sento uno sonoro “splash!” nelle acque gelide di questa pozza di fusione; un bellissimo esemplare di Hovawart (cane simile al Golden Retriever), scambiando forse il laghetto per le acque calde del mare, ha ben pensato di rinfrescarsi le idee andando a farsi un bagno. Come farà a resistere a quelle temperature è un mistero. Tuttavia, dopo il bagnetto, lo vedo che esce bello beato e, tutto soddisfatto, procede ad un’asciugatura rapida, strizzandosi il pelo. Che scena!
Terminato questo simpatico siparietto, due falcate mi portano a mettere i piedi sul terrazzino panoramico del Rifugio Giogo Lungo-Lenkjöchlhütte, a 2590 mt. di quota.

Il Rifugio Giogo Lungo-Lenkjöchlhütte venne costruito dalla Sezione di Lipsia dell’Associazione storico-alpinistica austro-tedesca del DÖAV (Deutscher und Österreichischer Alpenverein) nel 1887 allo scopo di far conoscere una zona remota della Valle Aurina ancora sconosciuta. L’ubicazione del rifugio fu studiata a tavolino, in modo da garantire non solo un ampio panorama sia sulla Valle del Vento che sulla Valle Rossa, ma anche il facile reperimento dell’acqua. La scelta ricadde su di uno sperone roccioso poco al di sopra del valico del Giogo Lungo; in questo modo, a cavallo tra le due valli, si sarebbe evitato anche il pericolo valanghe.
Inizialmente si pensò al rifugio come punto di partenza per la salita alla cima più famosa della zona, il Dreiherrnspitze-Picco dei Tre Signori, a nord-est oltre la Ahrner Kopf-Cima del Vento. Dopo la costruzione dell’edificio si scoprirono altre vie di salita, come quella al Rötspitz-Pizzo Rosso, che contribuirono ad accrescere la popolarità della zona.
Già nel 1905 la struttura fu oggetto di restauro e ampliamento. In seguito alle vicende della Grande Guerra, lo Stato italiano e il CAI di Brunico espropriarono il rifugio che attualmente è parte della Provincia autonoma dell’Alto Adige.

Un balcone affacciato sull’Alto Adige - Verso il Gletschersee

Al rifugio trovo accoglienza, un po’ di riposo, un piatto caldo (servito all’interno, dato che sulla terrazzina panoramica all’esterno si gela) e alcune indicazioni interessanti. Come accennavo all’inizio, senza programmare nulla, non mi aspettavo si potesse rientrare a valle dalla sponda opposta, lungo la Valle Rossa. O meglio, guardando meglio la cartina avrei potuto scoprirlo ma questa volta ho preferito fosse tutto una sorpresa. In effetti, la nuova via di rientro pare facile e comoda: perché non approfittarne?
Prima però, mi concedo una breve deviazione alla piccola croce posta qualche metro più a monte rispetto al rifugio, esattamente lungo una cresta erbosa e rocciosa che incute un certo timore solo a vederla, talmente è aerea. Raggiungo la posizione per avere un panorama incredibile sulle valli Rossa e del Vento, dato che mi trovo esattamente lungo la parte terminale della dorsale est del Rainhart Spitz che fa da spartiacque.
Inutile dire che lo scenario è pazzesco in entrambe le direzioni, con una sensazione di vuoto bella forte. Si vedono i sentieri che salgono al rifugio in mezzo alle suddette valli, i torrenti che le solcano e, in generale, una meraviglia che lascio scoprire a voi se avete la voglia di venire fin quassù. Di fronte, invece, semi coperte dalle nuvole, montagne severe e ghiacciate quali il Rötspitz-Pizzo Rosso, Untere Rötspitze-Piccolo Pizzo Rosso, Ahrner Kopf-Cima del Vento e Virgenkopf. Ai piedi di questi, ghiacciai più o meno estesi di cui la Rötkees-Vedretta Rossa è il principale. 
Peccato davvero per il tempo, una capatina ancora più su lungo uno dei sentieri che si inerpicano tra queste cime mi sarebbe piaciuto farla. Va beh, sarà per un’altra volta.
Nelle prime ore pomeridiane muovo i primi passi in discesa, lungo la Valle Rossa. Il percorso è simile a quello incontrato nella Valle del Vento e caratterizzato, all’inizio, da numerosi nevai da attraversare che non pongono fortunatamente alcuna difficoltà. Per il resto, la traccia scende tranquilla e con meno pendenza, forse, rispetto a quella della Valle del Vento; ne deduco che, in assenza di neve, questo versante sia un po’ meno faticoso.
In questo momento, però, io mi trovo ad affondare nella neve fin sopra le caviglie, in uno scenario surreale e da ciaspole! Solamente qualche metro più in basso lo spessore del manto nevoso si riduce un po’, consentendomi di appoggiare nuovamente i piedi su qualche solida roccia. Alla mia sinistra, intanto, è magicamente apparso un altro splendido laghetto glaciale non ancora abbracciato dal disgelo. Uhm, la prossima volta che vado per monti devo stare attento al calendario!
La conca con questo piccolo specchio d’acqua, sulle carte chiamato semplicemente Gletschersee, è ancora quasi tutta innevata e gelata ma, qua e là, affiorano piccole pozze d’acqua di un azzurro pastello intensissimo.
Intravedo ancora, più in alto, il Rifugio Giogo Lungo-Lenkjöchlhütte, un baluardo isolato tra le nevi e le rocce, un punto di riferimento prezioso di questi monti. Lo saluto con dispiacere ma ora devo prestare attenzione ancora per un po’ data la natura del terreno.

