RIFUGIO AL SASSO NERO

Ascesa spettacolare in severo ambiente di alta montagna. Escursione molto lunga e faticosa che si sviluppa a quote elevate, con parecchio dislivello. È pertanto richiesta un’ottima forma fisica. Il tratto attrezzato e il ghiacciaio non presentano particolari difficoltà; è richiesta però esperienza a muoversi su questi tipi di terreni. Gita da effettuarsi assolutamente in condizioni di meteo stabile.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Parcheggio Stallila (Rohrberg), Valle Aurina (1472 mt.)

Località e quota di arrivo: Rifugio Al Sasso Nero (3026 mt.)

Punto più elevato: Rifugio Al Sasso Nero (3026 mt.)

Dislivello positivo: 1554 mt. 

Lunghezza del percorso: 15,1 km

Coordinate punto di partenza: 46°58’36”N 11°54’55”E

Posizione: nelle Alpi Aurine, sulla Forcella Rio Torbo e al limitare della Vedretta Rio Torbo e ai piedi del versante est del Sasso Nero (Schwarzenstein) e di quello ovest del Tribbachkopf.

Difficoltà: EEA

Presenza di tratti esposti: sì.

Tempo di percorrenza totale: 8h 15’ 

Tipo di escursione: andata e ritorno.

Tipo di terreno incontrato: sterrato-pietraie-roccette-rocce-sfaciumi-neve-ghiaccio-staffe.

Possibilità di ristoro: ai rifugii Al Sasso Nero e Daimer nei periodi di apertura (verificare).

Segnavia: bianco-rosso, bolli bianco-rossi.

N° del sentiero: 23A, 23, 23-24A

Acqua lungo il percorso: nei rifugi Al Sasso Nero e Daimer quando aperti.

Stato del percorso: sentiero ottimamente mantenuto e segnalato. La percorrenza del tratto poco sotto al rifugio, dove vi è solo pietraia, nevai e ghiaccio, avviene seguendo gli ometti, i bolli bianco-rossi e le tracce di salita su neve.

Periodo: da fine giugno a settembre.

Panorama: immenso su un’ampia fetta di catene montuose situate a sud, dalle più vicine Vedrette di Ries alle più distanti Dolomiti e Marmolada.

Attrezzatura particolare richiesta: casco, ramponi e bastoncini per il tratto su ghiacciaio. A chi non si sentisse sicuro nel breve tratto attrezzato è consigliato l’uso del kit da ferrata (imbrago e longe, oltre al casco da indossare anche per questa parte).

Discesa: per la via di salita.

Tappe del percorso: Parcheggio Stallila (Rohrberg) - Ortneralm - Schöllbergalm - Daimeralm - Bivio Sasso della Croce - Bivio Zu Törla/Zwilcher - Bivio Großer Tor - Rifugio Al Sasso Nero (Schwarzensteinhütte) - Bivio Großer Tor - Bivio Zu Törla/Zwilcher - Bivio Sasso della Croce - Daimeralm - Schöllbergalm - Ortneralm - Parcheggio Stallila (Rohrberg)

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dal parcheggio di Stallila (Rohrberg, 1472 mt.) sito a nord del paese di San Giovanni in Valle Aurina ci si incammina lungo il sentiero n° 23A (indicazioni per il Rifugio Al Sasso Nero e varie malghe). Si procede innanzi fino a lasciarsi sulla sinistra la Ortneralm (1611 mt., 40’), per continuare a salire su comoda strada (n° 23 ora) fino a toccare la Schöllbergalm (1725 mt., 1h). Ignorando la breve deviazione che porta a quest’ultima, si continua l’ascesa fino a giungere ai piedi di un grande terrapieno dove si trova anche la Daimeralm (1845 mt., 1h 20’), punto dal quale il prosieguo si complica un po’. Per tornanti e rampe si rimonta un vasto pendio, prima erboso e poi pietroso, fino a giungere ad un primo bivio (2h 05’). Si trascura sulla destra la via per il Sasso della Croce (Kreuzkofl) per continuare dritto. Sempre in salita, si affronta un altro pendio sino a giungervi in cima, presso un secondo bivio (3h 05’) nel quale tralasciare sulla sinistra la pista che scende a Zu Törla-Zwilcher. Sempre dritto, si sale ancora (n° 23-23A), fino ad un terzo e quarto bivio posti a poca distanza l’uno dall’altro (3h 20’). Occorre seguire sempre la via principale e le indicazioni per il rifugio, ignorando i vari sentieri che, sulla destra (est) , portano alla Großes Tor. Nella conca ai piedi del rifugio, visibile più in alto, si procede su roccette e sfasciumi fino all’inizio di quel che resta della Vedretta di Rio Rosso. Calzati i ramponi, si segue la via di ghiaccio fino a portarsi ai piedi di alcune imponenti rocce, le quali vanno aggirate e rimontate sulla destra. Inizia qui il tratto attrezzato con pioli, staffe e una scaletta di ferro; non vi sono difficoltà tecniche di sorta e si procede normalmente senza sicura, tuttavia chi non se la sentisse può indossare il kit da ferrata. Al termine di questo punto chiave, il Rifugio Al Sasso Nero (3026 mt., 4h 40’) si raggiunge dopo un’altra facile progressione su roccette e tratti sfasciumati. La discesa avviene seguendo le medesime orme dell’andata fino a Stallila (8h 15’).

