Il tragitto dell'escursioneSCHEDA TECNICA
Località e quota di partenza: Niel-Gruba, Gaby (Valle di Gressoney) (1550 mt.)
Località e quota di arrivo: Colle della Mologna Grande (2390 mt.), Rifugio Rivetti (2150 mt.), Col Lazouney (2400 mt.)
Punto più elevato: Col Lazouney (2400 mt.)
Dislivello positivo: 1090 mt.
Lunghezza del percorso: 11 km
Coordinate punto di partenza: 45°43’08”N 7°54’06”E
Posizione: il Colle della Mologna Grande si trova tra la Punta Tre Vescovi e i Gemelli di Mologna, sullo spartiacque tra il Piemonte e la Valle d’Aosta (alpi Biellesi). Il Rifugio Rivetti è situato su un terrazzino erboso poco sotto il Colle della Mologna Grande sul lato piemontese mentre il Col Lazouney è posto sempre al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta sulla stessa cresta a un’ora di distanza dal Colle della Mologna Grande.
Difficoltà: E
Presenza di tratti esposti: no.
Tempo di percorrenza totale: 5h 40’
Tipo di escursione: anello.
Tipo di terreno incontrato: asfalto-erba-acciottolato-terra-ghiaietto-pietre-rocce.
Possibilità di ristoro: al Rifugio Rivetti nei periodi di apertura (verificare).
Segnavia: frecce e bolli gialli con n° del sentiero (lato valdostano), bianco-rosso (lato piemontese).
N° del sentiero: AV1-SI-6-6B, 6B-AV1-SI, E60-GTA-SI-VA-17, GTA-SI-VA-17-AV1, 6
Acqua lungo il percorso: a Schtovela (fontanella) e al Rifugio Rivetti quando aperto (o fontanella esterna).
Stato del percorso: sentieri ottimamente indicati e segnalati, in buone condizioni. Lungo le pietraie si seguono gli ometti, sempre presenti.
Periodo: da giugno a fine settembre.
Panorama: favoloso in entrambe le direzioni di Valle d’Aosta e Piemonte (nubi permettendo). Superba la vista verso la Valle di Gressoney col Mont Nery e il Monte Bianco sullo sfondo, e incredibile lungo il versante piemontese dove, sia a est che a nord, si estendono un’infinità di vallate e cime anche molto elevate.
Attrezzatura particolare richiesta: nessuna.
Discesa: ad anello fino a Schtovela, poi lungo il percorso di andata.
Tappe del percorso: Niel-Gruba (Gaby) - Matta - Stubin - Schtovela - Pitout Lazouney - Lago Grekij - Colle della Mologna Grande - Rifugio Rivetti - Colle della Mologna Grande - Col Lazouney - Kiwsull - Jatzit - Stubin - Matta - Niel-Gruba (Gaby)
L'ITINERARIO IN BREVE
Dal uno dei piccoli parcheggi di Niel-Gruba (1550 mt.) ci si incammina solo per qualche metro lungo l’asfalto fino a portarsi all’attacco del sentiero (indicazioni), che parte proprio a fianco al ristorante La Gruba e si sviluppa, nei primi metri, in direzione est lungo una via acciottolata e scalinata, fino ad alcuni ex alpeggi ubicati più in alto. Passando su questi ciottoli si lasciano sulla sinistra le baite diroccate di Peiri per insistere dritto, oltrepassare altre baite (quelle di Matta e Stubin, 1697 mt., 25’), fino a giungere ad un grande incrocio in cui è presente un ponte sul Torrente di Lazouney. Trascurata la via n° 6 che sale sulla sinistra (e dalla quale si rientrerà), si procede in salita oltre il ponte, fino alle baite di Schtovela (1760 mt., 40’), alcune ristrutturate e abitate nel periodo estivo. Superata questa località, la traccia inizia a farsi più ripida. Rimontando progressivamente dislivello, si alternano tratti boscosi a pietraie. La via è sempre ben delineata e agevole, benché ripida. Si giunge così al Pitout Lazouney (2082 mt., 1h 30’), un piccolo Altopiano di erba, sassi e grossi massi e dove sono presenti altri ruderi di vecchi