RIFUGIO EUGENIO MARGAROLI, PASSO NEFELGIU'

Classica e facile escursione della Val Formazza nella quale si percorrono la bellissima Val Vannino e l’austero vallone del Nefelgiù con panorami e scorci sempre diversi e tutti meravigliosi, a partire dall’incantevole lago Vannino e fino alle principali cime della Val Formazza. La prima parte di salita verso rifugio Margaroli su pista da sci è molto ripida e faticosa (in alternativa un più comodo sentiero sale dal paese di Canza) mentre l’ascesa al Passo Nefelgiù si svolge su un canalone che, se innevato, richiede l’uso di ramponi e bastoncini per una progressione più stabile e sicura. Un guado nel torrente Nefelgiù, poco oltre il Rifugio Margaroli, richiede l’uso delle mani.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Valdo, stazione a valle seggiovia Sagersboden (1285 mt.)

Località e quota di arrivo: Passo Nefelgiù (2583 mt.)

Punto più elevato: Passo Nefelgiù (2583 mt.)

Dislivello positivo: 1298 mt.

Lunghezza del percorso: 14,6 km.

Coordinate punto di partenza: 46°22’30”N 8°25’27”E

Posizione: il rifugio Margaroli si trova in Val Vannino (Val Formazza) su un dosso all’Alpe Vannino e vicinissimo all’omonimo lago. Il Passo Nefelgiù si trova nel vallone di Nefelgiù alle spalle del rifugio, tra la Punta dei Camosci e il gruppo dei Corni di Nefelgiù (orientale, centrale ed occidentale).

Difficoltà: E/EE (con nevai residui)

Presenza di tratti esposti: no.

Tempo di percorrenza totale: 8h 30’

Tipo di escursione: andata e ritorno.

Tipo di terreno incontrato: asfalto-terra-erba-sterrato-pietraie-neve.

Possibilità di ristoro: al Rifugio Margaroli nei periodi di apertura (verificare).

Segnavia: bianco-rosso.

N° del sentiero: pista da sci, G99, G97

Acqua lungo il percorso: presso la stazione a monte del Sagersboden (fontanella) e al Rifugio Margaroli quando aperto.

Stato del percorso: sentieri ben segnalati e in buone condizioni.

Periodo: da giugno a metà ottobre.

Panorama: davvero incredibile sia verso sud (Monte Minoia, Pizzi della Satta, Monte Giove, laghi Vannino e Sruer) che verso nord (lago di Morasco, Punta del Lago Brunni, Corno Mutt).

Attrezzatura particolare richiesta: nessuna; con neve residua utili ramponi e bastoncini.

Discesa: per la via di salita.

Tappe del percorso: Stazione a valle Sagersboden - Stazione a monte Sagersboden - Casera della Dighetta - Rifugio E. Margaroli - Passo Nefelgiù - Rifugio E. Margaroli - Casera della Dighetta - Stazione a monte Sagersboden - Stazione a valle Sagersboden

