MONTE FAIÈ, RIFUGIO FANTOLI

Un anello molto panoramico lungo la dorsale che divide la Val Grande dalla zona pedemontana col lago di Mergozzo e il lago Maggiore. Il percorso, sebbene lungo, faticoso e con passaggi esposti sotto la Colma di Vercio, non presenta difficoltà di sorta. In assenza di segnaletica (al momento di stesura del testo), il sentiero che dall’Eremo di Vercio conduce alla Colma di Vercio parte alle spalle delle ultime baite a monte. Un’escursione consigliata in primavera e in autunno, quando il caldo non è eccessivo.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: parcheggio Via Bracchio, Bracchio (Mergozzo, 310 mt.)

Località e quota di arrivo: Monte Faiè (1352 mt.), Rifugio Fantoli (1005 mt.)

Punto più elevato: Monte Faiè (1352 mt.)

Dislivello positivo: 1142 mt.

Lunghezza del percorso: 14 km.

Coordinate punto di partenza: 45°58’06”N 8°27’13”E

Posizione: il Monte Faiè si trova al confine tra la selvaggia Val Grande e la zona collinare dei laghi Mergozzo e Maggiore; il Rifugio Fantoli è situato all’Alpe Cainà nel comune di San Bernardino Verbano.

Difficoltà: EE

Presenza di tratti esposti: si.

Tempo di percorrenza totale: 6h

Tipo di escursione: anello.

Tipo di terreno incontrato: asfalto-acciottolato-pietrame-fogliame-erba-terra-roccette.

Possibilità di ristoro: al Rifugio Fantoli nei periodi di apertura.

Segnavia: bianco-rosso.

N° del sentiero: A52, A54, A52B-A54A, A52B, A52

Acqua lungo il percorso: a Bracchio, vicino a Via Montebello I (fontanella), lungo la mulattiera per l’Alpe Vercio (fontanella), poco sopra l’Eremo di Vercio (ulteriore fontana), fontanella Santino (sentiero per l’Alpe Caseracce), al Rif. Fantoli quando aperto, fontana Alpe Ruspesso.

Stato del percorso: sentiero largo e ben tracciato fino all’Eremo di Vercio, dove la pista si perde. Occorre riprenderla, in mancanza di segnali, alle spalle di un edificio a monte dell’Eremo stesso. Da qui fino al termine dell’anello, sentieri evidenti e ben tenuti. Prestare attenzione alle indicazioni lungo il versante della Val Grande e, in caso di dubbi, evitare la deviazione per l’Alpe Caseracce, proseguendo direttamente verso la cima del Monte Faiè per il sentiero n° A52.

Periodo: tutto l’anno, in assenza di neve.

Panorama: incredibile in ogni direzione si guardi. A sud verso il laghi Maggiore e Mergozzo, il Montorfano e la catena di cime che cinge il lago d’Orta; a ovest la vista spazia lungo la Val d’Ossola e la Valle Anzasca e fino alla catena del Monte Rosa, mentre a nord compaiono i monti della Val Grande e, in lontananza, quelli della Val Vigezzo.

Attrezzatura particolare richiesta: nessuna.

Discesa: percorso ad anello; dalla cima del Monte Faiè per l’Alpe Cainà e il Rifugio Fantoli, quindi di nuovo all’Eremo di Vercio e da qui per la via di salita fino a Bracchio.

