RIFUGI CASINEI, BRENTEI, ALIMONTA, CASCATE DI VALLESINELLA

Un percorso ultra famoso e un classico che si sviluppa nel cuore delle Dolomiti di Brenta e che non avrebbe bisogno di presentazioni, se non fosse per la variante di rientro lungo il Sentiero Riccardo Violi, tecnico e non alla portata di tutti, ma che consente di compiere un magnifico e appagante anello in ambienti selvaggi e fuori dalle rotte più battute. Data la lunghezza, il percorso qui proposto può anche essere spezzato in più giorni (o accorciato ovviamente). Se si esclude il ritorno per il Sentiero Violi (evitabile comunque) che richiede attrezzatura da ferrata, passo fermo ed esperienza, le tracce non presentano difficoltà di sorta. Dal Rifugio Casinei al Rifugio Brentei si cammina un po’ in esposizione con alcuni tratti facili assicurati dal cavo e una galleria che non richiede la frontale (attenzione solo ad eventuali nevai residui). I suddetti passaggi tra le rocce sono assolutamente spettacolari e si snodano nel cuore delle montagne non a torto definite le più belle del mondo. I sentieri verso il Rifugio Alimonta e quello in discesa alle Cascate Alte di Vallesinella non presentano difficoltà; il cammino avviene per lo più su pietraie facili nel primo caso e su sentieri ben tracciati che presentano ponticelli in legno larghi e stabili il secondo. La strada comunale che dalla Loc. Palù di Madonna di Campiglio giunge all’Hotel-Rifugio Vallesinella (5 km, parcheggio a pagamento), viene generalmente chiusa alle auto nei periodi estivi e invernali. Si consiglia di informarsi preventivamente circa la possibilità di usufruire di navette apposite. In questi periodi è comunque possibile raggiungere il Rifugio Vallesinella a piedi o in bici; in tal caso, tra andata e ritorno, alla lunghezza dell’anello qui descritto andranno aggiunti 10 km.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: Rifugio Vallesinella (1513 mt.)

Località e quota di arrivo: Rifugio Alimonta (2580 mt.)

Punto più elevato: Rifugio Alimonta (2580 mt.)

Dislivello positivo: 1152 mt.

Lunghezza del percorso: 17,2 km.

Coordinate punto di partenza: 46°12’24”N 10°51’05”E

Posizione: i rifugi descritti si trovano sul versante occidentale delle Dolomiti di Brenta, verso Madonna di Campiglio. L’accesso avviene dalla Loc. Palù di Madonna di Campiglio, in direzione di Vallesinella.

Difficoltà: E/EE

Presenza di tratti esposti: si.

Tempo di percorrenza totale: 7h 45’

Tipo di escursione: anello.

Tipo di terreno incontrato: sterrato-terra-ghiaia-legno-radici-erba-rocce-roccette-ghiaia fine-neve residua.

Possibilità di ristoro: nei vari rifugi, durante i periodi di apertura (verificare).

Segnavia: bianco-rosso.

N° del sentiero: 317, 318, 323, 391, 317B

Acqua lungo il percorso: nei vari rifugi, quando aperti.

Stato del percorso: i sentieri descritti, al momento di questa stesura, sono ben tracciati e segnalati. Il Sentiero R. Violi è ora attrezzato, mentre al momento della mia percorrenza (vedi articolo) era privo di qualsiasi staffa, piolo o fune metallica.

Periodo: in assenza di neve. Sconsigliati i più caldi mesi estivi e i weekend, presi d’assalto dal turismo di massa.

Panorama: superlativo verso le principali cime delle Dolomiti di Brenta, verso la Valle di Campiglio e fino alla Presanella.

Attrezzatura particolare richiesta: nessuna. Utili i ramponcini per gli eventuali (pochi) metri di neve residua nei pressi di un canalone che si incontra poco prima del Rif. Brentei. Il Sentiero Violi richiede il kit da ferrata.

Discesa: chi ha esperienza di sentieri attrezzati o ferrate non avrà problemi a percorrere il Sentiero Violi (considerato oggi non difficile), che parte poco sotto il Rifugio Brentei. Gli altri potranno tornare dal sentiero percorso all’andata fino al Rifugio Casinei e da questi scendere per il sentiero n° 317B che conduce, più sotto, alle Cascate Alte di Vallesinella, e da qui rientrare al punto di partenza.

