LAGO DI SCHIAZZERA, CIMA DI SCHIAZZERA ORIENTALE, MONTE CROCE

Escursione ultrapanoramica in una delle più belle valli alpine situate sul versante retico della provincia di Sondrio, la Val Saiento. Il percorso ad anello interessato tocca tre suggestivi laghetti e due cime facili dalle quali si gode una vista incredibile sulle montagne italo-svizzere tutto intorno; una brevissima puntata sul Passo Schiazzera risulta altrettanto meritevole. L’intero itinerario copre una distanza di poco più di 10 km per un dislivello che si mantiene sotto i 1000 mt., valori piuttosto limitati che rendono l’esperienza fruibile da chiunque sia abituato un pochino a camminare in montagna. La salita alla Cima di Schiazzera Orientale, un pochino faticosa, avviene sempre percorrendo un largo sentiero per nulla esposto e non presenta alcun tratto difficile. Una leggerissima esposizione è invece presente lungo alcuni metri dell’ex strada militare di collegamento da quest’ultima al Monte Croce e poi, più sostenuta, sulla vetta di questo.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Area parcheggio Rifugio Schiazzera (2019 mt.)

Località e quota di arrivo: Cima di Schiazzera Orientale (2800 mt.), Monte Croce (2279 mt.)

Punto più elevato: Cima di Schiazzera Orientale (2800 mt.)

Dislivello positivo: 862 mt.

Lunghezza del percorso: 11,3 km.

Coordinate punto di partenza: 46°15’51”N 10°12’11”E

Posizione: i laghi toccati in questa escursione così come la Cima di Schiazzera Orientale e il Monte Croce si trovano incastonati nella Val Saiento, nelle Alpi Retiche meridionali e in Valtellina (Comune di Vervio, SO). La Cima di Schiazzera Orientale e il Passo Schiazzera dominano, verso sud, rispettivamente la conca di Schiazzera e Pian Fusino.

Difficoltà: E (Scala delle difficoltà)

Presenza di tratti esposti: sì. Alcuni punti lungo l’ex strada militare dal bivio posto sotto la Cima Schiazzera orientale al Monte Croce sono leggermente esposti ma con il sentiero che si presenta sempre sufficientemente largo. Una maggiore esposizione si ha una volta raggiunta la croce di vetta di Monte Croce, dove il vuoto verso la Valtellina è di ben 1500 mt.

Tempo di percorrenza totale: 5h 20’ (Tempi di percorrenza)

Tipo di escursione: anello.

Tipo di terreno incontrato: sterrato-asfalto-acciottolato-terra-erba-radici-ghiaia-pietraie-sfasciumi-roccia. (La camminata e il sentiero)

Possibilità di ristoro: al Rifugio Schiazzera nei periodi di apertura (verificare).

Segnavia: bianco-rosso, bianco (per la salita alla Cima di Schiazzera Orientale). (La segnaletica italiana)

N° del sentiero: 201-230-SI, 201-SI, 245, 245.1, 230.3

Acqua lungo il percorso: nessuna. Possibilità di rifornirsi solo al Rifugio Schiazzera alle spalle del quale è presente anche una fontanella.

Stato del percorso: tutti i sentieri visibili sulla mappa riportata e percorsi si trovano in perfette condizioni, compresa l’ex mulattiera militare per la quale si notano recenti interventi di manutenzione. 

Periodo: da metà giugno a fine ottobre.

Panorama: già magnifico stando al Rifugio Schiazzera dal quale si vede un’ampia porzione delle Orobie Valtellinesi, nonché le principali vette dell’Adamello. Immensa è la vista dalla Cima di Schiazzera Orientale dove lo sguardo può spaziare fino ai monti svizzeri e dove, in primo piano appaiono verso nord, nord-est il Campiano, il Dosso Cornin, il Pizzo Banderuola, il Pizzo del Termine, il Dosso Sassumero e i monti Alpisella e Sasso Campana, dominanti la Valgrosina Occidentale. A sud, invece, lo spettacolo è verso la sottostante Val Saiento nella quale spiccano, in ambiente severo, il Monte Masuccio, la Croce di Tirano e il Pizzo Ometto (in direzione ovest).

Attrezzatura particolare richiesta: nessuna.

Discesa: seguendo l’anello che porta verso Monte Croce.

Tappe del percorso: Area parcheggio Rifugio Schiazzera - Rifugio Schiazzera - Alpe Schiazzera - Lago di Pian Fusino - Lago Brodech - Lago Schiazzera - Cima di Schiazzera Orientale - Passo di Schiazzera - Monte Croce - Rifugio Schiazzera - Area parcheggio Rifugio Schiazzera

