BIVACCO CAPANNA DOSDE'

Camminata lunga in uno dei luoghi più isolati e spettacolari della Valgrosina, il Passo Dosdè, sul quale sorge un ricovero storico costruito nel 1890 alla bellezza di 2824 mt. Sentiero ben tracciato e piacevole fino al lago Negro, poi progressione scabrosa tra pietraie, grossi massi e residui di nevai dove ci si aiuta anche con le mani. Data la lunghezza dell’itinerario, la quota raggiunta e il notevole dislivello servono condizioni stabili del meteo, oltre che una discreta forma fisica e capacità di muoversi in ambienti severi di alta montagna.
La traccia del percorso Scarica
Il tragitto dell'escursione

SCHEDA TECNICA

Località e quota di partenza: ParcheggioRifugio Eita, Valgrosina (1698 mt.)

Località e quota di arrivo: Bivacco Capanna Dosdè (2824 mt.)

Punto più elevato: Bivacco Capanna Dosdè (2824 mt.)

Dislivello positivo: 1126 mt.

Lunghezza del percorso: 20,6 km.

Coordinate punto di partenza: 46°22’28”N 10°14’58”E

Posizione: il Bivacco Capanna Dosdè si trova sul Passo Dosde’, tra la Cima Viola e la Cima di Saoseo.

Difficoltà: E/EE

Presenza di tratti esposti: no.

Tempo di percorrenza totale: 7h 30’

Tipo di escursione: andata e ritorno.

Tipo di terreno incontrato: sterrato-cemento-acqua-terra-erba pietraia-roccette-nevai.

Possibilità di ristoro: al Rifugio Eita quando aperto.

Segnavia: bianco-rosso.

N° del sentiero: 201-262-292, 201-201A-292, 208-292

Acqua lungo il percorso: alla fontanella di Vermulera.

Stato del percorso: sentiero ottimamente segnalato e tracciato fino al Lago Negro. Poi traccia molto labile o inesistente lungo le pietraie finali sulle quali insistono anche in alta stagione alcuni nevai.

Periodo: da metà giugno a metà settembre.

Panorama: molto bello sul versante sud dove appaiono la Val d’Avedo e la Valgrosina, nonchè il sottostante Lago Negro. Verso est è la maestosa Cima Viola, mentre a nord si distende tutta la Val Cantone col famoso Corno di Dosdè e la più lontana Val Viola. Inesistente verso ovest in quanto ci si trova ai piedi della dorsale est che si sviluppa dalla Cima di Saoseo.

Attrezzatura particolare richiesta: utili i ramponi in presenza di ghiaccio e nevai sotto al Passo Dosdè.

Discesa: per la via di salita.

Tappe del percorso: Parcheggio Rifugio Eita - Stabine - Alpe Vermulera - Laghi di Tres - Lago Negro - Bivacco Capanna Dosdè - Lago Negro - Laghi di Tres - Alpe Vermulera - Stabine - Parcheggio Rifugio Eita

 

L'ITINERARIO IN BREVE

Dal parcheggio presso il Rifugio Eita in Valgrosina (1698 mt.) ci si incammina in direzione sud-ovest lungo la strata sterrata e a tratti cementata chiamata anche ciclovia dell’Energia, seguendo le indicazioni per la Capanna Dosdè, il Lago Negro e i Laghi di Tres (n° 201-262-292). Ad un primo bivio ci si tiene sulla destra e si sale lentamente per un dolce pendio dove pascoli e tratti di bosco si alternano. Si superano le case di Stabine (1821 mt., 55’) e si procede innanzi, fino a giungere all’Alpe Vermulera (1927 mt., 1h 15’). La strada fin qui è larga e comoda: in un punto un piccolo guado è superabile usufruendo di una piccola passerella. Dall’Alpe Vermulera si procede sempre dritto (sentiero n° 201-201A-292), ignorando la deviazione sulla sinistra verso i pendii del Monte Saline. Occorre quindi superare un notevole salto di roccia dal quale scende impetuoso il Torrente Roasco formando una grande cascata. La traccia rimonta con più decisione questo balzo fino a giungere sulla sponda dei Laghi di Tres (2185 mt., 2h), ove sono poste ulteriori indicazioni. Si tralascia la via sulla sinistra verso il Lago Venere e il Passo di Vermulera per insistere dritto (sentiero n° 208-292). La pista si fa molto più ristretta e risale bruscamente un pendio prativo, passa sotto alcune rocce per culminare poi nella parte alta della Val d’Avedo, un’immensa distesa pietrosa che va attraversata interamente. Stando sempre sul sentiero, ora pietroso, ci si porta al centro del vallone, continuando a macinare dislivello fino a giungere lungo la sponda occidentale del Lago Negro (2560 mt., 3h 15’). Da qui in poi le cose si complicano un po’, non essendoci più una chiara traccia visibile, ma solo alcuni ometti. Con fatica e aiutandosi con le mani si rimonta anche questa pietraia, seguendo il più possibile i suddetti ometti. La direzione da seguire è comunque evidente in quanto fuori pista ci si troverebbe in punti ancora più scabrosi ed esposti. Nella parte finale, prima di mettere piede sul Passo Dosdè, si incontrano di solito alcuni nevai (possono essere utili i ramponi). Con un ultimo sforzo ci si porta in cima al passo, dove è collocato il Bivacco Capanna Dosdè (2824 mt., 4h 10’). La via di rientro coincide con quella di salita fino al Rifugio Eita (7h 30’).