casolari. Si procede innanzi per ulteriore pietraie, ci si lascia a sinistra il Lago Grekij (2219 mt., 1h 55’) fino a portarsi poco sotto il Colle della Mologna Grande, dove è presente un bivio (2h 15’). Pochi minuti ancora di salita e si giunge al Colle (2390 mt., 2h 20’) dal quale si inizia la discesa lungo il versante opposto, in Piemonte, fino a toccare la soglia del Rifugio Rivetti (2150 mt., 2h 35’). La discesa non pone difficoltà di sorta ma avviene quasi interamente su grosse pietraie che richiedono un minimo di attenzione. Dalla struttura si risale fino al Colle della Mologna Grande (3h) e da qui al bivio sottostante (3h 05’), sul lato valdostano. Si procede ora in direzione nord-nord-ovest e, attraversando in falsopiano ulteriori pietraie, ci si porta al bivio poco sotto il Col Lazouney (2400 mt., 3h 50’), che si raggiunge dopo 5’ prendendo la deviazione sulla destra. Dal Col Lazouney si ritorna al bivio precedente (3h 55’) e da qui, verso sud e il sentiero n° 6, per prati e rocce, si giunge alle baite diroccate di Kiwsull (2327 mt., 4h). Procedendo in discesa lungo l’unica via presente, dopo un lungo tratto per pascoli e boschi, si superano dapprima le baite di Jatzil (1976 mt., 4h 45’), per poi ritrovarsi nuovamente al ponte incontrato all’andata presso il Torrente Lazouney (5h 15’). Da qui a Niel-Gruba, si segue esattamente la via di salita (5h 40’).
UNA GITA A DUE FACCE TRA PIEMONTE E VALLE D’AOSTA - (DEL 24/07/2018)
Per stradine, vecchi alpeggi e baite isolate - Che mi trovi in una leggenda valdostana?
Per l’escursione odierna ho scelto la bellissima valle di Gressoney, la prima sulla destra (sinistra orografica) che si incontra entrando in Val d’Aosta. La mia gita non toccherà oggi le pendici del più famoso massiccio che da qui si può raggiungere, ossia il Monte Rosa. Tutti si spingono fino alla testata di questa valle, fino a Staffal di solito, e da lì partono. Per quest’oggi ho deciso di scombussolare un po’ le carte in tavola e di andare a scoprire qualche bel monte ubicato sullo spartiacque tra Piemonte e Valle d’Aosta e precisamente la catena montuosa sovrastante l’ameno paesino di Gaby.
Come al solito, sono spinto dalla curiosità di esplorare luoghi nuovi e insoliti, in questo caso ben ai margini delle rotte classiche e più battute. Beh, la cartina l’ho sottomano, i sentieri su di essa sono ben segnati: non dovrebbero proprio esserci problemi.
Mi piacerebbe molto poter “sconfinare” e scendere al Rifugio Rivetti in Piemonte, così come magari provare a salire la Punta Tre Vescovi. La distanza però è davvero molta e il dislivello notevole. Per cui, l’obiettivo che mi pongo è salire finché potrò in quella direzione e al massimo decidere al momento il da farsi, soprattutto in base al meteo e alla stanchezza.
In questa mattina di fine luglio il cielo è più che azzurro e il sole scalda già “a palla”. Ottimo inizio, direi!
Risalgo così tranquillo la valle di Gressoney e raggiungo il paesino di Gaby, dove svolto a destra per Niel. Raggiungo queste poche case e parcheggio lungo la strada poco prima di una grande baita che funge anche da ristoro, La Gruba.
Niel è già di per sé un bellissimo balcone panoramico a 1550 mt. di altitudine affacciato sulla parte bassa di questa grande vallata. Proprio di fronte si staglia un imponente gruppo montuoso le cui cime sono il Weiss Weib, il Mont Nery e la Becca Torchè, questi ultimi due più alti e rocciosi rispetto al primo, più boscoso e in primo piano.