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dal piccolo parcheggio della stazione a valle della funivia del Sagersboden (1285 mt.) si prende la via più diretta lungo la pista da sci che parte alle spalle dell’impianto. Si continua a salire su tale pista in forte pendenza, senza mai effettuare deviazioni, fino a giungere alla stazione a monte del Sagersboden (1772 mt., 2h 15’), presso un bella radura, dove vi sono anche due baite di legno. Sul retro di esse parte il sentiero diretto al Rifugio Margaroli, il n° G99. Questo è, alla fine, una larga e lunga mulattiera che risale interamente la Val Vannino. Risalendo si giunge in breve al bivio sulla sinistra per il Rifugio Myriam, dove si continua dritto. Si supera ad un certo punto sulla sinistra una bella e imponente cascata (Cascata del Vannino) e poi una piccola diga di cemento (Loc. Casera della Dighetta, 3h 20’). Continuando la risalita della valle, in alcuni punti ripida, si ignorano le deviazioni per i sentieri n° G99A (sulla sinistra) e n° G35 (sulla destra), procedendo in linea retta seguendo sempre il corso del torrente Vannino, fino al Rifugio Margaroli (2194 mt., 4h). Dalla terrazza del rifugio affacciato sull’omonimo lago si seguono le indicazioni per il Passo Nefelgiù (n° G97). Ci si lascia alle spalle, dunque, il lago e il rifugio per camminare ancora per poco verso l’Alpe Vannino (qui ancora n° G99), distante solo pochi metri. Nei pressi dell’Alpe, lato ovest, il sentiero si biforca. Si ignora la traccia sulla sinistra che compie l’anello del Lago Vannino e si insiste dritto (n° G97), fino ad un secondo bivio posto pochi metri più in alto. Anche qui, si ignora la via sulla sinistra per il lago Sruer per continuare verso destra lungo il n° G97. Senza più deviazioni, la traccia risale ripida lungo il vallone del Nefelgiù, a tratti in linea retta e a tratti a zig-zag, fino a toccare il soprastante Passo Nefelgiù (2583 mt., 5h 15’), incastonato tra la Punta dei Camosci e i Corni di Nefelgiù. La discesa avviene seguendo esattamente il percorso di salita, ripassando dal Rifugio Margaroli (6h) e dalla stazione a monte del Sagersboden (7h), fino alla stazione a valle dell’impianto del Sagersboden (8h 30’).

 

IN UNO SCENARIO FIABESCO, ISOLATO DAL MONDO - (DEL 15/06/2020)

Chi è tanto folle da risalire un’intera pista da sci?

