Il tragitto dell'escursioneSCHEDA TECNICA
Località e quota di partenza: Chiareggio (1622 mt.)
Località e quota di arrivo: Rifugio Tartaglione Crispo (1800 mt.), Rifugio Del Grande Camerini (2580 mt.)
Punto più elevato: Rifugio Del Grande Camerini (2580 mt.)
Dislivello positivo: 1121 mt.
Lunghezza del percorso: 11,1 km.
Coordinate punto di partenza: 46°18’51”N 09°47’01”E
Posizione: su di un pulpito naturale nel bosco il Rif. Tartaglione Crispo, alla Bocchetta Piattè di Vazzeda il Rif. Del Grande Camerini
Difficoltà: E/EE
Presenza di tratti esposti: sì.
Tempo di percorrenza totale: 6h 40’
Tipo di escursione: anello
Tipo di terreno incontrato: sterrato-erba-ghiaietto-aghi di pino-roccette-rocce con catene
Possibilità di ristoro: a Chiareggio e nei rifugi oggetto dell’escursione nei periodi di apertura (verificare)
Segnavia: bianco-rosso
N° del sentiero: 301 - 325
Acqua lungo il percorso: nei rifugi Tartaglione e Camerini (verificare aperture), all’Alpe Vazzeda Inf. e all’Alpe Sissone (fontanelle)
Stato del percorso: sentieri ben segnalati e in buone condizioni. Prestare attenzione nel tratto attrezzato in discesa su roccia verso la Valle Sissone
Periodo: da fine giugno a metà settembre
Panorama: davvero unico dall’inizio alla fine del viaggio sulla Valmalenco, la Val Sissone e soprattutto verso il Monte Disgrazia
Attrezzatura particolare richiesta: nessuna oltre la normale dotazione da escursionismo
Discesa: ad anello lungo la Val Sissone
Tappe del percorso: Chiareggio (Pian del Lupo) - Forbesina - Alpe Laresin - Rif. Tartaglione Crispo - Pian dei Vitelli - Alpe Vazzeda Inferiore - Alpe Vazzeda Superiore - Rifugio Del Grande Camerini - Alpe Sissone - Alpe Laresin - Forbesina - Chiareggio (Pian del Lupo)
L'ITINERARIO IN BREVE
Dal parcheggio di Pian del Lupo a Chiareggio (1622 mt.) si imbocca verso ovest il Sentiero n° 301 che in breve si porta verso Località Forbesina (20 min.). All’evidente bivio con la prosecuzione del suddetto sentiero ci si tiene sulla sinistra e, in breve tempo, si giunge tra le case diroccate di Forbesina. Sempre seguendo la traccia, si superano le baite e, costeggiando in piano il torrente della Valle Sissone, si giunge comodamente all’Alpe Laresin (1720 mt., 10 min.). Da qui si svolta a destra iniziando a risalire qualche rampa nel bosco lungo il Sentiero n° 325, fino a giungere al Rifugio Tartaglione Crispo (1800 mt., 20 min.). Il sentiero prosegue alle spalle del rifugio, rimonta qualche altro metro di dislivello per poi affrontare un lungo ma piacevolissimo tratto nel bosco che taglia la montagna, fino a giungere al bivio posto poco prima dell’Alpe Vazzeda Inferiore (1832 mt., 50 min.). Senza passare dall’alpeggio, si prosegue sul Sentiero n° 301 che sale da Pian del Lupo (qui avviene il ricongiungimento) e si insiste in salita fino all’Alpe Vazzeda Superiore (2025 mt., 30 min.). Poco oltre questo alpeggio si arriva ad un bivio nel quale si tralascia a destra la traccia che sale in Val Bona per prendere a sinistra la via corretta verso il Rifugio Camerini. Dopo un buon tratto che passa dal bosco ai pascoli e da questi alle prime roccette, si arriva a destinazione, Rifugio Del Grande Camerini (2580mt., 2h). Per la discesa si compirà un anello. Scendendo dritti lungo la dorsale del Monte Mottuccio si arriverà ad un punto con un’evidente (e unica) pista sulla destra che scende un salto di roccia (catene) e prosegue sul n° 301 fino ad un bivio. Ci si tiene ora a sinistra lungo il Sentiero n° 325 che in decisa discesa passa prima per l’Alpe Sissone e poi prosegue lungo bei prati fino ad entrare in un canalone spettacolare che si affronterà a zigzag su sentiero facile ma ripido. Superato questo punto si prosegue in discesa prima su prati e poi per boschi fino a scendere in Val Sissone dove, dopo aver costeggiato per pochi minuti il torrente omonimo, ad un bivio ci si terrà a destra per ritornare all’Alpe Laresin e da qui ripercorrere i passi fatti all’andata per giungere nuovamente a Pian del Lupo (2h 30’).