Tappe del percorso: Rifugio Vallesinella - Bivio Vallesinella di Sotto - Rifugio Casinei - Bivio Valle del Fridolin - Rifugio Maria e Alberto ai Brentei - Rifugio Alimonta - Rifugio Maria e Alberto ai Brentei - Bivio Sentiero R. Violi - Rifugio Casinei - Cascate Alte di Vallesinella - Rifugio Vallesinella

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dal Rifugio Vallesinella (1513 mt.) si segue ancora per un tratto la strada che, proseguendo, conduce a Malga Vallesinella di Sotto, per poi imboccare sulla destra il sentiero n° 317 in direzione del Rifugio Casinei. Si supera un bel ponticello di legno, iniziando poi a risalire un bel bosco fino a giungere a destinazione (Rif. Casinei, 1850 mt., 1h). Alle spalle della struttura un grosso bivio è anche un crocevia di sentieri. Seguendo le indicazioni, ci si incammina lungo il Sentiero Bogani (n° 318) che conduce al Rifugio Brentei e alle più distanti cime e bocchette del Brenta. All’unico bivio che si incontra un poco più avanti, si tralascia la deviazione sulla sinistra per il Sentiero del Fridolin (n° 328, 1h 45’) verso i Rifugi Tuckett e Sella e si procede sempre dritto, con vista superlativa sulle Dolomiti del Brenta e sulla Presanella. Il Sentiero Bogani porta un po’ in esposizione ma non vi sono pericoli essendo sempre piuttosto largo, protetto e in alcuni punti attrezzato. Si entra nel tratto più spettacolare del cammino, passando su cenge di roccia protette ed assicurate dal cavo metallico. Poco oltre si passa letteralmente attraverso la roccia in una specie di forra e dentro brevi gallerie per le quali non è richiesta la frontale. Si continua tagliando grandi ghiaioni per i quali è richiesta solo un minimo di attenzione in caso di presenza di neve anche in estate (utili i ramponcini). Al termine di questi si arriva al Rifugio Ai Brentei (2182 mt., 2h 45’). Dal rifugio verso est parte il sentiero n° 323 che, per pietraie e grossi massi, conduce in poco più di un’oretta al Rifugio Alimonta (2580 mt., 4h 10’) dal quale si ammirano dal basso i campanili del Brenta e gli Sfulmini. Il ritorno al Rifugio Ai Brentei avviene per lo stesso itinerario (5h). Giunti di nuovo al Brentei, l’unico sentiero escursionistico che ritorna al Rifugio Casinei è quello descritto all’andata (n° 318). Chi fosse esperto e se la sentisse potrà percorrere invece il Sentiero R. Violi (n° 391) che oggi è stato messo in sicurezza e attrezzato come una via ferrata (obbligo di casco, imbrago e longe). Dal Rifugio Casinei (6h 40’) infine si ritornerà al parcheggio di Vallesinella scendendo per il Sentiero dell’Orso (n° 317B), attraverso il bosco. Al bivio che si incontra poco prima di giungere a Malga Vallesinella di Sopra (7h), ci si abbassa lungo la traccia sulla sinistra per percorrere il sentiero delle Cascate Alte di Vallesinella e, quindi, seguendo sempre la via, ritornare al punto di partenza (7h 45’).

 

LA POTENTE MAGIA DELLE DOLOMITI DI BRENTA - (DEL 28/06/2011)

