BECCA DI NONA

Salita molto lunga e stancante ma senza difficoltà alpinistiche a una delle più belle cime della valle Centrale. Prestare attenzione alla quota e a non scivolare sul ghiaietto che ricopre il grande ghiaione sotto al Bivacco Federigo Zullo al Col Carrel. Sono richiesti un buon allenamento e la capacità di muoversi su pietraie.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Chamolè (2309 mt.)

Località e quota di arrivo: Becca di Nona (3142 mt.)

Punto più elevato: Becca di Nona (3142 mt.)

Dislivello positivo: 1342 mt.

Lunghezza del percorso: 13,9 km

Coordinate punto di partenza: 45°40’32”N 7°19’34”E

Posizione: immediatamente a sud di Aosta di cui, assieme al monte Emilius è la montagna simbolo.

Difficoltà: E (Scala delle difficoltà)

Presenza di tratti esposti: sì.

Tempo di percorrenza totale: 7h 15’ (Tempi di percorrenza)

Tipo di escursione: andata e ritorno con due anelli intermedi (Becca di Nona e Col Plan Fenetre).

Tipo di terreno incontrato: terra-erba-pietre-roccette-legno-ghiaia-sfasciumi. (La camminata e il sentiero)

Possibilità di ristoro: nel ristoro di Chamolè, quando aperto (verificare).

Segnavia: frecce gialle, bolli gialli con n° del sentiero. (La segnaletica italiana)

N° del sentiero: 19C, 19, 16-16A, 16A, 16, 20A

Acqua lungo il percorso: nessuna lungo il percorso; al ristoro Chamolè quando aperto.

Stato del percorso: sentieri ottimamente indicati, ben segnalati e mantenuti, anche nei tratti sui ghiaioni e roccette.

Periodo: da giugno a settembre-ottobre, in assenza di neve.

Panorama: unico a 360°, verso tutte le valli e le cime della Val d’Aosta.

Attrezzatura particolare richiesta: nessuna.

Discesa: la discesa avviene per la via di salita principale. Dalla Becca di Nona, tuttavia, si scende lungo la traccia 16 (direttissima). Da Comboè-Dessus non si risale più direttamente al Col Replan ma si transita da questo passando prima dal Col Plan Fenetre.

Tappe del percorso: Chamolè - Lago di Chamolè - Col Replan - Comboè-Dessus - Bacino di Comboè - Bivio Quota 2550 - Bivacco Federigo Zullo (Col Carrel) - Becca di Nona - Bivio Quota 2550 - Bacino di Comboè - Comboè-Dessus - Col Plan Fenetre - Col Replan - Lago di Chamolè - Chamolè

