Il tragitto dell'escursioneSCHEDA TECNICA
Località e quota di partenza: Passo dei Salati (2980 mt.)
Località e quota di arrivo: Balmenhorn-Cristo delle Vette (4167 mt.)
Punto più elevato: Colle del Lys (4255 mt.)
Dislivello positivo: 1291 mt.
Lunghezza del percorso: 11,7 km.
Coordinate punto di partenza: 45°52’37”N 7°52’04”E
Posizione: il Balmenhorn è un’elevazione rocciosa posta quasi al centro del ghiacciaio del Lys, nel cuore del massiccio del Monte Rosa, dove è anche collocata la statua del Cristo delle Vette. Qualche metro più in basso si trova anche il bivacco Felice Giordano.
Difficoltà: A/AG/PD
Presenza di tratti esposti: si.
Tempo di percorrenza totale: 8h
Tipo di escursione: anello.
Tipo di terreno incontrato: ghiaia-pietrame-roccette-rocce-sfasciumi-ghiaccio-piccoli canali d’acqua.
Possibilità di ristoro: al Rifugio Città di Mantova nei periodi di apertura (verificare).
Segnavia: bolli rossi, gialli, rosso-gialli, frecce gialle
N° del sentiero: 205-ghiacciaio
Acqua lungo il percorso: al Rifugio Città di Mantova quando aperto.
Stato del percorso: il sentiero che dal Passo dei Salati aggira lo Stolemberg e arriva poi al Rif. Città di Mantova è ben evidente e tracciato, segnato da bolli rossi e gialli di vernice. Il resto dell’itinerario è una traccia (anch’essa evidente) su ghiacciaio, che supera zone crepacciate fino al Colle Vincent. I tratti scalettati sono in buone condizioni.
Periodo: generalmente da giugno a settembre, nel periodo di apertura degli impianti.
Panorama: il migliore in assoluto che si possa desiderare da una gita in alta montagna! Dalle vette del Rosa a tutta la Val d’Aosta e oltre, fino all’orizzonte del quale si può osservare la linea curva del nostro pianeta!
Attrezzatura particolare richiesta: imbrago, longe, casco, ramponi, piccozza, corda, occhiali per il riverbero della neve.
Discesa: lungo il lato sud-est del Balmenhorn fino al Colle Vincent, poi per la via di salita fino alla stazione a monte di Indren e quindi a Staffal con gli impianti.
Tappe del percorso: Passo dei Salati - Stolemberg - Colle delle Pisse - Colletto dell’Acqua - Ex funivia Alagna-Punta Indren - Ghiacciaio di Indren - Rifugio Città di Mantova - Ghiacciaio del Garstelet - Colle Vincent - Colle del Lys - Balmenhorn (Cristo delle Vette) - Bivacco Felice Giordano - Colle Vincent - Rifugio Città di Mantova - Punta Indren-Passo Salati
L'ITINERARIO IN BREVE
Dal grande parcheggio in Loc. Staffal (Gressoney-La-Trinité, 1840 mt.) si prende l’impianto che sale in due tronconi al Passo dei Salati (2980 mt.) e da qui si procede a piedi (ovest) verso l’ultimo troncone della funivia che porta a Punta Indren. Dopo pochi passi si lascia la grande traccia per salire l’evidente sentiero n° 205 che parte sulla destra verso lo Stolemberg. Dopo qualche pietraia e un punto esposto su di una piccola forcella, si aggirano verso ovest le rocce della punta rocciosa aiutandosi con i canaponi qui presenti e si insiste dritti verso nord. Si scende quindi al Colle delle Pisse (3110 mt., 45’) per poi salire di nuovo verso l’ex stazione della funivia Alagna-Punta Indren (3257 mt., 1h 20’) ormai visibile, oltrepassando il Colletto dell’Acqua (3214 mt.). Dall’ex impianto si torna a puntare in direzione ovest, si supera un tratto pietroso-roccioso per poi trovarsi all’inizio del ghiacciaio di Indren, in ritiro. Se la neve è molle con evidenti pozze e rivoli d’acqua i ramponi non servono; in caso contrario, in presenza di ghiaccio duro e nero ci si lega equipaggiandosi con tutta l’attrezzatura alpinistica. Attraversata la lingua ghiacciata di Indren (sulla sinistra si vede l’impianto Indren-Salati di cui si usufruirà al ritorno) inizia il tratto roccioso che porta al Rifugio Città di Mantova. Queste rocce si possono superare in due modi. Puntando la traccia a destra e affrontando un tratto attrezzato quasi verticale con cavi, canaponi e staffe, oppure procedendo a sinistra, lungo una traccia più lunga ma più facile e senza corde o scalette. Dal Rifugio Città di Mantova (3498 mt., 2h 30’) occorre puntare alla chiara traccia che si porta verso nord-est e il ghiacciaio del Garstelet. Da qui in poi non vi sarà più sentiero e numerazione (a meno di non voler deviare e fermarsi al Rifugio Gnifetti, poco distante e visibile: in questo caso il sentiero, su ghiacciaio e attrezzato, è sempre il n° 205). Si sale un po’ a zig-zag il tratto iniziale sul Garstelet per poi procedere in linea quasi retta verso nord e il Colle Vincent. Questo tratto è il più tecnico e potenzialmente pericoloso in quanto risulta essere piuttosto crepacciato. Dal Colle Vincent (4100 mt., 4h ) si ignora sulla destra la deviazione per la Piramide Vincent e il Bivacco F. Giordano (che si raggiungerà da nord per via più comoda) insistendo sempre dritto e aggirando ad ovest lo sperone del Balmenhorn che compare sulla destra. Dopo un altro tratto su ghiacciaio si arriva al Colle del Lys (4255 mt., 5h) nel punto più alto del percorso. Da qui si torna a puntare a sud, verso il roccione del Balmenhorn, ignorando quindi verso est la prosecuzione della pista verso la Capanna Margherita. Giunti ai piedi dello stesso si affronta un breve tratto scalettato con staffe per arrivare in cima dove è presente anche la statua del Cristo delle Vette e, pochi metri sotto ma sempre sullo sperone roccioso, il Bivacco Felice Giordano (4167 mt., 5h 30’). Dal bivacco si scendono nuovamente le staffe metalliche e si percorrono solo pochissimi metri sul ghiacciaio, fino ad individuare sulla destra la traccia che scende direttamente al Colle Vincent (5h 50’). Da qui si scende verso ovest per ricongiungersi poi alla traccia di salita e quindi al Rifugio Città di Mantova (7h 30’). Da questa struttura si torna sui propri passi fin quasi al centro del sottostante ghiacciaio di Indren, dove l’ennesima traccia su ghiaccio (o su roccia in caso si fosse ritirato) porta all’impianto Punta Indren-Passo Salati (8h), tramite il quale si ridiscende a Staffal.