Andando per malghe - Una tranquilla e rilassante passeggiata nella Valle Rossa

La sensazione che si prova nello scendere lungo questi canaloni pietrosi e nevosi, incastonati tra alte pareti verticali e guglie rocciose, non si può riportare a parole. Bisogna provarla. Di pietra in pietra, di nevaio in nevaio, è con un sorriso a 82 denti che affronto questa lenta discesa iniziale.
Alla mia sinistra si innalzano nuove cime e nuove lingue glaciali: Kemater Spitz, Kleiner Löffler-Punta Cucchiaio Piccolo, Merbspitz, Kleiner Ötschen. 
Dopo un’ampia curva del sentiero lungo base della cresta sud del Rainhart Spitz, vengo di colpo catapultato in un nuovo mondo che sembra essere “Il Regno perduto”. La Valle Rossa si abbassa molto docilmente fra i prati e le ultime roccette fino ad abbracciare un vastissimo pianoro erboso ed acquitrinoso solcato dal Roettalbach. Logicamente, questa spianata sarà tutta da attraversare nella sua lunghezza ma la fatica sarà zero. In lontananza, a chiudere lo sfondo teatrale, altre montagne della Ahrntal-Valle Aurina e dell’Austria, di cui il Rauchkofel-Monte Fumo, è una delle più elevate che si possano vedere da questa posizione.
Con i piedi nuovamente sulla terra e l’erba, entro in “modalità turista”: ho raggiunto il grande pianoro e quella che mi aspetta è una tranquilla passeggiata fino alla malga che intravedo già laggiù in fondo, dove poi, probabilmente, il sentiero affronterà gli ultimi metri di dislivello fino a Casere. 
La piccola pista sulla quale cammino è ora sgombra di neve, che tuttavia persiste ai lati, sull’erba, circondando un’infinità di pozze d’acqua e torrentelli vari. C’è pure una bella cascata incassata tra le rocce che scende dal versante ovest del Rainhart Spitz!
A guardare bene, lo spessore di questa neve è davvero ancora notevole. In alcuni punti saranno due o tre metri di accumulo ed è difficile che nel breve tutta questa massa si scioglierà. 
Op, op, op... Sull’erba soffice mi diverto a saltare vari rigagnoli; l’acqua qui è così limpida che vien voglia di tuffarsi!
Costeggio il Roettalbach nella sua parte più impetuosa, arrivando ad un punto dove il torrente forma una grande e meravigliosa cascata. Sopra di essa, su di una chiazza erbosa, una mucca intanto si addormenta. Più avanti, già sul pianoro, lascio alla mia destra i ruderi della Innere Rötalm per portarmi lentamente verso la Rötalm-Malga Rossa, qualche metro più avanti. Della foto che scatto da questa posizione, con la malga adagiata sui prati e lungo il Roettalbach, ai piedi di imponenti cime innevate, se ne dovrebbe fare un puzzle. Beh, almeno una foto con una migliore qualità della mia. 
Osservando attentamente, proprio sui monti innevati di fronte a me riesco a cogliere un piccolo particolare: l’ex Rifugio Vetta d’Italia, su di una pietraia poco al di sotto del Krimmler Tauern-Passo dei Tauri!