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dalla strada che sale a Pila, superata la frazione Modzo, si imbocca sulla sinistra la via che, dopo pochi metri, termina al parcheggio dell’impianto dello Chamolè. Da qui vi sono due modi per giungere alla stazione a monte dello Chamolè, punto di partenza dell’escursione; con la seggiovia o a piedi, allungando l’escursione di circa 3h 20’ (andata e ritorno). Dallo Chamolè si imbocca il sentiero verso il lago omonimo (indicazioni sentieri n° 19B-19C). Dopo i primi due tornanti, ad un bivio, si prosegue dritti lungo la pista n° 19C che, in poco tempo, conduce al lago (15’). Giunti al grande bivio posto a nord di esso, si continua lungo il sentiero n° 19C che, in salita, tra rododendri e bassa vegetazione, conduce al Col Replan (2366 mt, 30’). Da questo bel punto panoramico, si ignora per il momento la traccia 20A che prosegue verso nord per scendere “a picco” in direzione est lungo un sentiero non numerato verso il sottostante alpeggio (Comboè-Dessus 2114 mt, 1h), nei pressi del quale vi è anche la piccola cappella di Santa Maria Maddalena. Il percorso da seguire transita tra le case dell’alpe e verso sud; il numero del sentiero diventa 16-16A. Si aggira in destra orografica il piccolo laghetto del bacino di Comboè fino ad un evidente bivio nel quale, tralasciata la pista n° 16, si devia bruscamente a sinistra per la n° 16A. Inizia qui la parte più faticosa del percorso, una salita quasi continua che porterà in cima alla Becca di Nona. Superato il torrente Comboè su di un bel ponticello di legno, ci si immerge all’ombra di una bella abetaia, iniziando a guadagnare quota in direzione di Plan Valè. Gli alberi ben presto lasciano il posto all’erba e a piccoli mughi, fino a Plan Valè, dove la montagna spiana un po’ consentendo di “tirare il fiato”. Gli ultimi larici solitari convivono con grossi massi precipitati dall’alto nel corso degli anni. Si prosegue sempre verso est, in leggera salita, puntando al grande canalone che compare di fronte. Giunti al bivio di Quota 2550 si ignora la via sulla sinistra (n° 16) che porta direttamente (ma più ripidamente) in cima alla Becca di Nona per abbracciare la via che continua dritta (n° 16A) e che ora, in decisa salita, rimonta a zig-zag un grande canalone sfasciumato. Anche questo tratto, pietroso e scivoloso, è molto faticoso ma più corto rispetto alla “direttissima”, almeno fino alla sella del Col Carrel dove è posto anche il Bivacco Federigo Zullo (2912 mt., 3h 15’). Dal Col Carrel si intravede già la via (facile) che porta a destinazione. Si supera un iniziale tratto di rocce dove il sentiero si mantiene sempre tranquillo e addirittura pianeggiante; oltre questo tratto la salita prosegue ancora comodamente a zig-zag, senza alcuna difficoltà. Solo l’ultimo tratto sotto la vetta si rivela abbastanza ripido; tuttavia è raro aiutarsi con le mani. Serpeggiando tra le ultime pietraie si giunge in cima alla Becca di Nona (3142 mt., 3h 50’) dove si trova anche la grande statua bianca in ghisa della Madonna. Il ritorno, che avviene seguendo la direzione principale di salita, si compie attraverso due piccoli anelli. Il primo, scendendo proprio dalla Becca di Nona. Dopo qualche metro di discesa, si noterà sulla destra l’imbocco della traccia di quella “direttissima” evitata in salita (n° 16) che porta, molto più in basso, al ricongiungimento col bivio di Quota 2550. Questa via è più diretta e avviene sempre su sentiero “comodo”, per quanto lo possa essere il muoversi tra grossi massi. In ogni caso la discesa è molto bella, panoramica, divertente e meno rischiosa rispetto agli sfasciumi che ricoprono il canalone sotto il Col Carrel; tuttavia il percorso è un lungo zig-zag spaccagambe che sembra quasi non finire mai. Dalla Quota 2550 (4h 50’) si ripercorre a ritroso il percorso fatto all’andata fino a Comboè-Dessus (5h 50’). Da questo punto, con le gambe molto stanche, non si sale più direttamente al Col Replan ma si prende la via morbida (n° 16) che prosegue verso nord e il Col Plan Fenetre (2221 mt., 6h 20’). Da questo ennesimo punto panoramico, continuando verso sud sul sentiero n° 20A si rientrerà prima al Col Replan (6h 50’) e poi, passando di nuovo per il Lago di Chamolè, alla stazione a monte della seggiovia dove è anche un punto ristoro (7h 15’).

 

OSPITE DI UN’ALTRA SPLENDIDA DAMA DI AOSTA - (DEL 24/08/2018)