 

LASSU’, DOVE VOLANO LE AQUILE - (DEL 16/07/2019)

I primi passi - Riscaldamento muscolare progressivo fino alla Daimeralm

Come potrei definire la salita ad uno dei luoghi più belli dell’Alto Adige, ovvero la Forcella di Rio Torbo, esattamente ai piedi del Sasso Nero? Impegnativa e molto faticosa? Sicuramente. Lunga e difficile? Sì, non c’è dubbio. Ma mentirei se non aggiungessi tremendamente bella, affascinante e praticamente imprescindibile se si viene a soggiornare in Valle Aurina.
Decisamente, come potete vedere dalle caratteristiche tecniche, non è una gita per tutti. Senza girarci troppo in giro, ve lo dico subito: quelle 8 ore e passa e, soprattutto, quei 1554 mt. di dislivello vi spaccheranno le gambe. In compenso, però, al termine del tutto, ne vorrete ancora (beh, forse dopo un giorno di riposo...). Sarete così tremendamente appagati da non vedere l’ora di ripartire, il prima possibile. Almeno, questo è quello che è successo a me.
Il mio viaggio inizia qualche giorno prima, quando decisi di salire con l’auto a Malga Stallila per gustarmi un succoso pranzetto fatto di salumi tipici, formaggi, salamelle, polenta e dolci. Un paradiso per il palato, mai portate furono più deliziose! Quando feci due passi all’esterno della struttura, mi imbattei nella segnaletica del luogo e una cosa mi colpì, causandomi allo stesso tempo mezzo mancamento: l’indicazione per il Rifugio Al Sasso Nero e precisamente il tempo di percorrenza per giungere fin lassù. Ben 5h 20’!
Subito pensai ad una celebre frase di Gimli, quando nel Signore degli Anelli disse circa la possibilità di correre in aiuto a Frodo: “Certezza di morte, scarse possibilità di successo... Che cosa aspettiamo?”
Beh, sicuramente la prima parte della frase è eccessiva per un’escursione di questo tipo ma... la seconda è molto più realistica!
Sono passati due giorni ed eccomi di nuovo ai blocchi di partenza, in una freschissima mattinata di metà luglio. Non sono nemmeno le 7 del mattino e il sole splende nel cielo azzurro. Clima perfetto, condizioni di salita ideali... proviamo a salire e vediamo a cosa andrò incontro. Non parto da sprovveduto. Date le tempistiche e il dislivello, nei giorni precedenti mi sono preparato affrontando altre gite “minori” (ma non meno entusiasmanti) in questa magnifica valle.
Al parcheggio c’è già molta gente in questa stagione. La cosa non è strana di per sè, lo diventa però per le caratteristiche del percorso. Di solito quando le salite sono più lunghe di 2h 30’ non sono molti quelli che si incontrano. Qui, invece, pare abbiano preso tutti il numero... per farsi massacrare le gambe, come me!
Tutti si preparano con zaini, scarponi e materiale vario, e io con loro. Mi tocca portare ramponi, piccozza e casco, lassù ci sarà ghiaccio e roccia. Il mulo si carica...
Sarà una lunga ascesa. All’ombra di un bel bosco inizio a muovere i primi passi. Lassù, di fronte a me, incredibilmente scorgo già la mia meta: il Rifugio Al Sasso Nero. La sua forma caratteristica “a grattacielo” e il suo colore nero non passano certo inosservati. 
I raggi del sole illuminano quei pendii pietrosi sui quali persistono alcuni nevai.
La via di salita è unica e passa prima, a mo’ di tappe, da alcune malghe. La prima di queste, anch’essa ancora in ombra e adagiata su di un terrazzino erboso a fianco il Torrente Rio Rosso (Rotbach), la raggiungo dopo appena 40’ di dolce cammino: è la Ortneralm. Un passo dopo l’altro, nel mio stile, senza fretta: una meta è già raggiunta. Il luogo è già idilliaco ma la strada non si ferma e, sulla destra, affronta un paio di tornanti per rimontare un piccolo (si fa per dire) pendio. 
Se anche voi vi troverete qui a quest’ora del mattino, provate a guardarvi indietro. Lo spettacolo del sole che illumina gli alpeggi della Valle Aurina mentre il fondovalle è ancora nella semi-oscurità, lascia senza fiato. In alto, catene montuose di ogni tipo, con la roccia che sembra fuoriuscire dai suddetti alpeggi. Se non è poesia questa!
Qualche metro più avanti, passo accanto alla seconda malga, la Schöllbergalm, che però non raggiungo. Senza nemmeno accorgermene ho già buttato nelle gambe circa 300 mt. di dislivello: sarà un semplice riscaldamento. Dalla malga do un’occhiata a ciò che mi aspetterà da qui in poi. Di fronte a me sembra che la parte “facile” e più pianeggiante finisca ai piedi di un enorme pendio erboso-roccioso. Adagiata in questa conca a mezzaluna, ecco la terza tappa, la Daimeralm. Le sue bandiere sventolano come non mai e a me sembrano rappresentare ufficialmente lo “start”, il punto di partenza vero e proprio, di questo itinerario.