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Giunti con l’auto alla frazione di Vervio in Valtellina e superato il ponte sull’Adda, occorre proseguire a sinistra per Via Gere e, al primo tornante, insistere ancora a sinistra tra le case imboccando Via per Rogorbello. Dopo molti rettilinei e tornanti si giungerà a Rogorbello dove bisogna dotarsi di biglietto al distributore automatico qui presente per proseguire la salita verso il Rifugio Schiazzera. La strada che sale, infinitamente lunga, strettissima ma asfaltata (a parte qualche curva poco prima di arrivare a destinazione), è infatti una VASP (Viabilità Agro-Silvo-Pastorale), ossia un percorso di montagna riservato alle attività agricole, forestali e di alpeggio ed è normalmente chiuso al traffico non autorizzato. Dopo la bellezza di 13,1 km (16,3 km da Vervio) si arriva presso una piccola area parcheggio dove è opportuno lasciare l’auto. Oltre, infatti, la strada prosegue in salita ancora per un tratto e arriva al Rifugio Schiazzera ma risulta acciottolata e di pendenza impossibile per un’automobile classica. Da questo piazzale a 2019 mt. si prosegue dunque a piedi per un breve tratto dove la pendenza, come detto, è davvero sostenuta. Giunti al Rifugio Schiazzera (2079 mt., 15’) e tirato un po’ il fiato, può partire l’escursione vera e propria. Dalla struttura si imbocca il Sentiero n° 230-201-SI che parte immediatamente alle spalle di questa e si dirige verso la soprastante (e non lontana) Alpe Schiazzera (2114 mt., 25’). In alta stagione viene creato un corridoio in mezzo agli alpeggi in cui transitare lungo questo tratto, in modo da non disturbare gli animali al pascolo. Oltrepassato l’alpeggio e stando sempre sulla via principale si arriverà ad un bivio nel quale proseguire dritto in direzione dei laghi (indicazioni). Il numero della traccia non cambia; dopo un pochino di salita, si giunge in un tratto pianeggiante dove sulla destra si può scorgere, un po’ incassato tra le pietraie, il Lago di Pian Fusino (2281 mt. 1h 05’) che si può agevolmente raggiungere con una breve deviazione muovendosi un po’ tra rododendri, larici nani e grossi macigni. Il sentiero prosegue innanzi rimontando qualche ulteriore metro di dislivello, fino a giungere in prossimità del Lago Brodech, nascosto sulla sinistra e raggiungibile con un altro breve “fuoripista” (Lago Brodech, 2357 mt., 1h 25’). Da questo lago al successivo, il passo è davvero breve; basta tornare sulla pista principale e andare avanti ancora un po’, fino a giungere presso un bivio (indicazioni) che anticipa l’arrivo lungo le sponde del Lago Schiazzera (2392 mt., 1h 35’), tralasciando sulla sinistra la via per il Passo Portone. Da questo specchio d’acqua ci si tiene sull’evidente ex mulattiera militare che costeggia il lago stesso in leggera salita e procede in direzione est sotto la Cima di Schiazzera Orientale (Sentiero n° 201-SI). Dopo un bel tratto a mezzacosta non faticoso e anzi, un pochino in discesa, si arriva a toccare un importante bivio (2h 05’), dove sono presenti ulteriori indicazioni. Da questo punto si svolta a sinistra e si risale un tratto di pendio dove il sentiero (ora n° 245) si diramerà un po’ più in alto (indicazioni sempre presenti). Giunti anche a questo crocevia, si insiste nuovamente a sinistra in direzione della Cima di Schiazzera Orientale, già ben visibile in tutta la sua imponenza. Raggiungere la cima comporta solo un po’ di fatica nelle gambe ma il percorso che ne solca il pendio est (Sentiero n° 245.1) è alquanto facile, non esposto e piacevolmente camminabile dato che si mantiene sempre lungo prati e mai si infila in pietraie varie. Dalla Cima di Schiazzera Orientale (2800 mt., 3h 10’) si gode un panorama favoloso a 360°, sia verso i monti italiani che quelli svizzeri. Tornati nuovamente all’ultimo incrocio incontrato (3h 45’), si prosegue per un brevissimo tratto per l’esile traccia (n° 245) che conduce al Passo Schiazzera (2546 mt., 3h 52’), facendo un po’ attenzione a non scivolare sulla festuca, la famosa “erba che punge”. Tornati nuovamente sui propri passi e giunti al primo bivio incontrato (4h 07’), si prosegue ancora lungo il Sentiero n° 201-SI il quale, dopo un buon tratto a mezzacosta, termina in corrispondenza della vetta di Monte Croce (2279 mt., 4h 42’) la quale si raggiunge senza difficoltà (il punto in cui è installata la croce è molto esposto) dopo aver oltrepassato un bivio che mette in comunicazione la Val Saiento con La Forcoletta e il versante valtellinese in cui, più avanti, è ubicata l’Alpe Salina. Dalla croce di vetta di Monte Croce, si torna dunque brevemente al bivio in questione (4h 45’) per intraprendere la discesa (un po’ delicata) verso il Rifugio Schiazzera. Questo tratto di sentiero (n° 230.3) è piuttosto ripido e disagevole, presentando anche un breve passaggio attrezzato su roccia. Tornati nuovamente sulla soglia del rifugio (5h 10’), non resta che proseguire in discesa verso lo spiazzo in cui si è lasciata l’auto (Area parcheggio Rifugio Schiazzera, 5h 20’), riposare un po’ le gambe e intraprendere quindi la difficile discesa sulle proprie quattro ruote verso Vervio.

 

UNA SORPRESA CHIAMATA VAL SAIENTO, LUOGO DEFILATO E INCANTATO  - (DEL 19/08/2026)

Quando di solito è il pilota a fare la differenza, ma anche l’auto conta! - L’incontro con la VASP

