LE VIE FERRATE DELLE CASCATE DI FANES

Le vie ferrate delle Cascate di Fanes includono due spettacolari percorsi attrezzati piuttosto facili da percorrere, per i quali occorre dotarsi di opportuno kit di assicurazione. Le ferrate Giovanni Barbara e Lucio Dalaiti, contigue, si sviluppano nella forra del Rio di Fanes e presentano passaggi esposti attrezzati con staffe e funi metalliche. La difficoltà si mantiene bassa, rendendo questi percorsi perfetti per chi vuole iniziare ad approcciarsi alle ferrate. La ferrata Giovanni Barbara richiede meno sforzo di braccia rispetto alla Lucio Dalaiti ma presenta alcuni tratti bagnati in cui occorre fare attenzione a non scivolare. Ponti, discese lungo la roccia e onirici passaggi sotto le cascate rendono questo itinerario imprescindibile a chi decide di staccarsi dagli itinerari più escursionistici e calzare l’imbrago.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Parcheggio Centro Visitatori del Parco, Loc. Fiames (1314 mt.)

Località e quota di arrivo: Cascata di Fanes (1467 mt.)

Punto più elevato: Cascata di Fanes (1467 mt.)

Dislivello positivo: 330 mt.

Lunghezza del percorso: 6,7 km.

Coordinate punto di partenza: 46°35’37”N 12°06’47”E

Posizione: a nord di Cortina, nel Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. Le ferrate corrono lungo la forra del Rio di Fanes.

Difficoltà: EEA / F (Via ferrata Giovanni Barbara )/ PD (via ferrata Lucio Dalaiti) (Scala delle difficoltà)

Presenza di tratti esposti: sì, trattandosi di vie ferrate l’esposizione è quasi costante in entrambi i percorsi.

Tempo di percorrenza totale: 3h 30’ (Tempi di percorrenza)

Tipo di escursione: andata e ritorno, con un anello per percorrere le due vie ferrate.

Tipo di terreno incontrato: sterrato-terra-pietrisco-roccette (anche bagnate)-acqua-ferro-legno (radici). (La camminata e il sentiero)

Possibilità di ristoro: presso la Baita Spiaggia Verde all’inizio del percorso quando aperta (verificare).

Segnavia: bianco-rosso. (La segnaletica italiana)

N° del sentiero: 10, 10-SI

Acqua lungo il percorso: nessuna a parte quella che scorre lungo i torrenti principali.

Stato del percorso: il percorso di avvicinamento è costantemente indicato, le vie ferrate si trovano in perfette condizioni con funi ben tirate e solide staffe infisse nella roccia.

Periodo: dalla primavera all’autunno, in assenza di tratti gelati e neve.

Panorama: un po’ limitato in questo tipo di itinerari che si svolgono sul fondo di forre e gole. Tuttavia, non mancano scorci interessanti verso il Taè e il Taburlo, la Croda Rossa d’Ampezzo e tutta la forra del Rio di Fanes.

Attrezzatura particolare richiesta: kit da ferrata (casco, imbrago, longe, moschettoni). (Attrezzatura tecnica)

Discesa: per la via di salita dopo aver effettuato un anello percorrendo le due vie ferrate.

Tappe del percorso: Parcheggio Centro Visitatori del Parco - Ponte Felizon - Laštié - Pontes de Pian de Loa - Pian de Loa - Da Ra Fontanes in Su - Ponte Outo - Cascata di Fanes - Ponte Outo - Da Ra Fontanes in Su - Pian de Loa - Pontes de Pian de Loa - Laštié - Ponte Felizon - Parcheggio Centro Visitatori del Parco