La quiete prima della tempesta - Passeggiata tranquilla al Rifugio Casinei

Non è questa la prima volta che mi inoltro nelle Dolomiti di Brenta e in particolare al Rifugio Brentei. La primissima escursione risale ormai ad un periodo in cui non esisteva nemmeno la fotocamera digitale, ma solo quella con il classico rullino. Che tempi! È questa però la prima volta che provo a “programmare” un giro più lungo che tocca vari rifugi e punti di interesse, non ultimo le meravigliose cascate di Vallesinella.
Non so bene dove mi porterà il mio cammino quest’oggi; so solo che lassù, tra le Dolomiti di Brenta, c’è un rifugio che non è sfuggito ai miei occhi. E’ uno dei più famosi del Brenta; il Rifugio Maria e Alberto ai Brentei è stato gestito dal 1949 ai primi anni del 2000 dal “Custode del Brenta”, com’era definito; l’alpinista italiano Bruno Detassis. Apprendo con immensa curiosità che in questi anni ha aperto numerose ed impegnative vie di arrampicate: la Nordest del Crozzon di Brenta e la Nordovest del Croz dell’Altissimo sono solo 2 delle 200 vie aperte da lui, di cui 70 solo sul Brenta. 
Tutte col suo carisma e la sua filosofia: “L’alpinismo è salire per la via più facile, tutto il resto è acrobazia”. 
Poco più in alto scorgo sulla cartina un altro rifugio, l’Alimonta. Lo studio con timore pensando che sarà già un miracolo se arriverò al Brentei partendo da così distante. Ma, in fondo, in questo rifugio sono già stato, lo ricordo bene. Per cui se la prima volta è andata bene, non vedo perché non dovrei arrivarci in questa giornata.
A Madonna di Campiglio è una splendida giornata di sole e io non perdo tempo. È mattina presto e tra poco la strada che dalla Loc. Palù porta al Rifugio Vallesinella, punto di partenza dell’escursione, chiuderà al traffico. Raggiungo questa struttura in tempo e da lì mi preparo a partire.
La meta più breve e ambita sono le vicinissime Cascate di Vallesinella, che mi riservo di visitare sulla via del ritorno, gambe permettendo: almeno le cascate Alte, dato che quelle di Mezzo sono in direzione opposta al Rifugio Vallesinella e occorre una breve deviazione apposita... vedremo!
Dal parcheggio mi dirigo ancora per pochi metri lungo la strada che si abbassa verso la Malga Vallesinella di Sotto; qui, un bivio indica due percorsi. Ignoro il n° 382 alla mia sinistra e proseguo dritto lungo il n° 317, in direzione del Rifugio Casinei e di un pendio boscoso bellissimo. Più che un bosco sembra un parco di sequoie gigantesche, di quelle che si vedono solo nei documentari inerenti i parchi americani. Ecco, qui le sequoie sono state sostituite da abeti altissimi e talmente fitti che all’apparenza paiono impenetrabili. 
Il sentiero scende leggermente verso un bel ponticello di legno che attraversa il Sarca di Vallesinella e, subito oltre, inizia lentamente a risalire per gradini questo versante. La bellezza di questi ambienti è disarmante; i raggi del sole che riescono a filtrare creano giochi di luce e ombre pazzeschi. Essendo ancora presto, non incontro nessuno: il bosco è tutto per me, la pace e il silenzio totali.
Gradino dopo gradino risalgo a tornanti questo pendio, superando in un punto anche un ponticello di legno piccolo e decisamente traballante. Beh, più che un ponticello, sono due assi di legno unite insieme...
La salita è piacevolissima e incantevole, talmente tranquilla che non mi accorgo di esserne già arrivato al termine.  Ad un tratto il bosco termina e io mi ritrovo in una piccola e verdissima radura ai piedi di una bella casetta di montagna. Che sia quella di Heidi? Uhm... non ci sono le caprette però!
Guardo bene verso l’alto: no, non è la casetta di Heidi ma poco ci manca. Una bella scritta bianca sopra la porta indica il Rifugio Casinei. Prima meta raggiunta quindi. 
Mi concedo un attimo di riposo e da questo pulpito naturale fisso i miei occhi sui monti in lontananza dove si eleva la cuspide inconfondibile della Presanella ai cui piedi persiste ancora abbastanza neve. Intanto anche alla mia sinistra si sta aprendo il sipario sul Brenta; vedo i primi contrafforti risaltare sullo sfondo di un cielo azzurro.  Come inizio non c’è male! D’altronde, le Dolomiti non deludono mai.
Il Rifugio Casinei è una meta ambita da escursionisti e famiglie con bambini che vogliano godere senza troppo sforzo di tutto questo spettacolo. A nemmeno metà mattinata, però, il luogo è ancora deserto nonostante l’incredibile giornata di sole. La gente arriverà tra un po’. Nel mentre mi posso godere tanta meraviglia in silenzio. Che oasi di pace e che tranquillità!