Una scorciatoia obbligata per il Col Replan e il Lago di Chamolè

Da Aosta, volgendo lo sguardo in alto e verso sud (destra orografica), non si possono non notare due imponenti cime che sembrano sorvegliare la città. Due cime alte, maestose che svettano verso il cielo e non passano certo inosservate. L’Emilius, il più alto, è il guardiano supremo; l’altra, la seconda e bellissima dama di cui accennavo nell’escursione alla Becca di Viou, la Becca di Nona, in realtà più bassa solo di poche centinaia di metri rispetto all’Emilius, ma non per questo meno interessante, anzi! 
In attesa di salire sulla schiena del grande guardiano, oggi sono invitato a passare la giornata con un’altra splendida fanciulla rocciosa di ben 3142 mt. Non posso non ascoltare questo richiamo, questo invito a percorrere luoghi così immensi e selvaggi; ne sono attratto, voglio scoprire queste vallate, questi spazi sublimi tra alcune delle montagne più belle d’Italia.
Quando ho a che fare con percorsi del genere che, cartina alla mano, non sono certo una passeggiata, mi assicuro che nel giorno prefissato, com’è naturale, vi siano condizioni di tempo stabile e mi senta quantomeno in buona forma fisica. La seconda condizione, all’alba del 24 agosto, è soddisfatta. La prima... un po’ meno.
Guardo e riguardo la data del calendario e, soprattutto, le previsioni meteo. Sole ovunque, palla piena. Eppure, quanto osservo là fuori non corrisponde mica tanto a quanto si dice. 
Nuvoloni neri, anche imponenti, sono sparpagliati un po’ ovunque. Molte cime hanno il classico sombrero, il che non è proprio l’ideale. Men che meno di primo mattino!
Insomma, non so proprio che fare. Data la lunghezza dell’itinerario, vorrei mettermi in moto presto, prima delle 7. Ma come fare? Penso e ripenso. Essere colti da un temporale a più di 3000 mt. non è per niente piacevole, anche se in caso di emergenza il bivacco Federigo Zullo può offrirmi riparo. Sì, ma anche se fosse, che giornata uscirebbe fuori? E che ricordo porterei a casa?
Le lancette scorrono, sono più delle 8 e io sono ancora in casa col naso all’insù, nella più completa indecisione. Alla fine salgo in auto e mi avvio verso Pila, punto di partenza dell’ascesa odierna. Nel tragitto però continuo a riflettere ponderando le alternative; più di una volta sono portato a sterzare il volante per dirigermi altrove. Però, alla fine, l’istinto mi dice di non farlo.
La situazione migliora un po’ e io sono ormai a Pila, frazione Modzo, posteggiato esattamente sotto l’impianto di risalita dello Chamolè. Il fatto di usufruire di simili mezzi non è proprio nelle mie corde ma ormai che fare? Si è fatto tardi e alle 9 passate non posso più permettermi di salire a piedi fino alla stazione a monte dello Chamolè (scoprirò però poi al ritorno che questo tratto avrebbe allungato di molto la gita già molto lunga di per sé).
E così, eccomi in seggiovia, sulla prima “direttissima” della giornata. All’ansia si è aggiunta ansia, dato che ora dovrò per forza tener conto dell’orario di chiusura dell’impianto; pena, allungare il percorso fino a Pila.
Tuttavia, non sono mai andato di corsa e mai lo farò. Il mio passo sarà regolare, come sempre. Ma sì, perché avere pure l’ansia per una cosa così? Che ci metta pure il tempo che ci vuole!
Nel frattempo il cielo si è abbastanza aperto, almeno nella zona in cui mi trovo. Non è così altrove ma una splendida vista sul Monte Bianco, che appare come un gigante bianco poco distante, non me la toglie nessuno. Nuvoloni neri lo assediano dalla base ma la sua cima è un bianco brillante che incanta e stupisce sempre.
Allo Chamolè non incontro molta gente, strano. Nel pianoro sottostante, un gruppo di mucche molto numeroso è intento a rasare tutto il pendio: infatti, lì di erba non ce n’è quasi più. Più lontano, appare già un magnifico panorama della Valle d’Aosta, con i rilievi e le vallate immediatamente adiacenti la Valle Centrale. Già questo posto è un balcone panoramico incredibile; anche senza procedere oltre, merita ben più di una visita. L’unica cosa è che in genere il luogo è piuttosto affollato, per cui occorre scegliere giorni infrasettimanali o fuori stagione per goderselo al meglio.
Proprio di fronte a me, ai piedi di una bella palina segnaletica piena di indicazioni, parte il sentiero verso il Lago di Chamolè che, incredibile ma vero, dopo appena una passeggiata praticamente in piano di 15’ raggiungo bello beato. Anche questa conca è quasi deserta, si vede che il meteo ha scoraggiato molti. Eppure, ora sopra la mia testa splende un sole bello luminoso!
Questo laghetto presenta colori davvero accesi e infinite sfumature a cavallo tra il verde e il blu. Nelle sue acque si specchiano i profili della Testa Nera (un cucuzzolo di roccia alto quasi 3000 mt) e del Colle di Chamolè. Come detto, ci sarebbe da sedersi lungo le sue rive e godersi la giornata. Tuttavia, il 24 agosto non mi sembra ancora il periodo adatto: presto, sono convinto, la massa prenderà possesso di questi prati e le grida si sentierà fino ad Aosta. 
Raggiungo in breve il lato nord del lago dove altre indicazioni mi indicano la via da seguire. Prossima tappa, il Col Replan. Mi trovo, infatti, in una conca piuttosto chiusa nella quale il suddetto colle impedisce la vista sulla Becca di Nona, la mia meta di oggi. Insomma, devo prima salire, poi scendere e poi risalire (e questa volta di brutto!).
Anche la via per il Col Replan, tra abeti imponenti, pini nani, mughetti e rododendri è davvero breve e semplicissima. Quasi senza sforzi, raggiungo questo punto lungo la cresta dello Chamolè dalla quale finalmente posso vedere tutto quello che mi aspetterà d’ora in poi. E non è mica poca roba!