AL COSPETTO DEL DISGRAZIA TRA BOSCHI, ALPEGGI E RIFUGI - (DEL 24/07/2018)
La salita davvero incantevole al Rifugio Tartaglione Crispo
Che valle, che luogo! Per un attimo mi chiedo se stia sognando. No, è tutto vero. Sono proprio in Alta Valmalenco, a Chiareggio e già da qui ciò che vedo attorno a me è semplicemente sbalorditivo. In un cielo che più azzurro non si può si stagliano vette imponenti, magnifiche; si elevano da vallate altrettanto stupende, adorne di prati, pascoli e boschi bellissimi. Non so più dove guardare, in ogni direzione rimango estasiato da infiniti capolavori della natura. Un luogo remoto dove regna il silenzio e la natura è ancora la vera protagonista (certo, evitate se potete i weekend in alta stagione...). Un’unica stradina stretta conduce qui (e d’inverno ci si arriva solo in motoslitta o a piedi). Non ci sono folle, rumori o impianti di risalita. Un posto adatto per tutti i tipi di escursionismo e alpinismo. Percorsi più facili conducono a luoghi e rifugi più bassi ma per questo non meno spettacolari di quelli posti a quote più elevate. Qualunque sia il tipo di percorso intrapreso, un monte in particolare ci osserverà di continuo dai suoi 3678 metri. Il Disgrazia, nome che deriva non da un evento funesto ma dal toponimo lombardo “Des’giascia” cioè “Disghiaccia”. Sono appena arrivato a Pian del Lupo e qui ho lasciato l’auto, pronto a partire per un’avventura che si preannuncia piuttosto lunga ma, spero, super pazzesca. Mi sono proposto di toccare ben due rifugi quest’oggi, il Tartaglione e il Del Grande Camerini, che ho “infilato” in un anello pensato studiando la mia fidata cartina topografica. La giornata è perfetta, il panorama dovrebbe essere assicurato durante il percorso. In effetti, come detto, un grandissimo spettacolo lo sto godendo anche da qui, pur non avendo ancora mosso un piede. Il Del Grande Camerini lo vedo già. Eccolo lassù, appollaiato lungo la dorsale est della Cima Vazzeda, un immenso torrione roccioso che si eleva dal nulla di fronte a me. “Uhm... un po’ di strada fino a là ci sarà di sicuro” mi dico, “meglio non cincischiare troppo”. Dal Pian del Lupo mi incammino a passo lento seguendo le indicazioni qui presenti, ossia lungo la traccia n° 301 che porta sulle pendici della suddetta montagna. La prima meta è Forbesina, a venti minuti da qui. La strada è sterrata ma in piano, zero sforzo, zero fatica. Mi lascio andare, mi lascio cullare dal sole e dal paesaggio. Arrivo ben presto all’ombra delle prime conifere e, poco dopo, ad un bel ponticello sul Torrente Mallero. Qui tralascio la salita diretta all’Alpe Vazzeda Inferiore e Superiore e infilo la pista a sinistra che conduce proprio a Forbesina, uno sparuto gruppo di baite di cui alcune ormai ridotte a rudere. Oltrepasso la spianata per continuare dolcemente lungo il Torrente della Valle Sissone che scorre lento alla mia sinistra. Pochissimi minuti e sono all’Alpe Laresin, crocevia di sentieri. Le indicazioni non mancano a quanto vedo, così che per sbagliare strada occorre proprio volerlo! La numerazione del sentiero qui cambia e dal n° 301 ora proseguo per il n° 325. Il tratto pianeggiante è finito e, all’ombra di un bel bosco, inizia la prima salita verso il Rifugio Tartaglione. La salita è davvero piacevole, all’ombra e mai faticosa. L’arrivo al rifugio è anticipato da una simpatica porticina in un tronco d’albero che invita proprio ad entrare in un altro mondo, quello più puro e genuino, quello dei silenzi e della montagna. Una sosta in questa struttura è doverosa. Dalla terrazzina del rifugio, inoltre, mi godo un magnifico panorama sull’Alta Valmalenco dove a cingerla, in lontananza, spiccano la Sassa d’Entova, il Pizzo delle Tre Mogge e il Pizzo Malenco. Insomma, raggiungere questo posto è meglio che essere in una cartolina!