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dal Parcheggio Centro Visitatori del Parco (1314 mt.) si imbocca la larga poderale che sale lievemente in direzione nord-ovest verso il Fanes. Oltrepassato il punto informazioni, dopo pochissimi minuti si raggiunge il Ponte Felizon (1327 mt., 5’) sotto il quale scorre l’omonimo torrente sul fondo di una gola molto profonda. Al ponte si evita la strada che si abbassa sulla sinistra e si prosegue dritto, quasi in piano, per raggiungere in poco tempo anche la Loc. Laštié (1350 mt., 15’); qui, si ignora la strada sulla destra che sale verso il parcheggio di Sant’Uberto e si continua dritti, fino a giungere al Ponte di Pian de Loa (1346 mt., 25’) dove un’altra deviazione sulla destra, sempre da trascurare, riporta al suddetto Sant’Uberto. Attraversato il ponte sul Torrente Boite la carrareccia prosegue in leggera salita, fino a toccare la Loc. Pian de Loa (1349 mt., 30’) dove occorre insistere sulla sinistra verso il Ponte Outo e la Valle di Fanes (indicazioni riportanti “Cascate sentiero ferrato”).
Una lunga camminata (Sentiero n° 10, SI) consente di giungere dapprima in Loc. Da Ra Fontanes in Su (1452 mt., 1h), presso la quale la deviazione sulla sinistra è da ignorare, e successivamente anche a Ponte Outo sotto al quale si presenta un salto incredibile sulla gola scavata dal Rio di Fanes. Dal Ponte Outo si sale ancora un pochino fino ad incontrare ulteriori indicazioni. Giunti in Loc. Cascata di Fanes (1467 mt., 1h 20’) si calza l’imbrago per poi imboccare il primo sentiero sulla destra che scende verso la forra del Rio di Fanes (indicazioni riportanti “Sentiero attrezzato alla cascata”). Una facile cengia esposta è l’inizio della ferrata Giovanni Barbara, che più avanti presenta un passaggio sotto la cascata di Fanes e una discesa attrezzata con cavo e staffe metalliche nella rispettiva gola. Qui, percorso qualche metro di facile sentiero, finisce il suddetto sentiero attrezzato (Cascata di Fanes, 1425 mt., 1h 50’). Si svolta a destra e si oltrepassa il torrente Rio di Fanes su di un ponte di ferro per iniziare la via ferrata Lucio Dalaiti che inizia risalendo alcune roccette attrezzate verso una cengia di terra e roccia sotto una parete verticale. Qualche metro dopo si affronta un traverso esposto non difficile, nel quale iniziano un pochino a lavorare anche le braccia. Successivamente si affronta il passaggio chiave della ferrata, la risalita di una parete verticale di 4 metri; infine, una lunga e facile cengia camminabile in leggera salita consente di terminare il percorso uscendo lungo il Sentiero n° 10, un poco più in basso rispetto al punto di attacco (2h 30’). Da qui si ripercorre lo stesso itinerario di avvicinamento fatto all’andata per tornare al Parcheggio Centro Visitatori del Parco (3h 30’).

 

IL 3° CAPITOLO DELLA QUADRILOGIA, LE VIE FERRATE DELLE CASCATE DI FANES  - (DEL 10/07/2017)

Il lungo avvicinamento in uno scenario magnifico, con qualche pensiero e timore iniziale