Si scende e si risale, con un paesaggio surreale... e una distanza ancora abissale!

Dal Col Replan la vista è davvero pazzesca: da una parte si estende tutta la conca di Pila dove, in lontananza, appare il profilo di quasi tutte le valli in sinistra orografica della Valle d’Aosta. Di fronte a me, invece, ecco i profili che si stagliano al sole: Becca di Nona, Monte Emilius, Triangolo Nero, Mont Ross di Comboè, Punta del Lago Gelato e chi più ne ha più ne metta. Prima di raggiungerli, però, tocca scendere un po’ fino a toccare il fondo del Vallone di Comboè. Questa vallata, di un verde proprio brillante, separa la cresta dello Chamolè dalle suddette cime.
Al Col Replan sono un puntino solitario il cui sguardo si perde in tanta maestosità. Tornato coi piedi per terra, mi rendo conto anche della distanza ancora da colmare prima di salire sulla Becca. Mamma mia!
Per il momento, dato che si tratta per forza di perdere quota, mi abbasso direttamente verso l’alpe di Comboè-Dessus. Questo sentierino senza numero che dal Col Replan porta nel fondovalle e che serpeggia tra sparuti alberi, piccoli arbusti e roccette è proprio carino, anche se ripido e un po’ scivoloso. In linea d’aria il tragitto mi sembra davvero breve; in pratica, impiego una mezz’ora buona a scendere. 
Una piccola abetaia anticipa il mio arrivo tra i casolari dell’Alpe Comboè-Dessus. Poi, come per magia, scompare tutto e io mi ritrovo nel punto più basso dove dominano pascoli e prati rasati a perdita d’occhio. Al centro del Vallone di Comboè, il torrente omonimo segna un piccolo solco blu. Oltre questo, di nuovo pareti quasi verticali con una piccola depressione che tra non molto userò come via di salita verso la Becca di Nona. 
Ho sempre un certo timore quando passo tra gli alpeggi e questo per via dei cani. Il loro abbaiare non tarda anche in questo caso a farsi sentire. Caspita, sono da solo e un inconveniente del genere non ci vorrebbe proprio. Un passo dopo l’altro, molto cauto e in silenzio, giungo nel mezzo delle costruzioni. Fortunatamente non incontro nessuno, anche se sento sempre alcuni latrati. Affretto un po’ la camminata e oltrepasso anche la piccola cappella di Santa Maddalena, per arrivare quasi subito lungo le sponde del piccolo specchio d’acqua di Comboè, un’amena pozza verde-blu che sembra il proseguimento del Lago di Chamolè. Questo posto è davvero idilliaco, un piccolo paradiso fuori dal mondo. 
Il cielo si è finalmente aperto e il caldo si fa sentire. Meglio così, forse scegliere di venire comunque da queste parti non è stata una cattiva idea. Seguendo il sentiero verso sud e attraversando a metà verdissimi prati che neanche il più bel campo da calcio inglese, mi porto lentamente verso la testata di questo vallone, chiuso dalla bastionata rocciosa che più in alto ospita il pianoro dove è sito il Rifugio Arbolle. 
Non faccio che qualche metro bordeggiando il torrente Comboè che mi ritrovo a un bivio, dove a sinistra parte la traccia di salita (n° 16A) verso il Col Carrel, prossima tappa prima di giungere a destinazione. Attraverso il rigagnolo azzurro su di un bel ponticello in legno; il mio incedere in questo paesaggio così bucolico mi fa immedesimare in un pastore di un presepe, in uno di quei classici paesaggi montani che non possono mai mancare. Inutile dirlo, ma trovarmi immerso in questo scenario è una cosa sensazionale che fa palpitare il cuore. 