Cima Vazzeda e Rifugio Del Grande Camerini visti dal Pian del Lupo
Il Rifugio Del Grande Camerini visto da Pian del Lupo
Forbesina
Il Rifugio Tartaglione Crispo
Il Disgrazia visto dal Rifugio Tartaglione CrispoL’affascinante e magica traversata all’Alpe Vazzeda Superiore
La gita è ancora lunga e un po’ di dislivello è ancora da “buttare giù”. Anzi, “su” per dirla tutta. Vorrei restare qui tutto il giorno ma le gambe si sono già mosse da sole, tanto che il cuore e l’anima, lasciati su quel terrazzino, devono affrettare il passo per ricongiungersi con esse! A nord-ovest del rifugio parte dunque la traccia che porta agli alpeggi di cui il titoletto, così che mi ci butto con un bel salto. Uno solo però, dato che la salita è appena cominciata. Fortunatamente cammino sempre all’ombra di un bosco che, se possibile, qui incanta chiunque. Inizio proprio a respirare il profumo della natura, l’ambiente isolato e solitario; inizio a concentrarmi sui rumori del bosco, gli scricchiolii di qualche ramo che si spezza, di un cinguettio, di un picchio intento a sforacchiare il legno. E, per fortuna, non incontro folle di persone, tutt’altro. Sono solo io e il bosco. L'unico su questo pendio che si eleva fin sulla punta Vazzeda. Salgo sempre di più, un passo dopo l’altro, lento ma costante. Dopo una lunga rampa verso ovest, una svolta mi riporta verso est, all’inizio sempre in salita e poi, gradatamente in piano. Ogni tanto una finestra nel bosco mi spara in faccia uno scorcio di panorama, in questo caso i pascoli e le rocce del Monte dell’Oro. Oltrepasso la località segnata come Pian dei Vitelli, senza più fatica ma lungo un sentiero incredibile, una lingua grigio-rossa che serpeggia su questo versante. Continuo così per un bel po’, con qualche saliscendi ed alcune piccole discese, fino a ricongiungermi col Sentiero n° 301 che sale diretto da Pian del Lupo. Qualche metro ancora e poso i piedi su di un simpatico ponticello di legno posto poco prima del bivio per l’Alpe Vazzeda Inferiore. Anche questo luogo è davvero unico, un appassionato di fotografia potrebbe sbizzarrirsi ed andare a nozze. Il pendio alla mia sinistra, al contrario, è un po’ spoglio e desolato: molti alberi divelti, tronchi spaccati, segno evidente dell’azione di qualche valanga o fulmine. Al suddetto bivio tralascio sulla destra il sentiero per l’Alpe Monterosso e seguo sempre le indicazioni che, in salita più decisa questa volta, portano all’Alpe Vazzeda Superiore. Trenta minuti da qui non sono poi molti, dai. Il bosco è finito poco prima del ponte e ora davanti a me si estendono prati e pascoli. Solo qua e là, in forma quasi nana spuntano isolati gli ultimi abeti. Il sole splende e la temperatura aumenta un po’ ma in compenso la quota (già quasi 2000 mt.) fa sì che il clima si mantenga sempre assai gradevole. Davanti a me il sentiero si inoltra nella bassa vegetazione verso un salto roccioso dal quale scendono numerosi rivoli d’acqua. Per un attimo penso: “Che salto incredibile e che salita sarebbe se l’Alpe Vazzeda Superiore si trovasse proprio in cima ad esso!”