Da questa località, come vedo sulle indicazioni adiacenti al punto ristoro, si possono raggiungere varie mete tra cui anche il Colle della Mologna Grande verso il quale punterei la bussola. La tempistica di 2h 40’ scoraggia molta gente a cimentarsi con questo tipo di itinerari, per giunta in una località che, come sopra, non è rinomata. Infatti, come volevasi dimostrare, al cancelletto di partenza siamo solo in due: io e la mia ombra.
Mi incammino su una bella stradina tutta lastricata di ciottoli e gradinata che è proprio un gioiellino e che passa proprio sul retro della Gruba, in direzione di qualche alpe superiore. Man mano che salgo cammino accanto a diverse costruzioni in pietra (alcune semidistrutte) adagiate in un bel pianoro verdeggiante. Prima è la volta di Peiri, quattro casupole in croce, poi di Matta e Stubin dove molti edifici sono ormai collassati e invasi dalla vegetazione alta.
Queste casette in pietra sono tutte collegate tra loro da questa stradina che in vari punti prende varie deviazioni ed è delimitata da muretti a secco. Mi immagino il tempo in cui queste zone erano abitate e vive; il tutto doveva proprio formare un quadretto idilliaco per il quale si sarebbero potute stampare infinite cartoline per pubblicizzare la vera montagna, la sua anima.
Anche oggi il tutto ha un fascino particolare ma l’abbandono dei monti non ha risparmiato nemmeno queste minute borgate raggiungibili solo a piedi.
Risalgo lentamente in questa grande piana ma in fondo, oltre gli alberi, vedo già il pendio farsi più severo. Dopo Stubin la pendenza aumenta un po’ e il sentiero sale dritto per un bel prato in direzione nord-est, fino a giungere ad una specie di ponte o di passerella. No, decisamente mi pare più un ponte, solo che in questo momento manca il tavolato sul quale si cammina e sono rimasti solo gli infissi! Chiaramente la struttura è chiusa; manca solo un bel cartello con scritto “stiamo lavorando per voi”!
Ovviamente devo procedere al guado del Torrente Lazouney che in questo caso mi fa sorridere in quanto qualcuno si è fregato l’acqua! È proprio tutto asciutto qui, accidenti!
Per grossi massi scavallo dall’altra parte e riprendo a salire un po’ nel bosco e un po’ su prati assolati e deserti. Qui la traccia sembra scomparire: non è che quel qualcuno si è preso pure il sentiero? Ah, no, eccolo: lì davanti vedo una pista d’erba appiattita, è sicuramente il mio cammino. Meno male, avanti allora!
Svoltata una curva, tra erba, fiori di ogni tipo e lattughino (!), ossia l’erba a fogliolone che io chiamo così in presenza di malghe ed alpeggi, giungo alle baite di Schtovela.
La zona è anche un po’ fangosa con la vegetazione spesso alta in alcuni punti. Mi fermo un attimo per guardarmi intorno ma da qui non ho ancora un bel panorama. In compenso alcune di queste baite in pietra sono evidentemente state da non molto recuperate. La loro perfezione e pulizia, i muri in pietra e i tetti in piode (lastre sottili di gneiss o scisto) le rendono uniche, un capolavoro. Il tutto cozza un po’ con l’abbandono dei terreni che le circonda, non più monticati credo. Almeno, io oggi non vedo bestiame o pastori.
Quando sto per rimettermi in cammino mi accorgo di avere alle spalle una signora molto anziana e curva sulla schiena che sembra uscita da una leggenda, da un bosco incantato. Dev’essere per forza così, un secondo fa qui non c’era nessuno! Mi saluta cortesemente e mi chiede dove sono diretto. Alle mie risposte sorride sempre, mi incoraggia e annuisce con la testa. Lei probabilmente in questi mesi abita qui e al momento è intenta a raccogliere qualche erbetta.
(Questa bella immagine e questo momento vissuto mi sono sempre rimasti in testa, mi hanno colpito molto. Non è successo nulla di particolare ma la persona incontrata e il luogo particolare in cui mi trovavo che sembrava uscito da una fiaba mi hanno lasciato dentro un’immagine incancellabile e una fortissima emozione. Questa è la montagna, fatta di momenti, sensazioni, piccoli particolari. La montagna che voglio sempre vivere).
