Il tragitto dell'escursioneSCHEDA TECNICA
Località e quota di partenza: Parcheggio Centro Visitatori del Parco, Loc. Fiames (1314 mt.)
Località e quota di arrivo: Pantane (1836 mt.), Posporcora (1640 mt.)
Punto più elevato: Pantane (1836 mt.)
Dislivello positivo: 700 mt.
Lunghezza del percorso: 15,6 km.
Coordinate punto di partenza: 46°35’37”N 12°06’47”E
Posizione: a nord di Cortina, nel Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. L’escursione conduce alla confluenza delle valli di Fanes, Travenanzes e Ra Vales nella conca di Pian de Loa.
Difficoltà: E/EE (Scala delle difficoltà)
Presenza di tratti esposti: sì, lungo il sentiero tra le gole del Rio Travenanzes e Ra Vales ed eventualmente nei tratti attrezzati di queste e in quello che attraversa la Cascata Sbarco di Fanes.
Tempo di percorrenza totale: 6h (Tempi di percorrenza)
Tipo di escursione: anello.
Tipo di terreno incontrato: sterrato-terra-pietrisco-roccette (anche bagnate)-acqua-legno-ferro-aghi di abete-erba. (La camminata e il sentiero)
Possibilità di ristoro: presso la Baita Spiaggia Verde all’inizio del percorso quando aperta (verificare).
Segnavia: bianco-rosso. (La segnaletica italiana)
N° del sentiero: 10, 10-SI, 401-SI, 409, 408
Acqua lungo il percorso: nessuna a parte quella che scorre lungo i torrenti principali.
Stato del percorso: l’interio itinerario è costantemente indicato e, nonostante i numerosi incroci, è impossibile perdersi. Tutti i sentieri, compresi i tratti attrezzati, sono in ottimo stato.
Periodo: dalla primavera all’autunno, in assenza di tratti gelati e neve.
Panorama: un po’ limitato in questo tipo di itinerari che si svolgono sul fondo di forre e gole. Tuttavia, non mancano scorci interessanti verso il Valon de Ra Ola, la Croda Rossa d’Ampezzo, La Varella, il Monte Stiga, il Piz Parom, il Taè e il Taburlo e il Col Becchei.
Attrezzatura particolare richiesta: nessuna per il percorso classico. Consigliato il kit da ferrata lungo i tratti attrezzati, soprattutto per quello oltre la Cascata Sbarco di Fanes. (Attrezzatura tecnica)
Discesa: ad anello, per le valli Travenanzes e Ra Vales.
Tappe del percorso: Parcheggio Centro Visitatori del Parco - Ponte Felizon - Laštié - Pontes de Pian de Loa - Pian de Loa - Da Ra Fontanes in Su - Ponte Outo - Cascata di Fanes - Buš de l’Orso - Sbarco de Fanes - Buš de l’Orso - Laghetto di Fanes - Pantane - Laghetto di Fanes - Pian dai Šente - Progoito - Ponte di Acquarone - Bosco dei Cadoris - In Po Ra Ola - Ponte dei Cadoris - Ru de Ra Vales - In Po Ra Ola - Posporcora - Da Ra Fontanes in Su - Pian de Loa - Pontes de Pian de Loa - Laštié - Ponte Felizon - Parcheggio Centro Visitatori del Parco
L'ITINERARIO IN BREVE
Dal Parcheggio Centro Visitatori del Parco (1314 mt.) si imbocca la larga poderale che sale lievemente in direzione nord-ovest verso il Fanes. Oltrepassato il punto informazioni, dopo pochissimi minuti si raggiunge il Ponte Felizon (1327 mt., 5’) sotto il quale scorre l’omonimo torrente sul fondo di una gola molto profonda. Al ponte si evita la strada che si abbassa sulla sinistra e si prosegue dritto, quasi in piano, per raggiungere in poco tempo anche la Loc. Laštié (1350 mt., 15’); qui, si ignora la strada sulla destra che sale verso il parcheggio di Sant’Uberto e si continua dritti, fino a giungere al Ponte di Pian de Loa (1346 mt., 25’) dove un’altra deviazione sulla destra, sempre da trascurare, riporta al suddetto Sant’Uberto. Attraversato il ponte sul Torrente Boite la carrareccia prosegue in leggera salita, fino a toccare la Loc. Pian de Loa (1349 mt., 30’) dove le indicazioni escursionistiche qui presenti non indicano correttamente la via giusta da prendere. Se, come indicato, si prosegue sulla destra, si arriverà sì all’imbocco del Sentiero dei Canyons e delle Cascate ma solo dopo essere transitati presso un punto panoramico e, soprattutto, dopo essere discesi ripidamente da un canalone impervio ed essere risaliti per un tratto ferrato (ferrata Lucio Dalaiti)! A meno di non voler affrontare ferrate e, di conseguenza, mischiare i percorsi, la via corretta da seguire passa sulla sinistra e le indicazioni da seguire a Pian de Loa sono quelle che portano verso il Ponte Outo, la Valle di Fanes e la Val Travenanzes. Non fate caso se anche in questa direzione è riportata la scritta “Cascate sentiero ferrato” e prendete senza esitazione il Sentiero n° 10, una carrareccia che, da qui in avanti ,presenterà una pendenza maggiore e si inoltrerà verso le sopracitate valli. Una lunga camminata consente di giungere dapprima in Loc. Da Ra Fontanes in Su (1452 mt., 1h), presso la quale la deviazione sulla sinistra è da ignorare, e successivamente anche a Ponte Outo sotto al quale si presenta un salto incredibile sulla gola scavata dal Rio di Fanes. Dal Ponte Outo si sale ancora un pochino fino ad incontrare ulteriori indicazioni. Giunti in Loc. Cascata di Fanes (1467 mt., 1h 20’) si evita la discesa sulla destra verso le ferrate del Fanes e si imbocca la pista ben indicata sulla sinistra. Giunti anche a Buš de l’Orso (1507 mt., 1h 22’), si tralascia la diramazione sulla sinistra per proseguire verso destra e scendere nel bosco verso il primo ponte, in un ambiente unico e incredibile; il sentiero risale da qui un lungo tratto il Rio di Fanes mantenendosi quasi sempre sul pelo dell’acqua e affrontando, di tanto in tanto, passaggi spettacolari sopra esso mediante scalette di ferro, ponti di legno e tratti gradinati lungo vari pendii. Dopo la seconda cascata, in Loc. Buš de l’Orso (1507 mt.), sono presenti ulteriori indicazioni ma la prosecuzione del percorso è evidente. Si prosegue a sinistra solo se si vuole abbandonare qui il tragitto, ma perché farlo? L’intero tratto non presenta mai alcuna difficoltà, se non un pochino di esposizione nel tratto iniziale e verso la fine, quando ci si ritroverà prima sotto e poi a fianco la Cascata Sbarco di Fanes (Loc. Sbarco de Fanes, 1720 mt., 2h 22’). Qui, si aprono due possibilità. Affrontare il tratto attrezzato lungo la Cengia de Mattia e che poi prosegue ancora per un po’ lungo la roccia verticale oltre il salto d’acqua (l’unico punto difficile per il quale è consigliato il kit da ferrata), oppure imboccare il sentiero sulla sinistra che riporta sulla poderale iniziale (Sentiero n° 10) al termine di questa prima parte dell’itinerario. In ogni caso, anche affrontando la ferratina ci si ritroverà nello stesso luogo lungo la citata strada, solo qualche metro più sopra: per la via normale la tempistica totale sarà di 2h 27’, per la via ferrata di 2h 32’. A voi la scelta, quindi. Rimessisi sulla poderale si può subito scendere per andare ad imboccare la seconda parte del percorso o salire ancora un po’ fino alla Loc. Pantane (1836 mt., 3h), poco oltre il piccolo e palustre Laghetto di Fanes presso il quale si godranno spunti panoramici interessanti su questa porzione di Dolomiti d’Ampezzo. Tornati sui propri passi, ci si abbassa sempre lungo la pista n° 10 fino in Loc. Pian