Un passetto alla volta con la maglia da strizzare e i muscoli caldi- Su, fino al bivio del Sasso della Croce

L’immenso e altissimo pendio soprastante la malga è semplicemente mostruoso, da sentirsi male. Sperare di non   dover averci niente a che fare è pura fantasia. Non mi illudo, lo so già. Quell’affare andrà risalito interamente!
Le persone partite con me dal parcheggio si sono già tutte sparpagliate: anche questi pochi metri di dislivello sono bastati per fare un po’ di selezione. Alcune persone sono ferme alla Daimeralm, paiono indecise sul da farsi. Vedo confabulare, studiare carte di cioccolatini, gesticolare a caso, far finta di essere assetati per tergiversare o trovare comunque qualche scusa per togliere lo sguardo da quel pendio. Un tizio fischietta, un secondo dice di aver dimenticato lo yogurt a casa; un altro, infine, dice alla moglie che forse la spiaggia del mare non è poi così brutta...
Scherzi a parte, piano piano, tutti si mettono in moto. Io non mi fermo per una sosta, non voglio spezzare il ritmo. Come diceva Rocky... “non fa male, non fa male!”. E allora via, il sentiero inizia a tirare come una bestia e a macinare ulteriore dislivello tagliando il pendio a destra e a sinistra, con numerosi tornanti. Prendo il ritmo, alla fine procedo bene, almeno per ora. 
Lo scenario contribuisce a non pensare a tempi e difficoltà, in quanto costantemente sono distratto dalle meraviglie di questi monti. In questo momento, per esempio, sto passando accanto o, meglio, risalendo una bella cascata. Che favola! In questo punto il Rio Rosso si incunea tra le rocce formando un salto particolarmente spettacolare. Lassù, invece, le cime dei monti sono illuminate più che mai dal sole, mentre qui è ancora notte fonda. Una riga netta taglia questi versanti, formando un contrasto pazzesco. Uhm, anche oggi, penso, mi sono infilato in un’ennesima favola e, se resisto, ne vedrò delle belle!
Già qualche metro lungo il sentiero, noto che anche dalla malga il gruppo si è messo in moto e a me viene in mente un’altra frase del film di Tolkien, questa volta di Gollum: “Venite, Hobbits! Sì, venite! Ce n’è di strada da fare!”.
Quando sono quasi in cima, proprio sotto ad alcune rocce strapiombanti, mi appare uno scenario che mi lascia davvero sbalordito e che potete vedere dalle foto. Non più una, ma varie cascate scendono dalla montagna; l’acqua ha scavato solchi a destra e a manca. Il Rio Rosso qui è diviso e si è creato più vie per scendere a valle. Al di sopra, ancora un po’ d’erba (la sommità di questo pendio), poi ghiaioni e, infine, la nuda roccia al sole. Da urlo!
Le cose si fanno molto più interessanti, sto varcando la soglia dell’alta montagna. Per il momento, nonostante i 20 kg sulle spalle, la mia tenuta è buona. 
Il sentiero ora si restringe e si fa piuttosto roccioso: aggira questo o quel masso, sale a zig-zag e si incunea in mezzo ai mughi... ma sono ovunque! Una distesa infinita di questi, infatti, ricopre interamente tutto questo pendio. Sono giunti all’improvviso, dopo una curva. Un larice solitario e spelacchiato è l’ultimo baluardo della zona. L’ultimo segno di vita che chiude la porta prima del regno delle pietre.
Avanti ancora, sempre in salita: finalmente al sole!
A circa 2100 mt., poco prima del bivio per il Sasso della Croce, trovo un curioso pannello informativo incastonato nelle rocce.