Per questa toccata e fuga di un giorno di tarda primavera ho scelto una meta un po’ insolita e particolare, in quel della Val Formazza. Il Rifugio Eugenio Margaroli è la mia meta principale ma, come da titolo, alla fine non è stata l’unica. A volte salgo sui monti e accorcio gli itinerari, a volte li allungo. A seconda della fattibilità degli stessi, delle mie condizioni fisiche e di tanti altri parametri. Il bello di camminare lentamente in questi ambienti è proprio questo: salire con una meta iniziale per poi magari divagare, esplorare, senza schemi, senza orari imposti e mille altre cose. In questo caso, come avete già visto, ho poi un pochino “allungato”. Ma, perbacco, bisogna andare con ordine nel racconto!
Ho già fatto qualche gita in questa valle stupenda e, tra le mete, mi mancava il Rifugio Margaroli. Ho preparato come sempre il mio zaino e l’attrezzatura il giorno prima caricandone una parte già in auto. Essendo nevicato molto quest’anno e fino a tarda primavera, so per certo che incontrerò neve, se non lungo il percorso almeno nei pressi del rifugio. Esperienza e logica. È quindi d’obbligo aumentare un po’ (povere spalle!) il peso dello zaino con bastoncini e ramponi. 
Mi sveglio molto presto la mattina, come sempre del resto quando affronto escursioni in giornata, e in men che non si dica sono già seduto al posto di guida pronto a partire. Il viaggio risulta piacevole anche perché verso le sei del mattino le auto sulle autostrade sono ancora pochissime. Percorro la Gravellona-Toce e la superstrada del Sempione sempre in assenza di traffico e svolto quindi per la Val Formazza. Raggiungo con calma l’abitato di Ponte Formazza dove parcheggio presso la stazione a valle della seggiovia del Sagersboden (Loc. Valdo per la precisione). 
Il percorso ufficiale e più morbido per salire al rifugio partirebbe da Canza, poco più avanti, dove un sentiero conduce in circa un’ora e mezza alla stazione a monte degli impianti del Sagersboden. Dalla cartina però ho notato che dal luogo dove ho parcheggiato si può salire in maniera (molto) più diretta alla suddetta stazione, prendendo la seggiovia (che oggi è chiusa) o percorrendo la pista da sci. Premettendo che non avrei preso comunque l’impianto anche se fosse stato in funzione, non mi resta che sperimentare questa mia strampalata variante, più all’insegna dell’esplorazione e dell’avventura e non segnata da alcun sentiero. Ebbene sì, il matto che risale una pista da sci con almeno il 35% di pendenza sono io!
Appena sceso dall’auto mi accoglie una giornata un po’ ventosa e incerta dal punto di vista del meteo. Non appena prendo la direzione per la pista da sci mi viene incontro una bambina che con molta insistenza mi “vieta” di salire su questa, indicandomi i tornelli della seggiovia (che comunque non è in funzione). 
“Salirò a piedi” le dico io e con molta gentilezza la saluto. Dopo qualche metro la sento ancora ripetermi lo stesso motivetto ma ormai sono partito, non mi volto più e salgo. La prima rampa è lunga e se dovessi definirla sbaglierei nell’usare la parola “ripida”. È proprio un muro che taglia fiato, gambe e muscoli! Solo qua e là vi sono dei solchi formati probabilmente dal passaggio di qualche mezzo a motore ma perlopiù la traccia non esiste. Di questo ovviamente non mi preoccupo, sono su una pista da sci e so che rimontandola per intero arriverò alla stazione a monte da dove poi proseguirò per il rifugio. 
Superato il primo strappo posso dire di aver rotto il fiato ma anche tutte le principali articolazioni! Aah, che meraviglioso allenamento di primo mattino (insomma...)!
Il pendio si addolcisce un po’ lasciandomi vedere un bel panorama sul paesino da cui sono partito e sui monti alle sue spalle. Di contro mi ritrovo nell’erba alta e fra grosse zolle di terra e in questo modo avanzo fino a risalire svariati altri muri. Sarà anche un po’ più diretta questa salita ma molto dura e faticosa dove però il panorama si mantiene fin da subito sempre molto interessante. 
Mi fa sempre un certo effetto risalire le piste da sci e questa non è certo la prima per me. Ora sono da solo lungo questi pendii ad affrontare questi curvoni che nessuno, o almeno in pochissimi, si sognerebbe di rimontare se non fosse assolutamente necessario. Mi immagino quindi la scena di questa pista tutta innevata, piena di gente che va nella direzione opposta e a tutta velocità inanellando corse su corse mentre io oggi ipoteticamente gli andrei incontro! 
Ad ogni modo, lo sci di pista non è la mia idea di intendere la montagna. Percorse però in questo modo, ora queste rampe mi attirano e trovo tutta questa fatica piacevole. D’inverno non mi sarebbe di certo possibile una salita in mezzo ad un tracciato schivando proiettili; le salite con le ciaspole, infatti, sono vietate. Mi godo quindi gli ultimi strappi fino ad arrivare in un vasto pianoro erboso sommitale nel quale vi sono due baite di legno e, poco distante, quasi nascosta dagli alberi, la stazione a monte del Sagersboden a 1772 metri. 
Devo assolutamente fare una piccola pausa per cambiarmi. Non sono nemmeno a metà percorso ma da strizzare sì! Ho gli abiti zuppi, perfino i pantaloni (ma quelli me li devo tenere!).