dai Šente (1682 mt., 3h 30’) dove si trascura la discesa sulla sinistra che altro non è che una scorciatoia per arrivare al sottostante Ponte Outo. Il Sentiero dei Canyons e delle Cascate non è certo finito! Da Pian dai Šente si calca sempre la via principale fino a scorgere nel bosco sulla destra alcune trincee di guerra e un’indicazione riportante la Loc. Progoito (1633 mt., 3h 35’) dove, ben indicata, c’è la prosecuzione del giro. Ci si abbassa quindi lungo un’esile traccia nel Bosco del Progoito, attraversando numerosissime trincee austroungariche risalenti alla Grande Guerra e arrivando ad attraversare la gola del Rio Travenanzes lungo un sentiero esposto ma protetto da una staccionata di legno. Più in basso, si supera il ponte sul Rio Travenanzes per risalire sulla sponda opposta (destra orografica) e quindi ricongiungersi in Loc. Bosco dei Cadoris (1586 mt., 4h) col Sentiero n° 401 proveniente dalla Val Travenanzes. Da questo punto si svolta a sinistra e si scende lungo il Bosco dei Cadoris, fino a superare il piccolo guado del Rio Ra Vales e giungere in Loc. In Po Ra Ola (1530 mt., 4h 10’) dove ulteriori indicazioni invitano ad essere ben studiate magari comodamente seduti sul tavolino da picnic qui presente. Questo, infatti, è un crocevia in cui convergono ben quattro strade; si è nel nulla e occorre orientarsi per bene, anche se alla fine tutte le piste riportano a valle. Il Sentiero dei Canyons e delle Cascate però continua e non lo si può abbandonare. Dal suddetto crocevia la via da seguire è la meno evidente ma comunque ben indicata. La traccia, molto labile in questo punto, si abbassa lungo una trincea inerbita che va seguita interamente. Ogni tanto, su tronchi marci di legno, compare la segnaletica bianco-rossa orizzontale. La via scende quasi fino al Ponte dei Cadoris per svoltare qui bruscamente verso destra e inoltrarsi tra mughi e rododendri, risalendo la gola del Rio Travenanzes e di Ra Vales, nell’ennesimo tratto spettacolare di questo anello. In questi tratti un pochino di esposizione è presente ma mai nulla di esagerato. Il sentiero passa sotto rocce verticali, a fianco dei suddetti torrenti, tra macigni enormi e gole profonde; a zigzag risale pendii pietrosi, per poi riabbassarsi sul filo dell’acqua, fino ad arrivare ai piedi di una grande cascata senza nome. Da questo punto si risale un piccolo pendio erboso nel mezzo del quale un piccolo bivio in Loc. Ru de Ra Vales (1507 mt., 4h 40’) consente di scegliere se proseguire lungo il sentiero normale o affrontare un altro elementare e breve tratto attrezzato sulla destra. Ci si ritroverà in ogni caso qualche metro più in alto, in Loc. In Po Ra Ola (1599 mt., 4h 45’) e lungo il Sentiero n° 409, proveniente dal precedente crocevia descritto. Volendo, prima di arrivarvi, una breve cengia attrezzata conduce ad un punto panoramico quasi al centro della menzionata grande cascata. Continuando lungo il n° 409 in direzione sud-est, si giungerà anche in Loc. Posporcora (1640 mt., 4h 50’) dove è presente ancora un bivio. Si trascura l’ascesa sulla destra verso il Passo Posporcora per procedere in ripida discesa verso nord, lungo il Sentiero n° 408. Arrivati nuovamente in Loc. Da Ra Fontanes in Su (5h 15’), si sarà chiuso l’anello. Da questo punto basterà ripercorrere i propri passi per tornare al punto di partenza presso il Parcheggio Centro Visitatori del Parco (6h).
IL 2° CAPITOLO DELLA QUADRILOGIA, IL SENTIERO DEI CANYONS E DELLE CASCATE - (DEL 18/06/2026)
Premessina - Qualcuno ha bisogno di altri bivi?
Come dicevo nell’introduzione, qui siamo di fronte a uno dei principali capolavori sentieristici delle intere Dolomiti, se non forse, allargando lo sguardo, dell’intero arco alpino. Lasciando il racconto delle emozioni suscitate al testo principale, qui mi soffermo su due o tre aspetti importanti che non hanno trovato posto nel cappello iniziale.
Il primo elemento è costituito dalla lunghezza e dal dislivello: quasi 16 km per 700 mt. di ascesa sono valori nella norma per un’escursione in montagna. Tuttavia, occorre considerare che nell’affrontare l’anello ci si muove su terreni comunque sconnessi, scalettati e particolari nei quali, volendo affrontare i tratti attrezzati, anche le braccia sono sotto sforzo. Insomma, l’impegno e lo stress fisico sono maggiori e questo è da tenere in considerazione. Mi sento dunque di consigliare il percorso a coloro che sono mediamente allenati e senza particolari problemi fisici.
Il secondo aspetto riguarda proprio i tratti attrezzati che, lo ripeto, sono assolutamente evitabili, perdendo poco o nulla dell’intera esperienza (se non un po’ di “adrenalina”). I suddetti non sono impegnativi e la maggior parte delle persone li affronterà senza problemi e senza attrezzatura specifica. A mio avviso questo è sempre un errore, poiché anche una caduta da 2 o 3 metri può lasciare conseguenze molto serie! Consiglio pertanto, a chi volesse provare l’esperienza, di dotarsi sempre del kit da ferrata: in fondo, portare un imbrago non è che sia poi questo grande impiccio!
Il terzo elemento su cui vorrei soffermarmi è anche quello più buffo e divertente. Di cosa sto parlando? Beh, degli infiniti incroci che si incontrano lungo il cammino. I suddetti si trovano tutti in località specifiche alle quali è stato assegnato un nome che si rifà a un particolare elemento ambientale (una gola, un fiume, un bosco, ecc.). Nulla di strano, se non che non ricordo un’escursione che ne presentasse così tanti. Ogni tot minuti, ecco un bivio, un crocevia, una deviazione da qualche parte. E che è? La cosa è sì curiosa ma impone anche di far molta attenzione alla corretta prosecuzione dell’itinerario (a maggior ragione una cartina va sempre tenuta a portata di mano). È impossibile uscire dalla traccia o perdersi, i sentieri sono sempre ben indicati ma, in molti punti, e soprattutto lungo la 2ª parte del percorso, sarà difficile incontrare qualcuno e nel mezzo del bosco, circondati da mughi e rododendri, il senso di spaesamento potrebbe prendere il sopravvento (di nuovo, la cartina è fondamentale per orientarsi). Solo all’inizio, a Pian de Loa, ho trovato i cartelli fare un po’ di confusione e non spiegare bene il percorso classico (non ferrato) per il Sentiero dei Canyons e delle Cascate. Tirando le somme, con ben 22 località diverse e almeno 18 bivi (!) toccati capirete che un pochino di attenzione bisogna porla!
Infine, segnalo che la partenza del percorso qui descritto può avvenire anche dal parcheggio di Sant’Uberto (lo stesso dove si era lasciata l’auto per affrontare il giro lungo le Cascate del Boite). In questo caso, si scenderà direttamente in 10’ in Loc. Pontes de Pian de Loa, accorciando il tragitto di 15’ circa. Tenete però presente che a Sant’Uberto non vi sono punti ristoro e che in alta stagione il posteggio è a pagamento; inoltre, al ritorno si dovrà affrontare la salita.
Ultimissima nota: il percorso si può dividere in due parti ma di questo ne parlo meglio nel testo.