NELL’ARIA SOTTILE DEI GHIACCIAI DEL MONTE ROSA - (DEL 27/07/2014)
L’aggiramento dello Stolemberg - A cavallo di due mondi
“Oggi cosa farai di bello?”.
Questa la domanda che l’albergatrice di Gressoney mi rivolge mentre attraverso la hall dell’hotel con la cartina in mano diretto alla mia auto. Mi sento in forma, ho dormito benissimo e il sole fuori splende. Non posso perdere un’occasione così!
“Sto partendo... per un’avventura!” rispondo a lei con un sorriso.
No, non mi chiamo Bilbo Baggins, non sono al servizio di una strampalata combriccola di nani e in mano non ho un contratto da scassinatore. Stringo nel palmo solamente la mia fidata cartina topografica alla quale poco fa ho dato un’ultima occhiata prima di partire verso una montagna che, pur non essendo solitaria, pur non dimorandovi all’interno un drago e pur non essendo contesa da cinque fazioni come descritto in “Lo Hobbit”, impressiona per altezza e severità di ambienti, incutendo anche un po’ di timore. Ebbene sì, sto parlando del Monte Rosa!
Perché timore? Perché il mio obiettivo di oggi sarà andare a scoprire quali meraviglie si nascondono lassù, a più di 4000 metri, e quando si parla di queste quote bisogna tenere conto di tutto, meteo e terreno in primo luogo. A seguire vengono poi quota, fatica e orientamento.
La via di salita che mi sono prefissato è quella classica frequentata dalla maggior parte delle persone, nonché la più facile per entrare nel mondo dei ghiacci e dell’alpinismo in generale. Il Monte Rosa, dal versante della Valle di Gressoney, rimane infatti il più abbordabile. Salirò quindi nuovamente ai Rifugi Mantova e Gnifetti (già oggetto di mie visite in passato) per poi proseguire ancora verso l’alto finché potrò.
Sinceramente non mi sono prefissato una meta anche perché non avendo mai affrontato un simile itinerario, oltretutto per forza di cose da solo, non so come il mio corpo risponderà.
Parcheggio dunque ancora a Staffal e con l’impianto raggiungo dopo circa mezz’ora il Passo dei Salati. Conosco a memoria il tragitto verso il Rifugio Mantova e, senza avvalermi dell’ultimo troncone della funivia di Punta Indren, ripasso sotto le rocce dello Stolemberg fino a raggiungere il ghiacciaio d’Indren in un percorso che ritengo sempre tra i più affascinanti delle Alpi e a torto trascurato. Data la sua bellezza non posso esimermi dal raccontarlo, anche se poi ne sentirete ancora parlare in altre gite.
Il sole illumina come non mai i Salati, da dove lo sguardo verso l’orizzonte, in qualsiasi direzione, si perde sopra una catena di monti infinita che abbraccia il Piemonte da una parte e la Val d’Aosta dall’altra. Come la volta precedente in cui sono stato qui, ad accogliermi c’è sempre il gruppo di giovani stambecchi intenti a passeggiare per il pianoro, noncuranti dell’uomo.
La massa di persone scesa qui dall’impianto, come sempre, si dirige a passo spedito verso l’ultimo troncone della funivia, che dai Salati conduce a Punta Indren. Mi accodo anch’io su questa grande strada sterrata ma solo per qualche metro; poi, d’improvviso, saluto tutti e mi isolo puntando all’evidente traccia che parte sulla destra in direzione dello Stolemberg. È la via più vecchia e classica che si faceva prima che venissero costruiti gli impianti e che purtroppo, con la presenza degli stessi, è scarsamente frequentata. Insomma, quando possibile è sicuramente meglio andare con le proprie gambe e gustarsi ogni metro di questi ambienti. Di solito evito sempre questo tipo di aiuti e anche oggi, se non avessi avuto i giorni contati, sarei salito e sceso anche fino ai Salati a piedi, la miglior cosa sicuramente (anche se a essere sincero avevo già affrontato in questo modo la tratta Staffal-Salati).