 

NELLA REMOTA E PIETROSA VAL D’AVEDO - (DEL 27/07/2020)

Guidando col brivido prima di un dolce inizio

Eccomi nuovamente in movimento, sempre per monti e valli selvagge. La Valgrosina è ancora una di queste, di certo da queste parti non salgono frotte di turisti in ciabatte!
In questa ho scoperto vari itinerari davvero interessanti e quello qui presentato spicca sicuramente per le sue caratteristiche. Se siete mediamente allenati e volete isolarvi per un po’, il Passo di Dosdè fa al caso vostro. Certo, non è immediatamente dietro l’angolo (da qui la necessità di essere in buona forma fisica) ma, se saprete perseverare, scoprirete un angolo di mondo così remoto e fuori dalle piste più battute, da lasciarvi a bocca aperta.
Questa valle laterale della Valgrosina, la Val d’Avedo, l’ho scoperta quasi per caso buttando un occhio più attento alla mia mappa. E, ciò che ho scoperto, trattasi davvero di un ricco tesoro!
La partenza di quest’avventura, come leggerete qualche riga sotto, non è stata in quarta ma in prima tirata. Letteralmente. Già perché prima occorre raggiungere con l’auto il Rifugio Eita, mica facile! Questo perché, innanzitutto, in estate si paga il pedaggio in Loc. Fusino: nessun problema al riguardo, se non fosse che la macchinetta accetta solo monetine contate! L’alternativa è pagare al Bar Posta a Grosio, ma questo lo verrò a sapere solo in seguito. In secondo luogo, perché da qui in poi la strada è strettissima e vi passano al centimetro le quattro gomme dell’auto; il parcheggio del rifugio va dunque “conquistato” sudando le proverbiali sette camicie (uhm... mi sa che qui sono anche qualcuna in più).
In ogni caso non potevo rinunciare a quest’esperienza e all’esplorazione di questa bellissima vallata; ne è venuta fuori una giornata pazzesca che giustamente deve cominciare dall’inizio.
Ormai a guidare su queste strade così “agevoli” e dove non si può sbagliare (leggasi Passo Gavia lato Val Camonica e Passo Mortirolo lato Valtellina) ci ho fatto un po’ l’occhio e certamente salgo con meno timori ma devo dire che la maglietta bagnata mi sta sempre appiccicata addosso in questi momenti. “Beh”, penso, “se non altro è molto meglio guidare qui che in una metropoli dove occorre una laurea per capire l’astrusa segnaletica stradale. Certo è che in alcuni punti se scendesse un’altra auto…”
La giornata è un po’ sul chi va là, come si dice, nel senso che le previsioni che ho guardato ieri sera erano ottime ma invece di sole qui ce n’è proprio un po’ pochino. Nuvoloni chiari e scuri si addensano sulle cime dei monti ed essendo solo mattina presto non è proprio il massimo per stare tranquilli. 
Dopo essermi fermato a Fusino per pagare il pedaggio e aver affrontato strettoie e tornanti vari, giungo in uno spiazzo verde qualche centinaio di metri prima di Eita e qui, finalmente, parcheggio. Sulla sinistra, infatti, parte la strada a tratti asfaltata e a tratti sterrata che si sviluppa verso la Val d’Avedo. Come detto, mi tocca cambiarmi, la mia sudata l’ho già fatta... 
Ho studiato attentamente la cartina di questa valle e non salgo senza una meta. Ho infatti individuato un bel bivacco in una delle zone più impervie e sperdute, la Capanna Dosdè, posta a 2824 mt. sullo spartiacque tra la Val d’Avedo e la Val Cantone. 
Per raggiungere questo luogo, il sentiero si fa largo tra alpeggi, cascate, laghi e canaloni detritici. Data l’enorme varietà di ambienti e paesaggi non ho dubbi quindi che anche questa sarà una gita molto interessante sotto tutti i punti di vista: con un’unica incognita, il meteo. 
Mi incammino all’ombra di un bel bosco di abeti che ogni tanto si dirada lasciando spaziare lo sguardo su alpeggi verdissimi e versanti boscosi severi e impervi. Mi colpisce l’alpeggio col piccolo borgo dell’Alpe Avedo posto poco sotto la strada che sto percorrendo. Poche case in muratura ottimamente tenute e abitate nel periodo estivo, in una conca verde e rigogliosa. Un posto grazioso e ameno. 
Continuo a salire alternando tratti in piano con strappi un po’ più duri. Tengo alla sinistra il torrente Avedo che esce dai laghi più a monte e in diversi punti forma piccole e grandi cascate in una gola in mezzo alla vegetazione. Dopo qualche curva e un piccolo guado dove è posto una piccola passerella di ferro arrivo in località Stabine dove vi è una baita isolata e ora chiusa. 
Mi fermo un attimo dato l’ampio panorama sulla Valgrosina che da qui posso ammirare in tutta la sua bellezza. Attraverso timidi raggi di sole spiccano verso il cielo le cime di Fo, Storile e Dosso dell’Oca che, dalla parte opposta, si affacciano sull’abitato di Sondalo. 
Improvvisamente dopo un’ultima curva la salita finisce di colpo e mi ritrovo su un vasto pianoro dove poco più avanti sulla destra vedo l’Alpe Vermulera. Anche qui poche case in pietra tenute in modo maniacale con ampi spazi verdi, piccoli recinti, fiori alle finestre e una tipica fontanella posta di fronte. Questo luogo appartato riesce ad incantarmi e a distrarmi; fisso queste case pensando già a come sarebbe bello se mi trasferissi qui tutto l’anno (anche se so che queste valli sono disabitate d’inverno). Incontro un pastore col suo cane intento ad abbaiarmi al mio passaggio, mentre degli asinelli comodamente seduti sull’erba a prendere il fresco del mattino mi osservano curiosi. Diranno: “Quello lì non sa cosa gli aspetta...”.