. “Ma no, magari è più verso destra, lungo un percorso più soft” continuo tra me e me tenendo sempre un passo calmo e godendomi questi scenari maestosi. La realtà mi si para davanti poco dopo; altro che verso destra e pendio soft, la salita tira dritto come un mulo a fianco le roccette! Va beh, dai, avanti! Boschi immensi mi circondano e ora anche qualche cima mi ripaga dello sforzo. Alle mie spalle iniziano a comparire le prime propaggini del Disgrazia; finalmente! Con esso, direttamente di fronte ma molto più in basso ecco anche la Val Ventina coi rifugi Gerli-Porro e Ventina. Su di un terrazzino erboso, dopo qualche curva e contro-curva, un cartello solitario posto nel nulla mi indica la direzione, verso un salto roccioso non difficile da superare ma che mi fa notare il cambio di scenario quasi brusco: si passa dalla media all’alta montagna. Da qui al Rifugio Del Grande Camerini mancano circa due ore. Superato il balzo di roccia uno spettacolo da fiaba mi accoglie e mi da il benvenuto, con una buona vista sulla Valle del Muretto alla mia destra e, di fronte a me, estesi pascoli in fiore nei quali l’epilobio (Epilobium angustifolium) la fa da padrone, tingendo tutto di lilla. Wow!!! Ma il vero teatro appare alla mia sinistra dove dall’immenso balzo roccioso che vedevo da sotto scende un gran numero di cascate e, sopra di loro, la Cima Vazzeda che sembra toccare il cielo. Mi sento meno che una formica! Tanto per fare un esempio, per riuscire a vederne la punta mi tocca alzare proprio tutta la testa. Ai piedi delle rocce si vede proprio una linea, quasi netta, dove anche l’erba molla il colpo e lascia il posto alle rocce e ai nevai residui. Distratto come sono nel guardare a destra e a sinistra non mi accorgo di essere a mia volta guardato. Chi lo fa è un curiosone poco distante da me, solo qualche metro, ma io mica l’avevo notato. È bellissimo e davvero buffo, con un orecchio su e uno giù. Eccolo qui, un magnifico asino a cui presto se ne affianca un altro! Sono circondati dal lilla degli epilobi e non smettono di fissarmi. A loro sembrerò forse un alieno? Magari alieno no, ma un po’ matto sì. Secondo me hanno capito le mie intenzioni escursionistiche e la mia meta e in questo momento stanno ridendo; quell’orecchio abbassato sembra dirmi proprio questo!
La prima rampa nel bosco alle spalle del Rif. Tartaglione Crispo
Il ponticello poco prima dell'Alpe Vazzeda Inferiore
Il salto roccioso da rimontare sulla destra
All'Alpe Vazzeda Superiore
Conversazione interessante con un simpatico asinello
Il panorama verso la Val VentinaDai pascoli alle alte quote col cuore che batte forte forte!