Questa meravigliosa escursione in Val Saiento, una delle valli un po’ nascoste della Valtellina che dal versante retico scendono fino al corso dell’Adda, è un’esperienza di media-alta montagna assolutamente da non perdere. Senza nemmeno troppo sforzo si toccano ben tre laghetti e tre cime (o passi) ultra panoramici, in un ambiente bucolico semplice, naturale e assolutamente tranquillo. Prima però... bisogna arrivarci!
I versanti retico e orobico dei monti della Valtellina presentano, infatti, dislivelli enormi se consideriamo di partire dal fondovalle, ossia da una delle tante frazioni o paesi di cui la valle principale si caratterizza. Questo, se vogliamo, impedisce uno sviluppo di un turismo di massa tipico di altre zone, così che ambiente e natura possano più “respirare” durante i caldi mesi estivi. 
Facendo un esempio, diversamente da quanto avviene sulle Dolomiti, raramente qui si può partire a piedi da un borgo e attaccare il sentiero, in quanto non si è già in quota (a meno di non voler percorrere quel sentiero solo per arrivare al punto di partenza di uno più importante, ma dopo ben 1000 mt. di dislivello!). I paesi della Valtellina si trovano mediamente compresi tra i 300 e i 600 mt. di quota, da Morbegno a Sondalo. E Bormio non va molto più in là, fermandosi a 1225 mt. Il “problema”, dal punto di vista escursionistico è che tutt’intorno dominano giganti di 3000 mt. e farsi ogni giorno 2000 mt. di dislivello o più per raggiungere quella conca coi laghi o quella cima fa desistere anche il più coriaceo dei camminatori.
Quindi, per forza di cose, tocca imboccare una delle numerose stradine di montagna che si inerpicano su questo o quel pendio e far andare il motore per raggiungere il punto di partenza dei vari sentieri. La gita qui descritta non fa eccezione, solo che la cosa viene portata un po’ all’estremo, quindi preparatevi o voi piloti navigati!
Un’occhiata alla mappa del percorso stradale di salita, infatti, dovrebbe mettere più di un brivido nella schiena anche al più esperto degli autisti. Se le strade per raggiungere i rifugi Malghera ed Eita in Valgrosina, diciamo, “hanno lasciato il segno”, è meglio che ci pensiate dieci volte prima di gettarvi a capofitto in questa impresa; oppure, semplicemente, trovate qualcuno che se la senta di accompagnarvi!
Una volta arrivato a Vervio, inizia la mia avventura automobilistica che considero l’esame finale prima di provare a guidare su una delle strade più pericolose del Perù, della Bolivia o dell’Himalaya. Se supero questa prova, penso di poter guidare ovunque!
A Vervio supero il ponte sull’Adda, svolto a sinistra in Via Gere e al primo tornante insisto a sinistra infilando Via per Rogorbello, infilando già l’auto in una bella strettoia fra le antiche case della borgata. Inizia ora l’interminabile salita verso il Rifugio Schiazzera che, come prima tappa, mi obbliga a fermarmi nella piccola piazzetta di Rogorbello, accanto alla chiesetta qui presente. Un cartello, infatti, indica la prosecuzione della strada come una VASP a pagamento, il cui biglietto di accesso è rilasciato dal distributore automatico qui presente.
Sapevo già della cosa quando, qualche giorno prima, in quel di Grosio avevo chiesto in proposito circa questa salita.
“È una VASP” mi dicono.
Io subito avevo capito male, intendendo che sopra ci fossero le vespe.
“Forse l’impiegato all’Ufficio Turistico intendeva vespe e si è sbagliato” penso subito.
“No, no” continuò questi “una VASP è una strada di montagna riservata alle attività agricole, forestali e di alpeggio ed è normalmente chiusa al traffico non autorizzato, anche se asfaltata. Non so se è stato in Valgrosina...”.
“Sì,” risposi “me le ricordo bene quelle strade!”
“Ecco, anche quelle erano delle VASP” terminò lui.
VASP sta quindi per Viabilità Agro-Silvo-Pastorale; da Vervio essa si inerpica lungo il versante sud-est di Monte Croce per ben 16,3 km, fino a terminare poco prima del Rifugio Schiazzera da dove, dunque, si parte per il bell’anello di cui a breve vi parlerò. Sì, avete letto bene, in totale sono più di 16 km (!!) di pura divertimento!
Il perché è presto detto. Questa bella stradina è sì prevalentemente asfaltata ma talmente stretta e senza protezioni che... beh, giù c’è il ripido versante boscoso che precipita a Vervio! E fidatevi, se non siete abituati si sale decisamente di quota e l’esposizione, perfino in auto, c’è eccome!
Non bastasse questo va detto che non vi è un traffico regolamentato di salita o discesa in determinati orari del giorno. Pertanto sì, è possibilissimo incontrare un’auto che marcia in senso opposto, dato che più di metà di questo versante è punteggiato di case, baite e alpeggi e la gente ci vive. Facendo due più due, o si ha la fortuna di incontrarsi in uno dei rari punti dove sono presenti piccole rientranze o uno dei due deve veramente impegnarsi in retromarce azzardate (come detto ci stanno appena le ruote del veicolo è giù c’è il vuoto...).
In quanto a traffico, le cose migliorano un po’ dopo la Loc. Susen e l’Alpe Pramarnone ma considerate che qualcuno dal rifugio o dall’Alpe Schiazzera, lassù, può sempre scendere!
Tale miglioramento va di pari passo col peggioramento della strada la quale, se finora risultava asfaltata, da qui in poi, specialmente nei tornanti, risulta lastricata in modo molto grossolano, presentando salti notevoli che metteranno a dura prova le sospensioni.
Ecco dunque il titolo di questa premessa insolita ma, credo, utile e doverosa. Una premessa stesa non per scoraggiarvi a visitare la Val Saiento ma per mettervi di fronte cosa vi aspetta.
La strada si percorre, si sale ma, a mio avviso, non è per tutti. E non è decisamente per tutte le auto, specialmente quelle basse (come la mia).
Poco sotto al rifugio, ancora non individuabile, si trova sulla sinistra un piccolo parcheggio sterrato in cui lasciare l’auto e proseguire a piedi.
Quando giungo a Rogorbello prendo il biglietto ma non so ancora ciò che mi aspetta, nessuno mi ha accennato alle suddette informazioni e nemmeno in rete avevo trovato alcunché (a parte il termine “strada stretta”). La mia avventura, durata più di un’ora abbondante, ha visto le complicazioni che ho appena descritto. Aggiungo che, con una Focus station wagon in più tornanti ho dovuto fare manovra in quanto l’auto non riusciva a svoltare al primo colpo. I ciottoli nella parte finale hanno scrollato per bene le sospensioni che per fortuna hanno retto dato che salivo appena appena in prima!

Il Rifugio Schiazzera, ex caserma della Guardia di Finanza

Si aprono le porte dell’alta montagna - Il saluto della Val Saiento

Giunto miracolosamente integro all’area parcheggio posta poco sotto al Rifugio Schiazzera (che non vedo ancora)  e con l’auto intenta a tirarmi improperi vari, mi aspetto che, assieme ad altri piloti provetti arrivati fin qui, ci venga dato un attestato che ci abiliti a percorrere le “the most dangerous roads in the world” (le strade più pericolose del mondo) in giro per il mondo come, per esempio, la Karakorum Highway tra Pakistan e Cina, la Dalton Highwaynegli Stati Uniti o la strada dello Yungas in Bolivia (detta anche Stada della Morte). Invece nulla, qui non c’è nessuno, non si fa così!
In mancanza di questo, vedo che i nuovi arrivati si prendono una vacanza, cambiandosi, asciugandosi e ringraziando i santi nel cinese più antico. Io non sono da meno e mi unisco volentieri al coro.
Infilato lo zaino mi avvio lungo la strada che prosegue per circa 400 metri in salita fino al Rifugio Schiazzera. E che salita!
L’asfalto dura ancora per una rampa, poi il tutto si trasforma in acciottolato. Risalgo dunque questi pochi metri mancanti a zigzag, seguendo questa bella via che nondimeno presenta una pendenza tostissima, un muro che se lo vedesse un ciclista cambierebbe sport immediatamente. Inutile dire che, sulla soglia del Rifugio Schiazzera, struttura ricavata da un’ex caserma della Guardia di Finanza, mi devo quasi cambiare nuovamente! 
Ai tavoli disposti su di un bel terrazzino panoramico, dal quale si ha già una vista incredibile verso le Orobie e l’Adamello, è già seduto qualcuno, inclusa una bella compagnia di bambini i quali, guidati dalla loro guida, cantano tutti in coro canzoni varie (che siano quegli inni in cinese?). Caspita, una bella atmosfera!
L’edificio, illuminato in pieno dal sole, è gestito da alcuni volontari facenti parte dell’”Operazione Mato Grosso” che ha tra i suoi scopi quello di aiutare le popolazioni comprese in una delle aree più povere del Brasile. I proventi, quindi, andranno interamente verso quest’area del mondo.
La struttura, inoltre, funge da punto di riferimento per chi, come me, vuole esplorare la Val Saiento (è l’unico punto cui fare riferimento per acqua e cibo) o per chi è impegnato nella percorrenza del ben più lungo Sentiero Italia (SI).
In effetti, è strano incontrare un rifugio quando non si è ancora partiti, soprattutto se si è in alta quota come in questo caso. Di solito questi sono a metà o al termine di un percorso, meta di giornata o punti tappa per proseguire un cammino. Il Rifugio Schiazzera, invece è qui, sulle porte della Val Saiento che si apre subito alle sue spalle.
Le numerose indicazioni riportate su vari cartelli indicano una marea di itinerari; tuttavia, ho già intravisto sulla mia cartina la possibilità di percorre un anello che non dovrebbe essere niente male e che dovrebbe toccare diversi punti di interesse come vari laghetti e il Monte Croce. 
“Andiamo allora a visitare questa Val Saiento!”.