Indicazioni escursionistiche in Loc. In Po Ra Ola, ad un quadrivioForre, torrenti e gole da risalire... pronti a partire? - Il lungo avvicinamento da Fiames
In un’azzurrissima mattina di metà giugno mi accingo a rimettere piede (e auto) nel Parcheggio Centro Visitatori situato a nord di Cortina d’Ampezzo, in Loc. Fiames. Anche stavolta ho percorso per qualche chilometro la Strada Statale 51 di Alemagna fino all’imbocco, sulla sinistra, di una stradella asfaltata che scende alla Baita Spiaggia Verde e al Centro Visitatori del Parco delle Dolomiti d’Ampezzo.
Ma perché dico “rimettere piede”? Semplice, perché sono passati ormai molti anni da quel lontano 2017 quando ero venuto da queste parti per affrontare le due ferrate del Fanes (oggetto di un prossimo articolo). Ora, finalmente, posso completare la mia visita a questo regno magico, andando a percorrere ciò che allora non avevo avuto tempo di fare. E che giro! A quanto pare qui si sono fatte le cose in grande!
Il Sentiero dei Canyons e delle Cascate è un’esperienza che non deve mancare nel vostro curriculum di montagna; è uno di quei giri che vi rimarranno dentro e che ricorderete per sempre. Ma queste, accidenti, sono già le conclusioni e io devo ancora partire a raccontare! E allora, via che si comincia!
Dicevo, in questo grande parcheggio, alla mattina presto, incontro solo poche auto. Tutto lo spiazzo è ancora in ombra e, nonostante le varie bolle di calore che si patiscono a quote inferiori, qui si sta davvero bene.
Mi incammino seguendo la strada che punta verso nord e che lascia sulla sinistra il punto informazioni del parco.
“Strano, sono quasi le 9:00 e il “baracchino” è ancora chiuso!”
Eppure, qualcuno là davanti è già partito. Ignorando la ripida traccia sulla destra che risale verso la Statale di Alemagna, procedo dritto nella bella frescura mattutina e, dopo pochissimi istanti, mi ritrovo sul ponte del Rio Felizon. Qui, un punto panoramico sulla destra, mi consente di andare a sbirciare di sotto... Urpa! Il torrente omonimo scorre molto ma molto più in basso in una gola rocciosa che col tempo l’acqua ha scavato e modellato. La vista è incredibile. Il torrente Felizon fluisce più o meno placidamente verso valle e, più in basso, si immette nel Boite. Le sue acque in questo punto sono piuttosto calme e di un azzurro davvero particolare.
L’origine di questa gola profonda è più recente rispetto alle montagne che la circondano (circa 220 milioni di anni) e risale alle ultime epoche glaciali (circa 2 milioni di anni) e in particolare al periodo che segue l’ultima grande glaciazione, lo Younger Dryas (da 12.800 a 11.600 anni fa).
Nelle ultime epoche glaciali, tutta la zone di Pian di Loa si è trovata alla confluenza di giganteschi ghiacciai che scendevano verso valle da più direzioni. A ovest erano quelli delle valli Travenanzes e Fanes, a nord quello della Valle del Boite e a est quello della Valle del Felizon.
I ghiacciai in questione hanno profondamente scavato e inciso questa parte di territorio e, al loro ritiro, la zona si è trovata sprofondata più in basso rispetto alle valli laterali che confluivano qui. Un enorme dislivello si è quindi formato tra la Valle del Felizon e la conca al di sotto. L’acqua ha dapprima superato con una cascata il salto roccioso posto a chiusura del fondovalle e poi, nel suo punto più debole, lo ha inciso ricavandosi un percorso tortuoso e morbido per raggiungere il suo scopo.
Anche oggi questa forra continua a essere scavata dall’acqua che, nel suo defluire, porta con sé tutti i detriti del caso, facendoli depositare nella piana alluvionale di Fiames, dove ovviamente la valle è più larga. Per detriti si intendono ghiaie e piccoli massi che l’acqua asporta continuamente dalla Croda Rossa d’Ampezzo e dal Cristallo.
Caratteristica curiosa è che lungo le pareti rocciose di questa forra si sono aggrappati con tutte le loro forze alcuni tipi di piante e arbusti, tra cui la Rosa pendulina o Rosa delle Alpi (Rosa pendulina, L.).
Da questo punto a strapiombo sale proprio una bella aria fresca, al che, visto che giù si boccheggia, inspiro profondamente fino a riempirmi i polmoni. La curiosità per questo anello è però troppa, per cui devo rimettermi in marcia. Procedo lentamente quasi in piano e, dopo nemmeno un quarto d’ora, incontro il secondo bivio della giornata.
Mi trovo in Loc. Laštié dove una stradella sassosa sale sulla destra in direzione del parcheggio di Sant’Uberto a cui logicamente non sono diretto (e da cui, come accennavo nella premessa, si può eventualmente partire). Un pannello informativo spiega che in questa porzione di territorio nascono ben 32 specie diverse di orchidee e che, in tarda primavera, è possibile incontrarne alcune anche ai bordi della strada. Sarà, ma io ora vedo solo fiori montani selvatici e, un po’ dappertutto, la già citata Rosa pendulina. Ma di orchidee nemmeno l’ombra... In compenso alla mia sinistra scorre l’azzurrissimo Torrente Boite, colpito dai potenti raggi solari che fanno brillare le sue acque in questo mare d’ombra.
Dopo un paio di ampi curvoni mi ritrovo al Ponte di Pian de Loa, primo ponticello della giornata. Al di sotto di questo, scorre sempre il Boite che da piccolo si allarga notevolmente proprio in questo punto, quando alle sue acque si uniscono anche quelle del Rio di Fanes. Bellissimo scorcio panoramico, non c’è che dire! Su questo ponte, da una parte e dall’altra, ne approfitto per fare qualche foto dato che ho tutto il tempo che voglio. Mannaggia, al sole però già ci si scalda per bene! Strano che in una giornata così regni calma piatta...
Tralasciata sulla destra un’altra deviazione per Sant’Uberto, tiro dritto, immerso in una natura rigogliosa e circondato ovunque da torrenti azzurri. Sono già passato di qui e fortunatamente posso constatare che la magia è rimasta intatta; l’uomo, almeno per una volta, col tempo non ha intaccato questa parte di territorio (e la cosa sa di miracolo).
Questa larga strada di montagna mi conduce anche a Pian de Loa, praticamente senza dislivello di sorta e senza sforzi.
Nella conca di Pian de Loa confluiscono ben 5 valli di questa parte di territorio ampezzano e ognuna da una diversa direzione. Esse sono: Ra Vales, Val Travenanzes, Val di Fanes, Valle del Boite e Val Felizon. È naturale, dunque, che in questo punto affluisce da sempre un’enorme quantità d’acqua che col tempo ha inciso profondamente il territorio.
In tempi antichi, erano i ghiacciai a confluire nell’area, esercitando sulla stessa pressioni e spinte enormi. Le 5 valli sono emerse al ritiro degli stessi, tutte con forma a U. L’acqua, dapprima con cascate e poi erodendo la roccia, ha trovato il suo corso verso valle e col tempo ha ridotto i dislivelli. E tale procedimento è ancora in corso.
Le forre che le acque hanno modellato presentano invece la tipica sezione a V.
A Pian de Loa deposito lo zaino sul tavolo da picnic collocato al centro di una bella diramazione (la più importante!) ed estraggo la mia fida cartina. Ricordo la direzione da prendere ma voglio essere sicuro in quanto le scritte riportate sui cartelli presenti non mi convincono affatto. Scoprire l’inghippo è questione di pochi istanti.