Tappe del percorso: ParcheggioVia Bracchio (Bracchio, Mergozzo) - Piazza Fontana - Chiesa di S. Carlo e Marta - Mulattiera Alpe Vercio - Eremo di Vercio - Alpe Fontana - Colma di Vercio - Alpe Caseracce - Bivio Caseracce - Monte Faiè - Bivio Caseracce - La Croce - Alpe Cainà - Rifugio Fantoli - Alpe Ruspesso - Eremo di Vercio - Chiesa di S. Carlo e Marta - Piazza Fontana - archeggioVia Bracchio (Bracchio, Mergozzo)

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dal parcheggio di Via Bracchio, nell’omonimo paese che sorge non distante dal lago di Mergozzo (Verbano-Cusio-Ossola), si prosegue a piedi fino a giungere in Piazza Fontana dove si svolta a destra verso Piazza Marconi e la chiesa di S. Carlo e Marta. Seguendo le indicazioni per Vercio e il Monte Faiè (sentiero n° A52) si procede lungo Via Montebello I fino alla partenza della mulattiera per l’Alpe Vercio. Si inizia a salire inizialmente su acciottolato gradinato, si oltrepassa un ponticello di legno per poi continuare un po’ in falsopiano sempre su sentiero lastricato nel bosco. La traccia più oltre si restringe e si fa ghiaiosa. Attraversato un altro corso d’acqua si prende a salire con più decisione per il bosco. La mulattiera a questo punto si porta verso ovest, supera altri due rivoli che scendono dal Faiè e, dopo un’altra serie di curve e contro-curve lungo un tratto a mezza costa, giunge sui vasti prati dove sorge l’Eremo di Vercio (823 mt., 1h 20’). A meno di lavori di ripristino della segnaletica, qui incredibilmente il sentiero scompare, così che l’escursionista si trova a divagare in lungo e in largo su questi bei prati curati ma senza più una direzione da seguire. Il sentiero in realtà riprende oltre l’eremo, alle spalle di una costruzione dove si trova anche un bivio nel quale ci si tiene sulla sinistra (n° A52). La traccia riprende a salire il versante sud del Faiè con maggiore pendenza, fino a toccare l’Alpe Fontana. Qui inizia anche la parte più dura e, se vogliamo, tecnica del percorso. Con maggiore sforzo si sale con decisione seguendo una lingua stretta di terra che zigzaga fra il bosco e rimonta metri e metri di dislivello verso nord. Al termine della dura salita, un tratto a mezza costa verso ovest porta ad aggirare un contrafforte roccioso nel quale è presente anche un facile passaggio su roccette dove ci si può aiutare con le mani. È questo un punto esposto in cui prestare attenzione. Aggirata