Non è molto presto ma nemmeno troppo tardi per immergersi in uno scenario come quello del Fanes. All’inizio di luglio la gente in giro è ancora poca e il silenzio regna sovrano. A dire la verità molti oggi potrebbero essere scoraggiati da una giornata non bellissima dal punto di vista meteorologica: nuvole, nuvolette e nuvolaglie sono sparse un po’ ovunque lassù ma, pur non ispirando chissà quali avventure, contribuiscono a mantenere un bel fresco in queste prime propaggini del Regno di Fanes.
È la prima volta che “esploro” questo territorio e devo dire che i primi metri mi lasciano davvero a bocca aperta. Come un bimbo che curiosa un po’ dappertutto, osservo ogni cosa, mi sporgo da questo o quel ponte, faccio danzare lo sguardo in questa o quella forra ed esamino ogni metro di questi boschi meravigliosi.
A dirla tutta, il mio stupore e la mia gioia si mescolano un po’ al senso di timore per ciò che vorrei provare ad affrontare più avanti, ossia due brevi ferrate che si sviluppano lungo la gola del Rio di Fanes e che, per scenari e ambienti, dovrebbero essere davvero entusiasmanti. 
Di solito non cerco ferrate o percorsi spericolati: non vado quasi per nulla d’accordo con il vuoto, né tantomeno col mio equilibrio precario. Questi percorsi di cui ho sentito parlare mi hanno però incuriosito e, complice il fatto che dovrebbero essere di breve sviluppo e difficoltà bassa, mi hanno spinto in quella direzione.
Conscio delle difficoltà che potrebbero palesarsi sul mio cammino, come al solito resto pronto a fare dietrofront al minimo segno di allerta. In fondo, nessuno mi ha prescritto di fare nulla, tantomeno il classico “medico”. Questa è sempre stata la mia filosofia e lo sarà sempre. In ogni caso (spero) le due ferrate in questione potrebbero rappresentare una sorta di sentiero attrezzato avanzato, con qualche difficoltà in più rispetto a quest’ultimo ma senza passaggi paurosi o atletici anche se per forza, in questi casi, dovrò avere a che fare con un po’ di esposizione.
Ripeto continuamente queste cose dentro la mia testa mentre avanzo, superando i ponti Felizon e Pian de Loa. Sono partito dal Parcheggio Centro Visitatori del Parco, poco a nord di Cortina d’Ampezzo; mi aspetta un avvicinamento un po’ lungo prima dell’attacco della prima ferrata il quale contribuisce certamente a scaldare un po’ i muscoli. 
Non mi soffermo più a descrivere tutto il percorso fino alla Loc. Cascata di Fanes in quanto l’ho già descritto raccontando il Sentiero dei Canyons e delle Cascate e che vi invito a recuperare. Nella stessa stesura parlo anche dei possibili punti di partenza, fermo restando che a mio avviso quello da me scelto, anche se più lungo, consente di evitare un po’ di salita lungo la via del rientro, quando le membra saranno già stanche.