Su questo sentiero non incontro indicazioni di sorta anche se la mia cartina topografica riporta il n° 205. La via è comunque ben segnata dai classici bolli e frecce di vernice gialla, tipici della Val d’Aosta.
Salgo adagio dando tempo al corpo di abituarsi allo sforzo in quota, man mano mantenendo un passo regolare. La terra è dura e pressata così che il piede non scivola pur camminando tra pietraie e sfasciumi. Al termine della breve rampa iniziale mi ritrovo su di un bel pianoro roccioso con vista magnifica sul Passo dei Salati, la Valle di Gressoney e quella di Alagna, alle spalle della quale le nubi che si levano in lontananza formano un tappeto bianco spettacolare che per il momento non incombe su questi luoghi. Speriamo bene! Davanti a me osservo invece le rocce dello Stolemberg con alle spalle la Piramide Vincent e il ghiacciaio di Bors.
Seguendo gli ometti di pietra mi porto al termine di questo pianoro accidentato e quello che vedo oltre mi manda in tilt il cuore. Un tratto attrezzato con canaponi si presenta a breve distanza sul mio cammino; passa proprio sotto il versante sud dello Stolemberg, uno sperone roccioso con la forma di una placca dermica che non sfigurerebbe sul dorso di uno stegosauro. Tale parte attrezzata è anticipata solamente da una piccola forcella esposta che neanche la lama di un rasoio e sulla quale passa proprio il mio sentiero. Ma che coincidenza!
Esposizione massima e nessun cordino per questo breve tratto dove il vuoto è presente su entrambi i lati. Come la volta precedente, resto immobile a fissare questo punto per non so quanto tempo. Indubbiamente è affascinante ma... nessuno sale, nessuno scende. Passano minuti, mi guardo intorno, distraendomi con le meraviglie delle cime del Rosa che sembrano incoraggiarmi. Un respiro profondo e poi via, fino all’orlo della forcella. Fisso le rocce opposte al suo termine. Non è molto, saranno venti metri ma guai a guardare in basso. Vado di slancio... A passo spedito, come con una leggera rincorsa, mi ritrovo oltre. Wow, è andata! Il tratto successivo non può essere più difficile mi dico e, dopo aver recuperato con una lenza il cuore rimasto ancora dall’altra parte, raggiungo le funi e procedo.
Inizia ora la parte un pochino più alpinistica, se vogliamo. Nessun problema su questo tratto, facile e divertente. Aggirate queste rocce ne percorro la base lungo il versante ovest. Sfasciumi, rocce rotte e ghiaietto rendono questa parte un po’ scivolosa che con un po’ di attenzione si supera.
Ma poi, dove sono? Me ne sto rendendo conto? Non sto sognando, di fronte a me tutto il Rosa mi osserva e mi aspetta. Il sole splende ancora, la giornata sembra tenere. Andiamo!
Su di un terrazzino roccioso, un po’ più avanti, compare anche la vecchia stazione a monte della Indren per il tratto che una volta saliva da Alagna. Sfortunatamente non è stata smantellata ed è ancora là, dimenticata da tutti.
Risalgo un piccolo pendio sfasciumato fino a portarmi contro altre rocce attrezzate anch’esse con fune. L’unica difficoltà qui consiste nella discesa su terreno molto bagnato e scivoloso, discesa che termina al Colle delle Pisse.
Risalgo ora su comodo (si fa per dire) sentiero, supero un piccolo pianoro (il Colletto dell’Acqua) e arrivo a questa vecchia stazione della funivia dove mi fermo un attino a prendere fiato. Lungo la direzione da cui sono salito si innalza solitario un torrione roccioso, non grandissimo visto da qui, capace però di incutere un certo timore. “Fantastico” mi dico “c’è pure un sentierino che corre un po’ esposto sui versanti nord e ovest e si incunea tra le rocce”.
“Ma... è lo Stolemberg e io sono sceso da lì!”
Non realizzo ancora, tanto mi sembra impossibile la cosa. L’immagine che ne esce è davvero suggestiva e sembra fuoriuscire da un libro fantasy.
Lo spettacolo mattutino al Passo dei Salati
Panorama verso la Valle di Gressoney
Lo Stolemberg e, alle sue spalle, la Piramide Vincent
Verso lo Stolemberg col primo tratto attrezzato
Il passaggio molto esposto
La Punta Giordani (dx) con la Piramide Vincent
In un mare di sfasciumi, seguendo le frecce gialle
Discesa attrezzata verso il Colle delle Pisse
Lo sperone dello Stolemberg appena aggiratoLà, in mezzo ai ghiacci, vedo qualcosa somigliante a un rifugio...
Da qui in avanti il sentiero, almeno fin quasi alla Punta Indren, spiana un po’ e non presenta difficoltà. Seguo numerosi ometti di pietra tra roccette senza fare nemmeno troppa fatica data la quasi assenza di dislivello. Supero un laghetto senza nome e arrivo ai primi nevai. Insignificante il primo, più grande il secondo, decisamente esteso e ghiacciato il terzo. È quello (marcio) di Indren, ormai in forte scioglimento.