Ancora una volta mi chiedo in quale mondo ora mi trovi, e il tutto senza aver calcolato nulla. Certo, c’è sempre da dire che in Alto Adige è difficile trovare qualcosa che sia anche solo “normale”. Qui è tutto grandioso, straordinario, emozionante e sorprendente!
Giunto alla Rötalm-Malga Rossa, che trovo aperta e con qualche persona all’interno intenta a consumare un gustoso spuntino, mi sembra di tornare indietro nel tempo. La struttura è, infatti, tipica di una volta, solamente ubicata sulle sponde di un ruscello incantato all’inizio di una valle verdissima e incredibile. 
Una stufa di quasi cento anni fa e due tavoli per sedersi è tutto ciò che il ricovero offre all’escursionista. Non c’è nemmeno il bagno; o meglio, c’è ma è posizionato all’esterno.
Non servono tutti gli orpelli di cui siamo circondati oggi per godersi momenti così. Basta un ricovero spartano tipico di montagna nel quale gustare del buon formaggio, latte, burro prodotti in loco e un po’ di pane casereccio per vivere a fondo un’esperienza unica.
Io ovviamente ne approfitto e mi fermo qualche minuto in questo incanto. Inoltre, quaggiù, il vento è quasi completamente cessato.
Purtroppo, al momento in cui scrivo, leggo che tale malga nel 2024 abbia chiuso definitivamente e questo è una perdita dolorosa. Spero vivamente possa riaprire in futuro perché questi tesori della montagna vanno valorizzati e mantenuti ad ogni costo.

L’ultima sorpresa della giornata: il “Sentiero dei Minatori” - Il rame di Predoi

L’incanto, a quanto pare, prosegue poco dopo la Malga Rossa. La via costeggia il Roettalbach ancora per un po’ in piano, prima di tuffarsi in discesa seguendo il corso dell’acqua che in questo punto forma un’altra grande cascata. Cammino letteralmente a pochi centimetri dal pelo dell’acqua, in un mondo fantastico. Ditemi voi in quale altro luogo si trovi cotanto splendore!
Continuando a camminare, la via prende a scendere leggermente fino a giungere alla Rötkreuz. Da questo punto inizia un po’ di bosco e un tratto gradinato che si abbassa con più decisione verso Casere. L’ingresso in un bel bosco di larici è spiazzante avendo percorso finora solo prati, pascoli, rocce e nevai. Il sole, che alla malga aveva fatto capolino, è ora di nuovo scomparso, oscurato dai fitti rami dei larici. Insomma, senza sole ero prima e sempre in ombra sono adesso.
Proprio quando sono sovrappensiero però, intento a godermi questa bella camminata al fresco, ecco che tutto cambia improvvisamente. Il bosco si dirada, si allarga e io mi ritrovo in ampi spazi aperti e in pieno sole.
“Orpo, cos’è successo così di colpo? Che strano bosco è questo?” mi chiedo.
La spiegazione sopraggiunge qualche metro più in basso, quando mi ritrovo sulla soglia di antiche costruzioni in pietra e, un po’ ovunque, circondato da gallerie che entrano nella montagna. 
“Dove sono finito?”
Dai pannelli collocati un po’ dappertutto, vengo a scoprire che questo è il sentiero che percorrevano anticamente i minatori per venire ad estrarre il rame in quota e portarlo a valle, a Predoi. In pratica, sono nel bel mezzo di un sito minerario abbandonato!