Il Rifugio Casinei è stato costruito dalla famiglia Serafini nel 1909, quando Decimo Serafini decise di costruire una piccola baita di legno con, all’interno, una saletta da pranzo, una piccola cucina, una piccola veranda e sei camerette, ancora oggi esistenti e identiche come allora. La gestione della baita si tramandò nei figli, fino al 1950 quando Corrado Serafini, insieme alla moglie Maria e ai figli Alfredo e Loide, trasformò la struttura in un rifugio. La sua gestione si tramandò ancora di figlio in figlio, fino ad oggi.

La meraviglia del Sentiero Bogani - Scenari da favola lungo la via per il Rifugio Brentei

Il rifugio segna anche un importante crocevia; sono numerosi gli itinerari che da qui si dipartono un po’ in tutte le direzioni. Per fortuna le numerose indicazioni e i sentieri belli larghi non pongono alcuna difficoltà di orientamento. Non mi serve una cartina per imboccare il sentiero n° 318, chiamato, appunto, anche Sentiero Bogani. E’ infatti l’unico percorso “facile” che conduce al Rifugio Brentei. 
La curiosità nel percorrerlo di nuovo è tanta e in men che non si dica sono pronto a ripartire. Mi sento in forma e penso proprio di riuscire senza difficoltà ad arrivare a destinazione. Ad essere sincero penso che anche uno che fosse un po’ stanco o fuori allenamento, circondato da tanta meraviglia, non fatichi poi molto a ritrovare le energie e a proseguire!
Inizio a salire lungo un bel viottolo per prati e rado bosco, una lingua di terra che si inerpica per qualche metro lungo un pendio erboso che neanche un giardino inglese. Rimango incantato a vedere i giganti rocciosi che mi si parano di fronte, lo stupore è quello di un bimbo. Di fronte ho già la Cima Tosa, un immenso bastione roccioso, alle spalle la Valle di Campiglio e, più distante, la vista sulla Presanella. Se non è spettacolo puro questo!
Il sentiero, rimontata qualche curva di dislivello, si spiana decisamente e si porta in direzione sud-est, passando prima sotto la Cima Casinei e poi il Fridolin. Tagliando questo versante, la traccia si fa un po’ esposta: non si può negare, la percezione del vuoto c’è, eccome.
Ricordavo a grandi linee il tragitto ma non questa esposizione fin da subito. In ogni caso la traccia è larga e, pur sentendo un pochino la cosa, procedo attratto sempre più dallo scenario che lo spettacolo delle Dolomiti mi riservano.
Ad una curva mi appare sempre la maestosità del Crozzon di Brenta e della Cima Tosa, sagome di roccia gigantesche che formano questo distaccamento dolomitico. Di fronte, appena mi volto, riecco la Presanella, accompagnata questa volta dal vicino gruppo dell’Adamello dove i suoi ghiacciai brillano al sole. In mezzo, a separare il Brenta da questi monti, la Valle di Campiglio e la Val Rendena. 
Cammino lento, con gli occhi che vagano a destra e sinistra, attratti da ogni singolo particolare. Rimango bene al centro della pista caratterizzata ora dal tipico ghiaietto biancastro dolomitico. Passo ai piedi di altri giganti che mi fissano immobili alla mia sinistra, il Castello di Vallesinella e il Castelletto Superiore. Qui è tutto un regno incantato dove i sogni diventano realtà. 
Il sentiero affronta curve e contro-curve senza più salite di sorta, sembra di essere sul dosso di un serpente. Lentamente, tra radi abeti e mughi, sto giungendo al limite della vegetazione. Ad un tratto mi ritrovo ad un bivio dove un cartello indica la località: Valle del Fridolin. Le indicazioni segnalano un altro sentiero verso est che porta ai rifugi Tuckett e Sella che oggi ignoro. 
Dopo un tratto morbido e verdeggiante, ecco che il tracciato si trasforma. Il pietrisco ora è frammisto a roccia, i mughi pian piano scompaiono e il paesaggio cambia come per magia. Sto entrando nel regno della pietra, della terra e dei giganti di roccia. 
Camminando sempre con attenzione mi ritrovo in un punto (tanto per cambiare) un po’ esposto con un paesaggio da cartolina verso i torrioni del Brenta. In basso, alla mia destra, la verde Alta Val Brenta. Quando il vuoto sottostante inizia a farmi un po’ impressione, ecco comparire il tratto assicurato col cavo d’acciaio e protetto da un corrimano dello stesso materiale. Tanto per rendere l’idea, il sentiero in questo punto è sì esposto ma due persone affiancate ci stanno tranquillamente. In ogni caso ben venga la protezione. Questa sicurezza mi infonde coraggio e ulteriore spinta verso la mia meta. 
Quasi non mi accorgo ma sto percorrendo cenge rocciose e anse dentro la roccia assolutamente da non credere. Questo percorso è pazzesco! Al termine del cavo entro in una forra stretta, sembrano le Termopili. Mi abbasso, mi stringo, l’emozione è a mille. Che bello! Ma dove sono finito? Ma che viaggio è questo? Lo ricordavo affascinante ma non così tanto!
Strano a dirsi ma finora non ho incontrato nessuno. Forse la cosa è dovuta alla mia partenza un po’ anticipata rispetto al solito...
Un altro stretto passaggio anticipa alcune corte gallerie al termine delle quali la meta non è lontana. Ormai, penso, l’esposizione è passata e i tratti più “delicati” anche. Ricordavo a grandi linee questi punti e so per certo che avanti è tutto... soft. Non vedo dunque l’ora di godermi, con più tranquillità, gli ultimi metri. 
Non l’avessi mai pensato! Come un colpo al cuore, dietro ad una curva, ecco che il sentiero è interrotto da una grande lingua di ghiaccio residua sulla quale è stata ricavata la traccia. Non ho attrezzatura con me (piccozza e ramponi saranno in là a venire) e così provo a mettere un piede davanti all’altro conficcando le mani nel ghiaccio alla mia sinistra come per trovare una presa. Si scivola, accidenti, e giù c’è il vuoto: vietatissimo sbagliare. 
Un passetto dopo l’altro, sudando parecchio, mi faccio coraggio e avanzo. Sembro un geco zoppo che avanza. O un camaleonte, che fa un passo avanti e due indietro! 
Ancora uno sforzo, un piede qua, una mano là... Uff, è fatta, ma che brividi! 
Mi fermo un attimo e penso subito ad una possibile alternativa per il ritorno in modo da evitare questo punto un po’ delicato. (La via che sceglierò al ritorno sarà la classica “pezza” peggiore del buco). 
Proseguo e, dietro alcuni massi, ecco comparire il Rifugio Brentei. Finalmente, sono arrivato! Una struttura che vista da qui è una formica rispetto a ciò che la sovrasta. Cima Brenta Alta, Cima di Molveno, Sfulmini, Cima degli Armi…sono tutte lì in fila a chiudere una conca naturale monumentale! A sud del rifugio è invece la maestosa Cima Tosa. Tutte vette famosissime e sulle quali corrono innumerevoli vie di arrampicata. 
In mezzo a questi colossi la neve la fa ancora da padrona (come visto e provato), tanto che tutti i canaloni ne sono ancora ricoperti (appunto). Riesco a scattare una foto col rifugio ai piedi della Cima Tosa, le proporzioni sono disarmanti! 
La stanchezza si fa un po’ sentire, così che decido di sostare qualche minuto circondato da uno scenario incredibile. Al rifugio incontro giusto cinque persone... qualcuno è salito allora!