In un attimo aggancio i ramponi e impugno la piccozza. Non ho un compagno o una guida e non posso legarmi anche se fino alle prime roccette del crinale che portano al rifugio Città di Mantova si cammina più su una poltiglia mista tra acqua e neve. L’importante è stare sulla traccia in quanto nel punto in cui il ghiacciaio scende verso valle, alla sinistra della stazione di Indren, enormi crepacci fungono da monito.
Rispetto alle altre volte in cui sono stato qui, oggi c’è molta gente e questo certamente per via della magnifica giornata (almeno fino ad ora), anche se qualche nube inizia già a sopraggiungere.
Camminare su questo ghiacciaio, fuori dal mondo, mi fa immaginare di essere nei panni dei primi pionieri dell’alta quota che per primi si sono ritrovati di fronte ad un mondo ignoto e inesplorato, un mondo si credeva fino a quel momento popolato da creature e spiriti maligni. Mi concentro sulla mia salita e tutte le persone intorno a me col loro vociare scompaiono. Un passo davanti all’altro sono già entrato in un regno fantastico, scaldato dal sole e più in alto di tutte le nubi. Cric-croc, è il ghiaccio duro che ogni tanto resiste sotto i miei piedi, per poi sfociare in neve molle se non acqua fino al livello della caviglia. Passo sotto la Piramide Vincent e mi chiedo cosa pensi di tutto questo formicaio che si muove ai suoi piedi. Lingue di ghiaccio scendono anche dal crinale a monte del pianoro dove si trova il rifugio Mantova e vedo che qualcuno prova a rimontarle con fatica: non una via agevole.
Sui vari percorsi che dalla Indren partono osservo diversi “trenini” di persone. Molti si dirigono verso la Punta Giordani, altri risalgono per il ghiacciaio d’Indren fino a portarsi sotto lo sperone roccioso sul quale sorge il rifugio Mantova, sperone dal quale a sua volta partono due vie per raggiungerne la sommità. Una, a destra, attrezzata e scalettata, quasi verticale è il percorso più breve. L’altra, in senso opposto, la via più facile su sentiero (o nevaio) ma più lunga.
Questa volta opto per il percorso più facile che quest’oggi per buona parte intravedo innevato. Non tolgo quindi i ramponi alla fine del ghiacciaio d’Indren, procedendo tranquillo fino al rifugio dove non posso mancare una visita.
Il panorama è sempre grandioso, immenso e lascia ogni volta a bocca aperta. Rutor, Gran Paradiso, Monte Bianco con un oceano di vallate e monti a perdita d’occhio. Penso sempre più che sarebbe stato un delitto farsi sfuggire una giornata così. Alle spalle del rifugio si spalancano le porte di un mondo fantastico e di una bellezza disarmante. La Piramide Vincent, in primo piano, sembra uscire da un mare bianco e innalzarsi fino in cielo. Molte persone in fila indiana salgono ai suoi piedi: sembrano proprio formichine, ora in fila indiana ma pronte a dividersi un po’ più in alto verso le mete più disparate.
Sul ghiacciaio d'Indren con panorama verso il Lago Gabiet
Sulla traccia verso il Rifugio Mantova
La strada percorsa sul ghiacciaio d'Indren
Il Rifugio Città di MantovaSotto le seraccate della Piramide Vincent
La via di salita a tutte le principali cime del Monte Rosa all’inizio è unica per tutti; la prima tappa è il Colle Vincent. Sulla terrazza del Rifugio Mantova controllo accuratamente tutta l’attrezzatura e lo zaino, rimetto i ramponi e con la piccozza in mano mi dirigo verso la base della Piramide Vincent, verso il tratto che mi aspetta sul ghiacciaio del Garstelet. Supero per prima cosa una fascia di roccette e nevai, un tratto di misto poco pendente fino al limitare del suddetto ghiacciaio.
Eccitazione, gioia, adrenalina ed emozione si fondono insieme non appena metto il piede di nuovo sul ghiaccio. Camminare in questi ambienti e sentire il ghiaccio sotto i miei piedi è per me una delle sensazioni più belle i assoluto.
Questa volta il tragitto sarà molto più lungo rispetto alla salita compiuta solo un anno fa fino al rifugio Gnifetti che, come un baluardo a guardia di questi luoghi severi, appare già alla mia sinistra aggrappato ad un grande sperone roccioso.
La giornata per ora si mantiene bellissima, non c’è un alito di vento e le condizioni sono perfette per questo tipo di escursione. Certo, devo sempre considerare che, nonostante sia molta la gente impegnata nell’ascesa, io sono da solo e quindi non legato. Dovrò fare la massima attenzione e soprattutto guardare bene dove poggiare i piedi, anche lungo questa via obbligata caratterizzata da un’evidente traccia calpestata.
Parto e il cuore inizia a pulsare con maggior intensità, alternando il suo tum-tum con il cric-croc dei ramponi sul ghiaccio. Inizio a salire con un passo regolare; il primo pendio non è difficile ma aumentando la pendenza la quota inizia a farsi sentire.