A destra è indicata la via per il Sentiero dei Canyons e delle Cascate, a sinistra quella per le Cascate e il Sentiero ferrato (n° 10). Che casotto assurdo! Il Sentiero dei Canyons e delle Cascate, inteso senza vie ferrate, inizia più in alto ma per arrivarvi occorre prendere a sinistra. Poi, certo, lo si può raggiungere anche prendendo la traccia sulla destra ma affrontando canaloni ripidi e un tratto di una delle ferrate che andrò a descrivere in un altra relazione (Lucio Dalaiti e Giovanni Barbara). Non si scappa e la cartina è chiara.
In definitiva, non mischiamo i percorsi e seguiamo il sentiero normale. Mi chiedo però come nel bivio più importante si possa confondere così gli escursionisti.
Ve l’immaginate una famiglia coi bambini che si trova improvvisamente lungo uno dei suddetti tratti ferrati così, all’improvviso, perchè ha seguito la via sbagliata?
Ve l’immaginate una famiglia che, leggendo Sentiero dei Canyons e delle Cascate prende ovviamente la via indicata a destra mentre quella corretta è sulla sinistra (ripeto, n° 10) dove l’indicazione riporta Sentiero ferrato?
Anch’io senza cartine avrei preso a destra, salvo trovarmi più avanti sì nei canyons ma con davanti una bella sorpresa!
Non passano che pochi minuti ed ecco che proprio un padre con la figlia mi chiedono la corretta via alquanto confusi. Normale!
Rimessoli in carreggiata, mi avvio ora lungo una salita più sostenuta ma sempre su questa comoda e larga carrareccia, a dire la verità in questa fase un po’ monotona. Per fortuna un grande scorcio panoramico si apre ogni tanto alla mia destra verso le cuspidi rocciose del Taè e del Taburlo che sembrano elevarsi dal Boite.
L’avvicinamento a questo sentiero è un po’ lungo ma non c’è alternativa. Circondato da boschi rigogliosi, giungo in Loc. Da Ra Fontanes in Su e presso un’ulteriore bivio: la strada sulla sinistra però, se tutto andrà bene, la userò per il rientro.
Salgo quindi ancora sotto il sole con la maglietta ormai zuppa. Se non altro, non sono lontano dalla meta. Ecco infatti, davanti a me, il Ponte Outo (Ponte Alto). Il perché del nome è presto detto. Metteteci il piede sopra e guardate in basso dove scorre il sottostante Rio Travenanzes... che vi dicevo?
Un’altezza di ben 80 mt. separa Ponte Outo dal Rio Travenanzes. Questa valle a U è stata scavata dal ghiacciaio di Travenanzes nel Quaternario, alle spalle delle Tofane. Al suo ritiro, l’acqua ha continuato a scavare il suo letto lungo la linea più vulnerabile della montagna. La portata dell’acqua è sempre variata in base alla fase climatica del pianeta che ha visto il susseguirsi di periodi molto caldi ad altri molto freddi, durante i quali lo scioglimento del grande ghiacciaio ha subito una frenata.
Una maggiore acqua di fusione legata a periodi caldi ha portato col tempo a una maggiore erosione e lo si può vedere nei tratti più larghi del canyon sottostante. I tratti stretti dello stesso sono legati ai periodi freddi, caratterizzati da una contrazione del deflusso dell’acqua.
Al Ponte Outo è legata una leggenda che riporto alla fine. Per il momento mi concentro sul brivido del vuoto, stando ben ancorato alla staccionata di legno del ponte. Beh, se soffrite particolarmente di vertigini, state ben al centro dello stesso!
Da Ponte Outo, sulla sinistra, si vede l’enorme ghiaione che, come una colata lavica, discende il Valon de Ra Ola, in una spaccatura della roccia che tutto sommato non merita interesse. E invece, da parte mia, un grande interesse nonché un’enorme punto esclamativo ce l’ha eccome!
Dovete sapere che su quel ghiaione correva un sentiero ardito risalente alla Grande Guerra e che portava a un Ospedale Militare posto poco oltre la cima. Non so se il suddetto sentiero sia ancora percorribile (la cartina indica un tratto chiuso proprio oltre la sommità visibile) ma anche il solo pensiero di metterci i piedi sopra, oggi, mi fa venire davvero male! Odio i ghiaioni, soprattutto in salita: non sto in piedi, scivolo ancora prima di partire. È il classico sentiero da un centimetro in avanti e 10 metri indietro! A occhio e croce la pendenza potrebbe superare i 40° alcuni punti potrebbero rivelarsi alpinistici.
Pensate ora come al tempo di guerra si potesse raggiungere una simile località, e mica per fare escursioni! No, per portarci e far scendere i feriti!
Volgendo lo sguardo in senso opposto, ecco apparire, splendida, anche la Croda Rossa d’Ampezzo che la mattina è circondata da un po’ troppa foschia. Ai suoi piedi, il canyon del Rio Travenanzes è qualcosa di unico al mondo e non è certo da meno rispetto al più famoso Grand Canyon d’oltreoceano.
Qualche passo innanzi oltre al ponte e in poco tempo arrivo all’ombra di un ricco gruppo di abeti, sotto i quali sono riportate le indicazioni per il percorso in oggetto e per la deviazione alle ferrate. Qui, consiglio di fermarsi almeno qualche istante per ammirare tutto lo scenario circostante appena descritto. Riempite cuore, anima e mente di questi luoghi! E state pronti a partire, il Sentiero dei Canyons e delle Cascate ha ora inizio!
La Forra del Rio Felizon
Pontes Pian de Loa
Il Boite presso Pontes Pian de Loa
Il Valon de Ra Ola sul quale corre un sentiero che porta ai ruderi di un ex Ospedale Militare della Grande Guerra
I Canyons del Rio di FanesSi aprono le porte di un’altra dimensione - A bocca aperta lungo il Sentiero dei Canyons e delle Cascate
Lo stacco dalla strada principale è netto e spiazzante. Il tuffo in un altro mondo è istantaneo e sorprendente. Nel cuore del regno di Fanes, tra boschi verdi e lussureggianti, scorre il celeste Rio di Fanes, dalle acque pure e limpide, come solo in questi ambienti montani (ok, al giorno d’oggi di puro al 100% non c’è più nulla ma non roviniamo la magia!).
Il sentiero si abbassa a Buš de l’Orso e da qui scende sulla destra verso il primo spettacolare ponte sul torrente. Come un bambino sgrano gli occhi ricolmi di gioia e, sempre come un bambino, saltello di qua e di là non stando più nella pelle. Il mio ambiente, la natura selvaggia e luoghi incantati! Chissà che viaggio andrò a compiere quest’oggi se questo è solo l’inizio!
Il Rio Fanes osserva il mio timido passaggio; come un elfo, cerco di non far rumore, chiedendo permesso alle magiche creature che popolano questi boschi. Poesia e fiaba si fondono!
Oltre il ponte, la traccia sale un pochino a gradoni fino a farmi prendere un leggero colpo al cuore, vuoi per la meraviglia e vuoi per un certo timore del vuoto. Una scala di metallo si para di fronte a me e supera il torrente in un punto impervio. Insomma, è un ponte che si sviluppa più in verticale.
La mia camminata non è sciolta e un po’ di impressione la provo vedendo il vuoto sottostante. Tuttavia, l’ambiente in cui mi trovo è davvero pazzesco e a dir poco suggestivo. La prima cascata scende impetuosa alla mia sinistra, formando pozze e marmitte evorsive davvero sbalorditive. L’acqua è di una trasparenza unica e assume varie sfumature di colore, dal verde all’azzurro e fino al bianco. Man mano che procedo innanzi lungo il sentiero, che oltre la scala si impenna un po’ lungo un pendio erboso, la vista si apre meglio sulla parte iniziale della suddetta cascata: ora distinguo nettamente due imponenti salti d’acqua e una grande pozza più alta finora nascosta.
Questa parte iniziale del tracciato è alquanto spettacolare ma anche aerea e, per chi soffre molto di vertigini, risulta un po’ esposta. Piccoli tratti gradinati sul sentiero e rampe varie rimontano il sopracitato pendio, portando al secondo tratto del percorso, non meno incredibile del primo.