La storia del Rifugio Brentei risale agli anni ‘30 del secolo scorso, quando la famiglia Gigioti Bolza decise di erigere un piccolo capanno estivo proprio nel cuore delle Dolomiti di Brenta. La piccola struttura divenne subito famosissima e punto d’appoggio fondamentale per gli alpinisti impegnati nelle ascensioni alle più famose pareti di questo gruppo dolomitico. Il capanno ben presto non bastò più e si dovette adeguare al flusso turistico, trasformandosi in una bella baita. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Bolza decise di trasformare la baita in un piccolo rifugio. Negli anni ‘50, l’imprenditore tessile e alpinista monzese Gian Vittorio Fossati-Bellani, comprò la struttura e la ristrutturò così come ancora noi oggi la vediamo. Il rifugio venne intitolato da lui ai genitori Maria e Alberto e, in seguito, ceduto alla sezione C.A.I. di Monza di cui faceva parte. È qui che entrò in scesa uno dei più grandi alpinisti di sempre, Bruno Detassis, il quale gestì il ricovero dal 1949 al 2000, cedendo poi la gestione al figlio Claudio fino al 2008, quando il testimone venne nuovamente ceduto alla famiglia Leonardi.
Bruno Detassis (Trento, 24 giugno 1910 – Madonna di Campiglio, 8 maggio 2008), come accennato all’inizio, salì più di 200 vie nuove, di cui 70 solo sulle Dolomiti di Brenta. Già a 16 anni salì la Paganella da capocordata e, a 18 anni, il Campanile Basso.
Nel 1935 conseguì il diploma di guida alpina; l’anno dopo quello di maestro di sci. Ben presto esercitò la professione di maestro di sci sul Sestriere ai membri della famiglia Savoia e agli Agnelli e divenne istruttore di alpinismo presso la Scuola Militare Alpina di Aosta. Nel 1939 conobbe un’altra maestra di sci, Nella Cristian, che sposò per poi trasferirsi a Madonna di Campiglio. Durante la Seconda Guerra Mondiale venne fatto prigioniero dai tedeschi e liberato alla fine del conflitto, quando tornò nel Brenta, come gestore del vicino Rifugio XII Apostoli. Dal 1949 al 2000 fu, invece, il gestore del Rifugio Brentei, nonché punto di riferimento e guida per gli alpinisti. Ben presto fu conosciuto come il “Custode del Brenta”.
Nelle sue ascensioni diede sempre importanza allo stile di salita, alla sicurezza e al rispetto per la montagna, non mettendo mai in evidenza o esaltando, come molti oggi, l’impresa. Emblematico a tal proposito ciò che accadde nel 1957 quando partì per scalare il Cerro Torre, come guida di una spedizione trentina. Egli, dopo aver constatato le difficoltà che un’ascensione del genere poneva loro di fronte disse:
“Il Torre è una montagna impossibile, ed io non voglio mettere a repentaglio la vita di nessuno. Pertanto, nella mia qualità di capo spedizione, vi proibisco di attaccare il Torre.”