L’ambiente magico della Val Vannino con una mulattiera un po’ così così

Trovandomi in una radura in mezzo ad un bosco ho un po’ la visuale chiusa sul comprensorio. Solo qualche punta rocciosa emerge dal fitto del bosco, in direzione della Val Vannino verso la quale mi dirigo. Un cartello mi informa dell’apertura del rifugio e della tempistica, circa un’ora e mezza da dove mi trovo. 
Dopo il forzato pit-stop imbocco l’unica mulattiera sterrata in mezzo al bosco verso la Val Vannino (ovest); questa sale subito molto ripida anche se la pendenza non è nulla se paragonata al tratto appena percorso. Una serie di tornanti mi porta al limitare di una piccola radura uscita da non so quale libro fantasy. Abbandono quindi per due minuti la direzione principale per addentrarmi maggiormente in questo angolo sperduto. Mi ritrovo ai margini del torrente Vannino che qui forma una piccola pozza limpida dalla quale le sue acque fuoriescono formando piccole e bellissime cascate. Tutto intorno larici, mughi, rododendri e il cinguettio della fauna del bosco. E soprattutto silenzio. Un vero spettacolo, un’oasi di pace, manca solo un unicorno intento ad abbeverarsi in queste acque per avere una foto da incorniciare. 
Riprendo il cammino e dopo aver superato ancora qualche curva noto che il sentiero spiana decisamente e, portandosi sotto le pendici ancora piuttosto innevate del monte Giove, entra più direttamente in Val Vannino. Qui il bosco termina e grossi massi a destra e a sinistra si alternano a qualche albero residuo. Sono ormai in un ambiente decisamente montano; stando a quanto indicato sulla cartina la direzione da seguire è praticamente sempre dritta, senza mai deviare. Il paesaggio man mano cambia, tanto che questa valle si snoda fin da subito lungo scenari e panorami maestosi dove oltre al torrente che scorre al centro ad attirare la mia attenzione è questa parete immensa del Monte Giove alla mia sinistra. Sullo sfondo, completamente innevate, le Torri del Vannino e la Punta d’Arbola. Lascio sulla sinistra la deviazione per il rifugio Myriam ora ancora chiuso (stranamente) e continuo fino a superare un’altra piccola rampa molto ripida e purtroppo cementata. Ecco, l’unica cosa che stona davvero qui è proprio la strada, non certamente tipica di montagna e non un sentiero. Una gippabile insomma, in alcuni tratti addomesticata per consentire ai mezzi di giungere al rifugio, agli alpeggi e agli impianti della diga posti più in alto.
Subito oltre mi appare sulla sinistra lo spettacolo magnifico di un’enorme cascata che scende da un alto gradino roccioso. Sono distante solo pochi metri ma gli spruzzi mi arrivano comunque addosso. Grandiosa e magnifica, toglie il fiato. Che sorpresa!
La valle da qui in poi si allarga un po’ di più e, seguendo il corso del torrente Vannino, arriva sotto i dossi che precedono il rifugio dove vi è anche la diga del lago Vannino. In questo punto una nota dolente (la 2ª) allo splendore di questa valle è rappresentata dalla presenza di enormi blocchi di cemento nei quali sono infissi i tralicci dell’alta tensione che portano corrente dal lago Vannino a valle. D’accordo che la diga produce energia ma forse un intervento meno invasivo non avrebbe guastato e di certo le vecchie colate di cemento che sono servite per la costruzione della diga andrebbero quantomeno rimosse. 
Raggiungo in breve il Rifugio Margaroli e il lago Vannino di origine naturale, chiuso oggi dalla diga che è stata costruita nel 1922. Nonostante questo cemento e questi tralicci il luogo rimane magnifico e lo sarebbe ancora di più se questi avessero un minore impatto. 
Non ho incontrato neve fino al rifugio ma i monti sulla sponda opposta del lago ne sono pieni. Sono le cime della Scatta e del Monte Minoia mentre più a destra si intravede la Punta d’Arbola. Oltre a questi gruppi si estende il comprensorio dell’Alpe Devero che, in assenza di neve, senza rischi sarebbe raggiungibile. 