Subito, dopo una curva sinistrorsa, ecco comparire anche un secondo ponticello di legno, alla destra del quale lo scroscio dell’acqua di una seconda e più imponente cascata è assordante. Mettere i piedi su questo passaggio sospeso, quasi a contatto con l’acqua fa palpitare il cuore! Penso che una cascata di tali proporzioni, che all’improvviso spacca in due il bosco e con rapide così forti non mi sia mai capitato di vedere, almeno da così vicino.
Certo, su tutto lungo l’arco alpino vi sono infinite cascate: quelle di Nardis per esempio, o dell’Acquafraggia o ancora di Parcines ecc. In tutti questi esempi però, non le si risale bordeggiandole così da vicino: nella migliore delle ipotesi si ammira la massa d’acqua stando comodamente ai loro piedi. Qui no, è tutto diverso; le si tocca, volendo, con mano.
La risalita del Rio Fanes avviene quasi interamente stando lungo le sue rive, anche dove il torrente presenta imperiosi salti d’acqua. Mai come in questo caso le parole risultano superflue: meglio far parlare le foto per far capire cosa intendo.
Oltre questo secondo ponte, la via si districa tra i rododendri fino a toccare la Loc. Buš de l’Orso (già una località in mezzo al nulla e in riva ad un torrente è tutto dire). Qui, qualche pazzo potrebbe prendere la via sulla sinistra per ricongiungersi alla carrareccia principale, abbandonando (già) questo fantastico itinerario. Qualche pazzo, appunto.
Io invece procedo ancora per rododendri vari sulla destra, fino a ritrovarmi al cospetto di un’altra bella cascata, anche se non molto alta. Più una cascatella, via. Il Rio di Fanes è però sempre molto grande e la portata d’acqua davvero notevole. Di conseguenza, anche il salto di roccia più insignificante si trasforma per magia in qualcosa di unico. Abeti rossi, larici, rododendri e un fitto sottobosco si sviluppano in ogni direzione, inframezzati da aree rocciose che bordeggiando questo incredibile scivolo d’acqua. Vedere questo ambiente ancora per la maggior parte incontaminato è una gioia per gli occhi e il cuore.
Anche in questo punto ci passo del tempo; impossibile non provare nulla di fronte a simili scenari. Sì, ormai ho esaurito le parole nel descrivere questi ambienti. D’altronde, ve lo dicevo nella descrizione del percorso delle Cascate del Boite che qui ci sarebbe stato da elevarsi ad un livello superiore!
Il primo ponticello all'inizio del Sentiero dei Canyons e delle Cascate
La scala in ferro che si incontra subito dopo il primo ponticello
La prima bellissima cascata
La seconda cascata vista da un pulpito eccezionale
La terza cascataDi cascate, cascatelle e cateratte - Nella favola del Regno di Fanes
Qualche metro sopra questa 3ª cascata le acque sono leggermente più calme, anche se la corrente è sempre bella forte. Il magico mondo di Fanes stupisce ad ogni passo e lo scenario cambia a ogni piè sospinto. Ora mi ritrovo a lasciare per un momento il corso d’acqua per portarmi più all’interno di una grande pecceta, caratterizzato da un sottobosco verdissimo, rigoglioso e alquanto strano. Sono le piantine di mirtillo nero selvatico (Vaccinium myrtillus, L., 1753) le quali, non so come facciano, ricoprono tutto, anche le zone completamente in ombra dove non filtrano i raggi solari. Tra i mirtilli si nascondono anche varie specie di felci e soprattutto la Trientale europea o Stella dei boschi (Trientalis europaea, L., 1753), dai caratteristici fiori bianchi dai 6 agli 8 petali.
Da questo regno incantato mi aspetto in ogni momento che spunti fuori qualche strano abitante appartenente al popolo del Regno di Fanes o magari la stessa Dolasilla (magari! Uhm... dovrò fare una bella sezione con le leggende del Fanes!). In completa solitudine, ritrovarmi a camminare in questi ambienti è qualcosa di indescrivibile.
All’improvviso mi ritrovo di nuovo fuori dal bosco e in riva al torrente. In pochi istanti, eccomi anche a fianco la 4ª e doppia cascata, ai piedi della quale due grandi pozze d’acqua azzurre e verdognole invitano davvero a farsi un bel bagnetto... di 3 secondi! L’acqua non è gelata, infatti... è proprio un bel pezzo di ghiaccio e un’esperienza simile non la consiglierei. Ad ogni modo, stare qui sotto è davvero una goduria e si prova un benessere totale. La miglior medicina a tutti i mali!
L’incanto di questo itinerario non sembra avere fine e di strada ne ho già percorsa! Risalgo dunque ancora seguendo lo stretto sentiero, fino a rimontare anche questa massa d’acqua e a ritrovarmi accanto a piccole cateratte. Uno scivolo naturale meglio di quelli presenti nei vari parchi acquatici, se non fosse per le rocce e i massi appuntiti adagiati sul fondo che... ehm.
Mi muovo ancora in leggera salita sempre bordeggiando il Rio di Fanes che ora, qua e là, presenta nel suo alveo alberi caduti e tronchi marci. Il sentiero si porta sotto ad alcune rocce e poi proprio sul filo dell’acqua, in uno dei passaggi più suggestivi. Sembra proprio che per continuare occorra camminarvi sopra e portarsi in mezzo al torrente ma al più ci si può bagnare (volendo) solo la suola delle scarpe.
Questa piccola porzione del Fanes è un gioiello di pace e quiete, un angolo altamente romantico e poetico che... beh, sì, da soli non rende al massimo ma... Dolasilla?. In compenso ecco che oltre una curva appare la prima giovane coppia della giornata. Accidenti, era per me che invocavo la principessa dei boschi!
Certamente, le acque cristalline immote suggellano un quadro meraviglioso di questo magico Regno di Fanes.
Oltrepassato questo punto sul fiume le acque riprendono a scorrere impetuose formando alcune cateratte: segno che mi sto avvicinando alla più alta e imponente cascata dell’intero anello. Infine, sopra un fitto gruppo di abeti nani e mughi eccola, la Cascata Sbarco di Fanes. Precipita da un terrazzino roccioso alquanto scavato nell’interno e forma un’altra istantanea da imprimere negli occhi. Ai suoi piedi, come sempre, una bella pozza verde sembra nascondere l’antro in cui sono nascosti chissà quali tesori. Dentro, mi potrei specchiare facendo volare l’immaginazione.
Caspita, e adesso come fare ad andare via da qui? Oltretutto, un bel posticino comodo all’ombra sembra proprio l’ideale per passarvi il resto della giornata. È la curiosità nel vedere oltre che mi spinge innanzi, soprattutto per quel passaggio ultra fantastico nonché punto chiave dell’intero anello. Dove si trova tale passaggio? Lassù, proprio sotto la cascata e io muoio dalla voglia di andarlo a scoprire!
I colori mozzafiato del Regno di Fanes
La quarta (doppia) cascata
Il suggestivo passaggio radente all'acqua
La cascata Sbarco di Fanes
Il passaggio spettacolare sotto la cascata Sbarco di Fanes
La Cengia de MattiaIl percorso nella roccia dello Sbarco di Fanes - Una pausa al sole ai piedi del Col Becchei
Il sentiero prende di colpo a sinistra e sale per qualche rampa, tra rododendri e radici varie, nella pecceta. Ad un certo punto, a metà salita, ecco il bivio dilemma della giornata. Prendere a sinistra e terminare agevolmente questa 1ª parte del percorso tornando sulla larga strada (Sentiero n° 10) o imboccare la via di destra e affrontare la piccola ferratina? Io non ho dubbi sulla scelta ma sappiate, come già detto, che il tratto attrezzato, pur breve e non difficile, richiede la sicurezza del kit apposito. Non guardate chi lo percorre su una gamba sola e all’indietro: un incidente può sempre essere dietro l’angolo!