Dal profumo degli alpeggi ai colori dei laghi d’alta quota

Poco oltre l’alpeggio svolto su un ponticello portandomi in destra orografica della valle. La piana qui termina sotto un brusco salto di roccia dove, nel mezzo, una gola è solcata dalle acque del torrente Avedo che qui forma altre piccole cascate. Il sentiero si restringe in questo punto e io procedo affrontando una bella salita tra mughi, mirtilli e rododendri. Tutti i profumi della montagna, tutta la sua essenza è qui. 
Poco sopra supero un piccolo guado e, dopo le ultime rampe, arrivo sulle sponde di uno dei laghi di Tres dove, poco distante, si trovano anche alcune baite. A dispetto del loro nome i laghi qui sono due (forse un tempo ve n’era un terzo) e sono davvero magnifici! Nelle loro limpide acque si rispecchiano, o dovrebbero rispecchiarsi data la copertura nuvolosa di oggi, il Pizzo Matto e il Dosso Sabbione. 
Dopo una piccolissima sosta nella quale ne approfitto per immortalare questi luoghi, attraverso nuovamente il torrente su di un piccolo ponte di cemento e seguo il sentiero che inizia a salire tra erba e pietre sui pendii del gruppo di Lago Spalmo e della Cima Viola, fino a portarsi nell’alta Valle di Avedo. Strano a dirsi ma in molti dei luoghi come questo in cui mi ficco non incontro nessuno...
Solo a tratti vengo investito dai raggi solari, il meteo sembra proprio non volerne sapere di migliorare, un vero peccato. Più salgo e più questi monti sono avvolti da dense nubi che mi costringono a tenere un occhio quasi fisso su di loro. E dire che tutte le previsioni davano sole pieno per tutto il giorno! 
Un ultimo tratto a mezza costa un po’ impervio mi porta fino alla curva dietro alla quale non vedrò più i laghi di Tres, almeno per stamani. Un’ultima foto dall’alto mi consente di fissare il ricordo del colore azzurro di queste acque: davvero splendido! 
Svoltato l’angolo rimango spiazzato da ciò che vedo. Una lunga valle, un lungo corridoio glaciale dalla tipica forma a U, che si perde in lontananza in un ammasso di nubi nere confuse (che non ci dovrebbero proprio essere!). Al posto di queste in teoria dovrei vedere le Cime di Saoseo ma in questa giornata non mi è proprio possibile. Questo luogo viene chiamato Pian del Frec’, ovvero Piana del Freddo. A dispetto del nome, se non altro, oggi non c’è una temperatura rigida. Il paesaggio però, rigoglioso e verdeggiante fino a poco fa, è completamente cambiato e ora la valle mostra il suo lato più aspro e selvaggio. Sembra proprio un luogo isolato e abbandonato dove non transita quasi nessuno (appunto...).
Il mio avanzare non è faticoso, tutt’altro, e lo sviluppo del sentiero è lineare e agevole. La pendenza è davvero modesta. Mi sento costantemente osservato da queste cime altissime che ho ai miei fianchi, un luogo forse spettrale che, scesa la sera, mette certamente i brividi. Ma il tutto, inutile negarlo, è tremendamente affascinante e attraente!
Arrivato in fondo a questo “rettilineo” supero un altro gradino glaciale e arrivo sulla riva del lago Negro. Mai nome fu più azzeccato! Da qualsiasi posizione io lo guardi, le sue acque mi appaiono sempre piuttosto scure se non proprio nere. Beh, quest’oggi si abbinano bene con quello che incombe sulla mia testa, ossia nuvoloni neri, bassi ed enormi. È un bel bacino, certamente non piccolo, che dà quella sfumatura di colore in più a queste valli di alta montagna. 