L'Alpe Schiazzera e la Cima di Schiazzera Orientale, alle sue spalle

Una corsia preferenziale in alta montagna - Le acque azzurre di un laghetto un po’ timido

Con il mio zaino ben saldo sulle spalle (che, come al solito, pesa un po’ troppo anche se piuttosto vuoto) e sotto un cielo che più azzurro non si può, muovo i primi passi chiedendo “permesso” non appena giungo sulla soglia di questa strana valle, già quasi completamente visibile e dalla forma conico-allungata.
A 2000 e rotti metri mi trovo praticamente già in alta montagna. La vegetazione è rimasta alle mie spalle, dominando i boschi appena attraversati con l’auto. Di fronte a me mi aspettano quindi solo pascoli e pietraie.
La prima tappa di questo giro è l’alpeggio che vedo poco distante dal rifugio, ossia l’Alpe Schiazzera. Ignoro dunque la prima deviazione sulla destra che mi porterebbe direttamente in cima a Monte Croce e proseguo dritto, infilando una vera e propria corsia preferenziale erbosa che taglia in due un vasto pascolo, tutto recintato con un filo conduttore.
Gli animali però qui non ci sono; si trovano un po’ più lontani, praticamente ai piedi di un’imponente montagna alla mia sinistra, il Monte Masuccio. Sento il continuo muggito delle mucche che commentano positivamente il loro pasto e con questo piacevole suono percorro il vialetto. In effetti, quest’anno il caldo è stato tremendo e anche qui, incredibile, l’erba è alquanto bruciata e secca in molti punti.
Transitare lungo questo bel viale mi ricorda molto l’Alto Adige dove tutto è perfetto e in ordine. Il paesaggio è già bellissimo: vi sono pascoli ovunque, qualche larice (Larix Mill., 1754) che ancora qua e là resiste e, più in alto, l’inizio di qualche pietraia, specialmente lungo i versanti est e nord del suddetto Monte Masuccio e su quelli sud di una bella cima che vedo innalzarsi alle spalle dell’Alpe Schiazzera, la Cima di Schiazzera Orientale.
La salita in questo grande conoide appare fin dall’inizio molto morbida. Non è, per intenderci, una di quelle valli dove la pendenza e il dislivello sono infiniti ma va anche ricordato che la prima parte si deve quasi necessariamente percorrere in automobile (a meno di non intraprendere un cammino di più giorni e fermarsi a pernottare nei vari rifugi).
L’Alpe Schiazzera è aperta ma in giro non vedo nessuno. Il vialetto continua fin sulla soglia della struttura dove ad attendermi, sornione, sono alcune belle caprette che all’ombra se la stanno spassando. Fortunatamente, per una volta, non ci sono cani da guardiania nei paraggi. Meglio così, dato che molte volte mi è capitato mi corressero incontro pur non transitando per forza per alpeggi (esperienze non certo piacevoli).
Il Rifugio Schiazzera è già distante e fa da apripista al panorama di cui accennavo prima. La foschia di mattina è un po’ fastidiosa ma, nonostante questo, si delineano bene i profili delle Orobie e, subito dietro, dell’Adamello e della Val Camonica. Il tutto appare come un mare molto mosso che pare toccare il cielo.
Alle spalle della malga il sentiero continua la sua ascesa e io ne seguo il corso senza fretta. Superato un piccolo ponticello, mi trovo nel regno dei mirtilli e dei rododendri. Di tutta la gente incontrata al parcheggio e al rifugio nemmeno l’ombra; solo una ragazza, non so se del rifugio o meno, ai margini della via è intenta a fare incetta di queste bacche nere, davvero deliziose. Quest’anno di mirtilli neri (Vaccinium myrtillus L., 1753) ce ne sono in giro miliardi e le scorpacciate sono assicurate.
Rimontato un piccolo monticello di terra ed erba, mi trovo ad un bivio nel quale da sud si innesta un sentiero proveniente dal fondovalle. Proseguendo dritto dovrei arrivare a vedere il Lago Schiazzera, che più mi interessa. Insisto dunque lentamente (e sotto un sole assurdo) per questa bella traccia che transita ai piedi del Monte Masuccio, una “bestia” davvero impressionante. Ma impressionante è già tutta la vista alle mie spalle e la dorsale del Monte Croce che a est chiude questa vallata, fino al fronteggiante Passo Schiazzera.
La via sale ma, come dicevo, sempre piuttosto dolcemente e senza strappi. Insomma, non ci si ammazza certo di fatica. Una curva tira l’altra, e così fanno anche i mirtilli nella mia bocca!. Tra un mirtillo e un rododendro (Rhododendron L., 1753), tra un brugo (Calluna vulgaris (L.) Hull, 1808) e un piccolo larice avanzo piano piano, costeggiando per qualche metro un bel rigagnolo che forma una piccola cascata.
Oltre una curva, di colpo, ecco anche il regno della “visega”, ossia quell’erba lunga e pungente (più comunemente chiamata festuca, Festuca L., 1753) che riveste i versanti di moltissime montagne; è quasi tutta secca e pare modellata dal vento (ma l’effetto sulle mani è sempre particolarmente doloroso!).
Risalito un secondo panettone d’erba intravedo un po’ tutto il percorso. Il sentiero si dirige verso ovest e quella dorsale rocciosa sopra la quale dovrebbe trovarsi il Passo Portone, che mette in comunicazione la Val Saiento con la Valle Irola, in Svizzera, e che poi scende fino alla Valle di Poschiavo. Prima di tale forcella, dovrebbero trovarsi alcuni laghi che sono curioso di scoprire. 
Nel frattempo mi fermo un attimo a respirare quest’aria buona e a godermi il panorama: in giro, ancora una volta, non c’è nessuno. Ridisceso per qualche metro dall’altra parte fino a ricongiungermi col sentiero principale (sì, avevo tagliato un po’ per prati, senza intoppi), ecco che sotto la mole della Cima di Schiazzera Orientale noto un puntino luminoso e azzurro.
“Sembra un laghetto” dico “vediamo se riesco ad avvicinarmi un po”.
Detto fatto. Uscito un po’ dal sentiero, sempre tra rododendri e larici, eccomi quasi sulla sponda di questo specchio d’acqua davvero incantevole e alquanto defilato. Non vi sono sentieri per raggiungerlo. Purtuttavia, una piccola deviazione è quantomai necessaria per esplorare un po’ la zona.
Il laghetto è davvero piccolo ma di una trasparenza quasi irreale. Le sue acque sono di un azzurro intenso: stando sulla riva questo lo si nota eccome, ma non abbastanza! Questa conca nascosta è un vero paradiso: abitassi qui, ogni giorno farei la spola tra questo luogo e quello posto qualche metro più avanti e che ora andrò a vedere!