La via ferrata Giovanni Barbara - La meraviglia della Cascata di Fanes

Un po’ come a scuola, giunto il momento fatidico dell’esame le paure passano e subentra uno stato di calma e rilassamento. Il cuore rallenta vedendo questi boschi, un senso di pace giunge osservando questi canyons dall’alto e anche le gambe non tremano più. 
Arrivato nel pulpito panoramico in Loc. Cascata di Fanes, mi siedo comodamente su di un tronco e lentamente mi preparo estraendo tutto l’occorrente da ferrata. Non c’è nessuno e la cosa potrebbe spingere verso ulteriori timori. Di certo alcune domande riaffiorano nella mia mente mentre compio le operazioni di rito:
“Oh mamma, ma siamo sicuri?”
“Ma se oggi non percorre nessuno questi sentieri?”
“Forse è meglio aspettare che vada avanti qualcuno?”
È un attimo prima che tutto scompaia. Infilata tutta l’attrezzatura prendo un bel respiro, mi guardo intorno e, soprattutto, mi affaccio volontariamente al vuoto, guardando in basso oltre la staccionata aggettante sulla gola del Fanes. Poi, mi giro e mi dirigo lentamente verso il primo percorso, la ferrata Giovanni Barbara.
Subito, un sorriso di un bimbo mi si stampa sul volto quando vedo che il sentiero, fin dai primi metri esposto, corre lungo una cengia presentandosi bello largo e fin da subito assicurato con cavo metallico al quale non tardo nemmeno un secondo ad agganciarmi a mo’ di ventosa. In fin dei conti, l’inizio è morbido e privo di difficoltà.
“Da, andiamo avanti a vedere” mi dico. 
Sono sempre stato un po’ strano in quanto a sensazioni verso il vuoto. Nel senso che, se attaccato a qualcosa, anche una forte esposizione non mi provoca scombussolamenti. Tanto più che in questo caso cammino comodamente su di un sentiero e non sono nel vuoto a metà di una parete... e meno male!
Basta tuttavia un tratto senza protezioni e magari col sentiero pendente verso il burrone, quando non largo quanto un piede, per suscitarmi ovviamente l’effetto opposto. Per la cronaca, ho affrontato anche percorsi simili ma, diciamo, in uno stile che di umano bipede ha ben poco...
Dopo i primi metri, la ferrata aggira un promontorio di roccia, mughi e abeti e la cengia diventa decisamente più rocciosa. Lentamente inizio a scendere in direzione della cascata del Rio di Fanes che vedo già, impetuosa, tuffarsi nello spazio innanzi a me. Che salto spettacolare e che portata d’acqua! 
Quando la raggiungo il mio stupore raggiunge livelli mai visti al vedere che la via ferrata vi passa sotto! Il cavo metallico, infatti, si mantiene ancorato alla roccia alla mia sinistra, in uno dei passaggi più incredibili e meravigliosi forse delle Dolomiti intere, ovviamente assieme a quello descritto nel Sentiero dei Canyons e delle Cascate.
Il mio cammino prosegue dunque sotto un tetto roccioso mentre l’acqua cade copiosamente alla mia destra. Che dire, paura totalmente scomparsa e meraviglia negli occhi! Scrivendo queste righe mi rivedo sotto quella massa d’acqua, sempre col sorriso: da lì, non avrei mai voluto andare via, e pur inzuppandomi parecchio!
Oltre il muro d’acqua vedo il sentiero proseguire docile verso un incavo roccioso, senza difficoltà. Inutile però dire che il momento sotto la cascata è eterno e se anche la ferrata per me dovesse anche terminare qua, sarei comunque felicissimo di quanto visto e provato. Emozioni simili non capitano certo tutti i giorni! Da solo, in questo paradiso un po’ strano e onirico, sotto una cascata e agganciato a una fune a contatto con la roccia... senza parole.
Oltre la cascata mi ritrovo letteralmente... in spiaggia. Stupore e bocca aperta. Ma dove sono finito? Continuo a sorridere in un percorso che mai mi sarei immaginato così (solitamente non vado mai a vedere video o leggere relazioni anticipatamente). La fune mi aiuta a risalire sulla sabbia (!) verso quello stretto passaggio di cui parlavo poc’anzi e che si presenta alquanto angusto. Una persona ci passa ma... al pelo!