la montagna, si prende a salire ancora verso la Colma di Vercio (1255 mt., 2h 30’), superando altri tratti esposti ma non difficili. Da questo punto già molto panoramico si svolta a destra (est) verso la cima del Monte Faiè che però consiglio di visitare in un secondo momento, salendo dal lato est e dal sentiero n° A54 (a meno di non voler tagliare la visita all’Alpe Caseracce, davvero interessante). Dalla Colma di Vercio si imbocca il Sentiero Natura-L’uomo Albero (sempre sentiero n° A52), affacciato nel Parco Nazionale della Val Grande. Attenzione qui a stare sempre sui sentieri indicati: la Val Grande è selvaggia e non addomesticata come, ad esempio, possono esserlo le Dolomiti, per cui è facile perdersi! Ad un evidente bivio, si lascia sulla destra il n° A52 per la cima del Faiè e si svolta a sinistra verso l’Alpe Caseracce (attenzione, sentiero senza numerazione) che si raggiunge dopo poco (1247 mt, 2h 50’). Questo alpeggio, caratterizzato da antichi casolari è un punto di vista formidabile verso la Val Grande e la Val Vigezzo. Dall’Alpe si seguono le indicazioni per il Monte Faiè, iniziando a risalire verso sud e questa cima seguendo il Sentiero Natura Monte Faiè (anch’esso senza numerazione). Ad un bivio ci si tiene sulla destra (n° A54) per giungere così, dopo poco, al bivio Caseracce (3h). Una brevissima salitella sulla destra (ovest) porta alla cima del Monte Faiè (1325 mt., 3h 15’). Ritornati sui propri passi al bivio Caseracce e continuando dritti lungo la dorsale est della montagna si tocca La Croce (1110 mt, 3h 45’), dove è posto anche un bivio in cui si dovrà tenersi sulla destra per iniziare a scendere verso valle. Il sentiero è sempre il n° A54 e qui non ci si può sbagliare. Superata l’Alpe Cainà, ecco finalmente il Rifugio Fantoli (1005 mt., 4h) dove, nei periodi di apertura, ci si può godere un po’ di riposo e un buon ristoro. Lasciato il rifugio ci si abbassa sempre più verso valle (sempre sentiero n° A54), fino all’Alpe Ruspesso (4h 15’) dove si troverà l’ennesimo bivio e l’inizio dell’asfalto di Via Ompio. Seguendo le indicazioni si svolta a destra (n° A52B-A54A) per tornare nuovamente all’Eremo di Vercio (823 mt., 4h 50’), che si raggiungerà dopo un lungo tratto a mezza costa caratterizzato da numerosi saliscendi e terreno un po’ sconnesso nel bosco. Dall’eremo, infine, basterà seguire la traccia dell’andata per trovarsi di nuovo in paese, a Bracchio (6h).