Incollato alle rive di laghi suggestivi - Lungo l’incredibile mulattiera militare della Grande Guerra

Da qui in poi il sentiero cambia aspetto e si trasforma, per magia, in mulattiera selciata. Non una mulattiera qualunque ma un’ex strada militare realizzata ad hoc al tempo della Prima Guerra Mondiale e che metteva in comunicazione queste vallate, fino a raggiungere osservatori, caverne e in generale le prime linee poste in zona Stelvio. 
La preoccupazione del Generale Cadorna, infatti, era una possibile invasione austroungarica attraverso la Svizzera che in questo modo avrebbe interrotto la sua neutralità. La Svizzera mostrava fin dall’inizio delle ostilità maggiori simpatie per gli Imperi Centrali e il timore del Generalissimo era proprio una concessione di passaggio lungo la Valposchiavo di questo Paese all’Impero dell’aquila bicipite. Cosa grave se fosse avvenuta, in quanto la manovra asburgica avrebbe aggirato le difese italiane dislocate sullo Stelvio e gli imperiali avrebbero potuto facilmente dilagare in Valtellina.
La strada, dunque, oltre a un’importante via di comunicazione, serviva anche a presidiare queste cime e a “buttare un’occhio” verso il fondovalle svizzero della Valposchiavo, permettendo, in caso di attacco, un rapido spostamento di truppe e artiglieria a queste quote.
La temuta invasione austroungarica dal fronte svizzero non avvenne però mai. 
Successivamente tale via di comunicazione servì per anni anche ai contrabbandieri (gli spalloni) per portare merci da e verso la Svizzera, ovviamente con l’azione dei finanzieri intenti a interrompere tale traffico (e che costruirono appositamente una caserma, oggi il Rifugio Schiazzera). 
Oggi la strada, unicamente frequentata da escursionisti e biker è molto apprezzata da entrambi in quanto facilmente percorribile, estremamente panoramica e lineare in quanto, essendo progettata per sostenere carichi pesanti, segue le curve di livello della montagna. Insomma, un vero capolavoro ingegneristico.

Ciò che rimane di questo percorso, da qui in poi praticamente intonso, ha dello sbalorditivo. La maggior parte delle persone non noterà queste cose, ne si chiederà alcunché. Io no.
Salire a queste quote a tracciare strade, soprattutto a quel tempo, è stata un’impresa non da poco e ancora ineguagliata. E, come spesso sottolineo altrove, non strade qualunque del tipo che si fanno oggi (e che cedono dopo poco). Queste vie, dopo più di 110-120 anni sono ancora lì, percorribili. Specialmente se, come in questo caso (e lo si vede) periodicamente viene fatta una buona manutenzione.
La carrareccia, selciata in alcuni punti, diverrà più imponente oltre il Lago di Schiazzera. Nel frattempo, una piccola deviazione sulla sinistra mi porta anche a intravedere il Lago Brodech, uno specchio d’acqua simile al precedente e molto suggestivo.
Rimesso piede sulla retta via, eccomi giungere in prossimità di un bivio nel quale lascio sulla sinistra il proseguimento di questo sentiero verso il Passo Portone e la Svizzera. Insistendo in piano verso destra, raggiungo dapprima una piccola “puccia” che anticipa il Lago Schiazzera, immenso e davvero poetico. Lungo le rive di questo, qualche persona la vedo sparsa qua e là. Allora il luogo non è proprio deserto!
Prima di proseguire mi appiccico ad una roccia e, con i piedi nell’acqua, mi rifocillo un pochino, godendomi la meraviglia dei riflessi su questa superficie liquida. Il mio cammino mi porta a percorrere ancora un pochino di strada fino al Monte Croce: non manca quindi moltissimo alla chiusura di questo anello, per cui mi rilasso un bel po’ in questo paradiso. Decisamente, ne valeva la pena!
Qualcuno transita alla mia destra sull’ex militare, qualcun altro sale perfino con la bici elettrica. 
“Certo che i tempi sono cambiati rispetto a quando frequentavo la montagna da piccolo” penso.
Se in giornate simili di agosto incontro poche persone e fra queste la maggior parte in sella ad una bici, a queste quote... beh, tutta la società è cambiata ma a me non sembra mica molto in meglio. La tecnologia ha permesso grandi cose ma ha portato forse più problemi che vantaggi. In questo caso è il solito discorso del rendere fruibile la montagna a tutti o meno. La bici elettrica ti porta ovunque ma a che prezzo? E le batterie? È giusto?
All’età di 10-15 anni in posti simili, ammessa la possibilità di salirvi con l’auto, sarei stato quasi da solo. Altro che bici elettriche! Se sull’Everest vi fosse una funivia, sarebbe un posto alquanto invivibile!
Ad ogni modo io sono sempre andato con le mie gambe, a ritmo lento e, come un tempo, così vivrò sempre la montagna (e senza l’utilizzo di tutti gli inutili orpelli tecnologici di cui la gente non può più fare a meno).
Sulla sponda opposta del lago, intanto, noto del trambusto. Uno sparuto gruppo di mucche si sta avvicinando all’acqua, tra gli ignari escursionisti anch’essi adagiati sulla riva. Osservo la scena mentre riprendo il cammino. Gli animali hanno sete e, guidati dalla loro leader, si muovono all’unisono.
Da qui in avanti la mulattiera militare segnerà la via verso la dorsale di Monte Croce. Questa strada è larga circa 2 metri e mezzo e ancora completamente selciata. Le pietre di cui è composta sono ancora tutte perfettamente incastonate al loro posto, con una precisione sbalorditiva. 
Il tracciato si spinge verso est. Dopo aver guadagnato qualche metro di dislivello, il tutto spiana e, anzi, diventa quasi una lunga discesa che si protrae a mezzacosta lungo il versante sud della Cima di Schiazzera Orientale. In alcuni punti il tracciato è franato e la forma originale dell’ex militare si è persa, sostituita da pietraie opportunamente sistemate (le foto rendono l’idea). Camminando, non percepisco alcuna esposizione, nonostante sulla destra discenda la vallata verso il rifugio, sempre visibile laggiù in fondo. La carreggiata, infatti, è sufficientemente larga e nemmeno di strapiombo, alla fine, si può parlare.
È invece un’altra la cosa che salta subito all’occhio guardando in basso, ossia la pozza celeste del Lago di Pian Fusino. Da questo punto avrete un’idea di quanto azzurre siano le sue acque, uno spettacolo!
Questa strada ultrapanoramica è di una bellezza unica; praticamente, senza il minimo sforzo, percorrendo questo lungo “cornicione” si ammira tutto il circondario, che va dal monte Masuccio al Monte Croce, e questo solo stando all’interno della Val Saiento. Mica poco!
Al termine di un tratto percorso sotto alcune rocce prominenti, la militare si perde un po’ e al suo posto ritorna il bel sentiero. Fino ad un bivio piuttosto importante.
“Che fare?”.