Incastonato nel Brenta, lungo un canalone pietroso - Verso il Rifugio Alimonta

Un sentiero verso est mi indica già il proseguimento del mio cammino. Sale lentamente tra grossi massi e pietraie ma sembra tranquillo. A questo punto sono curioso di vedere anche il Rifugio Alimonta! Come intuito, la salita è piacevole e tranquilla. Qualche roccetta verso la fine costringono ad uno sforzo in più ma di difficoltà non ve ne sono. 
Un paio di persone salgono, una scende. Il traffico oggi è questo. 
Mi ritrovo in un’altra conca lunare, su uno spiazzo dove prendendo a sinistra si va ad imboccare la ferrata Detassis verso la Bocca di Molveno. Io, seguendo omini lillipuziani di pietra, mi tengo a destra, in direzione rifugio. Un altro breve tratto in salita su pietraie seguito da un pezzo su ghiaia mi portano allo spiazzo davanti allo stesso, nei pressi di una piazzola di atterraggio per elicotteri. Qui, alcune grandi chiazze di neve sono ancora presenti. La temperatura si è abbassata un po’, d’altronde sono a 2500 metri! 
L’incredibile spettacolo che mi circonda letteralmente merita di essere raccontato in foto in rigoroso silenzio. Sotto l’incanto del Brenta lo sguardo si spinge all’orizzonte, verso ovest, dove si stendono come un grande lenzuolo i gruppi dell’Adamello e della Presanella che visti da qui lasciano senza fiato. Il contrasto con queste rocce è deciso, forte. Qui il grigio della dolomia, là immensi ghiacciai. Questo è uno degli scenari più strepitosi che abbia mai visto, d’altronde le Dolomiti sono uniche al mondo. Chissà come sarebbe bello vivere nel rifugio durante l’estate! 
Da questo punto partono numerosi sentieri e vie su roccia, tutte abbastanza impegnative. Lo scopro dalle numerose indicazioni presenti: praticamente, senza mai scendere a valle, si potrebbe passare di roccia in roccia percorrendo tutto il Brenta! Io però sono già al settimo cielo per essere riuscito a giungere fino a qui. Presso la Campanella di Nini, non lontana dal rifugio, mi siedo a mangiare e a godermi questo posto, almeno per un po’.