In mezzo all’austero vallone del Nefelgiù, tra pietraie, torrenti e nevai

La terrazzina di questo rifugio in muratura è proprio il luogo ideale dal quale osservare questo panorama dove le acque blu del lago fanno da contrasto a tanto biancore. Tutti i percorsi citati sopra sono oggi ancora preclusi a causa delle abbondanti nevicate e così, visto che ho ancora energie e sono impaziente di scattare qualche bella foto dall’alto, dopo una breve sosta decido di camminare ancora, prendendo la direzione per il Passo del Nefelgiù. In questa direzione qualche nevaio residuo è rimasto ma non come altrove. 
Il cielo purtroppo si è un po’ annuvolato ma non dovrebbe piovere oggi, almeno lo spero! 
Il sentiero parte proprio alle spalle del rifugio e lascia l’Alpe Vannino per salire in poco più di un’ora i pendii, all’inizio erbosi e poi pietrosi, del vallone del Nefelgiù. Mi bastano pochi metri per avere una visione magnifica su questa parte dei monti ossolani che ora risultano ancora abbondantemente imbiancati. Salendo scommetto che la vista sarà sempre migliore. In ordine da sinistra svettano i Pizzi della Scatta, il Monte Minoia e la Punta della Scatta, mentre la Punta d’Arbola rimane nascosta più a destra. Ai loro piedi il bellissimo lago Vannino che però ora mi sembra ad un livello alquanto basso. 
Rimonto verso il Passo seguendo i ghirigori di questo sentiero che segue sempre il filo del torrente del Nefelgiù. Alla mia destra si innalza imponente il massiccio del Corno del Nefelgiù che si divide in orientale, centrale e occidentale. Sulla sinistra invece, ancora un po’ celata, ecco la Punta dei Camosci. Io sono esattamente nel mezzo, in questo vallone apparentemente molto ripido e remoto. Sono fuori dal mondo, in un luogo selvaggio, detritico e impervio dove oggi non sale nessuno. 
In corrispondenza di un salto di roccia ed erba questo vallone si chiude maggiormente e ben presto mi ritrovo sul sentiero con i piedi a pochi centimetri dall’acqua del torrente. Sul terreno compaiono i primi sfasciumi e la traccia si impenna. Meno male, fin qui non avevo ancora affrontato salitelle...
Poco più avanti il torrente è ancora coperto da grossi nevai residui e, proprio in corrispondenza di uno di questi, vedo il sentiero attraversare l’acqua e portarsi sul pendio opposto. Non ci credo, proprio qua doveva esserci un guado... 
Mi trovo in un punto poco simpatico, la traccia coincide col torrente e io sono esattamente nel mezzo di questo, a mollo con le scarpe. Procedo in leggera arrampicata tra le rocce bagnate aiutandomi un po’ con le mani e fermandomi sotto una piccola cascatella. Sorrido, sorrido sempre e non credo ancora a dove sono finito: direttamente ai piedi di una piccola cascata e nell’acqua sto cercando di muovermi tra queste roccette. Questa è la mia montagna, qui ho tutta la libertà e l’avventura che desidero. Non c’è nessuno, esploro, cammino, vivo!
Facendo molta attenzione a non scivolare incastro i piedi tra i massi e mi porto dall’altra parte dove con un po’ di fatica supero un altro enorme cumulo di neve e ghiaccio molto scivoloso. Sono fuori, un pochino bagnato ma di nuovo su pietraia. È stato un punto un po’ tecnico che però mi ha emozionato davvero moltissimo. Non mi era infatti mai capitato di dover quasi arrampicare nel mezzo di un corso d’acqua! 
Arrivo ad un ampio pianoro pieno di neve dove il vallone si allarga; ne approfitto per ammirare da quassù questo incredibile panorama. In basso, ormai minuscolo, il rifugio Margaroli è solo un puntino dominato alla sua sinistra dalle rocce della Torre Spaccata. 
Da qui in poi il percorso sarà su ghiaccio e neve: vedo più in alto davanti a me il Passo Nefelgiù, così in questa pausa ne approfitto per calzare i ramponi ed estrarre i bastoncini dallo zaino (non li uso quasi mai in percorsi “estivi” ma solo su neve). Lo sapevo che prima o poi tutta questa roba sarebbe servita!
La salita, che ora affronta un lungo canalone fino al Passo del Nefelgiù, procede ormai senza via obbligata in quanto il sentiero estivo è completamente coperto dal manto nevoso (anche se in alcuni punti talvolta riaffiora). La neve dura tiene molto bene e i ramponi mordono come non mai. In questo modo non faccio alcuna fatica e salgo spedito. Cerco solo di tenermi abbastanza laterale in quanto in mezzo, sotto la coltre bianca, scorre sempre il torrente e non vorrei che qualche ponte di neve crollasse all’improvviso facendomi rifinire di nuovo a mollo!
In queste condizioni questi ultimi metri mi trasmettono qualcosa di unico. La mia mente si svuota, si dissolvono i pensieri e i problemi. Sono solo, io e la montagna e, anche se alla fine mi trovo semplicemente su una forcella, mi sembra di essere molto più alto, al livello delle vette più alte. Non cambierei questa sensazione per nient’altro al mondo e, una volta sceso, ripartirei ancora e ancora. Qui assaporo veramente la vita e la libertà. 
Quando arrivo in cima, sul Passo Nefelgiù, sono stra-felice e nei miei occhi si riflettono le vette imbiancate delle cime che chiudono sul versante opposto il lago di Morasco, col Corno Gries e la Punta di Valrossa. Più in là, i monti della Svizzera.