Ad ogni modo, anche se la vostra opzione è quella di evitare il metallo, vi consiglio di venire prima a vedere da vicino questa cascata, percorrendo pochissimi metri della Cengia de Mattia, la quale vi porterà a vivere un’esperienza unica al di sotto del salto d’acqua.
Questi primi metri regalano emozioni e sensazioni indescrivibili. Mammai mia, ma dove sono finito? Il cavo metallico inizia in corrispondenza della targhetta in metallo infissa sulla roccia e indicante appunto la Cengia de Mattia. Tuttavia, ancora per pochi metri, il sentiero è innocuo e non serve attrezzatura.
Lo scroscio dell’acqua che precipita è assordante e lo spettacolo incredibile. Inevitabilmente ci si bagna un pochino ma, dato il caldo, è solo un piacere. In breve tempo mi ritrovo dentro la roccia e sotto la cascata ad osservare ogni singola goccia che cade. Uno spettacolo così bello non capita certo tutti i giorni! Ora ben al riparo, gli spruzzi d’acqua non arrivano più e su questi gradini di roccia mi fermo parecchio, incantato dallo scenario.
La mia via prosegue dritto e fin da subito le cose si complicano un po’. Ho già indossato l’imbrago e non mi resta che vedere cosa si para davanti a me. Ancora sotto la cascata, tre staffe di metallo aiutano a superare un gradino di roccia, ovviamente tutta bagnata e scivolosissima. Sopra questo, un’altra breve cengia attrezzata con cavo porta fuori all’asciutto, su di un terrazzino d’erba. Da qui, la vista d’insieme è unica. Alla mia destra il cavo risale quasi verticale alcuni metri di roccia dove è presente un’altra staffa per l’appoggio dei piedi. Lo sforzo delle braccia c’è, per forza, ma va detto che la roccia sagomata e piuttosto seghettata offre sempre appigli per le mani. Solamente, essendo bagnata, occorre fare attenzione a non scivolare.
Superato questo tratto mi ritrovo di nuovo tra mughetti e rododendri; percorso qualche metro, giungo ad un caratteristico ponticello di legno e in un attimo metto anch’io il piede sulla larga carrareccia, solo qualche metro più sopra rispetto all’uscita descritta in precedenza.
Sì, questa prima parte del percorso finisce qui. Molti, a torto, fanno purtroppo finire qui l’intero percorso, senza menzionare altro. L’intero itinerario denominato Sentiero dei Canyons e delle Cascate, invece, prosegue eccome!
Potrei subito scendere lungo la via principale e proseguire il giro ma la curiosità di andare a vedere un pochino più su e di addentrarmi ancora un po’ in questo magico mondo mi alletta troppo. Decido così, in questa pausa, di risalire almeno fino Laghetto di Fanes che vedo indicato sulla mia cartina. Alla faccia della pausa!
Detto per inciso, se siete troppo stanchi evitate di mettere nelle gambe ulteriore dislivello e portatevi subito all’attacco del tratto finale, non meno stupefacente del primo; per questo saltate a piè pari le prossime righe e andate al prossimo paragrafo.
L’ambiente fuori da questa forra del Fanes cambia ancora ma non torna più monotono come nel tratto iniziale. Una larga lingua di terra bianca solca al centro la Val di Fanes e si apre la via tra una moltitudine di mughi infinita. La pendenza c’è, sì, ma non è paragonabile ai valori incontrati più sotto. Anzi, dopo poco il tutto diventa pure pianeggiante.
Attraverso questi mughi sempre stupefatto da ciò che mi circonda. Mi trovo nel nulla, isolato e in una valle bellissima. Sono una formichina in confronto alle alte bastionate del Taè e del Col Becchei che mi sovrastano alla mia destra. Sul lato opposto, sono invece i ghiaioni e le rocce del Monte del Vallon Bianco, prevalentemente ricoperte anch’esse dai mughi. I colori di queste rocce sono qualcosa di unico e passano dal bianco al rosso, dal rosa al beige. Il sole che le colpisce, a seconda dell’ora del giorno, fa assumere loro una diversa sfumatura che salta subito all’occhio, basta ogni tanto alzare gli occhi.
Mi sto addentrando sempre più nel Fanes ma non ho intenzione di macinare molti chilometri. In fondo, il giro è un altro e non posso tornare con le gambe imploranti pietà.
“Ancora un dosso e torno indietro” mi dico. “Sì, ancora una curva e poi basta”.
Beh, in questo modo qualche chilometro lo macino ma come fare a tornare? Davanti a me, mille colori si confondono sulle rocce del Piz Parom, La Varella e Monte Stiga. Oltre quella benedetta curva, ecco anche il piccolissimo Laghetto di Fanes, più una puccia che altro. Ma che acqua e che colori!
Il sentiero, tutto in piano se non in discesa mi conduce fino alla piana di Pantane dove tiro un po’ il fiato seduto per qualche minuto ad un tavolo da picnic. A Pantane vi sono alcune indicazioni che riportano il Lago di Limo e il Rifugio Lavarella ma se non mi fermo ora mi ritrovano ubriaco a San Vigilio di Marebbe o a San Cassiano!
Dopo una bella rinfrescata a mani e viso nel Rio di Fanes che sornione scorre sempre accanto a me, mi appresto a tornare. La discesa è piuttosto lunga ma il panorama allevia qualsiasi fatica. In primo piano mi fa compagnia la magnifica Croda Rossa d’Ampezzo, un gigante che si eleva sopra tutto e tutti. La discesa vola via che è un piacere e con essa l’immaginazione, catturata sempre più da questo mondo fantastico. Solo qualche sasso di troppo sotto gli scarponi che produce la più classica delle slittate mi riporta bruscamente alla realtà. Lungo le rampe più ripide devo camminare ai lati della pista se non voglio “cascare” anch’io.
Oltrepassato il punto del bosco in cui sono poc’anzi uscito, proseguo lungo la via e, dopo un paio di curve, giungo a Pian dai Šente, dove qualcuno era evidentemente in astinenza da bivi. Sulla sinistra è stata tracciata una bella scorciatoia diretta che scende per la parte nord del Bosco del Progoito, fino a Ponte Outo. Logicamente, prendendo questa direzione si saluta la seconda parte del percorso delle cascate.
Continuo dritto lungo il Sentiero n° 10: la bella carrareccia, dopo un’altra bella serie di curve e controcurve, giunge in Loc. Progoito, per la precisione nella parte sud di questa distesa di conifere. Qui è anche l’incrocio giusto e le indicazioni danno il via ufficialmente alla seconda parte dell’anello. Evviva, l’avventura riprende!
Tra i mughi, verso il Laghetto di Fanes
Il Laghetto di Fanes
Un'altra foto del Laghetto di Fanes, ai piedi delle bastionate di roccia del Col Becchei
Panorama verso la Croda Rossa d'Ampezzo
La discesa nel Bosco del Progoito
Le trincee del ProgoitoIl Progoito nella Grande Guerra - Nelle forre del Rio Travenanzes e Ra Vales
Ulteriore cambio di scenario. Il bosco, qui severo e più ombroso, sembra diverso dai precedenti. Il suolo è ricoperto da erba non molto alta: non vi sono più arbusti, mughi o cespugli vari. Gli abeti rossi, invece, sono sempre al loro posto. Ciò che cattura immediatamente l’attenzione è lo sconquassamento del terreno che risulta arato in modo assurdo da infinite trincee risalenti alla Prima Guerra Mondiale.