 

UN ANELLO PANORAMICO CON UN BALCONE SULLA VAL GRANDE - (DEL 10/05/2019)

Dalle viuzze di Bracchio ai selvaggi boschi del Monte Faiè - Verso l’Eremo di Vercio

Ecco una bella escursione da fare in qualsiasi stagione (ma in assenza di neve almeno per il tratto sottostante la Colma di Vercio), molto remunerativa e con un panorama grandioso che spazia dai monti alla pianura. Una meta da scegliere soprattutto quando ancora non fa troppo caldo (visto la quota modesta) e quando le cime più alte sono ancora coperte dalla neve. 
Questa gita l’ho scoperta esplorando sulla cartina la sentieristica intorno al lago di Mergozzo, davvero vastissima e varia per ambienti. Cercavo una bella ascensione ad una cima molto panoramica che mi consentisse anche di svolgere un buon allenamento in vista dell’estate e di mete più impegnative. Quello che mi sono trovato davanti è stata una bellissima sorpresa e, alla fine, pur rimanendo nella traccia prefissata, l’itinerario a tratti me lo sono costruito (e un po’ allungato verso la Val Grande). 
È in una giornata di maggio un po’ variabile che raggiungo il paesino di Bracchio, nei pressi del lago di Mergozzo, dopo aver abbandonato l’autostrada Gravellona-Toce all’altezza di Baveno. Bracchio è proprio carino e tranquillo come paese ed è in una piccola piazzola che lascio l’auto (Via Bracchio). Non so ancora se riuscirò a fare tutto il giro che avevo visto da casa, non conosco i posti e le eventuali difficoltà. Per non parlare della lunghezza dell’intero percorso che così, a occhio, non mi sembra banalissimo, soprattutto in merito al dislivello. 
Mi fisso quindi una prima meta, la salita al Monte Faiè, che passa prima per l’Eremo e la Colma di Vercio. Mi metto in marcia verso le 9.30 del mattino; la temperatura è piacevole e per ora c’è un timido sole. Sono ad una quota molto bassa ma già osservando il punto di arrivo a testa insù si preannuncia un’ascesa abbastanza faticosa. 
Cammino tra le viuzze di Bracchio fino a Piazza Fontana, seguendo la segnaletica del CAI presente fin da subito e dopo qualche minuto arrivo alla chiesetta di San Carlo e Marta dalla quale, a sinistra, parte il sentiero vero e proprio per l’Alpe Vercio. Salgo ancora per qualche metro tra le abitazioni e, ad un bivio, lascio sulla destra la deviazione per Bosco Piano-Ompio. 
La salita parte subito piuttosto forte su una bella mulattiera di ciottoli, al lato di una recinzione e accanto ad un piccolo ruscello. Il sentiero è comodo ma devo risparmiare un po’ le energie e non tirare troppo. Senza accorgermene sono nel fitto di un bel bosco di castagno e dopo le prime rampe arrivo ad attraversare un ponticello di legno sul torrente della Valle delle Noci. La mulattiera continua ad essere lastricata ma senza più ciottoli. In un’apertura tra gli alberi scorgo a fatica il sottostante lago di Mergozzo, la visuale infatti non è limpida come vorrei a causa della foschia che offusca alquanto la visuale sottostante e fino al lago Maggiore. 
Proseguo sul sentiero passando accanto, in ordine, alla cappella raffigurante la Madonna col Bambino, una serie di baite diroccate (Curtghei) e attraversando il torrente Rescina. Dopo essere passato accanto anche ad altre baite in rovina arrivo ad una stanga con un cartello di metallo indicante la proprietà privata dell’Eremo di Vercio. Sono quasi arrivato. 
Dopo un breve tratto ancora nel bosco affronto le ultime rampe passando accanto ad un terrapieno con una bellissima fioritura di azalee, arrivando in un’ampia radura meravigliosa. Vasti prati curati fino all’inverosimile ospitano una moltitudine di fioriture che in primavera assumono i più svariati colori. Rododendri, azalee, ortensie e camelie non mancano di calamitare lo sguardo dell’escursionista che mette piede in questi giardini. È un grande terrazzo verde, un parco dove tutto è in ordine e ogni cosa è al suo posto. Cespugli sagomati, piante verdi ed erba che neanche un inglese riuscirebbe a curare meglio! Ogni tanto sotto la chioma di un albero spunta una panchina di legno o un tavolo da picnic invitando la gente a sostare per consumare qualcosa, ammirando allo stesso tempo un panorama grandioso che parte dai laghi di Mergozzo e Maggiore e si estende a quelli di Varese, d’Orta e di Monate. Le cime che li contornano non sono da meno. Mottarone, Massone, Corni di Nibbio e l’isolato Montorfano sembrano tenersi stretta la fitta vegetazione che cresce lungo i loro versanti. Purtroppo oggi la giornata non è delle migliori e il mio sguardo non si può spingere molto lontano. 
Alle spalle di questa radura dove si trova anche l’Oratorio dedicato alla Madonna di Vercio (una targa sul muro della chiesa ricorda gli avvenimenti storici della Seconda Guerra Mondiale quando i tedeschi hanno bombardato la zona e l’Alpe Vercio offriva rifugio ai partigiani) si trovano anche le baite completamente ristrutturate dell’Alpe Vercio. 