Un fuori programma davvero straordinario - La salita “Tranquilla!” a Cima di Schiazzera Orientale

Mentre estraggo la borraccia mi guardo intorno. Nessuno. Si sono persi di nuovo tutti. Non è tardi e il tragitto compiuto fin qui non è poi molto; oltretutto, essendo questa vallata così morbida, il tutto non ha nemmeno richiesto chissà quali sforzi...
Le indicazioni riportano la Cima di Schiazzera a 1h 15’, il Passo Schiazzera a 35’ e l’Alpe Piana a 2h 30’. Ora, i primi due posti sono esattamente sopra di me e chiudono a nord la Val Saiento. L’Alpe Piana è troppo distante, oltre il Passo Schiazzera e attaccata alla Valgrosina Occidentale; tra l’altro, il cartello riporta che è raggiungibile per tracce EE (!), robetta seria!
“Quasi quasi” rifletto “potrei andare in direzione del passo e vedere cosa si veda da lassù... ma sì, proviamo”.
Ecco dunque che la percorrenza di questo facile anello, già di per sé magnifica, lo diventa ancora di più con questo fuori programma non calcolato. Mentre salgo il verde pendio verso nord penso un po’ fin dove potrò spingermi.
“Di solito in questo modo escono sempre le gite più belle, vediamo se anche stavolta sarà così”.
La traccia che serpeggia in mezzo a questi prati è davvero sottile ma sempre ben marcata. Non ci metto molto a giungere poco sotto al Passo Schiazzera, la distanza è davvero esigua.
“Orpaccio” esclamo a voce alta “quel mastodonte alla mia sinistra deve essere la famosa Cima di Schiazzera Orientale!”.
A vederla da qui un po’ di timore la mette questa salita ma in fondo, io mica devo salire lassù. O no? Percorso ancora qualche metro, sono a un ulteriore bivio. A destra il Passo Schiazzera è lì che mi guarda, giusto una manciata di minuti e ci arrivo. A sinistra è la piramide di questa montagna, davvero un gigante ora che sono ai suoi piedi.
“Però... uhm... si potrebbe... e se provassi a vedere?”.
Dopo qualche minuto a rimuginare, molto timidamente i miei piedi si muovono verso la seconda scelta. Questo perché la cima, alla fine, non sembra così impossibile; alla sua base vedo un bel sentiero inerpicarsi lungo la sua dorsale est e guadagnare quota zigzagando. Sulla parte sinistra è presente un’enorme pietraia, l’unica incognita di questa traccia.
Percorsi i primi metri, incontro un escursionista intento a scendere. Mi dice che la cima è molto bella, meritevole e assolutamente facile.
“Inoltre” mi spiega “il sentiero non tocca mai questa pietraia e si mantiene sul verde pendio”.
“Wow, una favola, allora” esclamo.
“Sì, sì, vai tranquillo”.
L’ascensione richiederà circa un’oretta ma a metà giornata e sotto un cielo così azzurro, perché non provare? Continuo così il mio lento cammino, fermandomi spesso ad ammirare quanto mi circonda che è davvero immenso. Praticamente mi trovo circondato da pareti rocciose e ripide dorsali erbose che mi fanno sentire davvero minuscolo. Io stesso sono sulla spalla di un gigante che gentilmente mi concede questo interessantissimo spunto panoramico. Il Monte Campiano compare già alle mie spalle e io, nemmeno a metà pendio circa, mi trovo già all’altezza del qui vicino Passo Schiazzera.
La persona incontrata aveva ragione. La via sale con un’infinità di curve verso l’alto ma senza troppi strappi e solcando quest’erba (sempre la “temibile” festuca) quasi tutta bruciata dal sole. Solo piccoli ciuffi di mirtilli non temono il sole: crescono in mezzo a enormi blocchi di granito che non danno fastidio nella camminata. Sono pochi e la pietraia si mantiene sulla sinistra, innocua.
La cima sembra non arrivare più ma sono io che cammino piano. Non so perché ma mentre salgo mi rimbomba in testa l’ultima parola pronunciata dalla persona incontrata, ossia “tranquillo”. Mi metto a sorridere in quanto mi ricorda molto la bellissima canzone del film Oceania, “Tranquilla” appunto, cantata da Maui all’incontro con Vaiana. Come un bimbo inizio a canticchiare un po’ il ritornello:

“Ma non c’è di che, ok, tranquilla
Non mi serve il tuo grazie perché
Ti risponderei, “Sì, ok, tranquilla”
Ah, è facile per uno come me
Non serve un grazie
Ma, ripensandoci”

Questa è la montagna che amo, l’esperienza che voglio vivere. E salire così è bellissimo. Come correre, d’altronde, con le meraviglie circostanti che appaiono sempre nuove a ogni mio passo (urpa, “Ogni mio passo” è un’altra canzone del film!). Ci sono le Orobie, il Monte Serottini, il Savoretta, il Gavia e anche il ghiacciaio dell’Adamello! Ai miei piedi, invece, tutto il percorso di ritorno che porta dritto al Monte Croce, quella punta erbosa aggettante la Valtellina che già vedo bene.
Gli ultimi metri si fanno un pochino più pietrosi ma il sentiero è sempre facilmente percorribile, fino all’ultimo metro. L’unica cosa è che questa cima deve essere molto famosa nel regno animale dato che le capre devono essere solite spingersi fin quassù molto (ma molto) spesso. Il perché lo lascio scoprire da voi, osservando il terreno. Dirò solamente che da metà pendio fino alla cima non sarà una salita quella da compiere ma più... una danza (ecco, appunto, mi stavo già preparando!)!
Raggiungo finalmente i primi metri sulla cima dove ad attendermi non c’è una croce di vetta ma un cartello con indicazioni varie. Caspita, fin sulla cima i cartelli!
Ancora una trentina di passi ed eccomi a toccare con i piedi la piccola e piatta sommità dove è presente una piccola nicchia votiva di forma quadrata con all’interno una madonnina, oltre ad un piccolo muretto su cui tento di sedermi, sempre dopo un’altra opportuna danza!
“Beh, per fortuna non c’è nessuno a guardare, solo qualche corvo imperiale dall’alto!”.