Il sito di estrazione in origine constava di numerose gallerie di accesso, di cui oggi solo 7 sono visibili.
Naturalmente queste gallerie furono scavate leggermente in salita, in modo da far defluire l’acqua. Si cominciò a scavare alla ricerca del rame a partire dall’alto, quindi dalla posizione in cui mi trovo ora; poi, man mano che le vene si esaurivano, si procedeva con gli scavi anche più in basso.
La scoperta del rame lungo questi pendii risale quasi alla notte dei tempi, all’incirca intorno al 1000 a.C ma è solo nel XV, XVI, XVII e XVIII che la montagna fu presa d’assalto per portare a valle più materiale possibile, soprattutto per parte austriaca.
All’inizio le gallerie venivano scavate a mano con scalpelli e i progressi erano assai lenti. Il duro lavoro consentiva di guadagnare solamente due centimetri al giorno e, man mano che si avanzava, l’aria all’interno veniva quasi a mancare, tanto che si doveva procedere a soffiarvi dentro aria pulita tramite appositi mantici.
L’invenzione della polvere pirica nel XVIII secolo portò un po’ di giovamento e velocità in più nei lavori. Di contro, le esplosioni producevano sovente anche il crollo delle gallerie, facendo ricominciare i lavori da capo.
Il rame veniva portato alla luce mediante vagoncini. Nel piazzale antistante la galleria veniva analizzato e classificato da coloro che erano inadatti al lavoro all’interno della montagna: anziani, donne e bambini che nelle baracche qui installate ci vivevano anche. Successivamente il minerale veniva trasportato fino a valle. Questo trasporto doveva completarsi prima dell’arrivo dell’inverno, nel qual caso, il materiale doveva essere conservato all’interno di baracche-deposito in attesa della stagione di bel tempo successiva. Tutto serviva al trasporto: braccia, slitte, muli e asini.
Il materiale scartato in loco veniva scaricato in discariche adiacenti.
Il lavoro all’interno era durissimo e comportava rischi enormi, nonché l’insorgere di malattie varie. Ben presto, agli operai si decise di riconoscere benefici speciali, sconti e varie agevolazioni.
La costruzione delle gallerie e delle baracche per gli operai, in legno, pietra e muratura, ha comportato seri danni per questa montagna che col tempo si è ritrovata quasi priva del bosco. Il legno, infatti, serviva dappertutto, nelle fonderie così come anche all’interno delle gallerie per sostenerle.
Ad azione, conseguenza. Il disboscamento selvaggio causò col tempo il distacco di slavine, le quali si abbatterono sui villaggi sottostanti distruggendo tutto e tutti, fornaci di Predoi comprese. Col passare degli anni vennero costruite quindi altre fonderie in altre zone, le quali molte ben presto fecero la fine delle prime, sepolte dalla neve. Intanto, il lavoro di estrazione del rame si affievoliva sempre più, fino a diventare controproducente. Verso la fine del 1800 l’attività venne abbandonata e molte famiglie si impoverirono. Ma solo per poco. Chi era rimasto senza lavoro ben presto si rimboccò le maniche trovando un’altra attività altrettanto redditizia, come l’agricoltura e l’allevamento per esempio. Inoltre, il bosco andava urgentemente ripristinato se non si voleva costantemente vivere sotto l’incubo delle valanghe.
Tra il 1960 e il 1970 del secolo scorso ci fu qualche tentativo di riprendere l’attività ma con scarsi risultati. L’area fu quasi subito nuovamente abbandonata e adibita a museo a cielo aperto. Oggi tutte le gallerie sulla montagna sono state chiuse per motivi di sicurezza mentre nel museo di Predoi si organizzano visite a bordo di vagoncini che si inoltrano all’interno della galleria di Sant’Ignazio, ad 1km di profondità, dove è stato installato un centro climatico, un luogo di benessere per chi è afflitto da problemi respiratori.