Lascio sulla sinistra la traccia che taglia il Garstelet e porta al Gnifetti e procedo dritto in direzione del ghiacciaio del Lys. Ora la progressione è più faticosa e i passi si accorciano. Non ho mai camminato a quote così elevate e devo anche verificare la risposta del mio corpo. Non sono certo venuto quassù da sprovveduto, nei giorni scorsi ho messo nelle gambe un bel po’ di dislivello ma certamente non a queste altezze. Man mano che salgo, sempre con un sorriso immenso (come potrei non esserlo in un luogo così), vedo che le gambe reagiscono sempre meglio, il che la cosa mi stupisce un po’. Concentrato lungo la via di salita, ogni tanto mi guardo intorno. Sono quasi all’altezza del rifugio Gnifetti in uno scenario che ha dell’incredibile. Sto bene e mi interessa solo avanzare il più possibile per scoprire almeno una parte delle meraviglie che si nascondono nel cuore del Rosa.
Come una calamita vengo attratto verso l’alto, è come se la montagna mi chiamasse con una voce dolce e melodiosa. Quassù mi sento in pace e intorno a me ho tutto ciò di cui ho bisogno. Camminare sapendo di contare solo sul proprio zaino (la mia casa, il mio “guscio” in questo momento) mi regala una sensazione unica e mi fa riflettere riguardo un mondo che si trova molto più in basso pieno di frivolezze, comodità superflue e inutilità.
Mi sembra di tenere un buon passo per essere la prima volta ma non ci faccio caso. Continuo a ripetermi che stando bene non sarebbe male salire almeno fino al Colle del Lys (oltre il Colle Vincent e ancora lontanissimo) e riuscire tranquillamente a scendere in giornata.
Mi accorgo della mia andatura forse troppo sostenuta solo quando all’ultimo istante appoggio le mani sullo zaino di un alpinista davanti a me per evitare di andarci a sbattere (!). È un ragazzo spagnolo, anche lui sorpreso di vedermi dietro da solo. Mi spiega, in un misto tra italiano e spagnolo, di avermi visto partire dal rifugio ma che non si sarebbe aspettato che fossi già qui.
“Sei salito davvero forte” mi dice.
“Non ci ho fatto caso, è che mi sento bene oggi” rispondo io “vorrei salire ancora un po’”.
Anche lui è da solo e così succede una cosa meravigliosa che giù nelle città ormai è estinta. Ci presentiamo (lui si chiama Albert), scambiamo qualche parola e insieme decidiamo di procedere formando una cordata. Albert ha con sé una corda da 30 metri e in men che non si dica siamo legati entrambi in tutta sicurezza. Questi gesti uniti alla disponibilità di condividere una salita, un viaggio, supportandoci e aiutandoci a vicenda mi riempiono l’anima di gioia, rimandandomi alle descrizioni di salite raccontate dai più famosi alpinisti in quel dell’Himalaya. Se non è un’avventura questa! Albert mi spiega di aver lasciato a valle la sua famiglia e di essersi preso un giorno libero per andare a camminare in quota.
Riprendiamo la marcia con lui davanti qualche metro rispetto a me e arriviamo allo sperone del Gnifetti, senza toccarlo. Una traccia scende dalla parte opposta di questo rifugio e si ricongiunge alla sella in cui ci troviamo noi ora. Qui una coppia, marito e moglie, sta litigando in quanto il primo vorrebbe salire dove andiamo noi mentre la moglie, esausta, vorrebbe scendere. La donna sta farneticando qualcosa riguardo le idee del marito sull’alta montagna e sullo sforzo secondo lui non eccessivo. Penso che ora, come in un fumetto, nella nuvoletta sopra la testa della moglie ci siano solo dei teschi… Ci guardiamo l’un l’altro mettendoci a ridere per questo siparietto prima di proseguire sui nostri passi.
Durante la progressione rimango costantemente a bocca aperta guardando a destra e a sinistra. Ghiaccio, seracchi e crepacci giganteschi di una bellezza sfolgorante. Tutto brilla al sole, acceca. Siamo in un mondo bellissimo che sembra provenire da un altro pianeta. Camminiamo ora sul ghiacciaio del Lys, al centro di una specie di grande canalone che conduce al Colle Vincent, tra il Naso del Lyskamm e la Piramide Vincent. Qualche nube giunta in sordina sta lentamente avvolgendo queste cime ma lo spettacolo cui assistiamo è uno dei più grandi al mondo. In ogni caso quelle nubi mi danno da pensare e, come vedrò più avanti, a ragione.
Raggiungiamo qualche cordata davanti a noi e la superiamo per procedere spediti verso la nostra destinazione, ancora lontano e parecchio più in alto. Tutto procede bene, gambe, muscoli, respirazione e lo stesso mi sembra anche nel mio compagno, a circa 10 metri davanti a me. La traccia è ben marcata e sicura ma spesso passiamo su esili ponti di neve con il vuoto ai lati che mette i brividi. Per fortuna tengono anche se vengono calpestati da tutti. Altre volte siamo costretti a compiere piccoli balzelli per oltrepassare piccole fenditure che solo qualche metro più in là si spalancano in vere voragini: crepacci impressionanti ma meravigliosi, da togliere il fiato.
È solo voltandoci che capiamo la distanza percorsa, già notevole. Il rifugio Gnifetti quasi non si vede più, le nubi salgono in fretta e un po’ di nebbia qua e là inizia a calare. Di fronte a noi c’è ancora il sole e una marea di gente in fila indiana intenta a rimontare questo colle.