Chi ha preso la segnaletica per la Colma di Vercio è pregato di restituirla!

Di questo posto si è preso cura per più di sessant’anni Don Piero (Piero Udini) e ora, dopo la sua scomparsa, se ne occupa un’associazione nata per sostenere l’opera iniziata da lui. Avevo anche letto che anni fa molte persone sono state accolte molto scortesemente all’Alpe Vercio, non da Don Piero, ma da un lavorante, un abitante solitario del luogo che ora sembra scomparso. Non c’è nessuno oggi, sono l’unico ospite del luogo, nemmeno un’escursionista. Vago un po’ ovunque per l’Alpe Vercio, tra la natura e le fioriture, ogni tanto guardando verso valle in attesa di un miglioramento meteo che non sembra arrivare. 
Non vi sono veri e propri sentieri in questo parco, cammino senza seguire un percorso che invece fino al cartello in metallo poco più in basso era ben chiaro. In realtà il mio divagare è anche una scusa al fatto che non so più dove dirigermi per proseguire il cammino. Andiamo bene! Non un cartello, non un segno di vernice... nulla!
Devo ora proseguire verso la cima del Monte Faiè, o almeno provarci, ma come?. Guardo la cartina per orientarmi meglio e cercare il sentiero giusto, quello che sale alla Colma di Vercio. Il fatto è che proprio non lo vedo e così mi metto a girare (di nuovo!) alla disperata ricerca del sentiero. Non c’è, percorro un tratto in quella che mi sembra la direzione corretta ma poi torno sui miei passi. Passo tra i cespugli, sotto le piante, raggiungo un crinale ma poi ritorno alla chiesetta senza risultati. Riguardo la cartina comparando ogni singolo punto visivo con essa, associo i nomi a ciò che vedo. Avanzo ma poi torno e cambio sempre direzione. Mi sembra una comica e mi metto anche a ridere. È buffo perché mi immagino un’eventuale ripresa dall’alto che mostra un puntino muoversi da tutte le parti con una cartina in mano. Possibile? Non si va proprio avanti? 
Mi concedo una pausa e decido di andare ad esplorare più da vicino le baite a monte, le uniche che sono rimaste fuori dalle mie ricerche. Casualmente, girandoci intorno, sul retro di una vedo come un inizio di una labile traccia sommersa dal fogliame e dai rami secchi. Cerco di “buttare” un occhio al di là di questa giungla... bingo! Eccola lì la mia pista che sale e si inoltra nel bosco! È lei, quello giusta! Rido ancora pensando ad un machete che ora mi servirebbe e che non ho nello zaino (mannaggia alle dimenticanze); districandomi un po’ riesco ad oltrepassare l’ostacolo. 
Sono di nuovo in pista e posso proseguire. Mentre salgo mi chiedo continuamente come sia possibile non mettere un cartello con una traccia ben visibile per chi come me voglia farsi una gita fino in cima. O come sia possibile non averne installato uno nuovo se qualcuno l’avesse tolto in passato. Alla fine è una zona tranquillissima e per famiglie, non siamo sulle rocce a 3500 metri o in mezzo a un ghiacciaio dove possono sorgere difficoltà a posizionare paline o cartelli. Poi mi torna di nuovo in mente ciò che avevo letto su questo abitante solitario scortese che, se non ricordo male, si diceva come volutamente cercasse di depistare chiunque passasse di lì, togliendo cartelli e cancellando le tracce (!) Non so se sia vero o meno ma nel mio caso potrebbe anche essere. Pazzesco, mai sentita una cosa così! 
L’inizio di questo tratto che porta verso la Colma di Vercio è piuttosto ripido e il fogliame secco di cui è cosparso il terreno rende il tutto molto scivoloso. Dopo vari tornanti nella faggeta il sentiero si porta a mezza costa e in esposizione sotto alcune roccette. La traccia è veramente stretta e il vuoto sotto di me davvero impressionante. Rifletto un po’ prima di proseguire ma piano piano mi faccio coraggio e avanzo, attaccandomi alla roccia con le mani. A parte la foschia che persiste, da questo punto ci sarebbe un panorama incredibile da gustare ma io sono troppo concentrato a mettere i piedi nei punti giusti. Vietato sbagliare insomma. Con la coda dell’occhio riesco solo a guardare verso il basso per un istante dove è posto il paese di Ornavasso. Che altezza! Fortunatamente superate queste roccette il sentiero rientra nella montagna e si porta sotto questa forcella che inizio a vedere dalla mia posizione. 
Risalgo quindi a zig-zag l’ultimo pendio pensando alla fine delle “difficoltà”. E sbagliando. Il terreno è cosparso di foglie e non vedo più cosa c’è sotto. Avanzare su questo fogliame in un punto così ripido equivale a camminare con due saponette sotto i piedi. Sembro un bradipo nel salire e, ad ogni passo, sposto le foglie per cercare una presa migliore. Finalmente dopo una mezz’oretta di giardinaggio estremo sono fuori e raggiungo la Colma di Vercio dove un pannello illustrativo spiega il disboscamento e il trasporto a valle del legname (importante fonte di reddito) che per anni ha interessato questa zona. Un altro cartello invece invita a non dimenticare oltre ai rifiuti anche la fotocamera (?). Boh, si vede che questo è proprio un punto strategico ideale dove abbandonare la propria fotocamera! Se non è un percorso strano quello di oggi...