Una discesa altrettanto favolosa e sorprendente

Penso che scendere dalla parte verso Riale sarebbe veramente bello, nonché una grande traversata, ma, come al solito, essendo da solo, non ho un’auto in questo paese per tornare poi a Valdo. Di navette neanche a parlarne. Torno così sui miei passi contemplando per l’ultima volta l’incredibile spettacolo che si gode da quassù. Anche se ora il cielo si è coperto, le nubi non avvolgono queste cime consentendomi fino alla fine di scattare foto e di portare a casa un bel ricordo. 
Il canalone ghiacciato in discesa non pone alcuna difficoltà e, anzi, procedo veloce divertendomi sulla neve, anche se ogni tanto sento un po’ largo lo scarpone sinistro. Strano, li avevo riallacciati su al passo, lo faccio sempre. Non ci do peso e arrivo di nuovo al punto delicato del guado dove procedo sempre con cautela lungo il blocco di neve. Il traverso più comodo però lo individuo sempre nel medesimo punto di stamani ed è inevitabile trovarmi ancora sotto la cascatella con l’acqua che entra un po’ dappertutto. Ottimo, una nuova rinfrescata ci voleva proprio!
Tornato sul pianoro poco oltre, mi concedo un attimo di relax prima di scendere ancora al rifugio Margaroli e procedere quindi verso valle. Seduto su una roccia butto un occhio al mio scarpone e vedo che il laccio è completamente tagliato. Ecco perché era largo! 
Per continuare sono costretto a fare un piccolo nodo di fortuna, altrimenti perderei lo scarpone. A ben pensarci non so come ho fatto a non perderlo nell’acqua! Il nodo sorprendentemente tiene e mi consente una discesa verso valle tranquilla. 
Superato il rifugio riesco a fotografare anche numerose marmotte in cerca di cibo lungo la mulattiera. Avanzo piano cercando di non far rumore. Sono veramente uno spettacolo e alla fine passo molto tempo ad osservarle. A pomeriggio inoltrato e sotto nuvoloni piuttosto neri raggiungo di nuovo la pista da sci da dove inizia l’ultima discesa, che ora inizio a chiamare “la spacca-ginocchia”. 
Una grandiosa giornata, una favolosa escursione in ambienti solitari e con panorami da fiaba, che mi ha regalato fantastiche emozioni e un insegnamento. Non dimenticare mai di mettere dei lacci di scorta nello zaino!

Testi e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria.

La marmotta vigila agli ultimi raggi di sole