Danzando col panorama nell’obiettivo - Una visita veloce al Passo Schiazzera

Posizionato per bene e ora rilassato, trovo finalmente un momento per cambiarmi; operazione non semplice dato che si è messo a soffiare un vento piuttosto forte che fa volare via tutto.
Terminata la procedura, comodamente seduto e “Tranquillo” con uno spuntino in mano, inizio ad ammirare l’incredibile vista che si gode da quassù e che, oltre a tutto quanto già descritto, verso sud apre le porte all’intera Val Saiento. Da qui si vedono bene tutti i laghi incontrati che, ai piedi del Monte Masuccio, formano tre gemme di rara bellezza.
A 2800 mt. sto praticamente volando sopra queste montagne, a cavallo un po’ tra la Svizzera, non distante in linea d’aria, e la Lombardia.
La vetta, pur piatta, non è molto grande, così che posso fare solo pochi passi verso nord prima di trovarmi sull’orlo di un baratro immenso che precipita verso la Valle Ferrata e poi, più in là, la Valle Piana e la Valgrosina. Una montagna a due facce quindi, essendo il versante nord caratterizzato da una parete verticale e quello sud da uno scivolo erboso invitante per qualsiasi amante della montagna (e per le capre, certo!).
Cerco con lo sguardo anche il Bernina ma alcune nuvole lo hanno circondato, così che montagna, senza via d’uscita, non può mostrarsi appieno. Solo qualche lembo della Vedretta di Palù è visibile e, più a sinistra, quella dello Scerscen. In ogni caso, sempre un grandissimo scenario!
Infine, verso ovest, questa catena montuosa prosegue ancora un po’; prima con la Cima di Schiazzera Centrale, poi  con quella Occidentale, ecco che la Val Saiento viene chiusa.
È più o meno primo pomeriggio quando mi decido di aver preso abbastanza vento e di iniziare la discesa. Una discesa che mi sembra di percorrere lungo una grande scala, salutato da queste montagne magnifiche. Il percorso fino al primo bivio si conclude abbastanza rapidamente, tanto che decido di andare a sbirciare oltre il Passo Schiazzera. In fondo, 7 minuti in più (il tempo che mi separa dalla meta) cosa saranno mai? Così parto, seguendo l’unica pista larga meno di un piede che taglia il pendio erboso lungo il quale, appoggiando le suole sulla tremenda “visega”, inevitabilmente scivolo un po’ 8rischiando una storta). Il traverso mi costringe ad appoggiare in un punto anche la mano la quale, senza guanto, subisce dolorose punture... erbose.
“Mannaggia delle mannagge, stai attento che non mi sono accoppato lassù e lo faccio qui, in pochissimi metri!”.
Per fortuna l’esperienza dura un attimo così che, sempre spazzato da un vento bestiale, porto le mie gambe sul passo dal quale la vista è sempre interessante verso le aspre pareti del Campiano e la Valle Ferrata. 

La reunion con l’ex strada militare per un’incantevole camminata - Il brivido del vuoto su Monte Croce

In questo punto, tuttavia, resisto molto poco; come avviene tipicamente su forcelle, passi o bocchette, la situazione ventosa è davvero insostenibile. Il vento è talmente forte da buttarmi quasi a terra... e dire che in valle non c’era un solo alito! Ovviamente di persone in giro nemmeno l’ombra. La sola ombra presente è quella che adesso mi ha centrato in pieno, con l’unica nuvoletta che si è anteposta al nostro astro luminoso.
Di nuovo in equilibrio sulla “visega” (oggi pare sia tutta una danza), ritaglio il pendio fino al bivio sottostante e da qui, infine, fino al primo di questi da cui, diciamo, ho “divagato”. Inutile dire che abbassarsi di quota avendo di fronte simili panorami è, come dire, vincere facile. Mamma mia, che finestra magica!
Al bivio ritrovo il percorso militare che avevo precedentemente abbandonato. Da qui in poi non è più così in perfette condizioni tanto che sulla carreggiata, nel mezzo, corre ora un sentiero.
Monte Croce è già visibile, al termine di un lungo tratto a mezza costa che ne solca la sua lunga dorsale nord. Il percorso da qui in avanti sale davvero solo di una manciata di metri; per il resto, è interamente pianeggiante. Ancora una volta, senza sforzo, percorro scenari montani assolutamente incantevoli. Ora, sulla destra, è l’intera Val Saiento a mostrarsi, col Lago di Pian Fusino, la Cima di Schiazzera Orientale appena discesa e la mole del Monte Masuccio quali protagonisti assoluti.
Il cammino si restringe più avanti solo in pochi punti: quando, cioè, si trova a passare sotto pareti di roccia verticali. Qui, l’esposizione (finora assente) si fa leggermente sentire ma direi che la larghezza di questa traccia si mantiene sufficientemente larga e non dà troppo fastidio. Alcuni tratti un po’ scabrosi sono costituiti dall’attraversamento di pietraie varie. Si cammina, per intendersi, sempre pianeggiando ma tra roccette un po’ insidiose in cui occorre porre un po’ di attenzione per non prendersi qualche storta.
Mentre l’ombra continua a seguirmi (uhm, che sia giunta la nuvoletta di un famoso impiegato?), laggiù nella valle splende il sole. Al rifugio, in bellavista, qualcuno prende il sole sulle sdraio, nell’ampio terrazzino panoramico. Parecchi nuvoloni si sono formati anche sulle Orobie e sull’Adamello ma, nel complesso, la giornata tiene alla grande. 
Lungo questo cornicione sopraelevato, camminando tranquillo (ancora!), mi godo uno scenario pazzesco e, finalmente, in assenza di quel ventaccio. Mi avvicino sempre più alla dorsale di Monte Croce; anzi, vi sono quasi sopra. La super “visega” ai lati della traccia non molla un centimetro ma fortunatamente non ci devo più appoggiare le mani.
Pochi passi ancora e sono pronto ad affacciarmi sulla Valtellina che inizia ad apparire alla mia sinistra molto più in basso. Alla faccia dell’esposizione e dello strapiombo, qui ci saranno almeno 1500 metri di vuoto! Ma lo spettacolo è bellissimo, basta solo che non mi spinga fin sull’orlo...
Il sentiero è ora tutto in discesa e, prima di giungere a destinazione, mi fa toccare un bivio dal quale parte la deviazione sulla destra che poi dovrò seguire per scendere verso il rifugio. Questo punto della dorsale non è esposto; basta, appunto, non spingersi troppo in là. Di certo, camminare qui sopra è un’esperienza unica, a metà tra cielo e terra.
Oltre il bivio inizia la brevissima salitella verso la punta di Monte Croce, preceduta perfino da un tavolo da picnic che vedo occupato da un’allegra famigliola (le prime persone che incontro dalla Cima di Schiazzera). In un attimo sono in vista della (storta) croce di vetta, che pare sfidare ogni legge della fisica, nonostante sia ancorata al suolo con dei tiranti.
“Che l’abbia centrata un fulmine proprio nel mezzo?”.
Ad ogni modo toccare il metallo è andare matematicamente in fortissima esposizione. Il mostruoso panorama che spazia su gran parte della Valtellina è però qualcosa di sensazionale. Io lo ammiro in lungo e in largo ma per pochi minuti; qui in vetta è tornata a spirare la bora valtellinese e non vorrei fare un bel volo all’indietro! L’unico impiccio  è questa fastidiosa foschia che si è protratta dalla mattina fino a metà pomeriggio. Niente da fare, oggi non andrà via e velerà ancora per un bel po’ i monti di fronte. 
La vista è però superlativa anche alle mie spalle, dove compare nella sua grandezza tutta la Val Saiento con l’anello percorso, salita sulla cima compresa. Qualche montagna è al sole, qualcun’altra in ombra. Il tutto a comporre un mosaico e dei disegni unici che si riflettono sul terreno. Che concerto della natura!