Nel bosco della Val Grande fino all’Alpe Caseracce, sul Monte Faiè e al Rif. Fantoli

Mi siedo e mi riposo qualche minuto su una roccia, approfittandone per mangiare qualcosa. In basso il panorama langue sempre, la vallata e la piana del Toce sono visibili ma non chiaramente e solo per un pezzo. Alle mie spalle invece si estende un vero capolavoro della natura, la selvaggia Val Grande. Questa è l’area wilderness più estesa d’Italia nella quale è facile perdersi e dove sentieri, rifugi e punti di riferimento non sono certo numerosi come altrove. 
Dal luogo in cui mi trovo vedo alberi (faggi perlopiù) a perdita d’occhio. Un mare di piante e arbusti che coprono anche le cime dei monti più vicini. Sono a buon punto e una volta arrivato fin qui mi convinco a proseguire per vedere se riesco a chiudere un anello, esplorando questi luoghi solitari. Non c’è anima viva qui, nessuno mi ha seguito, nessuno mi precede. 
Vedo che un sentiero un po’ esposto segue il filo di cresta e raggiunge il Monte Faiè. Io non lo seguo però e decido di inoltrarmi nella giungla della Val Grande scendendo dolcemente in direzione dell’Alpe Caseracce. Noto subito due sentieri tra i faggi e non so quale sia quello corretto o se uno più avanti confluisce nell’altro. Prendo quello più in basso ma poco dopo finisce nel nulla del bosco, in una distesa di foglie. Andiamo bene, se mi perdo qui… Risalgo e mi porto sull’altra pista che scopro essere quella giusta. Comoda e quasi in piano, taglia le pendici nord del Monte Faiè facendo lo slalom tra le piante. È una sensazione stranissima e intensa quella che mi pervade mentre cammino. Essere da solo nel fitto di questo bosco mi incute stupore, pace e armonia ma allo stesso tempo un po’ di timore con qualche dubbio che avanza. Sarò sempre sulla via giusta? Al termine del bosco riuscirò a ricongiungermi sulla corretta via verso valle? In ogni caso mi godo questo momento e non vorrei essere da nessun’altra parte. Sono un tutt’uno con la natura e immerso in un silenzio assoluto, che sensazione!. 
Presto i timori passano e mi sembra di conoscere perfettamente il terreno anche se non l’ho mai calcato. Un po’ come un satiro che ha sempre vagato per questi monti. Il diradarsi degli alberi mi riporta a rimettere mano alla digitale per fissare il ricordo di questi paesaggi. Il panorama verso il lago Maggiore col Mottarone e i monti della Val Grande con alle spalle quelli ancora imbiancati della Val Vigezzo è di prim’ordine. Davvero stupendo. 
Poco più avanti sento dei rumori e inizialmente penso a qualche animale. Invece è un uomo un po’ anziano intento a sistemare questa porzione di sentiero. Un’anima viva! Mi trovo infatti non distante dell’Alpe Caseracce. Scambio due parole e spiego a quest’uomo il giro che vorrei fare. Lui, gentilissimo, si offre di accompagnarmi verso quest’Alpe caratterizzata da piccole baite in pietra e muretti a secco. Non è un classico alpeggio ma un luogo magico, ne rimango subito impressionato. 
Tutte queste casette perfettamente ordinate sono adagiate su un bel terrazzino, sull’erba e all’ombra degli alberi. Non vi è bestiame ora e questo signore mi spiega che lui viene a vivere qui non appena la neve se ne va, isolato e senza nemmeno l’elettricità. Il mio stupore non è ancora finito però. Quando mi conduce poco distante verso il vuoto rimango attonito. Questo terrazzino si affaccia infatti sull’immensa distesa della Val Grande e da questo punto panoramico posso vedere uno spettacolo unico che abbraccia una grandissima porzione del territorio. Un posto così credo non esista anche nel regno più fantastico ed è con molta fatica che mi costringo a proseguire per l’anello. La voglia che mi assale di mollare tutto e venire a vivere qui con lui è davvero enorme. Fuori dalla civiltà, da tutto e da ogni problema che affligge questa società. 