Questo, buono a sapersi, è anche un “Sentiero Alpinistico Istruttivo”, nel senso che ogni tot, questi pannelli recano qualche informazione circa il luogo e l’alpinismo in generale. Il suddetto, ad esempio, parla di come all’inizio del 1900 a Campo Tures vi fossero più di 24 guide alpine. Erano per lo più contadini che, tramite la professione, portavano a casa qualche spicciolo. La guida più famosa fu Hans Stabeler, il primo a scalare una delle celebri Torri del Vajolet (Torre Stabeler appunto), nel cuore del Catinaccio. Con i clienti scalò il Cervino, il Monte Bianco e il Monte Rosa. Il costo di affidarsi ad una guida come Stabeler allora? Quello di una mucca! 
Stabeler morì improvvisamente sulle cime sovrastanti il Rifugio G. Porro (Chemnitzer Hütte) e, da allora, molte vette e luoghi portano il suo nome. Uno di questi, l’Alta Via Stabeler, congiunge il soprastante Rifugio Sasso Nero (al tempo Rifugio Vittorio Veneto) col Rifugio Porro in “sole” 8 ore di marcia.

Da pietra a pietra - Uno slalom nell’altopiano desolato

Il (falso) piano che ho davanti è desolante ed elettrizzante allo stesso tempo. Da una parte, pietre, sassi, rocce e solo quelle; dall’altra, una calamita che mi attrae e mi spinge ad andare a scoprire cosa si cela oltre.
La traccia c’è e non c’è tra questi macigni enormi ma i segni di vernice bianchi e rossi sono onnipresenti. Una coppia si materializza di colpo qualche metro davanti a me... chi li ha mai visti? Sono in marcia anche loro, appaiono e scompaiono tra le rocce. Lassù, in alto, la fine dell’ennesimo pendio. La strada però è lunga.
Mi muovo anch’io dopo essermi raccapezzato un attimo, vuoi per osservare il percorso, vuoi per ammirare bene il fascino di questi luoghi davvero unici. Essere qui è un privilegio enorme.
D’un tratto, a Quota 2340 mt., ecco spuntare un altro pannello informativo circa il Sentiero Alpinistico, che sintetizzo.

Come accennato poco sotto, mi trovo ormai al limite della vegetazione. Di alberi, qui, non se ne parla nemmeno: sono troppo in alto ormai. Tuttavia, per piante e animali queste zone rappresentato un habitat estremo. Numerose specie di piante alpine cercano un pertugio tra le rocce per conficcarvi le loro radici; così facendo, stabilizzano il suolo. Tra questi massi giganteschi non crescono solo muschi, licheni e alghe ma una varietà notevole di fiori e piccole piante. Tutto è in armonia e tutto trova posto in un ciclo naturale. Grazie alla presenza di questi piccoli arbusti, camosci, lepri della neve, marmotte, ermellini e gracchi alpini, anche nei periodi freddi, possono trovare cibo prezioso.