Il turbolento rientro al Rifugio Schiazzera - Per la discesa a Vervio si invocano divinità e spiriti thailandesi

Tornato al suddetto bivio prima di Monte Croce, l’ultimo saluto a questa magnifica valle è doveroso, lento e un po’ traumatico, nel senso che i piedi non vorrebbero mai muoversi per tornare.
La famigliola non c’è più e non la vedo nemmeno davanti a me lungo il sentiero. Non la vedo nemmeno a destra, sulla via per l’Alpe Salina.
“Dove sono finiti tutti? Va beh, io devo scendere da qua (purtroppo)”.
Il Rifugio Schiazzera è esattamente sotto di me, ai piedi di questa dorsale. Le indicazioni danno circa 20 minuti per raggiungerlo ma forse intendendo col parapendio!
Appena messo piedi sul viottolo che zigazaga tra roccette e l’onnipresente “visega”, mi accorgo che qualcosa di diverso c’è rispetto a prima. La pista non è che sia messa proprio benissimo. Piccoli sbalzi, sconnessioni e varie irregolarità che corrono lungo un pendio impervio mi fanno subito prendere un ritmo prudente e volto a evitare infortuni. Qualche larice un po’ invadente ha inoltre pensato, qua e là, di provare a portarsi un po’ troppo sulla via, costringendomi a spostare rami con le mani. Ancora una volta, ben vengano i pantaloni lunghi!
A circa metà pendio la traccia quasi scompare lasciando il posto ad alcune roccette che vanno scavalcate un po’ nel vuoto, attaccandosi ad una catena e superando un breve tratto attrezzato. Certamente, questo percorso non è indicato per tutti e, anzi, io lo classificherei più un EE! Nulla di difficile, intendiamoci, ma decisamente non per famigliole o escursionisti alle prime armi. Solo che l’indicazione in cima non riportava la difficoltà...
Inoltre, il tracciato non è che sia poi così breve, anche se in linea d’aria il rifugio, lo ripeto, è lì e lo si può quasi afferrare con le mani. Il tracciato porta all’inizio verso nord per poi, poco prima di giungere all’Alpe Schiazzera, svoltare bruscamente verso sud e la suddetta struttura.
Anche il tratto in piano, dall’alpeggio al rifugio, è molto travagliato, con massi di varie dimensioni incastrati alla bell’e meglio e con vari larici nani a ostacolare il cammino. Insomma, alla fine giungo al rifugio molto dopo i 20 minuti indicati. Ma va bene, anzi benissimo, la montagna è anche questo, godersi ogni metro, che sia questo facile o un pochino più tribolato. L’importante è stare sempre attenti evitando inconvenienti.
Al rifugio sono tutti pronti per imboccare le rampe ripidissime e acciottolate che riportano al parcheggio sottostante e che, a differenza di tutto il percorso effettuato, pensano per bene a massacrare le ginocchia di tutti (sì, forse era più morbido discendere dalla cima)
Abbastanza accaldato e assetato, provo nel frattempo a chiedere al rifugio un misero piattino di patate al forno o in insalata da accompagnare ad una bibita o un po’ d’acqua. Niente, alle 16:00 del pomeriggio non è possibile, sono rimasti solo panini asciutti i quali a me non vanno proprio giù dopo lo sforzo (non li porto nemmeno mai con me, al massimo solo un paio di brioches ripieni di marmellata).
Così, non mi resta che tirare dritto, senza ulteriori fermate. Nel scendere però constato esserci una differenza enorme tra la maggior parte (se non tutti) i rifugi italiani e quelli svizzeri o austriaci da me visitati. In questi ultimi, addirittura tutta la cucina non chiude mai e la gente a qualsiasi ora del pomeriggio è seduta ai tavoli con succose pietanze nel piatto! In fondo a me avrebbe fatto piacere solo qualche patata in insalata, qualcosa di fresco, mica tutta la cucina!
Al parcheggio alcuni iniziano a preparare l’auto per la (folle) discesa nel bosco e a prepararsi invocando strani spiriti thailandesi, cinesi e perfino peruviani. Qualcuno invoca perfino il Grande Spirito Manitù e io, ancora una volta, mi inserisco volentieri in queste richieste per una benevola e “Tranquilla” discesa a valle!
Giunto a Vervio con un altro miracolo (le invocazioni hanno funzionato) tiro un sospiro di sollievo. Il percorso è durato un po’ meno rispetto all’andata ma la mia auto ha subito gli stessi scossoni, terribili, dell’andata, lungo quei tratti acciottolati e davvero malmessi lungo i tornanti iniziali.
“Ma se è tutta asfaltata questa strada, perché lasciare indietro dei pezzi solo in alcune delle curve?”
Per il resto, ho dovuto far manovra in 4 o 5 tornanti in quanto l’auto non girava al primo colpo, ho incontrato chi saliva (per fortuna gente del posto che si è offerta per la retromarcia) e, ovviamente, ho dovuto mantenere un’attenzione costante e fuori dal comune in quanto la carreggiata, lo ricordo, è strettissima e senza protezioni.
Ma, alla fine, l’avventura si è conclusa e l’esperienza in queste montagne è stato qualcosa di meraviglioso, nonostante un po’ la solitudine.
VASP a parte, vale davvero la pena respirare l’aria d’alta quota della Val Saiento, un luogo defilato e tutto da scoprire. Coi suoi laghi e i suoi monti ricchi di storia, vi conquisterà di certo. “Tranquilli!”

Testi e foto di: Daniele Repossi

Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria

Il bellissimo Lago di Schiazzera, con il sentiero sulla sx che sale verso il Passo Portone
Il Lago di Pian Fusino visto dall'ex strada militare italiana. Notate il colore di quest'acqua!
L'incredibile vista verso il Monte Masuccio, la Croce di Tirano e i laghi del Brodech e di Schiazzera, dalla Cima di Schiazzera Orientale
Tutta la Val Saiento vista dal Monte Croce
Una genzianella campestre (Gentianella campestris (L.) Börner, 1812) spunta timida dal terreno non lontano da Monte Croce

Nota Bene: approfondimenti storici relativi alla Grande Guerra e a questo settore saranno più avanti oggetto di trattazione sul sito e magari anche in future pubblicazioni.