La cosa stonata è che, avendo perso quota, ora la devo recuperare: dal fondo del Vallone di Comboè mi aspetta un bel po’ di dislivello da buttare nelle gambe. Il ponte e il tratto rimanente all’attacco del nuovo sentiero,  tra erba e piccoli abeti, è l’ultimo lusso in piano della giornata. Alcune paline segnaletiche indicano un tempo di salita di 2h per il Col Carrel e di 2h 45’ per la Becca di Nona. Non pochissimo.
Senza nemmeno accorgermene sto già faticando. Il sentiero parte ripido e si districa in una grande abetaia, l’ultima. Se non altro sono all’ombra. Tra ripide rampe nel bosco e alcuni zig-zag riesco a giungere a Plan Valè, un finto pianoro dove gli alti fusti scompaiono per lasciare il posto a piccoli arbusti, rododendri e una moltitudine di fiori di ogni specie. L’alta montagna è di fronte a me e si presenta con pareti verticali, ghiaioni, conche pietrose e cime di roccia verticali. Salire lassù sarà molto stancante ma allo stesso tempo davvero appagante (a patto di riuscirci).
Prima di riprendere la marcia ne approfitto per respirare aria buona e guardarmi intorno. Alle mie spalle intravedo il percorso fatto si qui. Impressionante l’estensione della cresta di Chamolè che culmina nell’omonimo colle per poi salire alla Testa Nera. Al di sotto di questa, su di un grande e verde pianoro, ecco apparire il Rifugio Arbolle, punto di appoggio per la via di ascesa “comoda” all’Emilius.
Gli ultimi rododendri (Rhododendron, L., 1753) ed epilobi (Epilobium, Dill. ex L., 1753) resistono ancora tenacemente a queste quote ma presto desisteranno anche loro. Rieccomi sul sentiero, di nuovo solo in questa salita che ora avviene rimontando un lungo canalone di pietre. Caldo e fatica sono il leitmotiv del momento, ma che scenario pazzesco!
Aggirato un costone roccioso, che poi non è altri che la dorsale sud-ovest della Becca di Nona, e dopo ancora un po’ di dura pietraia, mi ritrovo ad un bivio (Quota 2550) e improvvisamente in compagnia di due ragazzi che sembrano usciti in questo momento dalla montagna stessa. Dov’erano prima dato che non li avevo davanti a me? Si stanno guardando in giro, probabilmente decidendo da che parte continuare. A sinistra, infatti, parte la via diretta che sale in cima alla Becca di Nona. Io però non vorrei arrivarci così “brutalmente” ma più lentamente, andando prima a visitare il piccolo bivacco installato in cima al Col Carrel, proprio al culmine del canalone che ho di fronte. Oltretutto, questa via di salita, senz’altro scivolosa da quanto posso vedere, mi sembra però più morbida e meno massacrante rispetto alla prima.
Così, si aprono le consultazioni che però terminano subito. Anche a loro la mia sembra la scelta migliore. E dunque via, di nuovo in marcia. Dall’essere da solo ora siamo un trio. Lascio loro davanti e insieme procediamo innanzi, lungo la parte più delicata del percorso e, piccoli piccoli, in mezzo a mostruosi giganti di roccia. Il Col Carrel col piccolo bivacco in lamiera è già visibile e ciò ci conforta.
Qui la traccia si perde un po’; è normale tra queste pietraie instabili. A volte andiamo un po’ a naso, ma poi ritroviamo subito il filo da seguire. 
Ci districhiamo tra enormi macigni, tratti scivolosi e grandi avvallamenti. Le gambe e i muscoli sono messi a dura prova, il fiato anche. Come detto, la nostra stabilità è un po’ precaria ma tra un sorriso e una battuta riusciamo a mettere piede sul Col Carrel. Spettacolo al quadrato! 
Salire in compagnia è davvero bello e, oltre a un mero fatto di sicurezza, allevia di molto le fatiche. Parlando, non ci si accorge dello scorrere del tempo e dei metri che si percorrono; inoltre si condividono stati d’animo, impressioni, umori, ecc. Magari poterlo fare sempre!