Passiamo sotto ad altri enormi seracchi che scendono dalla Piramide Vincent, ancora al sole e molto più in alto rispetto a noi. Un crepaccio un po’ più grande ci costringe ad un salto un po’ più impegnativo che alternativamente facendoci sicura con la piccozza affrontiamo. Da qui in poi il ghiaccio cambia e i pericoli relativi a questi buchi terminano. Siamo finalmente giunti al Colle Vincent.
Il tormentato ghiacciaio del Lys
Formichine salgono in direzione del Colle Vincent. Qui, sotto l'omonima Piramide
In salita lungo il ghiacciaio del Garstelet
Sul ghiacciaio del Lys, verso il Colle Vincent
Un panorama da urlo dal ghiacciaio del Lys
Luci e ombre sui crepacci del Lys
Passando accanto a voragini di ghiaccio
Altri crepacci completamente al sole
La cresta dei Lyskamm
La via verso la Piramide Vincent
Dal Colle Vincent il panorama verso il Monte BiancoUn’isola rocciosa in un oceano di ghiaccio - L’ascensione al Balmenhorn
Al Colle Vincent c’è parecchia gente, tutti intenti a studiare la direzione da prendere su questo comodo e vasto pianoro ghiacciato posto a 4000 metri. È qui che le strade si dividono, a seconda di dove si voglia proseguire.
Una traccia verso destra conduce alla Piramide Vincent e al Balmenhorn (via che prenderò al ritorno dopo aver raggiunto quest’ultimo) mentre insistendo verso nord arriveremmo al Cristo delle Vette (che già vediamo nettamente) e, più oltre, alla Punta Gnifetti dov’è collocata anche la Capanna Regina Margherita. C’è anche una traccia a sinistra, è vero, ma solo a guardarla mette paura. Infatti, sale e si impenna fino a portare su di un’esilissima cresta, punto di partenza per la traversata dei Lyskamm, un gruppo di tre cime (Occidentale, Centrale, Orientale) compatte e affilate alla loro sommità come lame di rasoi. Ai loro piedi il Naso, elevazione minore e un po’ buffa se vogliamo ma, per come lo vedo io, davvero notevole e di tutto rispetto.
Ho raggiunto con questo colle la meta che poco dopo i rifugi più in basso mi ero un po’ preposto ma non avendo problemi di quota o stanchezza chiedo ad Albert il da farsi, non nascondendo il mio interesse per quella statua del Cristo della Vette posta in cima al Balmenhorn, un’isola di roccia che si innalza dal ghiacciaio. E poi non è tardi. Basta uno sguardo per capire il suo stesso desiderio a raggiungere quelle rocce.
Insistiamo quindi sul percorso in linea retta fino ad aggirare verso ovest un piccolo gruppo di cime messe una in fila all’altra. È appunto il Balmenhorn e sulla vetta posta più a nord si innalza questa statua in ferro del Cristo delle Vette. Meraviglioso ambiente, rimango ipnotizzato. Il tratto che dal Colle Vincent porta qualche metro prima del Colle del Lys non è né lungo né faticoso: i tratti in forte salita sono finiti. In breve tocchiamo il punto più alto dell’intero giro, i 4255 mt. del Colle del Lys. E chi se lo aspettava di arrivare fin qui?
Il respiro è normale, i muscoli funzionano bene. L’aria è sì più rarefatta ma a me sul momento non sembra nemmeno tanto. Fa caldo, c’è una temperatura assurda per essere a queste altezza!
Albert sembra capire la mia impazienza di raggiungere quello sperone roccioso che si erge solitario in mezzo al ghiacciaio e punta verso sud ad un ripido e corto pendio in quella direzione. Un bivio, poco prima di toccare la roccia, indica poi la via di discesa verso il Colle Vincent. Ma prima saliamo, ovviamente! Dal bivio, pochissimi passi portano contro la parete; questa è l’unica via per ascendere i pochi metri che portano in vetta al Balmenhorn.
Nell’avvicinarmi sempre più vedo una corda a penzoloni che dalla statua scende sulle rocce lungo un tratto verticale e spero vivamente che quella non sia la via di salita. Non credo proprio di essere in grado di arrampicare su roccia in quel modo, così che testa e cuore iniziano a minacciare un ammutinamento.
Rimontiamo questo pendio ghiacciato fino a portarci su una specie di colletto in linea d’aria all’opposta cresta dei Lyskamm. Ciò che vedo mi paralizza e mi impressiona, facendomi forse rimpiangere quella corda a penzoloni. La piccola cima con la statua è lì di fronte a me, solamente che per raggiungerla occorre passare su un’esile crestina di ghiaccio esposta su entrambi i lati e risalire (coi ramponi) qualche staffa di ferro sulla roccia. Non tanto per i pioli ma la cresta mi da molto da pensare. Non è in fondo molto diversa dal pezzo superato più in basso sotto lo Stolemberg ma un po’ più lunga sicuramente; la devo affrontare legato, con i ramponi e la piccozza che non troverà un pendio nel quale essere conficcata per fare sicura. Albert mi guarda con un grande sorriso, lo vedo come me raggiante per essere arrivati fin qui e in neanche molto tempo. Non avendo problemi di esposizione lui ovviamente si interroga sulla mia esitazione. D’altronde vede un ragazzo che sembra chiedergli con lo sguardo:
“Ma proprio di qui dobbiamo passare?”