Ve ne sono in ogni direzione, tutto il bosco è un’unica trincea che si dirama a perdita d’occhio. Il sentiero le taglia in più punti, abbassandosi o alzandosi di conseguenza. Ogni tanto, un buco profondo si apre nel terreno. Chissà che vita facevano quei poveri soldati costretti a presidiare la zona. Tutto il complesso fortificato è di matrice austroungarica. All’inizio del conflitto, nel maggio 1915 le truppe austroungariche abbandonarono la conca di Cortina d’Ampezzo e arretrarono la loro linea di difesa, in modo da sistemarsi lungo posizioni rocciose e boscose meglio protette e difendibili. Da quest’importante posizione, gli imperiali sorvegliavano le valli e ne sbarravano l’accesso agli italiani.
Molte trincee, volendo, sono ancora percorribili e pulite al loro interno. Molte altre, purtroppo, sono intasate da tronchi e rami vari.
All’interno di esse si distinguono alcuni blockhaus, piccole postazioni osservatorio e per mitragliatrici, nonché spazi più ampi dove probabilmente si sono ricavati alcuni ricoveri e ripari nella roccia.
Questo minutissimo sentierino sembra non avere mai fine e scende nel bosco con un percorso sinuoso e tutto suo. Sembra di seguire le tracce di pollicino e, a ogni passo, l’ambiente diventa via via più aspro e selvaggio. Se prima è stato difficile incontrare qualcuno (solo un paio di fortunate coppie e niente più), qui è quasi impossibile.
Sono circondato solo da una pecceta altissima e meravigliosa nella quale regna un silenzio e un’atmosfera surreale. Capisco subito che anche questa parte di itinerario non potrà che rivelarsi speciale e sorprendere tanto quanto la prima. Già il mio cuore batte a mille, il sorriso e lo stupore sono sempre ben stampati sul volto.
“Perbacco, ma dove sto andando mai?”
Uno squarcio tra gli alberi alla mia destra mi consente di alzare gli occhi alle lisce e verticalissime rocce del gruppo del Formenton, in cima alle quali corre l’omonima via ferrata. Impressionanti è dire poco!
Tratto tratto giungo in vista della forra del Rio Travenanzes, in un punto panoramico che mi consente di guardare in basso, sul fondo... dove corre proprio il mio sentiero! Pazzesco!
Inizia così un pezzo un po’ esposto che però fortunatamente è protetto da una staccionata di legno (si vede) di recente costruzione. Continuo a seguire i ghirigori di questo sentiero che si sta rivelando degno del precedente e di nuovo:
“Ma dove sto andando?”
Ormai mi conoscete, non vorrei essere da nessun’altra parte che qui! Al termine di qualche zigzag mi ritrovo a percorre un tratto in piano e sempre protetto ma sotto la roccia, un po’ come avvenuto alla Cascata Sbarco di Fanes. Sì, qui manca l’acqua ma il tratto da percorrere è più lungo e per questo estremamente emozionante! Wowww!
Buttando gli occhi oltre l’ostacolo (la staccionata) il vuoto sottostante fa impressione. Il Rio Travenanzes scorre piccolissimo laggiù in basso, anch’esso impetuoso e di un colore che più celeste non si può. Secondo me qui viene regolarmente qualcuno a dare una mano di tinta ogni giorno, magari qualcuno del popolo di Fanes! Queste tonalità stridono con la realtà, non è possibile. Tutto è poesia, tutto è meraviglia.
Questa forra va in qualche modo superata; pertanto, ecco pronto il Ponte di Acquarone dal quale il tutto risulta ancora più... vertiginoso!
Oltre la forra, risalgo brevemente un pendio erboso fino a trovarmi su di una pista più ampia che scende dalla Val Travenanzes. Ovviamente proseguo in discesa, questa volta attraversando il Bosco dei Cadoris dal quale, ogni tanto, posso ammirare il panorama verso la mole del Taè e della Croda Rossa d’Ampezzo che con qualche nube del pomeriggio si riempie di nuove sfumature e cambia aspetto.
Avanti ancora, sempre più incredulo. Ormai sono pronto a tutto! Un guado del Rio Ra Ola anticipa il mio arrivo ad un quadrivio in una radura del bosco. A In Po Ra Ola mi siedo sull’ennesimo tavolino da picnic a studiare la situazione e a cercare di orientarmi. A ogni modo sono presenti le immancabili indicazioni circa il prosieguo del percorso.
Rimango fermo per un po’ ma nulla, da qui non passa proprio nessuno! E si intersecano quattro strade diverse! A mio avviso se uno si dovesse perdere qui, lo trovano solo gli abitanti del Fanes...
Il prossimo obiettivo è la Loc. Posporcora e, per raggiungerla col Sentiero dei Canyons e delle Cascate, trascuro la via facile e diretta che risale alle mie spalle la montagna. Continuo verso il basso e a guidarmi è... una vecchia trincea di guerra! Ci cammino letteralmente sopra, fino alla fine, poco prima di giungere al Ponte dei Cadoris.
Qui, svolto a destra e la traccia, già labile e inerbita, diventa sì più marcata ma si incattivisce di brutto facendomi sudare in salita e inoltrandosi in una giungla amazzonica di rododendri che ben vengano i pantaloni lunghi! Oltretutto, questa dispettosa di una traccia, mi porta in esposizione verso la forra di Ra Vales. Per fortuna non devo entrare in “modalità scimmia”; il vuoto c’è ma non fa poi così impressione, almeno fintanto che mi accompagna questo letto morbido e verde di rododendri.
Man mano che avanzo il senso di vuoto cala e la via si porta contro alcune rocce quasi sul fondo della gola. Di nuovo, dal verde del bosco alle aspre rocce lungo un torrente. Nuovo cambio di costume, dunque. Ora sono i grossi massi, le pietre e le ghiaie a farla da padrone.
Lentamente, attonito, risalgo canalini gradinati, faccio su e giù tra i massi, saluto un enorme gendarme roccioso e mi ritrovo al cospetto di un’alta cascata la cui portata d’acqua è però inferiore a quella delle precedenti. Il Ra Vales ha meno acqua e, se non fosse per i detriti e i tronchi di alberi che ostruiscono il suo letto, vi si può camminare fuori sentiero e nel mezzo. La pista si ferma poco distante dal salto d’acqua per risalire con decisione un pendio erboso. Io però non resisto e trovo il modo di portarmi sotto la bella cascata. Scavalcate alcune rocce, scendo letteralmente in spiaggia e da qui, passando radente alcune rocce, mi porto sotto un’anfratto bellissimo dal quale posso godermi questo spettacolo. Effettivamente, dal sentiero non si vede tutta la cascata e un po’ di sforzo in più tocca farlo.
Un fresco incredibile mi avvolge, gli spruzzi d’acqua risvegliano le membra ormai stanche. Mi siedo su una delle rocce e guardo con gli occhi di un bambino cotanta meraviglia. Di nuovo l’immaginazione vola... Che dire altro?
Al bivio di Ru de Ra Vales, lungo il pendio cui accennavo poco fa, due nuove opzioni si palesano e sono le classiche. Risalire i pochi metri che mancano al ricongiungimento col soprastante sentiero proveniente dal quadrivio precedente in modo facile (sentiero) o un po’ più tribolato (sentiero attrezzato)?
Questa volta io scelgo la busta n° 1, dato che la n° 2 aggiunge poco o nulla, a quanto vedo, al percorso. Prima di giungere in cima, una cengia attrezzata consente di portarsi circa a metà della suddetta cascata, in mezzo alla parete. Ne percorro un pezzo ma praticamente osservo ciò che vedevo anche da sotto.
Quando esco sulla poderale capisco che il percorso dei canyons è giunto al termine. Le fatiche sono finite e con esse, purtroppo, anche l’incantesimo che pervade questi luoghi. Orbene, non posso però certo ritenermi insoddisfatto da un simile itinerario! E poi, le gambe iniziano a scricchiolare...