Una passeggiata in alta quota - In volo sopra Aosta

Sulla sella che separa la Becca di Nona dal Monte Emilius, la visuale è incredibile e la fotocamera scatta a raffica. Oltre alla cima della Becca di Nona si può ammirare da una parte tutto il percorso di salita affrontato partendo da Pila. Più a sinistra, ben visibili, il Rifugio Arbolle e il suo bellissimo laghetto di un azzurro intenso. Dalla parte opposta lo sguardo spazia lontano sulla Valle Centrale con il Monte Bianco e il Rutor a farla da padroni, mentre poco sotto dal punto in cui mi trovo, sul versante opposto di Arpisson, un piccolo laghetto di fusione (Lago Carrel) lambisce la casa di caccia Beck Peccoz il cui accesso è consentito solo ai residenti del Comune di Charvensod. 
Alle mie spalle, abbarbicato proprio sotto guglie di rocce verticali, c’è il Bivacco Federigo Zullo dalla forma classica di una botte di metallo e la cui inaugurazione risale al 1984. 
Dietro a questi, la lunghissima cresta rocciosa che porta, con una difficile e impegnativa via ferrata, alla cima dell’Emilius, passando prima dal Mont Ross di Comboè e poi dal Piccolo Emilius.
Dal Col Carrel si intravede tutto il percorso che sale alla Becca di Nona, per la verità non lungo e nemmeno difficile. Mentre i miei compagni si avviano, io rimango ancora un po’ al bivacco a contemplare questo scenario stratosferico. Non mi sembra vero di essere giunto in un posto così bello e in cima a questi monti. Alla fine, ho fatto benissimo a scegliere di venire!
Mi siedo un attimo su una delle brandine all’interno del bivacco, mi rifocillo un po’ e distendo le gambe. Ho ancora tempo e non vorrei forzare più del dovuto. Quando riprendo il cammino, i ragazzi sono già a metà della via; li vedo sul sentiero che procedono a zig-zag. 
Il primo tratto è surreale. Il sentiero è sottile ma non esposto e attraversa in pieno una piccola cresta rocciosa sulla quale si alza un pinnacolo rossastro e pendente; una piccola Torre di Pisa che pare inclinata dal vento. 
Subito dopo la via prosegue sempre in salita ma su bel tracciato non difficile. C’è solo da camminare e rimontare ancora un po’ di dislivello. In questo mondo pietroso e lungo questa dorsale sud della Becca di Nona, sembra di trovarsi in un altro mondo e di salire verso le nuvole (fortunatamente scomparse sopra la mia testa).
La via verso la cima è breve ma, un po’ per la quota, un po’ per la stanchezza sembra non arrivare mai. A poco più di metà percorso raggiungo quasi i ragazzi: si vede che hanno tirato il fiato anche loro e si sono fermati. Invece, lassù in cima, la grande madonnina bianca la vedo già. Ciò che ho alla mia sinistra non si può descrivere a parole; questo vuoto immenso e questo panorama non possono distrarmi negli ultimi metri. Avrò tempo per godermi questi spazi.
Gli ultimi metri sono i più rocciosi e ripidi. Mai esposti però, almeno se non si va proprio lungo il filo delle rocce. Quando raggiungo la cima (e i due ragazzi con me) la sensazione di pace è totale. La fatica è finita, mi siedo su di un masso e contemplo praticamente il mondo.