O ancora “Proprio non ci siano altri modi per salire?”.
“Quieres ir adelante?” mi domanda.
Sì, vorrei andare avanti e salire in cima ma il vuoto su entrambi i lati e la traccia sottile mi rendono titubante. Mentre dentro di me esplode un po’ di tutto (gioia, felicità ma anche un po’ di timore) cerco di spiegargli tutto questo aiutandomi con le parole che conosco in tre idiomi diversi, assemblando frasi in un mix un po’ sconclusionato di italiano, inglese e spagnolo.
“No debes tener miedo, solo mira bien adelante de ti y mantente enfocado” mi dice (non devi avere paura, guarda solamente bene davanti a te e resta concentrato).
Io intendo tutto tranne l’ultima parola (che scoprirò al mio ritorno a casa) e al momento non riesco proprio a capire il perché debba io essere infuocato per camminare li sopra! In effetti, caldo fa caldo per essere a quasi 4300 metri, sono d’accordo, ma non penso c’entri molto con le sue parole.
Come fatto più in basso, prendo un bel respiro (e due!) e, un passetto dopo l’altro, un po’ accucciato piantando sempre la piccozza davanti a me avanzo puntando gli occhi sempre sul sentiero fino a toccare la roccia. La salita sui pioli di ferro non è un problema ma credo che i due anni di vita in meno persi sulla crestina lo siano!
Lo spagnolo è contento in quanto ancora dal basso lo sento esultare al mio arrivo. Sotto la statua del Cristo delle Vette ci scambiamo i complimenti e facciamo foto senza esserci accorti di un fatto non molto bello. Intorno a noi non si vede più nulla! Quelle nubi tanto innocue prima ora sono diventate un bel problema. La nebbia è arrivata lasciandoci completamente senza visuale. A malapena vediamo il Bivacco Giordano posto qualche metro più in basso rispetto alla statua, struttura che raggiungiamo dopo qualche metro di discesa tra roccia e ghiaccio aiutandoci con un canapone.
Questi scommetto siano i posti in prima fila per uno spettacolo immenso sulla maggior parte della catena del Rosa ma ora è già tanto se ci vediamo noi a vicenda. Il bivacco infatti ha un piccolo terrazzino esterno affacciato un po’ nel vuoto, direttamente sopra il ghiacciaio del Lys e di fronte alla Piramide Vincent. Certamente lo spettacolo che si parerà davanti non avrà prezzo ma questo ora possiamo solo immaginarlo. In compenso una temperatura così calda a questa quota non me la sarei mai aspettata. Indosso solo una maglietta a maniche corte e un leggerissimo pile/windstopper sopra e ancora ho caldo!
Il Balmenhorn col Bivacco Giordano
Verso il Balmenhorn, sul ghiacciaio del Lys
Poco sotto al Balmenhorn
L'esile crestina per raggiungere le staffe che portano in cima
Il Bivacco Giordano, ormai nelle nebbieSe la montagna mette il cappello, il tempo non sarà bello!
Ritorniamo sui nostri passi scendendo nuovamente i gradini e poggiando i piedi sulla crestina. Questa volta la percorro con molta più disinvoltura ma sarà per il fatto che non vedendo nulla non percepisco nemmeno il vuoto ai lati.
Tornati al colletto Albert mi saluta all’improvviso lasciandomi spiazzato. Io sono diretto verso valle mentre lui è deciso a proseguire…nel nulla! La sua decisione mi stupisce dato che ora il tempo è davvero pessimo. Non vedere nulla a queste quote e continuare a salire sul ghiacciaio con tutti i pericoli oggettivi non è certo raccomandabile. Non so davvero dove possa andare e convincerlo a desistere è inutile. Altra gente si appresta a tornare e lui va nella direzione opposta. Lo ringrazio e mi separo con vero dispiacere. Dopo qualche metro lo vedo sparire inghiottito da una nebbia fittissima, diretto a chissà quale cima.
Al colletto ai piedi del Balmenhorn c’è un gruppo diretto anch’esso verso il basso e, si spera, verso il sole. Scenderemo per il versante orientale tutti insieme ma il fatto di essere l’unico non legato deve farmi mantenere la concentrazione a livelli altissimi. Non si vede nulla, solo la traccia davanti a me per qualche metro (2? 5?).
Lascio andare avanti il gruppo e mi metto in coda, scendendo lungo un pendio piuttosto facile fino a portarmi al colle che divide il Balmenhorn dalla Piramide Vincent. Siamo tornati tutti ora sull’immenso pianoro chiamato Colle Vincent.
Continuo a seguire la traccia verso il basso e verso ovest, col gruppone che non perdo di vista e che mantengo a 5 metri, la distanza in cui vedo ancora qualcosa. La traccia si dovrebbe innestare più in basso sull’unica via diretta ai rifugi.
Ogni tanto più avanti spunta qualche puntino scuro nella marea bianca, non appena la nebbia molla un po’. Sono persone impegnate anche loro nella discesa. Nessuno sale e io penso sempre se Albert se la stia cavando.