Prima di scavallare mi asciugo un po’ e pulisco anche gli occhiali per i quali ci vorrebbero due bei tergicristalli (sì, lo so, la scena richiama l’istruttore severo che addestra la mitica squadra 17 nel film “I pompieri 2-missione eroica”).
Il cavo metallico nei pressi dell’intaglio roccioso si sposta sul fianco destro e, con l’aiuto di questo, discendo i pochi metri sabbiosi sul versante opposto prima di ritrovarmi con il sentiero che scende piuttosto agevolmente verso il fondo della forra di Fanes che da quassù vedo già solcata da un rigagnolo che si fa largo tra enormi macigni e ulteriore sabbia. La discesa avviene su ghiaietto fine (mannaggia!) ma è agevolata da traversine di legno che, poste come una scala, non pongono alcuna difficoltà nel prosieguo.
Guardandomi alle spalle mi accorgo ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, in quale tipo di ambiente mi trovi. La frase “non ci credo” è quella che ora è ben stampata nella mia mente. A dire la verità non sono ancora sceso alla base di questo canyon; me ne accorgo qualche metro più avanti quando scopro che “la pacchia” è momentaneamente finita e la ferrata, da agevole, cambia tono. Una parete verticale è, infatti, da discendere se si vuole andare avanti. Questo è il passaggio chiave della ferrata Giovanni Barbara, nonché il più tecnico, atletico e anche esposto.
Molto lentamente mi affaccio verso il vuoto dove già intravedo di nuovo il cavo metallico e le prime staffe infisse nella roccia che formano una grande scala. Immediatamente mi attacco al cavo e beh, diciamo che i metri che mi separano alla prima staffa in questo traverso li compio nel mio classico stile per il quale detengo tutti i copyright, ossia la scimmia! Mi siedo, piano piano mi giro con la faccia a monte per disarrampicare. Prima un piede e poi l’altro, l’operazione riesce. Stranamente il cuore non è agitato, pur vedendo il vuoto. L’ho detto, sono strano. E di solito è la salita a darmi più impressione, vai a sapere!
“Piano, sempre piano” è la frase che continuo a ripetermi, portando avanti (o meglio in basso) prima un arto e poi l’altro. Mi ritrovo successivamente di nuovo coi piedi per terra, lungo il Torrente di Fanes che poco più sopra ho superato passandovi sotto! Certo, l’operazione di discesa mi ha richiesto più tempo rispetto a quanto ci vorrebbe ma meglio così, mica siamo qui a fare gare o prestazioni! Io mi godo il panorama, l’esperienza e lo scenario e le sensazioni che itinerari in questi ambienti scatenano in me; e, soprattutto, facendo attenzione a non compiere un’imprudenza data la mia poca amicizia con l’esposizione!
Guardando in su vedo tutta la parete di roccia disarrampicata che da qui non sembra così poi inquietante. Eppure, bisogna sempre stare attenti. Beh, ora posso tirare un po’ il fiato, nemmeno credevo di farcela a giungere fin qui. Tra grossi massi e al fresco di un bel torrente, in una gola pazzesca, mi concedo un bel po’ di minuti di riposo per analizzare la situazione e riprendermi dalle meraviglie del luogo. Ebbene sì, ancora credo di sognare e che non sia possibile che di colpo sia finito quaggiù. La mia immaginazione vola come sempre alle leggende e al Regno di Fanes, pensando al piccolo popolo che qua potrebbe venire a radunarsi o a far rifornimento di acqua o anche a danzare in gioiose feste. Quale migliore scenario!
Qualche metro più in basso oltrepasso un cartello che di fatto pone fine alla ferrata Giovanni Barbara e qui incontro i primi escursionisti della giornata, discesi dal fronte opposto lungo il canalone gradinato del Belvedere. Già, ora mi trovo proprio tra due fuochi. O riesco ad affrontare anche la successiva ferrata o l’unica è risalire prendendo il canalone opposto.
“Beh, intanto andiamo ad esplorare più avanti!”