La cartellonistica è un po’ consumata ma ancora leggibile. Questa è sicuramente un’iniziativa da lodare, non solo per le informazioni riportate, ma anche per “tenere compagnia” agli escursionisti e fornire loro preziosi punti di riferimento.
Come ne deduco da quanto scritto sopra, alla mia meta mancano ben 700 metri di dislivello... praticamente come se l’escursione partisse ora! Con questo morale alle stelle, mi accingo a ripartire e risalire per questi enormi pietroni. La pendenza ad un tratto si impenna e ricomincia la tiritera a zig-zag che però non annoia mai dato ciò che mi sta intorno. 
“Ma dove sono finito? Ma guarda che ambiente!” è la frase che continuamente mi ripeto.
Il fondovalle, la Valle Aurina, è alle mie spalle, non so a questo punto quanti metri più in basso. Il sole ormai ha illuminato ogni angolo; solo sotto ad alcune rocce verso le quali mi dirigo persiste ancora un po’ d’ombra. Ma fa caldo, è una bella giornata.
Al termine anche di questa faticaccia mi ritrovo (questa volta davvero) in una conca lunare, nella quale anche i poveri licheni hanno mollato il colpo. Nulla sopravvive qua, se non qualche batterio. Pochi passi e giungo all’ultimo bivio nel quale ignoro la pista sulla destra che sale alla Großes Tor. 
Stop al carro, due minuti di pausa e contemplazione dello scenario, col Rifugio Al Sasso Nero ben in vista... là sopra, al termine di quell’ennesimo salto di roccia!
A questo bivio (Quota 2520 mt.) è pure il penultimo cartello esaustivo relativo a questo sentiero. Questa volta riporto esattamente ciò che trovo scritto:

“Caro alpinista,
sei quasi arrivato alla fine del cammino, ma il rifugio non è ancora visibile (si riferisce alla vecchia struttura, quello odierna lo è eccome! NdA). Non c’è ragione di gettar la spugna. L’ultimo pezzo è ancora faticoso e devi prestare cautela, ma i restanti 400 metri di dislivello sono vari, ben attrezzati e pericolosi solo in caso di intemperie. Puoi scegliere la salita se per la ferrata (Karnin), se non soffri di vertigini e sei sicuro del passo, oppure il percorso sul ghiacciaio, che da 2720 mt. di quota ti porterà fino al rifugio attraverso un sentiero attrezzato con corde d’acciaio e scalini. Ricordati però che ti trovi in una zona di alta montagna per cui devi essere adeguatamente equipaggiato. La fatica verrà ripagata grazie alla stupenda posizione del rifugio e il fantastico panorama che fa di questa gita un’indimenticabile esperienza.
Il gestore Günther.”

E ora, aggiungiamo un paio di informazioni in più. La prima è che Günther è il gestore del vecchio Rifugio Vittorio Veneto, che ora non c’è più e di cui tra poco spiegherò l’arcano. È lui che ha scritto e piazzato questi pannelli lungo il percorso, i quali, come accennato, a mio avviso rappresentano una lodevolissima iniziativa appartenente forse un po’ al passato e che purtroppo oggi si è persa. Come tutte le buone cose sane di un tempo, del resto.
La seconda informazione riguarda la Ferrata del Camino che nel 2017 è stata distrutta da una frana e, da allora, che io sappia, non è più stata ripristinata a causa di crolli continui. Non resta che la via sul ghiacciaio.

Nel tratto più difficile e spettacolare, guidato da Günther

Un breve tratto in falsopiano mi aspetta ora. Seguo sempre i segni di vernice tra queste pietraie. Strano, davanti e dietro di me non c’è più nessuno. Spariti tutti, mah!
Il famigerato ghiacciaio, la Vedretta di Rio Rosso, è a pochi passi e tra poco mi cimenterò con essa.
Oltrepasso la deviazione col sentiero n° 19, percorro un altro tratto di sentiero pietroso e giungo di fronte all’ultimo cartello di Günther. In questo vi sono riportate le caratteristiche tecniche della suddetta ferrata (non più esistente oggi) e del tratto ghiacciato, nonché qualche consiglio per la progressione. Io e il pannello ci troviamo a Quota 2680 mt.
Finalmente raggiungo i nevai e il ghiaccio. Tutto cambia, nuovo (maestoso) scenario. Spettacolo puro!
Alla mia destra è un bellissimo laghetto di fusione dai colori accesissimi. Nei dintorni, macigni enormi sono rotolati giù un po’ ovunque, il che mi porta sempre a “buttare un’occhio” a ciò che sta sopra la mia testa. Presso una grande roccia mi fermo e mi equipaggio con casco, piccozza e ramponi. Finalmente il mulo si alleggerisce!
Vedo i segni di vernice fin sul limitare della neve; da qui in poi, una bella traccia sul ghiacciaio porta alla base di uno sperone roccioso. La salita sul ghiacciaio è facile e la pendenza nemmeno troppa. Lo scenario che ammiro voltandomi è impressionante e devo più volte fermarmi a raccogliere la mascella. Ma per questo lascio la parola alle foto...
Miracolosamente, appena mi rivolto, mi compaiono, non molto distanti, un paio di persone, precedute a loro volta da un gruppetto di quattro individui. Fino a poco fa ero solo e ora qualcuno è intento in questa risalita... Misteri d’alta quota!
La cosa più incredibile, però, la vedo solo quando giungo alla base delle rocce, quasi verticali. Laggiù, sul ghiacciaio, una mega cordata di almeno 20 persone procede in fila indiana! Oh bella, ero seguito da tutta questa gente e non lo sapevo! Mah, secondo me, si è materializzata così, dal nulla...
Queste rocce sono impressionanti, bellissime e attendono solo che i miei piedi vi si posino sopra, molto attentamente eh! Via i ramponi e l’attrezzatura dunque (ma non il casco): in pratica torno mulo.
Subito, incontro un cavo d’acciaio ancorato a placche lisce, non difficili ma insidiose. I bolli bianco-rossi di vernice sono ovunque e hanno sostituito la classica segnaletica a strisce orizzontali. 
Un traverso a sinistra, poi uno a destra e via, si sale! Il passaggio chiave che richiede maggior cautela è una scaletta di ferro che risale un roccione verticale. Sono solo cinque pioli e il cavo a lato è sempre presente ma l’esposizione al vuoto qui un po’ c’è. Subito dopo, qualche piolo, poi ancora un traverso, un tratto esposto dove la neve persiste e ancora cavo d’acciaio. Al termine di questo le difficoltà sono finite e la traccia riprende il suo corso lungo rocce e sfasciumi “addomesticati”.
In cima allo sperone roccioso, la traccia scompare: gli ometti di pietra, i fari della montagna come li chiamo io, segnano la via. Il rifugio non è molto distante ma ancora qualche metro di salita rimane. Gambe e muscoli, soprattutto dopo la tensione lungo il tratto più delicato, iniziano la loro lenta protesta, guardandomi di traverso. Il fiato, invece, è ottimo.
Il Tribbachkopf (Punta di Rio Torbo) compare imponente di fronte a me. Lungo i suoi versanti sud e ovest, la Vedretta di Rio Torbo. Ancora un passo, ancora uno... finalmente sono arrivato! Quello che vedo è un grattacielo nero dal design ultra-moderno svettare verso il cielo. Un nido d’aquila dalla forma particolare che andrò a breve a spiegare.
Intanto, la fatica è finita, sono giunto quassù ancora integro (sempre si fa per dire...) e mi accingo a lustrarmi gli occhi col panorama davvero unico e tanto decantato. Anche qui, giudicate voi dalle foto. L’unica parte non visibile è quella nord, verso l’Austria e per la quale occorrerebbe rimontare ancora metri e portarsi in cima al Sasso Nero. Oggi però non è proprio il caso, meglio organizzarsi meglio e, se mai, tornare a pernottare. 
E poi, nemmeno il tempo di dirlo, ecco i primi nuvoloni che avvolgono la sua cima. Qualcuno è salito ma ciò che vedrà sarà il nulla.

Sembra di volare su queste montagne, vietato scendere!

Seduto comodamente all’esterno del rifugio, sgranocchio qualcosa, ancora allibito dalla vista e distraendomi di tanto in tanto con due cani “alpinisti” in cerca di cibo dagli ospiti della struttura. Quest’ultima è di forma alquanto strana, nerissima e verticale. Non passa di certo inosservata.

I lavori di costruzione del Rifugio Al Sasso Nero, a 3026 mt. di quota, sono iniziati nell’estate del 2016 e hanno richiesto parecchio, difficile lavoro. La struttura è stata ultimata nell’ottobre del 2017.
Come detto sopra, presenta una pianta esagonale irregolare. I piani fuori terra sono ben 4: la Stube o sala da pranzo dotata di finestre panoramiche al piano terra, il 1° e 2° piano con le camerate per gli ospiti e il 3° piano per l’alloggio dei gestori. I piani interrati, invece, sono 2: uno per i servizi igienici e i magazzini e uno adibito a locale tecnico. Il rifugio, di ultima generazione, è a impatto ambientale minimo, anche se durante la sua costruzione ha attirato numerose critiche.
L’opera sorge qualche metro più in alto rispetto al vecchio Rifugio Vittorio Veneto, inaugurato dal Club Alpino tedesco (sezione di Lipsia) l’8 agosto 1894 a 2922 mt. di quota. Al termine della Grande Guerra esso si trovò nei confini italiani e, nel 1921, ne prese possesso il CAI che però lo lasciò al suo abbandono. Venne riaperto e ristrutturato solo dopo la Seconda Guerra Mondiale e, negli anni a venire, ne prese possesso la polizia che lo adibì a un avamposto di frontiera militare. Nel 1978 passò al CAI di Brunico e venne gestito, per ben 40 anni, da Günther Knapp. Il rifugio fu poi smantellato e ricostruito, con altro nome appunto, qualche metro più sopra: Günther gestì per un anno anche questo prima di cedere il testimone.

Appollaiato sulla roccia mi godo fino all’ultimo istante tutto lo spettacolo che questo luogo offre, dai ghiacciai alle rocce e fino al fondovalle, ormai a chilometri di distanza. Laggiù, all’orizzonte, una catena di monti infinita e di cui ho già perso il conto. Un gruppo montuoso però lo riconosco molto bene: è la Marmolada! Incredibile, la vedo fin dal confine con l’Austria!
Quando qualche nube di troppo inizia a far capolino quasi fino al rifugio, capisco che è ora di levare le tende. Ma ormai è pomeriggio, comprensibile. Saluto quindi i miei amici quadrupedi alpinisti e inizio la lenta e lunghissima discesa che non farà altro che spaccare per bene quel che resta delle ginocchia. Ma, diciamolo, cosa sono un paio di queste in confronto alla montagna che sto vivendo? Alle gambe ora non lo dico, ma in cuor mio penso già di ripartire molto presto per altri scenari simili...
La lenta progressione (leggasi “il lento trascinarsi”) a valle la compio per il medesimo percorso di salita che non sto più a descrivere. Solamente, raccomando ancora una volta di porre massima attenzione lungo il tratto attrezzato, soprattutto in vista della scaletta aggettante un po’ il vuoto.
Sul ghiacciaio, là sotto, è festa grande ora. Almeno 50 persone sono impegnate in questa ascesa... che folla! Per restare in ambito cinematografico, su quel nevaio deve esserci una passaporta, non ci asono al tre spiegazioni!
Li incrocio poco dopo, notando che qualche fenomeno lo si incontra sempre; qualcuno sale senza attrezzatura, scivola alquanto e non ha nemmeno il casco. Decisamente se le vanno a cercare...
Sulla pietraia torna il bel sole, così mi fermo ancora lungo le sponde di quel bel laghetto di fusione. Non c’è fretta, ho tempo fino a sera. Mi risiedo sulle rocce a scaldarmi un po’, estasiato dai colori pomeridiani di questi monti.
Arriverò a Stallila alle 7 di sera, sfinito e provato, quasi ciucco ma con una gioia nel cuore senza pari. E chi si dimentica più di un posto simile?
Una salita da fare, almeno una volta.

Testi e foto di: Daniele Repossi

Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria

Il panorama mostruoso che si gode dal Rifugio al Sasso Nero verso le Alpi Aurine e fino alle Dolomiti