Man mano che visito i ruderi di questi edifici e ingressi minerari mi rendo conto dell’estensione del tutto e, aiutato dalla cartellonistica in loco, riesco a farmi un’idea di come funzionava il Pozzo di ritrovamento di St. Wilhelm (San Guglielmo), di cui allego lo schema qui sotto.

Schema del Pozzo di ritrovamento di St. Wilhelm

Questo si trova nella parte superiore della miniera; individuando i primi affioramenti si scavavano pozzi seguendo la vena naturale del minerale. Su di una roccia qui vicino è stato scolpito un orologio solare che molto probabilmente indicava il tempo di lavoro dei minatori. Un turno completo di lavoro andava dalle 8:15 alle 15:45.
Superata la Miniera St. Wilhelm (San Guglielmo) mi abbasso ancora lungo questo percorso tortuoso, fino a giungere in prossimità dell’ingresso della Galleria di St. Jakob (San Giacomo). Anche qui non posso entravi; in compenso, all’esterno, sorgono numerosi ruderi di edifici in pietra e muratura.

Questo complesso è chiamato Jakober Stuben. Gli edifici, costruiti nel 1694, presentano ancora sulle pareti le aperture per le porte e le finestre. Prima di tali opere, in loco erano presenti ancora baracche di legno.
In questo centro operativo veniva analizzato il materiale, classificato e successivamente trasportato a valle. Era, insomma, il centro operativo che ospitava, come si vede, anche l’alloggio in quota dei minatori.
Alle spalle degli edifici, numerose gallerie portavano nelle viscere della montagna. Ogni imprenditore che avesse una concessione mineraria, infatti, scavava a sue spese la propria galleria, impiegando manodopera.
Assieme alla Galleria St. Jakob, anche la sottostante St. Peter rimase operativa fino al 1699, quando entrambe raggiunsero il culmine della produzione annua con 134 tonnellate di rame.

Le spaccature nella roccia sono anche sotto i miei piedi, come posso notare. Alcuni buchi profondi oggi sono stati chiusi da grate per evitare che qualcuno ci finisca dentro. I pozzi sono profondissimi e, all’interno, si possono ancora notare strutture varie in legno e travi.
Ancora più in basso si trova la Galleria St. Sebastian, in seguito rinominata St. Marx. Non si fa fatica a raggiungerla, basta lasciarsi “cullare” da questo sentiero che zigzaga in questo bosco così rado.

Nel 1573 l’Amministratore minerario Hans Pfarrkircher chiamò questa galleria St. Sebastian. Il lavoro all’interno venne poi interrotto. Quando l’attività riprese, la galleria venne chiamata St. Marx.
Nel 1629 gli imprenditori decisero di abbandonare gli scavi, non più redditizi. Nel 1711 fu costruito un edificio di cernita del materiale, uno a bocca di pozzo e un deposito minerale nei pressi.
La lunghezza della galleria è di 161, 07 metri.

Riesco ad infilarmi solo per pochi passi in questa galleria, prima di incontrare lo sbarramento in ferro che ne preclude l’accesso. Il cambiamento di clima lascia senza fiato. Un aria gelida soffia verso l’esterno. Il buio, davanti a me, è infinito. La cosa più impressionante, però, è che a malapena riesco a fare quei pochi metri. Il soffitto è alto ma è la larghezza a mancare; le mie spalle, infatti, toccano le pareti, le strusciano. Scommetto che se dovessi proseguire all’interno dovrei girarmi poi sicuramente sul fianco! Di certo i minatori non dovevano soffrire di claustrofobia.
Ancora più in basso, nel bosco, ecco la Galleria di St. Christoph Firstenbau.