Torno in uno spiazzo poco prima delle baite sotto i faggi e prendo il sentiero in salita verso il Monte Faiè. Una via più diretta si abbassa e conduce all’Alpe Cainà dove si trova anche il Rifugio Fantoli ma per ora decido di non prenderla e salire in vetta. La segnaletica indica che mancano solo venti minuti ma saranno venti minuti intensi, in salita ripida tra boschi e prati. Finalmente arrivo a mettere i piedi sulla cima, un bel panettone a poco più di mille metri. Magicamente trovo un gruppo di cinque persone che non so da dove sia sbucato visto che i sentieri da me percorsi erano deserti. 
La vista da quassù è davvero superlativa anche se la foschia oggi non accenna a dissolversi. Oltre ai laghi verso la piana del Toce e ai monti della Val Grande si aprono un po’ anche quelli più alti della Valle Anzasca, esattamente dritti davanti a me. Valeva proprio la pena salire fin qui! La quota, se vogliamo, è modesta ma la vista grandiosa. A metà pomeriggio inizio la discesa dal Faiè dal lato in cui sono salito fino a ricongiungermi col sentiero che scende diretto all’Alpe Cainà e alla vicina Alpe Ompio. Il pendio, all’inizio un po’ ripido e scivoloso nel bosco, diventa poi più facile e dolce. 
Percorro una larga dorsale fino a trovarmi in linea d’aria sopra all’Alpe Ompio che vedo molto più in basso rispetto a me. Scendo lentamente tra la vegetazione fino a portarmi ad un bivio in Loc. La Croce, per poi discendere e superare l’Alpe Cainà arrivando sulla soglia del rifugio Fantoli che oggi con rammarico trovo chiuso. Non incontro nessuno, tranne una coppia di fidanzati intenti a salire al Faiè. 
Continuo la mia discesa su una strada ora più larga delimitata da due muretti in pietra e seguendo poi le indicazioni per Vercio. Prima di arrivare all’asfalto della strada che sale dal fondovalle (Via Ompio) svolto a destra per il sentiero che mi ricondurrà all’Eremo di Vercio. Questa traversata è piacevole e selvaggia, si dipana tra i boschi di betulle e castagni ed è un continuo saliscendi, interrotta solo da qualche piccolo guado. 
Dopo neanche un’oretta mi ritrovo di nuovo nei pressi della chiesetta dell’Alpe Vercio, dalla quale affronto nuovamente il percorso fatto all’andata. Poco sopra Bracchio vedo, come per dispetto, che gran parte della foschia ora se n’è andata e così ne approfitto per scattare qualche foto più nitida e decente al panorama con i laghi di Mergozzo e Maggiore. Riesco a distinguere meglio anche le isole Borromee, fantastico! Rientro a Bracchio nel tardo pomeriggio e recupero l’auto. 

Con i germani reali sulla riva del lago di Mergozzo e con i cigni... al bar!

Non è ancora il momento però di tornare a casa. Le ultime due ore della giornata le passerò comodamente seduto su una panchina in riva al lago di Mergozzo dove assisto all’ennesima scena incredibile della giornata. Una coppia di cigni nuota verso riva ed esce dal lago poco distante da me, attraversa il lungolago, la piazzetta del paese e si incammina per strada. Non sono spaesati ma hanno una meta ben precisa: il bar (!) Ogni giorno è così, mi dicono i proprietari del locale che danno da mangiare a questi splendidi animali, i quali, così docili e abituati, vanno a spasso noncuranti delle persone e delle auto. Dopotutto, una tazzina di caffè non si nega a nessuno, nemmeno ai cigni!

Testi e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria.

Due cigni si dirigono... al bar!