Lascio andare avanti il gruppo fermandomi un momento al colle. Spero forse in un miglioramento del tempo che non avviene; almeno un aiutino ci vorrebbe per affrontare una discesa con maggiore sicurezza. Sono da solo e devo fare ancora un po’ di strada, anche se ogni tanto sopraggiunge qualcuno.
Poco sotto il Colle Vincent vengo raggiunto da un gruppo guidato da un guru della montagna, un vero e proprio luminare. Queste figure si divertono a girare per i monti non desiderando altro che riprendere qualcuno alla prima occasione, approfittandone a tale scopo per elargire tutta la loro sapienza e dicendogli cosa deve o non deve fare. Molto più di una guida alpina e molto più di un alpinista estremo o un maestro di sci, questi individui non solo si considerano ad un livello superiore ma ritengono anche che ogni cosa facciano gli altri sia sbagliata.
Mi trovo infatti davanti al gruppo che vede il sapientone in testa a questo, concentrato in una discesa diventata un po’ delicata a causa della scarsa visibilità. Davanti a me si trova l’ostacolo più insidioso, rappresentato da quel crepaccio piuttosto largo incontrato anche all’andata il quale ha obbligato noi e altri ad un piccolo balzello. Così ripeto l’operazione dandomi un po’ di slancio e superando il tutto pur senza la sicura di un compagno.
L’avessi mai fatto! Il guru mi raggiunge superando il crepaccio allo stesso modo, mi supera e mi dà del matto per aver messo in pericolo tutto il suo gruppo. Inizia poi una lunga spiegazione da parte sua sul modo di scendere e di camminare, lui che guida alpina non è. Nel mentre vedo tutti gli altri fare la stessa operazione, cioè un piccolo salto, ciò che ho fatto io.
A sentire lui potevamo sprofondare tutti nel crepaccio ma questo solo per il mio salto, mica per il loro. Beh, se la traccia passa di lì e non vi è un ponte di neve non vedo cos’altro si possa fare.
Non perdo nemmeno tempo a discutere con gente così e li invito a proseguire. Standogli nelle retrovie penso subito ai pericoli in cui io possa andare incontro. Meglio la discesa da soli e con calma piatta. Così faccio e lentamente procedo stando sempre sulla traccia. In alcuni punti la pendenza è davvero notevole e più in basso sono costretto a camminare con ancora più cautela per via di alcuni ponti di neve (ora presenti). Giunto alla sella del Rifugio Gnifetti di insidie non ve ne sono più e con più tranquillità mi avvicino al Rifugio Mantova.
Solo adesso le nubi si allargano un po’ lasciandomi almeno scorgere, ancora lontana, la sagoma del rifugio. Qualche timido raggio fa capolino mentre attraverso più in basso il ghiacciaio di Indren ma ovunque insistono nubi nere alquanto minacciose. Un classico della zona e dell’alta montagna in generale, che spesso alterna mattinate limpide a pessimi pomeriggi. Ecco perché le cime vanno raggiunte la mattina partendo spesso anche di notte. Chissà il mio compagno di cordata!
Sotto la statua del Cristo delle Vette
La visibilità durante la discesa
I crepacci del ghiacciaio d'Indren
Rivoli d'acqua sul ghiacciaio d'Indren
Uno squarcio di sole verso il ghiacciaio del Lys e il Rif. Città di MantovaLa festa allegra con gli stambecchi e il ritorno a valle
Anche stavolta, dato il meteo, a Punta Indren sono costretto a prendere gli impianti per il mio ritorno a Staffal. Farsi sorprendere sullo Stolemberg magari da un temporale non è proprio quello che mi ci vuole. Al Passo dei Salati, in attesa della funivia, sono di nuovo in allegra compagnia. I miei amici stambecchi vengono di nuovo a trovarmi, curiosi come non mai. E stavolta ci sono anche i piccolini, che spettacolo! Qui è tutta una grande festa, a concludere una giornata davvero stupenda.
Solo ora, nella cabinovia, mi rendo conto di tutto il percorso affrontato oggi, delle difficoltà, delle insidie e della fatica che comporta l’alta montagna ma anche di una soddisfazione e una gioia impossibili da spiegare se non si è stati almeno una volta lassù. Come gli alpinisti vengono attratti da questi ambienti, duri, ostili e non adatti alla vita per l’uomo, anch’io oggi lo sono stato ma forse lo sono stato sempre. Ma come, allo stesso modo, vengo attratto anche per tutte le meraviglie poste più in basso, che siano laghi, boschi, borgate ecc.
In questa giornata ho capito di più questo mondo di ghiaccio, mi sono fuso con esso e trovato me stesso fino ad essere un tutt’uno con la montagna. Ho condiviso la fatica e lo sforzo, trovando il supporto e una compagnia insperata. Ho provato una gioia infinita, felicità ed emozioni uniche ma anche paure e timori (e trovo che sia giusto così). In due parole, ho vissuto.
Vi sono infiniti motivi che uno può avere per tornare sempre lassù. Tra questi, perché no, anche quello di un certo George Mallory quando alla seguente domanda:
“Perché vuoi scalare l’Everest?”
Egli rispose: “Perché è lì”.
Cuccioli di stambecco sulle roccette presso il Passo dei Salati
Piccoli di stambecco attraversano la pietraiaTesti e foto di: Daniele Repossi
Escursione effettuata in compagnia di: Solitaria.