Man mano che le gallerie in alto si esaurivano ne venivano aperte altre più in basso. In genere, l’imprenditore era sostenuto dallo Stato in quanto a spese, che se ne accollava la metà.
La Firstenbau fu decisamente la galleria più longeva e redditizia. Nel sito vi lavoravano fino a 200 minatori picconieri mentre all’esterno era posizionato un grande frantoio e una laveria.
La galleria porta il nome del patrono degli imprenditori minerari, Christoph von Wolkenstein-Rodenegg; San Cristoforo era il santo protettore dei minatori.
Il 15 febbraio 1747 14 minatori furono sepolti da una valanga lungo il pendio che portava alla miniera. Tutti però furono poi tratti in salvo.
La lunghezza della galleria è di 437 metri.

Anche qui mi affaccio sull’ingresso della galleria, percorrendo un breve tratto su apposite tavole di legno sotto le quali... vi scorre un rivolo d’acqua rosso-arancio, intriso ancora di rame! La cosa è talmente suggestiva che pare che all’interno ci sia qualcuno che stia svuotando tutti i tubetti di tempera nell’acqua. Incredibile!
Questo corridoio, dal soffitto a volta, sembra ancora più stretto del precedente.
L’intera visita al sito minerario porta via un bel po’ di tempo. È quasi sera e non me ne accorgo nemmeno. Riprendo dunque il cammino verso valle, non manca molto. Seguendo il Sentiero n° 11, sempre con curve e contro curve nel bosco, giungo ad una piccola deviazione che porta ad un punto panoramico distante solo qualche metro. Qui, è possibile ammirare lo spettacolo dell’imponente cascata di Casere che sembra scaturire dalla roccia e tagliare di netto il bosco. Di certo questo anello lascia a bocca aperta fino alla fine!
Rientrato al parcheggio sotto un cielo di nuovo plumbeo recupero la mia auto decisamente stupefatto e ancora incredulo per il giro appena terminato che, volendo, è ovviamente possibile percorrere anche al contrario.

Testi e foto di: Daniele Repossi

Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria

Il Roettalbach e la Rötalm-Malga Rossa, in uno scenario idilliaco
Nei pascoli della Ahrntal-Valle Aurina, all'inizio del percorso
La bellissima Pecora Nero Bruna (Schwarzbraunes Bergschaf)
Un Hovawart ha ben pensato di rinfrescarsi le idee... e il pelo!

Circa la scoperta della miniera di rame circola una leggenda che, come tutte le leggende, ha un fondo di verità.

Un bel giorno un contadino stava conducendo a valle, giù dal Passo dei Tauri, un toro che aveva acquistato oltreconfine. L’animale era alquanto agitato e il contadino non sapeva più come fare per tranquillizzarlo; non si aspettava una bestia simile e, se avesse potuto, l’avrebbe ricondotto al di là del Passo.
L’animale non ci sentiva, scalciava e si agitava: di certo, non aveva nessuna intenzione di scendere da questa parte della valle. Il contadino, così, prese prima a maledirlo e poi a picchiarlo con un bastone. La cosa peggiorò la situazione, finché il toro andò su tutte le furie e iniziò lui stesso a maledire questo terreno e ad accanirsi contro di esso. Con le corna e con gli zoccoli cominciò a scavare una buca molto profonda, facendo saltare per aria terra e sassi, senza accorgersi che nel frattempo si era portato lungo il versante opposto della Ahrntal-Valle Aurina. Alcuni di questi frammenti, però, emettevano bagliori stranamente dorati. 
Il contadino pensò subito fosse oro puro e si diresse col materiale dall’orefice. Qui, scoprì che non di oro si trattava ma di rame. Da allora si iniziò a scavare e la scoperta fu un giacimento talmente ricco e importante da richiedere manodopera proveniente proprio dal versante opposto del Passo dei Tauri.
L’inizio di un’epoca mineraria era appena iniziata.