Con pochi passi giungo prima in un punto panoramico nel quale, guardando in basso, scorgo le caratteristiche marmitte dei giganti formate dal Rio Ra Vales. Successivamente, tocco la Loc. Posporcora dove infilo diretto la via che scende verso il basso ma che fin da subito mi blocca su di un meraviglioso pulpito panoramico con vista sul Fanes, il Taè e il Col Becchei (ancora più rosso del solito col sole al tramonto). Da incorniciare!
Al termine di una ripidissima e lunga discesa (leggasi: una dirupatissima calata), mi ricongiungo alla pista n° 10 in Loc. Da Ra Fontanes in Su (ricordate all’andata quando dicevo che da questa strada sarei rientrato?).
Qui, vengo osservato in modo strano da un’altra fortunatissima coppia che chissà, forse si immagina io provenga dal futuro o da un altro mondo. E in effetti è così: vengo dal Regno di Fanes e sarei subito pronto a rientrarci! Non so che escursione abbiano fatto loro ma di certo non questa incredibile avventura!
Dal bivio non è ancora finita; devo infatti rientrare fino al parcheggio e la strada, come so, è ancora lunga!
Più in basso incontro gente fresca e pimpante, bimbi sul passeggino, cani scodinzolanti e gruppi di baldi giovani. Io invece di energia non ne ho praticamente più e il mio è più un trascinarsi al parcheggio che altro. Questo almeno fisicamente, perché mentalmente sto ancora rivivendo tutta la giornata tra quelle forre, quei passaggi assurdi e quegli ambienti che hanno riempito di tinte nuove la mia anima.
A presto Regno di Fanes!
Lungo la seconda parte del percorso, nella forra del Rio Travenanzes
Uno sguardo in basso verso il Rio Travenanzes, dal Ponte di Acquarone
Nella forra di Ra Vales
La cascata senza nome al termine di questo incredibile itinerario
Da sx, il Col Becchei e il TaèAlcune brevi considerazioni finali
Come visto l’intero percorso può essere suddiviso in due parti distinte e raccordate tra loro da un tratto della grande strada forestale che, partendo da Fiames, si inoltra nel Fanes. Di conseguenza, potete tranquillamente spezzare l’itinerario se lo ritenete troppo lungo. Tenete però presente che il 2° giorno occorrerà risalire per una buona ora e mezza fino in Loc. Progoito per affrontare la seconda parte.
Inutile descrivere ancora la bellezza di questo anello. Aggiungo solo che le suddette due parti si distinguono nettamente anche per varietà di ambienti. Più bagnata e adrenalinica la prima, più asciutta e selvaggia la seconda. Nell’insieme l’esperienza che ne risulta è estremamente unica, appagante e totale.
Tutto l’anello può essere percorso anche in senso orario ma a mio avviso risulta molto più intenso e coinvolgente mantenere il senso antiorario. Insomma cosa aspettate a lanciarvi in questa avventura? La risalita del Rio di Fanes, l’attraversamento della forra della Val Travenanzes e l’ascesa del Ru de Ra Vales vi aspettano!
Testi e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria
La Rosa pendulina (Rosa pendulina L.)
L'incredibile portata d'acqua della seconda cascata
Ai piedi dell'ultima cascata senza nome
La Croda Rossa d'Ampezzo col sole mattutino
La Croda Rossa d'Ampezzo con qualche nube e al tramontoLa leggenda di Ponte Outo (Le Salt de Fanes)
La zona di Ponte Outo è famosa per una leggenda risalente ai primi anni del XV secolo. Tale leggenda è basata su fatti realmente accaduti e personaggi esistiti.
Nella Valle di Marebbe viveva un giovane cavaliere famoso un po’ ovunque per le sue imprese. Questo giovane e nobile cavaliere si chiamava Guglielmo Brack von Asch e viveva nella residenza dei Brach. Da tutti era anche conosciuto come Gran Bacun e più volte aveva già dimostrato un po’ a tutti la sua destrezza e abilità nel maneggiare le armi, nonché il suo sprezzo del pericolo e il suo coraggio.
Il nostro cavaliere era perdutamente innamorato di Simonia, figlia del castellano Winkelhofer di Botestagno, pertanto era solito recarsi al Castello di Botestagno per far visita alla sua fidanzata. Il viaggio che ogni volta affrontava non era cosa da poco. Egli, infatti, per recarsi a questo castello ubicato nei pressi di Cortina, percorreva tutta la Val di Fanes e superava agilmente Ponte Outo. Certamente ne valeva la pena; Simonia era particolarmente bella e chiunque sentiva parlare di lei ne rimaneva colpito.
Gli ampezzani e in particolare i Vinighesi, i proprietari dei pascoli sui quali cavalcava il Gran Bacun, non lo vedevano di buon occhio; oltretutto, egli era un forestiero. Pertanto essi iniziarono a tendergli frequenti insidie che però lui ogni volta era in grado di eludere. Un bel giorno presero una decisione drastica, ossia di abbattere il ponte sul quale egli passava. Questo ponte in legno che superava il Rio Travenanzes costituiva anche l’unico passaggio per il Gran Bacun.
Una bella mattina quindi, i Vinighesi si recarono al ponte prima dell’alba e iniziarono prima a recidere le funi che lo sorreggevano per poi attendere il passaggio del giovane cavaliere. Il tempo passava e nessuno era in vista. Tutti lo davano per morto, precipitato nella forra sottostante.
Ad un tratto, nel bel mezzo della mattinata, si sentirono da lontano i passi di un cavallo, spronato come non mai dal Gran Bacun che lo cavalcava. Giunto presso Ponte Outo e accortosi della trappola prese la rincorsa e incitò il suo cavallo a compiere un balzo incredibile verso la sponda opposta del burrone. Il salto riuscì perfettamente, lasciando tutti di stucco.
Il gesto del Gran Bacun si diffuse rapidamente nelle valli circostanti e da quel giorno nessuno impedì più al giovane di andare a trovare la sua amata nel Castello di Botestagno.
Tale cavaliere Brack si chiamava in realtà Franz e nella realtà visse 100 anni dopo le vicende appena raccontate. Il suo antenato, di nome Gabriele, era padrone del Castello di Brack a Marebbe e castellano di Andraz. Inoltre, fu il braccio destro del Cardinal Cusano nella guerra contro la Badessa di Sonnenburg. Coloro che portavano aiuti alle monache del convento di Sonnenburg, 50 contadini, vennero uccisi proprio da Brack che li aveva sorpresi tra Marebbe e S. Lorenzo.
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La Guida d’Ampezzo del 1905 racconta che nei primi anni del 1900, nei dintorni di Ponte Outo, venne eretto un piccolo edificio in legno dal quale si ricavò un’osteria. Era il Cabiòto de Ra Méšcores, gestito dalle sorelle Franceschi, soprannominate méšcores per la loro abilità ai fornelli. Il Cabiòto venne poi distrutto nel giugno del 1915, durante la Prima Guerra Mondiale e non più ricostruito.
Negli anni ‘30 del secolo scorso, però, venne posizionato un quadro che ritraeva il gesto eroico del Gran Bacun. Resistette in loco per alcuni anni; poi, con la ristrutturazione del ponte, svanì nel nulla.
Il Castello di Botestagno (o Podestagno) è stata una fortificazione medievale eretta sull’omonimo monte nella Valle del Boite, non lontano da Cortina d’Ampezzo. Oggi di tale castello non rimangono che rovine.
Il Cabiòto de Ra Méšcores, l'osteria presente a Ponte Outo dal 1900 al 1915Nota Bene: approfondimenti storici relativi alla Grande Guerra e a questo settore saranno più avanti oggetto di trattazione sul sito e magari anche in future pubblicazioni.
Non perdetevi gli altri percorsi a tema dell'ampezzano, componenti la quadrilogia!
1) Le Cascate del Boite, Malga Ra Stua
3) Le vie ferrate delle Cascate di Fanes
4) Gores de Federa