Il salto di roccia da disarrampicare per scendere alla base della forra del Rio di Fanes. Il passaggio chiave di questa ferrata

La via ferrata Lucio Dalaiti - Su di una cengia panoramica tra rocce, mughi e rododendri

Superate le indicazioni, un ponte di ferro oltrepassa il suddetto torrente oltre il quale il sentiero prosegue verso la ferrata Lucio Dalaiti risalendo verso una cengia rocciosa all’incirca a metà di un’altra parete verticale. Prima però si presenta davanti a me un altro balzo attrezzato di roccia da rimontare, più corto e meno impegnativo di quello appena disceso. In pochi minuti, andando sempre adagio, sono fuori.
Mi ritrovo a questo punto di nuovo a salire lungo un breve tratto di sentiero nel quale, alla mia destra, è posta anche la targa metallica che dà il via ufficiale alla ferrata Lucio Dalaiti. Risalgo qualche metro calpestando roccia e ghiaietto scivoloso; per fortuna il cavo fa sicura e impedisce di scivolare. 
Di nuovo, torno in esposizione, questa volta sulla sinistra. Prima di continuare trovo un posto sicuro nel quale essere in equilibrio con i piedi e, sempre ancorato al cavo, mi volto indietro per ammirare ancora una volta lo spettacolo della cascata di Fanes che precipita in questa gola, la cui acqua, prima di proseguire il suo viaggio verso valle e confluire nel Boite, forma una bellissima pozza dalle mille sfumature. Sì, decisamente il popolo di Fanes deve venire qui spesso in questo luogo incantato!
Svoltata una curva la cengia diventa rocciosa e il sentiero scompare, lasciando il posto alla viva roccia che, qua e là, offre sempre qualche appiglio su cui appoggiare i piedi. Timori e dubbi affiorano prepotentemente ma, quando compio il primo passo, stranamente non penso al vuoto sottostante e al delicato equilibrio; ben ancorato al cavo, lavoro di gambe e braccia per superare i pochi balzi atletici che richiedono attenzione. Insomma, sono impegnato nella guida!
In questo punto la via non è più in salita ma bensì scende un poco. Lo sforzo maggiore lo compio proprio allungando una gamba verso il basso e un piolo in ferro sporgente, a mio avviso il passaggio chiave assieme a quello che si paleserà tra qualche istante più avanti.
Oltre queste rocce, un breve tratto di sentiero (o meglio, di cengia friabile) porta appunto all’altro passaggio clou della ferrata, la risalita di una parete verticale di circa quattro metri, visibile già dal punto in cui mi trovo ora. Il cavo ad ogni modo non termina mai, anche lungo la breve cengia camminabile.
Sotto la parete verticale all’inizio mi trovo un po’ smarrito, di certo non ho mai arrampicato ne affrontato passaggi acrobatici. Il salto non è molto e i già citati quattro metri sono pure scalettati. Tuttavia la parte sulla destra, contro il cavo, non offre molti appigli, anzi; meglio va stando leggermente staccati sulla sinistra dove riesco ad appoggiare i piedi in punti sicuri che formano alla fine enormi gradoni. Il tratto è sì abbastanza atletico e le longe sono un po’ tirate ma alla fine nulla di impossibile o problematico. Le mie braccia lavorano sempre ma, una volta giunto in cima, devo dire di aver avuto più timori nel superare la parte esposta immediatamente precedente.
Superato anche questo punto posso per un attimo rilassare i muscoli. La ferrata prosegue ancora ma quello che percorro è un largo sentiero leggermente in salita che corre bordeggiando mughi e rododendri, mentre alla destra l’enorme parete verticale mi sovrasta in modo impressionante.
Qualche metro più avanti un ultimo brivido è rappresentato da un passaggio un po’ acrobatico come quello affrontato in precedenza nel quale, allungando la gamba sinistra, supero una spaccatura rocciosa che sembra una trincea. Il tutto abbassandomi anche un po’, dato che sopra la mia testa le propaggini di un grande mugo hanno deciso di provare il brivido del vuoto e di salutare così tutti i ferratisti. Questo piccolo saltello non pone difficoltà particolari e per superarlo è sufficiente diventare un po’ Mister Fantastic della serie a fumetti “I Fantastici 4”. Pensando alla cosa mi viene da sorridere e, senza nemmeno accorgermene, sono dall’altra parte.
I profumi del bosco tornano a solleticare le mie narici, segno che alla fine del percorso non manca poi molto. L’ultima parte di questo itinerario prosegue su sentiero praticamente pianeggiante, fino a ricollegarsi col Sentiero n° 10 in un punto qualche metro più in basso rispetto a quello di partenza. 
Gli sforzi sono finiti: nuovamente seduto su di un altro tronco mozzo non realizzo ancora circa la bellezza di questi due itinerari e, soprattutto, di averli (chissà come) portati a termine. Mi cambio un attimo, tolgo tutta l’attrezzatura e finalmente posso rilassarmi un po’. La discesa verso il parcheggio, sempre a passo lento, è una formalità che però mi consente di notare dettagli nuovi cui all’andata non avevo prestato attenzione, forse a causa di un po’ di tensione. Una pianta, un insetto, un fiore. Tutto è magico in questo regno incantato e, che si tratti di percorrere un sentiero o una cengia rocciosa sotto una cascata, tutto stupisce e rapisce il cuore, suscitando sensazioni uniche ad ogni passo. Almeno, questo è quello che è successo a me.

Il primo punto chiave, a mio avviso, in cui è presente anche il piolo di cui parlavo nel testo, lungo la cengia rocciosa

Testi e foto di: Daniele Repossi

Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria

La Cascata di Fanes e il suo passaggio spettacolare
Un punto panoramico... davvero bagnato!
La pozza che forma la Cascata di Fanes
La cascata vista da un altra prospettiva

Non perdetevi gli altri percorsi a tema dell'ampezzano, componenti la quadrilogia!

1) Le Cascate del Boite, Malga Ra Stua

2) Il Sentiero dei Canyons e delle Cascate

4) Gores de Federa