La meta finale, il termine della mia ascesa la vedo bene dal punto in cui mi trovo. Il rifugio Camerini si staglia nel cielo proprio su quella dorsale rocciosa che scende dalla Cima Vazzeda. Inconfondibile, le sue bandiere e banderuole sventolano come non mai! Dall’Alpe Vazzeda Superiore mi aspetta quindi ancora un piccolo (si fa per dire) sforzo. Rimonto adagio qualche altra curva di dislivello più o meno diretta, fino ad una decisa svolta verso sud. Ora di fronte a me c’è solo un lungo tratto a mezzacosta con pendenze decisamente più gradevoli. In lontananza, la cresta rocciosa e in particolare l’incavo dove è ubicato il rifugio anticipa la visione pazzesca sul Monte Disgrazia, coi suoi ghiacciai e la sua massa rocciosa che non lasciano scampo agli occhi. Ipnotizzato, fisso anche questa cartolina! Tutta la fatica scompare, le gambe tornano quasi come nuove. Se possibile rallento ancora il passo, in modo che l’ultima parte del viaggio non finisca troppo presto. Che fretta ho di “tirare”? “Ma guarda che meraviglia, pazzesco”. Un po’ più avanti giungo ad un guado che mi fa anche fare un po’ stretching alle gambe, dovendo decisamente allungarle per non finire col piede dentro. Ma che spettacolo e che varietà di ambienti! Non vorrei nulla di meno da un percorso simile! Un altro tratto, altre foto cartolina, poi nuovo un guado un po’ più semplice del precedente. Lentamente salgo e quasi non mi accorgo. Qui, come dicevo, le fatiche scompaiono, troppo distratti da ciò che ci circonda. Arrivo proprio sotto al rifugio, ai piedi delle rocce sulle quali è adagiato. È l’ultimo sforzo, l’ultimo tratto su roccette da affrontare prima di toccare con mano le pietre della struttura e le famose ante rosse delle finestre il cui colore spicca persino dal Pian del Lupo. È fatta e ora posso finalmente godermi lo show che ho davanti a me, ossia il massiccio del Disgrazia. Qui mi siedo e per almeno un’ora nessuno mi schioda più! Il panorama a 2580 mt. è di prim’ordine: di fronte il Disgrazia col suo ghiacciaio alquanto tormentato, il Pizzo Ventina, il Monte Pioda, la Cima Centrale di Chiareggio, la Cima del Duca, il Pizzo Scalino (più in lontananza). Più defilati il Monte del Forno, la Valle del Muretto e, alle spalle del rifugio, la rocciosa Cima Vazzeda. Cosa volere ancora oltretutto con questa giornata luminosa? Approfitto della mia pausa per riportare qualche informazione storica di questo rifugio:
La struttura venne costruita nel lontano 1937 da amici appassionati di montagna e dedicata a Mario Del Grande e Remo Camerini che, nel 1936 dalla Punta Rasica il primo e nel 1926 dalla Grigna Meridionale il secondo, precipitarono trovando purtroppo la morte. Più volte ristrutturato e sistemato, l’edificio era però piccolo (quasi un bivacco), i posti limitati e il turismo in aumento. Alla metà degli anni ‘80 del secolo scorso il numero di escursionisti era ben diverso da quello che poteva riscontrarsi nel 1937. Venne quindi prima ceduto al CAI di Milano che poi lo diede al CAI di Sovico i cui soci si impegnarono a gestirlo con cura. La struttura migliorò col passare del tempo e arrivò ad avere fino a 8 posti letto e un angolo dove poter cucinare. Negli anni successivi ci fu un piccolo ampliamento che portò l’installazione di un deposito esterno, l’implementazione del telefono e di un bagno interno, un locale per i gestori e una cucina più efficiente. Nel 2012 venne realizzato anche un bagno esterno e un bivacco invernale. Oggi rimane uno dei pochi esempi di rifugio che sebbene gli anni abbiano portano alcune migliorie e un piccolo ampliamento, questi non hanno minimamente intaccato la forma e il volume della struttura, così come lo spirito con il quale all’inizio si costruivano i rifugi in montagna; ossia un piccolo locale spartano, tipico, che si integra perfettamente nell’ambiente circostante e non lo deturpa, al contrario di moderni hotel a cinque stelle che si vogliono per forza realizzare oggi.