Nelle nubi, lungo un tappeto di pietre... davvero agevole!

I nuvoloni neri mi tengono costantemente d’occhio; io faccio altrettanto con loro, indeciso più volte se proseguire o desistere. Ovviamente sono qui da solo: io, la montagna, il lago e le nuvole. L’unica parola l’ho fatta col pastore di Vermulera. Certamente essere sorpresi a queste quote da un temporale non è proprio il massimo. I brevi momenti in cui le nubi scompaiono e lasciano filtrare i raggi solari però mi danno fiducia, oltretutto donando un’aria mistica a questa porzione di valle. 
Alla fine mi decido e proseguo, continuando a seguire i bolli bianco-rossi che mi portano a percorrere la riva sinistra del lago fino al suo termine dove in un punto imprecisato, guardando in alto alla mia destra, le nubi lasciano apparire la mia meta, la Capanna Dosdè. La beffa è che lassù il cielo è di un azzurro intenso e non vi sono nuvole! Metto una marcia in più e giungo all’estremità opposta del lago Negro dove lo scenario cambia ancora e, se possibile, diventa ancora più selvaggio e lunare. Proprio da qui dovrei godere anche di una vista stupenda sulla Cima Viola che oggi però si vuole nascondere dietro veli di nebbia sottili. 
Oltrepassato il Lago Negro la traccia quasi scompare ma per fortuna ogni tanto vi è ancora qualche bollo da seguire. Inizia ora un intricato labirinto di pietre e grossi massi che sembrano arrampicarsi su per questi dossi morenici. Il sentiero diventa davvero disagevole e le foto parlano chiaro: devo fare attenzione ad incastrare bene i piedi, più che altro per non prendermi qualche storta inutile e, nel mentre, non devo perdere di vista gli ometti, anche se la linea di salita è logica. 
Avanzo molto lentamente, la pendenza aumenta sensibilmente, la quota anche. Supero un nevaio e continuo a serpeggiare scavalcando massi con l’aiuto delle mani come se non ci fosse un domani. 
Quando per un attimo alzo gli occhi mi compare davanti una donna intenta a scendere e a percorrere la strada opposta alla mia. Sicuramente la quota o la fatica mi hanno giocato un brutto scherzo e io sono in preda ad un’allucinazione. Mi stropiccio gli occhi e osservo bene. Eh no, quella è proprio una donna che si scapicolla giù dalla pietraia!
Non è italiana, forse inglese e sembra essere in giro da più giorni. Lo capisco dalle domande un po’ confuse che mi pone per raggiungere varie località. Sembra davvero stanca e provata... se non altro, non sono l’unico matto quassù!
Dopo una breve chiacchierata e i saluti di rito riparto senza nemmeno accorgermi di essere ancora sulla traccia che improvvisamente è ricomparsa, traccia che seguo subito. Sempre sotto una cappa densa di nubi arrivo sulle sponde di due laghetti senza nome, quasi invisibili ed effimeri. 
Cammino quindi lungo un tratto di pietraia apparentemente più comodo, a mezza costa, risalendo adagio fino al Passo Dosdè prima puntando a destra e poi tagliando a sinistra. È fatta, obiettivo raggiunto e per giunta qui mi ritrovo sotto ad un bel sole! Mi dirigo subito a visitare l’interno della Capanna Dosdè ubicata a pochi metri dal passo e dalla storia quantomeno curiosa.