Due varianti diverse - Le emozioni qui non finiscono mai!

Migliaia di metri più in basso, Aosta e tutta la Valle Centrale. Poi, sia a destra che a sinistra, tutta la Valle d’Aosta, con le sue vallette, vallucole e cime più o meno famose e imponenti. Non manca nessuno, anzi sì, l’altra dama! E, finalmente, eccola. Infatti, di fronte a me non tardo molto ad individuare anche la Becca di Viou. Queste due damigelle si guardano l’un l’altra e sembrano comunicare tra loro. Ma che spettacolo! Una cosa così bisogna viverla, mica si può descrivere a parole!
In effetti, col mio senso di vuoto amplificato che rimbomba un po’ nella mia testa, è meglio che stia seduto sotto la madonnina a scattare foto e a qualche metro di distanza dal baratro. I due ragazzi, più temerari, raggiungono le ultime rocce sul bordo che strapiombano nel vuoto e lì consumano il loro pasto.
Quando ruoto su me stesso, sempre da seduto, rimango impressionato dalle rocce nere che formano la parete nord dell’Emilius: un mastodonte di roccia che arriva a toccare le nuvole. La lunga dorsale sulla quale corre la ferrata è aspra, bruta e davvero impervia. Non so, così su due piedi, come si faccia a percorrere un siffatto lungo e difficile percorso di cresta. Ai piedi dell’Emilius, qualche nevaio residuo è tutto quello che rimane del ghiacciaio d’Arpisson.
Rimango così, imbambolato, a contemplare queste meraviglie naturali, percorrendone ogni singolo anfratto con gli occhi. Il tempo però scorre inesorabile e intanto il cielo si è improvvisamente coperto. Brutto segno. Anche i due ragazzi se ne sono accorti e, finito di consumare l’ultima barretta di cioccolato e scattata ancora qualche foto, mi raggiungono. Siamo tutti pronti per la discesa che, senza nemmeno previ accordi, avverrà lungo la famosa “direttissima”, ossia lungo la parete sud ovest della Becca di Nona e il sentiero n° 16.
Scendiamo dunque solo qualche metro dalla cima, prima di imbatterci, sulla destra, nell’inizio della suddetta traccia. E qui, un altro favoloso panorama ci appare di fronte. Il pianoro sul quale sorge il Rifugio Arbolle è ancora illuminato dal sole e le acque del vicino laghetto riflettono l’azzurro come non mai. Sembra tutto così vicino!
Alle loro spalle, oltre la catena col Mont Belleface e la Punta della Valletta, si innalzano verso il cielo la mole del Gran Paradiso e della Grivola dove i ghiacciai la fanno da padrone. Anzi, a dir la verità quasi solo quelli, dato che le cime sono tutte immerse in nuvole nerastre. Altro brutto segno.
Man mano che cammino verso il basso mi rendo conto che questa variante di salita sia unica, ultra panoramica e tostarella, almeno se fatta al contrario. Per questo ritengo abbiamo fatto bene a tenerla per il ritorno. Di difficile non ha davvero nulla; si cammina bene in un continuo e infinito zig-zag ma la pietraia e i continui salti di rocce sono una tortura per le ginocchia e per le gambe in generale. Sulla sinistra intravediamo il canalone usato per la salita, con il bivacco appena lasciato. La domanda è: ma davvero siamo saliti da lì?
A vedere il tutto da questa prospettiva non ci sembra vero: troppo ripido e scivoloso. Eppure...