Poco sotto il Rifugio Del Grande Camerini
Un guado un pochino problematico
La salita continua verso il Rif. Del Grande Camerini
Gli ultimi passi prima del Rifugio Del Grande Camerini
Il Disgrazia visto dal Rifugio Del Grande Camerini
Dal Rifugio Del Grande Camerini
Primo piano sul Monte DisgraziaL’avventurosa e sublime discesa verso valle, un’esperienza alquanto particolare!
Ebbene sì, il sole se ne è quasi andato. Una massa nuvolosa (innocua per fortuna) ha oscurato lentamente l’astro più luminoso, creando ovunque giochi di luce ed ombra davvero suggestivi. Le montagne stanno lentamente mettendo il cappello e ciò mi fa capire che è ora di avviarmi verso valle. Il fondovalle già lo vedo dal rifugio ma quanto è lontano! Di fronte a me, in linea d’aria con la struttura e un poco più in basso si innalza come una scaglia di dinosauro una roccia (un monticello) davvero particolare: è il Monte Mottuccio che divide in due, di fatto, il percorso di discesa. Stando sulla sinistra ritornerei a valle per il percorso di andata. Portandomi a destra, invece, proverei l’intrigante discesa verso la Valle Sissone. Siccome quando posso cerco sempre di sviluppare un anello, opto per questa seconda soluzione. Il Monte Mottuccio è sostanzialmente il prolungamento della dorsale est della Cima Vazzeda ma dritti proprio non si può passare essendo esso fatto a scaglia e presentando una cresta rocciosa sottile e affilata. Il sentiero di discesa, sempre il n° 301 per ora, si porta fin sotto tale scaglia per poi deviare bruscamente verso destra e l’Alpe Sissone. Mi abbasso quindi lentamente per qualche metro lungo la dorsale con un sorriso stampato che più grande non si può. “Ci credo”, mi dico, “guarda dove mi trovo e in che scenario! Ora sto addirittura camminando sul filo della dorsale, ai piedi di questo montucolo dalla forma bizzarra e che nasconde solo in parte il panorama di fronte, la Val Ventina e la Valmalenco!” Sembra di muoversi camminando nell’aria, sembra di volare! Ad un tratto, assorto nei miei pensieri, incontro una coppia con un cane lupo che mi ferma e mi chiede per la discesa lungo questo versante. Io, che ho già visto ciò che mi aspetta tra poco, rispondo loro che col cane non è possibile, meglio che ritornino per la via ordinaria, verso l’Alpe Vazzeda. Tra qualche metro, un importante salto di roccia costringerà infatti a girarsi verso monte per scendere un tratto attrezzato con catene; una disarrampicata non proprio fattibile per un cane lupo. Dopo i saluti giungo infatti al punto più tecnico del percorso. A vedere il tutto da quassù sembra un salto importante ma in realtà, pur essendo piuttosto verticale, con la dovuta calma e attenzione non pone particolari problemi e non richiede attrezzatura. Solo quando i miei piedi ritoccano il suolo qualche metro più in basso capisco di aver fatto bene a consigliare alla coppia di non passare per questo punto. A vedere il passaggio da qui fa un po’ più impressione e di certo un cane su questi 30 metri circa si sarebbe fatto sicuramente male. Sono dunque di nuovo coi piedi ben saldi sull’erba e mi accingo a seguire il sentiero che vedo zigzagare verso valle attraversando prati lungo un pendio piuttosto ripido. Un ultimo saluto al Disgrazia e a tutte le meraviglie che mi circondano e via! Dopo qualche metro giungo ad un bivio nel quale tengo la sinistra. Il numero del sentiero cambia e diventa il n° 325. Poco più in basso tocco l’Alpe Sissone composta perlopiù da qualche baita diroccata e, credo, non più monticata. Mi abbasso lentamente sempre più: ora la traccia torna verso est e si affaccia, senza esposizione, verso la Valle Sissone. Cammino sull’erba morbida con un panorama da urlo verso la Valmalenco