Schtovela è, tra le altre cose, un grande balcone panoramico verso i monti della bassa Valle di Gressoney, come il Weiss Weib, il Mont Nery, il Monte Crabun e il Monte Voghel. È pazzesco, basta affacciarsi dalla finestre di quelle baite per accendere la vera televisione!
Lascio a malincuore la signora, la saluto cordialmente e, voltandole le spalle, torno sui miei passi, diretto verso l’alto. Più cammino e più non riesco a scacciare dalla testa l’incontro improvviso: anche se non è così, mi piace pensare ad una Signora abitante questi boschi che, esattamente appunto come nelle migliori leggende, è apparsa in aiuto del viandante solitario (beh, almeno le leggende ammantate da spiriti buoni!).
Il sentiero magicamente riappare alla fine di questi ex alpeggi. Seguendolo, entro in uno sparuto bosco di abeti nel quale beneficio ancora di un po’ d’ombra in questa calda giornata. Qualche metro più avanti compaiono le prime grosse pietre con la via che inizia a zigzagare a destra e a sinistra nel tentativo di rimontare un ripido pendio.
Tra enormi macigni granitici, radici e una bella fioritura di rododendri supero un primo strappo ritrovandomi alla destra di un’altra baita abbandonata. Ancora pochi metri e mi ritrovo in una gola strana, fatta di roccia, erba e bassa vegetazione: il Pitout Lazouney.
Sto camminando sotto le pendici dei Gemelli (Gemello di Mologna Meridionale e Settentrionale), due enormi blocchi rocciosi verticali che incutono un po’ di timore e che proiettano la loro ombra fin quaggiù.
Al sole, tra gli ultimi larici e una fioritura paurosa di rododendri rosa e rossi, mi fermo e tiro un po’ il fiato, inalando tutti i profumi possibili.
Il Weiss Weib e il Mont Nery, visti da Niel
Lungo il bel sentiero, a Stubin
Schtovela
Il Mont Nery visto da poco oltre Schtovela
Una baita abbandonata
Un tratto in falsopiano, tra i rododendri e gli ultimi lariciDal caldo sole alle fredde nebbie - L’escursione muta repentinamente
Dopo un breve tratto di calma apparente tra verdi ciuffi d’erba pungente (la mitica festuca) , un enorme gradino roccioso mi costringe a faticare ancora per superare l’ennesimo balzello dove, ormai è un classico della zona, un’ennesima baita in pietra risulta in parte distrutta e abbandonata. Chi viveva un tempo quassù, a più di 2000 mt.?
Il sentiero sale ancora e ancora e io lo seguo come fosse il filo di Arianna. O magari credendo proprio di incontrare una Arianna più innanzi, la quale purtroppo non c’è.
Compaiono invece le prime due anime del giorno, una coppia intenta a giungere anch’essa alla Mologna Grande. Arrivo così, abbastanza improvvisamente, in un pianoro verde meraviglioso, direttamente sulla sponda del piccolo laghetto di Grekij dove nelle sue acque si riflettono questi pendii di erba e pietre. È questa una piccola e splendida conca, sconosciuta ai più, isolata e davvero unica. La meta finale potrebbe essere benissimo questa, dove sedersi su qualche pietra e prendere il sole (ricordatevi però poi di restituirlo!) consumando un bel picnic, lontano da tutto e da tutti. Soli, con l’alta montagna. Favoloso!
Siccome però la mia curiosità e sete di esplorazione non ha limiti e per ora anche le mie gambe non scricchiolano ancora, decido di vedere cosa si nasconde lassù, al Colle della Mologna Grande, che da qui non mi sembra ancora così lontano.
Salutata la coppia qui ferma, un ultimo sforzo mi porta a rimontare questo pendio finale, il meno impegnativo alla fine, anche se su pietraie. Miracolo dei miracoli mi viene incontro di corsa in discesa una ragazza (che sia Arianna per caso?) intenta ad allenarsi per qualche gara di skyrunning. È un missile il quale, incrociandomi, mi fa volare il perfino il cappello! Peccato, non saprò mai se fosse la vera Arianna...
Io, che a correre su questi terreni non ci penso neanche (ho già difficoltà in pianura, figuriamoci saltando sopra massi enormi), arrivo col mio passo ad un grosso ometto di pietra poco sotto al colle dove le scritte riportate su varie targhette indicano i vari percorsi possibili da questo punto.
A sinistra parte il sentiero per il Col Lazouney, mentre a destra quello che seguo per la mia destinazione e che poi volendo scende in Piemonte fino al rifugio Rivetti (dato qui a soli quindici minuti), tempo che a me, guardando la mappa, sembra alquanto fantascientifico (per la cronaca, scoprirò a breve che tale tempistica è corretta solo per i seguaci della skyrunner di prima!).
Ancora pochissimi minuti ed è fatta, sono al colle, sotto alla Punta Tre Vescovi che si innalza alla mia sinistra. O, almeno, dovrebbe innalzarsi dato che lo spettacolo che mi appare di colpo di fronte pare allo stesso tempo il più mistico e orrendo possibile. Per un attimo penso di aver fatto tanta strada per niente e di essere giunto nuovamente nella Pianura Padana, ma d’inverno! Lungo il versante opposto non vedo assolutamente nulla! Nebbia, nebbia ovunque che si taglia col coltello e la cosa, venendo appunto dalla pianura, non mi mancava di certo. Rimango spiazzato e deluso anche se la posizione in cui mi trovo è surreale.
Vi è una linea netta di demarcazione e praticamente sono diviso a metà, come il personaggio di Due Facce, l’antagonista di Batman. Metà del mio viso è al sole e l’altra metà nel grigiore della nebbia. Ma che? Che favola è questa e chi l’avrebbe detto? Una giornata indubbiamente ricca e piena di colpi di scena!
Sole-nebbia, caldo-freddo. Sono un bambino che gioca con le ombre e la luce.
Ovviamente l’unico panorama che posso vedere è quello sul lato valdostano con le montagne di Gressoney in prima fila e il Monte Bianco sullo sfondo.
Cercando di raccapezzarmi un attimo, l’occhio mi cade sulla segnaletica gialla posta su questo colle. Una targhetta di metallo indica una quota di 2390 metri che differisce da quella riportata sulla cartina, 2349 metri, e da quella sulla segnaletica a Niel, 2354 metri. Chi avrà ragione? E soprattutto, possibile dare informazioni sbagliate nella nostra epoca così evoluta tecnologicamente? D’accordo, questi pochi metri non fanno molta differenza, però...
Io, non avendo l’altimetro, solo per comodità do per buona la quota riportata al colle.
La differenza di cui sopra la fa invece ora il meteo che purtroppo mi costringe a frenare ogni mio entusiasmo. Vorrei tanto salire la qui vicina Punta Tre Vescovi ma... non vedo un emerito accidenti!
Immerso in questo amletico dubbio (andare o non andare?) mi raggiunge anche la coppia di escursionisti che avevo salutato al Lago Grekij. Loro scenderanno subito al Rifugio Rivetti, mi dicono, mentre io sono ancora indeciso.
Di getto spiego loro che magari andrò a vedere la fattibilità di questa salita e, in caso negativo, scenderò anch’io al Rivetti. Ogni tanto le nubi si diradano e solo per qualche frazione di secondo danno l’illusione di un possibile miglioramento, il che mi spinge a tentare.
Avanzo quindi sulla sinistra per qualche metro su di una cresta molto esposta tenendomi alle rocce fino ad arrivare ad una grossa sporgenza a forma di punta e affacciata nel vuoto. La strada qui finisce e non mi è possibile proseguire. Mi siedo dunque per tentare di scorgere un altro sentiero che deve per forza essere presente. Dopo un po’ lo vedo, più in basso. Mannaggia!
Mi volto, mi attacco bene con le mani, torno leggermente indietro sui miei passi e mi porto sotto queste rocce per ribloccarmi quasi subito. Questa traccia è quella giusta, sale alla Punta Tre Vescovi ma il sentiero affronta un tratto espostissimo e delicato tra erba e rocce nel quale è vietato sbagliare: ci starà, si e no, un piede. Nulla di alpinistico o complicato, basta fare molta attenzione. Ma con questa nebbia non me la sento proprio di rischiare. A che pro dopotutto?
Anche se riuscissi in questo passaggio e arrivassi fino in cima sarei comunque un puntino nella nebbia fittissima. Zero visuale, zero panorama, zero foto. Fatica e rischio per cosa?
Mi convinco che non vale la pena. La montagna non si muove di certo e io posso sempre tornare.
Ripercorro quindi il breve tratto di cresta (meno male che sono solo pochissimi metri) e mi accingo a scendere al rifugio. La discesa dal versante Biellese è breve, circa mezz’ora al massimo, ma la via si dipana tra grossi blocchi di roccia e pietre più piccole. E poi, oggi, procedo nel nulla, vedendo solo a pochissimi metri di distanza.
Seguo i bolli bianco-rossi (la segnaletica cambia in Piemonte) fintanto che appena sotto di me appare un terrazzino verde col rifugio che in breve raggiungo: un faro in un oceano bianco.
Questo sarebbe un ottimo balcone in posizione strategica per ammirare i monti di Biella e la vallata sottostante ma oggi le nebbie non mollano la presa.
Al rifugio entro solo per raccogliere il timbro e salutare i due escursionisti intenti a pranzare al tavolo, poi esco sul terrazzino, ben coperto data la fresca temperatura. Oddio, fresca, qui pare inverno! E che umidità!
Peccato, questo balcone e questo rifugio mi piacciono veramente molto e avrei voluto prolungare la mia permanenza ma oggi proprio sarebbe inutile.
Un'altra baita abbandonata
Al Lago Grekij
Il Rifugio Rivetti nelle nubi
La Punta Tre Vescovi col cappello bianco
Il Mont Nery e il Monte Bianco, in lontananza
Al Rifugio Alfredo RivettiFuori dalle nebbie a riveder la luce- Verso il Col Lazouney con qualche pecora di troppo!
Al rifugio aspetto qualche minuto ma niente, il tempo non migliora.
Mentre mi preparo per la risalita giungono al Rivetti tre escursionisti partiti da Piedicavallo, in Piemonte; li sento lamentarsi per aver effettuato quasi tre ore di salita in queste condizioni. Beh, per mio conto, se so di partire con questo clima rinuncio subito: che foto mi porterei a casa, che ricordo?
“In fondo”, penso, “io sono stato anche fortunato e, sempre sia rimasta quella bella palla gialla in cielo, basta che torni sul lato valdostano per riabbracciarla.”
Così procedo ma quando giungo di nuovo alla Mologna Grande scopro che le nubi hanno invaso per metà anche la Valle d’Aosta. Che sfortuna! La visuale non è comunque tanto brutta come poco fa e, dunque, dopo essermi riportato al grande ometto di pietra sotto il valico, imbocco il sentiero che, senza perdere quota, mi porterà ad un altro colle, quello di Lazouney. Di scendere per la via di salita non ne ho proprio voglia e questo anello indicato sulla mappa dovrebbe essere fattibile.
La traversata in quota fino al nuovo colle non dovrebbe richiedere più di un’oretta. Il sentiero è ben definito e piuttosto agevole, salvo alcuni punti dove devo scavalcare o aggirare grosse pietraie. I cari, fidati, ometti sono anche in questo caso un faro illuminante.
Sono circa a metà percorso, bello beato, quando improvvisamente la mia attenzione è richiamata da forti belati che si levano al cielo e sembrano provenire da alcune rocce accanto a me.
In realtà non è così ma una moltitudine di pecore sono intente ad osservarmi dall’alto di un pianoro erboso poco sotto ad una bastionata verticale. Ad un tratto si muovono all’unisono, il loro scampanellare è assordante. Non vedo bene la direzione presa da loro in quanto la montagna le nasconde un po’; in ogni caso non vorrei trovarmi nel mezzo di quel gregge e circondato, vista una precedenza esperienza con loro un po’ troppo…invasiva. Allungo decisamente il passo e, saltando di masso in masso, mi accorgo di stare quasi correndo, tanto che perfino un camoscio tenta di tenermi testa per poi mollare la presa.
“Impossibile starti dietro anche per me, ma come fai?” mi dice.
“Mi sono convinto, tutto sommato, che lo skyrunnig non è poi tanto male!”, ribatto.
In circa quaranta minuti arrivo finalmente ad un altro grande ometto di pietra con altre indicazioni. Tiro il fiato e mi riposo. Non sento più campanelli vari: forse ho seminato il gruppone!
Prendo a destra e, come indicato sulla segnaletica, dopo cinque minuti sono al colle Lazouney.
È una posizione strana questa, non aerea come mi sarei aspettato similmente ad una forcella di questo tipo. Sul versante piemontese opposto non vi è discesa diretta ma un bel pianoro chiuso da una catena di cime che si affacciano su Alagna. Che luogo remoto e solitario! Difficile incontrare qualcuno, a meno che non si capiti proprio nel periodo di passaggio del Tor des Géants!
Incredibilmente anche su queste rocce una targhetta indica una quota diversa rispetto a quella riportata sulla cartina e sulla segnaletica posta a fondovalle. Possibile che questa zona sia stata rilevata in altitudine da almeno tre persone diverse, ognuna con strumenti tarati diversamente? Mistero. Mi immagino la scenetta comica di tre individui i quali, non trovando tra loro un accordo, si impuntino per mettere ognuno la loro misura in tre posti differenti!
Dal Rifugio Rivetti, ritorno al Colle della Mologna Grande
All'inizio della traversata verso il Col Lazouney
Lungo il sentiero verso il colle
Al Colle Lazouney, vista verso i monti di Alagna ValsesiaIl lento ritorno a valle - Si conclude una giornata meravigliosa
Il Col Lazouney segna il mio capolinea di giornata. Basta marce, basta chilometri: si torna a valle ma stavolta con una camminata lenta.
Quando ritocco il grande ometto di pietra sottostante noto il meteo peggiorare anche qui. Nulla di grave o minaccioso ma le nebbie avvolgono lentamente questi Altipiani come un sudario. Solo una piccola finestra di bel tempo rimane aperta sul fondovalle.
Scendo comodamente tra erba e qualche pietra, transitando sulla soglia di altre baite isolate, come quella di Kiwsull. Dopo un altro lungo tratto rientro nel bosco e, camminando sulle sponde del Torrente Lazouney (in realtà su questo versante vi scorrono ben quattro rigagnoli, tutti chiamati Lazouney), oltrepasso anche i vecchi alpeggi di Jatzit per poi, molto più a valle, ricollegarmi al bivio di stamani nei pressi del ponte in ferro in costruzione. Ripercorro facilmente a ritroso la parte mancante fino a Niel, cui arrivo ormai verso sera.
Rivolgendo lo sguardo a quelle cime, a quegli alpeggi, ripenso all’esperienza vissuta e al bagaglio enorme di ricchezza e valori che anche oggi la montagna mi ha donato. Una cosa per me davvero preziosa e che porterò dentro per sempre. Peccato per il meteo un po’ ballerino ma certamente surreale che mi ha catapultato in due realtà distinte coinvolgendomi sempre nelle mie decisioni. Lassù, però, toccherà tornare prima o poi!
Il mio ultimo saluto da Niel è per queste stupende vallate. Come dimenticare poi la Signora dei boschi, il gregge di pecore indiavolato, i tre individui con differente cartellonistica sottobraccio e... Arianna? Urca, ora che ci penso chissà la coppia di escursionisti tra le nebbie del Rivetti e i tre che probabilmente si staranno ancora lamentando!
La discesa dal Col Lazouney
Rientro a Niel nelle nubi
A Kiwsull
"Stiamo lavorando per voi!"
Poco sopra NielTesti e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria
Panorama verso i monti della soleggiata Valle di Gressoney