Il Rifugio Alimonta, prezioso punto d’appoggio e guardiano delle Dolomiti di Brenta, è il presidio più alto di questo gruppo dolomitico. La sua costruzione, infatti, risale al 1968 ma tutto è nato con Angelo Alimonta (1851-1931), appassionato di montagna e del Brenta. Divenuto guida alpina, ebbe la fortuna di accompagnare in alcune passeggiate a Madonna di Campiglio la Principessa Elisabetta di Wittelsbach, conosciuta come “Sissi”. 
Tra le guglie del brenta portò poi, da nonno, anche i nipoti, descrivendo loro l’ambiente come il più bello di questo gruppo dolomitico. Nel 1968 il nipote Giglio, assieme ai figli Ezio e Fiore, decise di erigere questa struttura, ancora oggi punto di riferimento irrinunciabile.
Accanto al rifugio nel 1970 fu costruita la Campana di Nini, moglie di Ezio, che venne a mancare ancora giovane.

Altro che tempesta, qui è un uragano! - Ritorno periglioso al Rifugio Casinei

Quel po’ di cui sopra, purtroppo, passa troppo in fretta, così da ritrovarmi ben presto sulla via di discesa verso il Rifugio Brentei. Sebbene il panorama di fronte a me sia qualcosa di stratosferico, tanto da scendere con un occhio a terra e l’altro al cielo, facendo lo slalom tra grossi massi penso si sia già conclusa una giornata meravigliosa piena di avventure. 
L’incanto, è vero, sta per finire, ma i brividi no, e di questo mi accorgo non appena scendo al sottostante rifugio. Mi ero un po’ spaventato nell’attraversare quel tratto ghiacciato all’andata, così decido di chiedere tra gli escursionisti in rifugio per un’alternativa. Detto fatto; non so come, mi viene consigliato il sottostante Sentiero Riccardo Violi, più basso e in teoria tranquillo dato lo sviluppo tra mughi e prati. 
Ignaro di tutto mi incammino beato. All’inizio la discesa in Val Brenta è dolce, in effetti. Terriccio, ghiaietto e qualche roccetta segnano un piccolo cordone che si divincola tra questi bei mughetti e si perde all’orizzonte. Dopo qualche metro di discesa però, vedo che il sentiero non perde più quota ma si mantiene in esposizione a mezza costa. Finché ci sono i mughi, mi dico, nessun problema... ma ho come il sentore che qualcosa stia per cambiare.
In uno scenario simile cerco di non pensarci e mi godo ancora il panorama, fatto di prati, rocce, ghiaioni e grandi nevai. Quando torno con gli occhi sul sentiero noto, nemmeno a farlo apposta, che qualcosa è cambiato. 
La traccia di pietrisco ora corre in piano ma è talmente sottile da poterci stare solo un piede davanti all’altro. Mi accingo a passare sotto un salto di roccia ma è chiaro che qualcosa non va, il sentiero non mi sembra normale per essere classificato escursionistico (ricordo che la mia gita è del 2011, oggi questo percorso è attrezzato e sicuro). 
Qualche metro dopo arriva l’incubo. La traccia, se possibile ancora più sottile e fatta di fine pietrisco scivoloso, inclinata verso il vuoto, si interrompe in più punti e precisamente ogniqualvolta incontra un canalino tra le rocce. Sono canalini da superare, o meglio da scavalcare in qualche modo, senza appigli dato che in quei punti sulla destra non c’è roccia per tenersi e nemmeno infissi o corde. I tratti palesemente franati completano l’opera. 
“Stavolta mi sono ficcato in un bel guaio”, mi dico, ma contemporaneamente cerco di non perdere la calma o farmi sopraffare dalla paura, studiando un modo per andare avanti e tornare a valle. Ci metto alla fine un’enormità di tempo a percorrere questo sentiero, affrontando a gattoni i numerosi punti scabrosi, in qualche tratto coi piedi penzoloni nel vuoto e il sedere sullo pseudo sentiero. 
La vista del Rifugio Casinei, ormai quasi a sera, mi riempie di una gioia indescrivibile. Molti pensieri frullano nella mia testa, ma uno su tutti rimbomba forte: come sia stato possibile consigliare a un escursionista un percorso simile, malmesso e nettamente franato in molti punti? 
Per riprendermi, mi fermo al Casinei a bere qualcosa, con lo sguardo perso all’orizzonte. 