che vedo di fronte a me. Non c’è nessuno, non uno che scende o sale. Oggi la montagna è tutta per me. Passo sotto protuberanze rocciose impressionanti, taglio per prati bellissimi e fioriti dove qua e là cominciano a spuntare i primi abeti isolati. Dopo un tratto a mezza costa verso nord arrivo all’ennesimo punto spettacolare di questo percorso. Rimango sorpreso e spiazzato, una discesa così bella e “wild” non ricordo di averla mai fatta. Sono praticamente a monte di un canalone erboso-roccioso ripidissimo, un colatoio chiuso da pareti rocciose verticali impressionanti. Nel mezzo, io. Davanti a me, una pista che, non si sa come, scende per il suddetto canalone in modo pazzesco. Rimango fermo, in piedi, stupito. Infatti, in un primo momento non credo affatto si possa passare da qui. Penso di aver sbagliato strada, di trovarmi in un vicolo cieco e costretto a ritornare sui miei passi per cercare una via migliore. Ma i miei occhi non si staccano dalla bellezza di questo canalone che attrae e mi chiama. In ogni caso guardo e riguardo la mia cartina: no, il percorso è giusto, non ho sbagliato. Scendo dunque un passetto alla volta, pensando prima o poi di trovarmi di fronte ad un salto roccioso non praticabile. Ma la temuta scena non si verifica. Continuo a scendere e il sentiero, curva dopo curva, si abbassa con una sinuosità impensabile. Non vi sono parole per descrivere l’esperienza di una discesa circondato da queste rocce che sembrano opprimere ma che invece guidano i propri passi. E l’esperienza, l’emozione di passare di qui, bisogna viverla. Sono ormai a metà canalone, rallento. Il percorso dall’alto non sembrava ma è davvero facile, sempre escursionistico. Scendo ancora ma un po’ mi dispiace, non vorrei mai finisse così presto la discesa. Ai piedi delle rocce la pista svolta di nuovo verso est, in un tratto un po’ esposto ma che lascia senza fiato per la bellezza dei monti che mi circondano. La traccia è comunque piuttosto larga e, a meno di non soffrire attacchi di panico, è alla portata di tutti a livello di vertigini. Oltre questo punto sono di nuovo nel bosco, a mezza costa, tra larici ed abeti. Manca poco al fondovalle, solo un altro paio di zig-zag in questo bosco bellissimo. La gita è quasi giunta al termine, purtroppo. Giunto a lambire il torrente Sissone, non mi resta che portarmi verso Pian del Lupo. Un bivio poco più avanti mi porta a tenere la destra (a sinistra risalirei verso il Rifugio Tartaglione Crispo), fino all’Alpe Laresin. Da qui al parcheggio è cosa da nulla in quanto ripercorro la stessa via dell’andata. Ma, vi dico, ci metto molto a giungere a destinazione. Non voglio andarmene da qui, i piedi e tutto il resto si rifiuta di tornare. Ripenso ai momenti lassù, ai panorami, agli alpeggi con i miei amici asinelli (si chiederanno credo che fine abbia fatto), ai rifugi e, in ultimo, alla discesa incredibile che mi ha davvero fatto battere il cuore. Questo viaggio mi ha davvero arricchito portandomi una gioia, una pace e una tranquillità nell’anima come non mai. Me lo sentivo che sarebbe stato particolare questo viaggio e tutto è stato confermato. Un’escursione da non mancare per nessun motivo.
Il Monte Mottuccio e la discesa per la Val Sissone (dx)
Panorama verso Chiareggio e l'Alta Valmalenco
La via di discesa lungo la dorsale del Mottuccio
Il tratto attrezzato visto dall'alto
Il tratto attrezzato visto dal basso
Sotto al Rifugio Del Grande Camerini, in Val Sissone
Un punto estremamente panoramico
Nel mezzo del canalone
Nel bel mezzo del canalone
Il tratto esposto del percorso, dopo il canalone
La discesa tranquilla nel bosco verso l'Alpe LaresinTesti e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria.