Il tragitto dell'escursioneScheda tecnica
Località e quota di partenza: Chiareggio (1622 mt.)
Località e quota di arrivo: Capanna del Forno (2574 mt.)
Punto più elevato: Passo del Forno (2775 mt.)
Dislivello positivo: 1354 mt.
Lunghezza del percorso: 16,9 km.
Coordinate punto di partenza: 46°18’51”N 09°47’01”E
Posizione: su una terrazza panoramica rocciosa in Val del Forno, al di sopra di Maloja (Cantone dei Grigioni) al confine tra l’Alta Engadina e la Val Bregaglia.
Difficoltà: EE/A (F+) in caso di neve.
Presenza di tratti esposti: no.
Tempo di percorrenza totale: 8h 30’
Tipo di escursione: andata e ritorno.
Tipo di terreno incontrato: sterrato-erba-roccette-nevai.
Possibilità di ristoro: a Chiareggio e alla Capanna del Forno nei periodi di apertura (verificare).
Segnavia: bianco-rosso
N° del sentiero: 301 - 326
Acqua lungo il percorso: All’Alpe Vazzeda Inferiore e alla Capanna del Forno (verificare aperture).
Stato del percorso: sentieri ben segnalati e in buone condizioni. Prestare attenzione all’orientamento sulle roccette sotto il Passo del Forno in caso di presenza di neve.
Periodo: da fine giugno a metà settembre.
Panorama: superlativo in qualsiasi direzione, dall’inizio alla fine del percorso. Dalla Val Bona all’Alta Valmalenco e fino alla Val Forno coi suoi ghiacciai e le sue cuspidi rocciose.
Attrezzatura particolare richiesta: ramponi e piccozza (o bastoncini) per i tratti innevati.
Discesa: per la via di salita.
Tappe del percorso: Chiareggio (Pian del Lupo) - Alpe Vazzeda Inferiore - Alpe Vazzeda Superiore - Passo del Forno - Capanna del Forno
L’itinerario in breve
Dal parcheggio di Pian del Lupo a Chiareggio (1622 mt.) si imbocca verso ovest il Sentiero n° 301 che in breve si porta verso Località Forbesina (20 min.) per lasciarla sulla sinistra e proseguire dritto nel bosco in salita. Dopo mezz’ora si arriva nei pressi dell’Alpe Vazzeda Inferiore (1832 mt.). Al bivio qui presente ci si tiene decisamente sulla sinistra per proseguire in salita lungo il Sentiero n° 301 fino a raggiungere e superare l’Alpe Vazzeda Superiore (2033 mt., 30 min.). Al successivo bivio si prende verso destra (indicazioni per il Passo del Forno, 2775 mt.) e si percorre un buon tratto a mezzacosta fino ad incontrare un ultimo bivio nel quale tenersi a sinistra (Sentiero n° 326). Da qui alla Capanna del Forno non vi saranno più deviazioni ma solo una lunga ascesa fino al suddetto Passo su terreno roccioso e talvolta infido, spesso coperto da nevai residui anche in alta stagione (2h 20’). Alla salita fa seguito una discesa a tratti ripida ma bellissima, fino alla meta finale, la Capanna del Forno (2574 mt., 30 min.), nell’omonima valle in Svizzera. Il percorso di ritorno segue passo passo quello di andata.
Un’avventura incredibile - (del 19/07/2020)
Dal Pian del Lupo all'Alpe Vazzeda Inferiore e Superiore
Sono praticamente infiniti gli itinerari escursionistici in Valmalenco. Dopo aver visitato quasi tutti i rifugi della zona ecco che in uno dei miei soggiorni vengo attirato da un puntino rosso sulla cartina, un po’ più isolato e fuori rotta. Si tratta di un rifugio, una capanna, che non è in Italia ma leggermente aldilà dal confine, in Svizzera e la strada più comoda per raggiungerlo, nonché la più frequentata, parte dal Passo del Maloja in Val Bregaglia. Io però sono da questa parte e per arrivarci devo seguire la traccia puntinata che da Chiareggio sale al Passo del Forno e da qui scende al rifugio, il tutto attraverso valli isolate circondate da cime imponenti, a formare uno degli ambienti più severi e allo stesso tempo spettacolari. Un itinerario insolito ed estremamente lungo nel quale devo solo verificare l’agibilità nei pressi del valico e nel tratto successivo in discesa che si svolgerà su residui di ghiacciaio. E’ tutto troppo bello, non resisto e decido di andare ad esplorare la zona. Mal che vada tornerò sui miei passi se le difficoltà dovessero essere eccessive. Arrivo a Chiareggio in una bella mattinata di sole e parcheggio in riva al torrente Mallero, al Pian del Lupo, punto di partenza anche per i rifugi Gerli-Porro, Ventina, Tartaglione-Crispo e Del Grande Camerini. La zona con mio disappunto è già parecchio affollata ma dopo un po’ un posto per parcheggiare lo trovo. Le persone che scendono dall’auto sono come impazzite, camminano avanti e indietro cercando di scoprire l’imbocco del sentiero che si sono prefissati. Alcuni sono in ciabatte, altri con cani, prole e passeggini vari, altri ancora (pochi) con ferraglia da arrampicata e super zaini. Io lego al mio da 48 litri tutta l’attrezzatura che presumo mi occorrerà lassù (ramponi e bastoncini più che altro) e sono pronto a partire. Mi incammino verso la testata della valle in direzione Forbesina dove trovo anche le indicazioni per il rifugio Del Grande Camerini, non prima di essere fermato un paio di volte da alcuni escursionisti che chiedono la strada giusta per il Porro. Per la prima parte della salita parto avvantaggiato in quanto la conosco già. Il sentiero è lo stesso che sale al Camerini, inizia in un bel bosco di abeti con discreta pendenza e arriva prima all’Alpe Vazzeda Inferiore e poi, dopo un tratto molto più faticoso tra erba e roccette, a quella Superiore dalla quale si ha un panorama magnifico sull’Alta Valmalenco e sulla Val Ventina dove spiccano il Disgrazia, la Punta Rosalba e la Cima del Duca. In un bellissimo alpeggio cintato ci sono ancora i due asinelli che avevo incontrato anche durante la mia precedente gita al Camerini. Se la volta scorsa guardandomi si erano fatti venire il dubbio che per fare l’anello di quest’ultimo rifugio qualcosa di fuori posto dovessi averlo, ora mi stanno con certezza dando del pazzo a voler sconfinare da solo su un tragitto simile, lo vedo nei loro occhi. Scherzi a parte, in questo primo tratto di gente ne ho incontrata molta, soprattutto due grupponi del CAI intenti a salire al Camerini, una meta classica e molto remunerativa. Non appena due signore dell’ultimo gruppo, chiacchierando con me, sono venute a conoscenza dei miei obiettivi di giornata, subito il colore dei loro capelli ha virato al bianco, più che altro perché mi hanno visto da solo e probabilmente conoscevano le difficoltà del percorso.
Da Pian del Lupo la cima di Vazzeda (sx) e la cima di Val Bona
Le cime di Chiareggio
Panorama verso la Val Ventina
La Val Ventina e il Disgrazia
Il Monte dell'OroTra roccette e nevai, la salita in Val Bona al Passo del Forno
Dopo aver salutato e tranquillizzato tutti mi rimetto in marcia e ben presto raggiungo un bivio. Lascio a sinistra la traccia per il Came rini e prendo a destra, seguendo le indicazioni per il Passo del Forno e la Val Bona. Da qui in poi più nessuno. Dopo i primi metri il sentiero, o quello che ne rimane, diventa a mezza costa e molto stretto, nascosto dall’erba alta, dai mughi e da grossi massi ricoperti da questa vegetazione tra i quali è molto difficile trovare un punto d’appoggio per il piede. E’ un tratto rognoso e ostico dove occorre fare attenzione a non prendersi una storta, in un punto dove di difficoltà non ve ne sarebbe nemmeno l’ombra se la traccia fosse più curata. E’ anche vero che in un anno saranno veramente poche le persone a passare di qui. La posizione in cui mi trovo in compenso è meravigliosa e, anche se sono ancora ad una quota modesta, il panorama si mantiene sempre di