La meraviglia naturale delle Cascate Alte di Vallesinella

Tutto è andato per il meglio, la giornata è stata strepitosa e sarei pronto a ripartire. Beh, non su sentieri del genere, si intende. Non mi rimane ora altro da fare che tornare verso Madonna di Campiglio. Dal grande crocevia di sentieri presso il rifugio, mi incammino lungo il Sentiero dell’Orso (n° 317B). La discesa è (finalmente) tranquilla e davvero rilassante.
Poco prima di toccare Malga Vallesinella di Sopra, ad un piccolo bivio, punto verso sinistra al sentiero delle Cascate Alte di Vallesinella. Da subito mi ritrovo davanti ad uno spettacolo monumentale. Sembra di essere in una di quelle giungle amazzoniche dove la natura si è sbizzarrita a giocare con l’acqua, le piante e le rocce: giungla però addomesticata dall’uomo e resa accessibile a chiunque.
Incomincio a discendere a zig-zag uno stupendo sentiero che supera comodamente vari salti rocciosi sui quali si riversano masse d’acqua enormi e impressionanti. Mi ritrovo a passare numerose volte sopra bellissimi ponticelli di legno che, prima a destra e poi a sinistra e viceversa, superano un’infinità di corsi d’acqua che scendono dalle suddette cascate.
Direi che l’uomo qui si sia sbizzarrito alquanto nell’inventare questo ghirigori che, per una volta, si integra nel paesaggio e non risulta invasivo. 
Salti d’acqua, pozze e canyon, il tutto passa sotto i miei piedi in uno spettacolo naturale unico! Unitamente alle non lontane Cascate del Nardis, in Val Genova, le Cascate di Vallesinella sono le più spettacolari e famose del Parco Naturale Adamello-Brenta; la sorgente si trova sotto strati di roccia carsica, da cui l’acqua, a partire dal periodo del disgelo, fuoriesce copiosa.
Saltando di ponte in ponte si apre anche un bellissimo spettacolo verso i primi torrioni del Brenta, col Crozzon in primo piano. In un luogo del genere sarebbe un delitto a venir via, anche perché in una calda giornata estiva con tutta quest’acqua qui il fresco non manca di certo! Ma, si sa, le cose belle terminano troppo in fretta. È così che, scendendo molto lentamente, seguendo la via che costeggia il torrente Sarca di Vallesinella, mi ritrovo nuovamente al punto di partenza, nel parcheggio del Rifugio Vallesinella, al termine di una giornata monumentale, faticosa e con qualche “brivido” forse di troppo. A malincuore ora sono costretto a lasciare questi luoghi e avviarmi verso casa... o forse no?

Altre cascate, altre meraviglie... altro giro!

Decisamente no. Un’ultima tappa me la devo proprio concedere. Non so come ma le gambe e i muscoli tengono: via di corsa dunque verso l’ennesima meraviglia!
Qualche metro dopo il rifugio in direzione ovest, all’imbocco della poderale di Via Vallesinella, devio sulla sinistra sul sentiero che scende tra gli abeti verso le Cascate di Mezzo di Vallesinella. Dopo 700 metri di cammino nel bosco, giungo davanti al ristorante-bar Cascate di Mezzo. Lo spettacolo è già visibile da qui, dalla terrazza dello stesso: sembra di essere su di un altro pianeta.
Altri salti d’acqua spettacolari rifulgono di mille colori illuminati dal sole pomeridiano. Anzi, forse questi sono gli sbalzi più alti che il Sarca di Vallesinella affronta nel suo cammino verso la pianura. Un piccolo sentiero scende dalla struttura e si avvicina all’acqua, tra rocce e abeti. All’ombra delle piante si può respirare tutta la grandiosità di questi doni che la natura ci offre. Qui occorre fermarsi e assaporare l’eterno presente.
È ormai sera a Madonna di Campiglio. Il mio corpo, stanco, è a valle ma l’anima e cuore li ho lasciati lassù, tra le guglie, i colori e l’incredibile magia del Brenta.

Testi e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria.

Le Cascate di Mezzo