Dopo un percorso infinito e buona parte del corpo a pezzi, siamo al bivio di Quota 2550. Riposo, grande bevuta e ripartenza. Ritocchiamo i verdi prati, con fiori variopinti, rododendri, larici e abeti. La vita torna a scorrere. Tra i massi, una marmottina curiosa ci osserva. Si starà chiedendo dove sono andati a cacciarsi questi tre figuri che si trascinano ora blandamente verso valle.
All’alpe Comboè-Dessus tutto è silenzio, non c’è anima viva. Per fortuna il tempo tiene e sprazzi di sole si alternano a grigie coperture diffuse. La Becca di Nona in questo momento ci saluta sotto un sole splendente. Da qui non sembra possibile essere giunti fin lassù.
All’alpeggio mi congedo anche coi miei compagni di avventura. Tempo di addii o, chissà, di arrivederci. Loro scendono diretti nel Vallone di Comboè, io devo tornare allo Chamolè. Tra un po’ chiuderà anche la seggiovia per Pila e i miei muscoli sono quasi al limite. 
“Ah, allora risali dritto al Col Replan?” mi domandano.
“Ma fossi matto!” rispondo, “Non ne ho quasi più! Prenderò il più lungo ma più comodo sentiero per Col Plan Fenetre e da lì mi ricongiungerò col Col Replan”.
Così faccio, dopo i vivi saluti. In effetti non sbagliavo. Questa traccia sale davvero adagio, senza strappi e in breve  mi trovo all’ennesimo punto panoramico dal quale le ultime luci del giorno danno un tocco magico a queste montagne, investendole di colori e sfumature nuove. Il tutto è davvero un incanto, come faccio ad andare via da qui?
Una palina segnaletica indica la direzione verso il Col Replan che curiosamente è dato a 0h e nessun minuto: le scritte si sono cancellate. In ogni caso ora devo muovermi, sono agli sgoccioli.
La breve dorsale che mi riporta al citato colle è davvero una piacevole passeggiata tra mughetti, sporadici larici e un po’ di visega lungo i pendiii (la famosa festuca o “erba che punge”). Rientrare allo Chamolè è una mera formalità, se non fosse che il corpo non mi risponde quasi più e implora pietà. Ma da quanto sono in cammino?
Alla seggiovia faccio in tempo a prendere una delle ultime corse, e per fortuna! Nella lenta discesa, incollato al seggiolino, ho tempo di ripensare alla meravigliosa avventura odierna che all’inizio ero lì lì per farmi scappare. Queste uscite non si possono dimenticare, sia per la meraviglia dei posti visitati che per altri mille dettagli. E, perché no, pure per la sfacchinata immensa. 
Anche questa dama a guardia di Aosta non ha certo deluso, ha accolto me e i miei compagni improvvisati sulla sua testa, cullandoci in un viaggio onirico di prim’ordine, un sogno ad occhi aperti meraviglioso e imperdibile.
Grazie Becca di Nona, magari (non subito, eh) tornerò a trovarti!

Testi e foto di: Daniele Repossi

Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria

Un ultimo saluto alla Becca di Nona, nel tardo pomeriggio
Una marmotta osserva un escursionista molto stanco passare davanti a casa sua

Il mistero di cui accennavo nel racconto di salita alla Becca di Viou è stato svelato. Anzi, ne approfitto per invitarvi a leggere tale avventura (se non l’avete ancora fatto) e, ancor più, vi invito ad andare a scoprire di persona questi luoghi per vivere le vostre esperienze. Le dame di Aosta sono pronte ad accogliere a braccia aperte chiunque!