prim’ordine. Alla mia destra svetta il Monte dell’Oro e sui suoi pendii riesco a vedere anche l’Alpe dell’Oro e l’Alpe Monterosso. Alle spalle ho sempre la vista sulla Val Ventina e sulla Valmalenco dove, molto lontano, ora appare anche la piramide del Pizzo Scalino. Il Disgrazia invece si è nascosto e fino al ritorno non lo vedrò più. Continuo cercando di orientarmi al meglio tra i mughi fino a scavallare un guado su rocce malmesse e bagnate dove sembra di camminare sul sapone. Improvvisamente, subito dopo, il sentiero spiana un po’ e abbandona la mezza costa per entrare in Val Bona dove in lontananza ad accogliermi compaiono le cime di Monte Rosso. Sono nella direzione giusta, ora avanti fino al Passo del Forno! Incredibile ma vero qui il sentiero ricompare totalmente, diventa comodo e ben segnato come se nulla fosse. Mistero. Sono in un punto abbastanza stretto della valle, una formichina in mezzo a giganti quale il Monte dell’Oro e la Cima Vazzeda. Arrivo ad un bel pianoro erboso costeggiando per un po’ il torrente della Val Bona. Un ponticello solitario mi porta dalla destra alla sinistra orografica della valle. Un attimo di tregua per tirare il fiato e ammirare ancora di più l’ambiente incredibile in cui mi trovo. Che emozione, che incanto! Piazzerei giusto una tenda per non muovermi più da qui. Poco distante dal ponte un cartello segnaletico mi indica che mancano ancora più di due ore per arrivare in cima al Passo, poi ci sarà ancora una discesa fino alla Capanna di circa mezz’ora. Qualche nuvoletta inizia a fare capolino tra queste cime creando zone d’ombra che danno un tocco ancora più magico a questa valle. Proseguo sempre lungo il torrente rimontando qualche sfasciume e portandomi sotto delle bastionate rocciose per poi avanzare con percorso più dritto. Di fronte a me l’altissima Cima di Vazzeda mi osserva immobile, al cospetto della quale non sono che un granello di polvere. Da quando ho oltrepassato il ponte il sentiero è sempre ben indicato con i classici segni bianco-rossi impressi sui massi. D’altra parte, non vi sono deviazioni ed è impossibile che mi perda. Risalgo un pendio erboso che lambisce la stupenda cascata che qui il torrente forma, uno strappo un po’ faticoso ma davvero suggestivo. Giunto in cima alla cascata vedo in fondo alla valle la meta, il Passo del Forno. Inizia qui un paesaggio totalmente diverso, fatto di roccia e pietra in corrispondenza del quale alla segnaletica italiana si aggiunge anche quella svizzera coi segni bianco-blu. Proprio di fronte al gruppo del Monte Rosso inizia un’im mensa morena di un vecchio ghiacciaio fatta di pietre che mi accingo a salire. Facendo attenzione a non smuovere i massi e a non scivolare mi ritrovo a circa metà di questa salita dove mi fermo un attimo per mangiare qualche barretta. Sono solo in mezzo a questi enormi blocchi fatti di ghiaia, non un’anima si fa viva e oggi nemmeno un animale. Vedo tutta la Val Bona che fin qui ho risalito e mi accorgo di aver fatto non so quanti chilometri da quando son partito. Sono su un balcone con un posto in prima fila a contemplare queste meraviglie di montagne. Non sono ancora arrivato però, non posso rilassarmi troppo e sul sentiero iniziano ora tratti neve che precedono un piccolo ghiacciaio. Metto subito i ramponi ed estraggo i bastoncini per una progressione più stabile e sicura. Ero certo che questa attrezzatura mi sarebbe servita, quest’anno ha nevicato tanto e tardi e attorno ai 2700 metri ovunque c’è ancora neve. Solo che non immaginavo quanta ne avrei incontrata di lì a poco. Con tutto questo bianco i bolli sulle rocce scompaiono ma ormai la direzione da seguire è ovvia. Negli ultimi metri di dislivello mi aspetta una faticosa risalita fino in cima al Passo con pendenza molto sostenuta. Un grosso nevaio senza crepacci dove la neve è tantissima e molle compare all'improvviso; data la pendenza in alcuni punti, a volte scivolo anche con i ramponi. Dove possibile cerco le rocce, pianto i bastoncini e salgo. Tutto bene, arrivo in cima non rendendomi conto ancora in che punto sono. Non riesco a trovare le parole per descrivere questo posto che segna proprio il confine di Stato tra Italia e Svizzera. Val Bona e Valmalenco da una parte, Valle del Forno ed Engadina dall’altra. Praticamente nell’unico punto dove la montagna cede un po’ ci sono io, tra il Monte del Forno e il Monte Rosso. Tutto stupendo e unico ma quando osservo i miei piedi che sono all’altezza della lamina di metallo del cartello segnaletico posto sul Passo rimango a bocca aperta. Tutto il palo è sommerso, senza accorgermene sono sopra a due metri di neve!
Tra mughi ed erba alta
Panorama verso l'Alta Valmalenco
All'ingresso della Val Bona
La cima di Vazzeda e il gruppo del Monte Rosso
Un bel ponticello sul torrente Val Bona
Ai piedi della cima di Vazzeda
A mezza costa sul sentiero in Val Bona
Un salto di roccia con alle spalle la cima di Vazzeda
La cascata in alta Val Bona
Sotto al Monte Rosso, all'inizio della pietraia
La parte percorsa della Val Bona
La salita ripida su pietraia
I primi nevai a circa 2600 mt.
Attraversando i nevai
Poco sotto al Passo del Forno
Gli ultimi metri
Dal Passo del Forno, il panorama verso la Val Bona
Indicazioni al Passo del FornoIl versante svizzero farà restare a bocca aperta!
Con i ramponi ben piantati nel ghiaccio affronto i pochi metri di discesa in Svizzera prima di arrestarmi nei pressi di un salto di roccia. Tengo i ramponi e disarrampico un po’ aiutandomi con le mani fino a rimettere i piedi sulla piccola vedretta che scende per buona parte nella valle. Un tempo il ghiacciaio era più grande e consistente e arrivava sino a quello del Forno che incontrerò più avanti. Per un buon tratto la pendenza è veramente notevole e, aiutandomi coi bastoncini, cerco di infilare i piedi in punti stabili o sulle tracce lasciate da altri. Non sono pochi, infatti, i frequentatori del rifugio che decidono di godere la vista magnifica che si ha dal Passo, nonché sui monti italiani. In questo punto un po’ scomodo incrocio un escursionista diretto a Chiareggio, il primo che incontro e che dall’Italia ha valicato il Passo del Muretto, poco distante da qui; traversando fino alla Capanna del Forno egli rientra ora per questo omonimo valico. Rimango un po’ sorpreso quando afferma di essersi perso nel trovare la strada giusta sul versante svizzero e di essere ora molto provato. In effetti l’intero periplo è un anello lunghissimo, ancora maggiore della mia escursione giornaliera. Un percorso più rapido, è vero, collega direttamente questi due passi ma risulta più alpinistico. Proseguo sempre sul ghiaccio tra giochi di luce e ombra formata dalle nuvole e in breve arrivo al termine della neve. Il sentiero torna nuovamente ad essere visibile e chiaro, bollato sempre coi colori bianco e blu (mancano da questo versante invece quelli bianco e rosso italiani). Dopo un buon tratto su pietraia aggiro un crinale e mi appare la Capanna del Forno adagiata su un terrazzino roccioso estremamente panoramico e quasi nel vuoto. Un baluardo isolato a guardia di questi monti. Ma lo spettacolo più favoloso me lo offre l’immensa lingua del ghiacciaio del Forno al di sotto del rifugio e che percorre quasi tutta la lunghezza della valle. Uno scenario così unico con questa immensa striscia glaciale l’avevo visto solo in foto su riviste o in televisione, come ad esempio l’immagine del ghiacciaio dell’Aletsch. Averlo così vicino quasi da toccarlo mi fa rimanere paralizzato. Non perdo tempo però e arrivo al rifugio per avere una visuale ancora migliore. Antistante alla struttura mi fermo solo ad ammirare e fare qualche foto al piccolo giardino botanico che con tanta cura è stato creato dove risaltano dei bei papaveri alpini. Mi precipito subito verso il muretto che cinge il terrazzino del rifugio e lì rimango in contemplazione per più di un’ora. Non ci sono veramente parole a questo capolavoro della natura, e pensare che l’uomo ce la sta mettendo tutta per distruggerla. E questo solo per i propri interessi economici e comodità. Anche questo ghiacciaio, seppur ancora notevolissimo come dimensioni, è in forte ritiro e tutto intorno lo dimostrano le rocce montonate che lo contornano. Seguendo con lo sguardo il ghiacciaio verso la testata della Valle del Forno posso vedere i profili di montagne bellissime che separano questa valle con l’opposta Val di Mello. Questi monti sono i Pizzi Torrone che si dividono in orientale, centrale ed occidentale. Tra essi la Punta Rasica oggetto di numerose ascensioni, il Monte Sissone e la Cima di Castello. In linea d’aria col rifugio invece svetta il Piz Bacun, il più alto, seguito dal vicino Piz Casnil e dalla Cima dal Largh. Tutte vette magnifiche (e molto friabili) di questa porzione di Engadina. Alla destra del rifugio invece parte il sentiero che raggiunge il Passo del Maloja, la via più breve per arrivare fin qui e che nella parte più bassa lambisce proprio il ghiacciaio del Forno. Estasiato da un ambiente così, vago con la mente e immagino per assurdo di comprare questo rifugio, una bellissima struttura in pietra, e di trasferirmi qui tutto l’anno. Un sogno! Nel primo pomeriggio qualche nuvola in più e qualche cliente in meno mi fanno capire che è meglio rimettermi in marcia, direzione Chiareggio.