Il bivacco è stato infatti costruito nel 1890 dalla sezione del CAI di Milano e per questo progetto si sono spesi ben 2200 lire! È stato ristrutturato nel 1955 e poi nel 1982 quando l’acquistò il CAI di Bormio. L’interno è molto curato. Vi sono 12 posti letto dotati di coperte e materassi e disposti su brandine “a castello” per raggiungere le più alte delle quali è necessario salire per le scalette di legno infisse alle pareti. Io ci ho provato per curiosità e devo dire che è quasi più dura salire da qui che per l’intero percorso... alpinismo in bivacco! Vi sono poi un tavolo, delle panche, un fornello, una bombola di gas, stoviglie e una cassetta di pronto soccorso. Un cartello infisso ad una parete ricorda otto regole fondamentali prima di lasciare il bivacco per chi ne usufruisce, regole che vanno dallo spegnimento della bombola del gas, alla chiusura delle porte e ancora allo smaltimento dei propri rifiuti (da portare sempre a valle, è bene ricordarlo). 

Un tranquillo rientro con la famosa nuvoletta da impiegati sopra la testa

Dopo aver mangiato qualcosa esco all’aria aperta e mi porto verso la croce di legno posta poco distante dalla struttura e dalla quale ho una bellissima visuale anche sull’opposta Val Cantone dominata dal Corno di Dosdè, che più a valle confluisce nella Val Viola dove si trova anche il rifugio Federico in Dosdè. Una bella discesa che si ricollega ad un’altra escursione che ho fatto in questa valle (al rifugio Dosdè e al bivacco Caldarini) e che si potrebbe concatenare organizzandosi preventivamente con una seconda auto per il rientro. 
Da questa parte il cielo è molto migliore! Tra una foto e l’altra, con la mia mente che è persa a contemplare questi luoghi, sopraggiunge anche il primo pomeriggio e con esso l’ora di scendere. Mi accingo allora ad affrontare nuovamente il canalone disseminato di massi ma, stranamente, in discesa lo trovo un po’ più agevole. Le nubi non mollano, a volte diventano più nere, a volte si diradano un po’ ma quando arrivo al lago Negro mi attende una compatta copertura nuvolosa che continua a tenermi sulle spine. Sperando non si apra ora il rubinetto (o peggio si accumuli elettricità), proseguo a ritroso il mio cammino. 
Solo ai laghi di Tres vedo riaffiorare il sole e capisco che ormai è quasi fatta, oggi non mi bagnerò. Ho ancora un po’ di tempo prima dell’arrivo della sera e me la prendo molto comoda. Che fretta c’è di allontanarsi da luoghi come questi? Mi siedo su una collinetta erbosa lungo la sponda del lago in una pace e un silenzio assoluto. Fuori da tutto e da tutti, dove il tempo si è fermato. 
Solo dopo un bel po’ inizio a scendere verso valle ma, sorpresa, sdraiata su una panca intenta a dormire ritrovo l’escursionista inglese che ho incontrato mentre salivo! La mia impressione che fosse un po’ provata dalla fatica era giusta: probabilmente è impegnata in un giro di più giorni ben più impegnativo del mio. Non si sveglia e non mi vede... dorme proprio!
Ridisceso all’Alpe Vermulera, incontro una coppia di escursionisti intenti a studiare la cartina e a lamentarsi del tempo. Allora non avevo frainteso le previsioni! 
In loro compagnia percorro l’ultimo tratto che mi resta per arrivare a riprendere l’auto, discorrendo di queste nostre splendide montagne che, senza andare in capo al mondo, aspettano e meritano di essere scoperte. 
Mi ritrovo a scendere verso Grosio dove ho l’alloggio pensando già alla prossima meta, la Val di Sacco (o Val de Dosa), il ramo occidentale della Val Grosina. Conto le ore, i minuti... quanto manca alla ripartenza?

Testi e foto di: Daniele Repossi

Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria

Asinelli assopiti a Vermulera
Pura poesia ai Laghi di Tres
In discesa verso Eita, in tardo pomeriggio. In lontananza, la Valgrosina