Nevai residui sul versante svizzero
La cresta che porta al Monte Rosso
La discesa nel versante svizzero
Lungo i nevai, verso la Capanna del Forno
Il tratto percorso dal Passo del Forno
Da dx, la cima di Cantun, la cima di Castello e i Pizzi Torrone
I monti svizzeri in Valle del Forno
La Capanna del Forno
Il ghiacciaio del Forno
La bandiera svizzera alla Capanna del Forno
Il Piz Bacun
Lo spettacolo del ghiacciaio del Forno
I Pizzi Torrone
Papaveri alpini nei pressi della Capanna del FornoRientro in Valmalenco sotto una distesa di nuvole
Dopo tutta la strada fatta al mattino la risalita al Passo del Forno è veramente dura. Ancora una volta sono solo, gli altri escursionisti inforcano il sentiero che li ricondurrà al Maloja. È ormai abbastanza nuvoloso ma non dovrebbe piovere, il che mi tranquillizza e mi fa evitare di correre. Di nuovo pietraia, neve e ghiacciaio. L’ultimo pezzo è molto ripido e mi concentro su dove piantare i ramponi. Nei pressi del colle mi fermo sotto al salto di roccia e rompo un po’ di ghiaccio attaccato al granito. Per superare questo salto di I grado, tenendo ai piedi i ramponi, mi libero dei bastoncini lanciandoli poco più in alto e aiutandomi con le mani. Recupero gli stessi e rimonto gli ultimi metri, ritrovandomi in cima sopra i due buoni metri di neve di prima. Ma perché devo andare via da un posto così? Chi me lo fa fare? Incomincio a scendere facendo attenzione alla prima parte davvero ripida, poi più agevolmente fino al termine della neve. Qui, su un masso noto una targhetta in metallo che in salita non avevo visto e che riporta la tragica scomparsa di Ettore Castiglioni, sorpreso da una terribile tormenta proprio nei pressi del ghiacciaio del Forno. Tolti i ramponi ripercorro a ritroso tutto il tragitto fatto all'Andata, con un po’ di energia in meno ma sempre senza incontrare nessuno. Come prima, la parte più fastidiosa la ritrovo puntualmente nel collegamento tra la Val Bona e l’Alpe Vazzeda Superiore dove la traccia scompare così che affondo tranquillamente nell’erba e nei mughi. Sembra una terra di nessuno nella quale non si sa chi deve fare manutenzione al sentiero. Le gambe, stanchissime, mi fanno procedere più lentamente. Giunto all’alpeggio un timido sole fa di nuovo capolino ma le “difficoltà” sono finite e posso godermi in tranquillità la comoda discesa fino a Pian del Lupo. Sono sicuro che da stasera, nei miei sogni, continuerò a ripercorrere questa traversata più e più volte, perché così’ tanta bellezza e così tante emozioni non potranno mai svanire.
Il Monte Rosso
Cima Cantun e Cima Castello
Ritorno al Passo del Forno
Un tratto piuttosto ripido poco sotto del Passo del Forno
L'altezza della neve al Passo del Forno
La discesa sulla neve in Val Bona
La targa in ricordo di Ettore Castiglioni
Lungo la via di rientro in Val Bona
Lungo il torrente in Val Bona
Camminando a fianco il torrente
All'Alpe Vazzeda Superiore
Nel bosco, poco prima di giungere a Pian del LupoTesti e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria